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Indice

  • Note iniziali
  • Introduzione
  • Capitolo 1. La veritÓ oggettiva

    Capitolo 2. La prassi Ŕ il criterio della veritÓ

    Capitolo 3. VeritÓ relativa e veritÓ assoluta

    Capitolo 4. La veritÓ concreta

    Capitolo 5. La lotta tra la veritÓ e l'errore

     

     
    Conoscenza e veritÓ secondo la Teoria del Riflesso

    di Chang En-tse

     

    Capitolo II

     

    LA PRASSI È IL CRITERIO DELLA VERITÀ

     

    3. La prassi è il criterio della verità.

    Marx ha scritto nelle Tesi su Feuerbach:

    La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è questione di teoria, bensì una questione pratica. Nell'attività pratica l'uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà di un pensiero che si isola dalla pratica è una questione meramente scolastica.6

    Marx affermava che il criterio della prassi sociale è in perfetto accordo con la concezione marxista della verità. Egli ha superato la contraddizione tra la teoria della verità oggettiva del materialismo antico e i suoi criteri soggettivi di verità e sviluppato fino alle ultime conseguenze la teoria della verità oggettiva. Marx ha scoperto che, poiché la teoria della verità oggettiva considera la verità come l'accordo del pensiero con la realtà oggettiva, il criterio della verità deve essere qualcosa che permetta di verificare questo accordo, e che, di conseguenza, non potrebbe trovarsi nel campo della soggettività. In realtà, la soggettività fa parte del campo del pensiero ed è impossibile verificare attraverso il solo pensiero l'accordo di questo con la realtà. Continuando con questo metodo si finisce per perdersi nella filosofia Scolastica che va dal concetto al concetto. Marx ha saputo sottrarsi all'influenza delle concezioni che ricercavano il criterio della verità nella sfera soggettiva e scoprire che la prassi era il criterio della verità. È questo il risultato più importante della concezione marxista della verità che ha trasformato in senso rivoluzionario la teoria della verità oggettiva, eliminando tutti i sofismi che sostenevano un criterio soggettivo della verità.

    Questa scoperta di Marx non è stata certamente il frutto di una semplice deduzione logica; essa ha delle profonde radici storiche e di classe. Ha la sua origine nell'allargamento considerevole della dimensione e della portata delle attività produttive e in particolare nel fatto che Marx ed Engels sono stati i pensatori del proletariato. Si sa infatti che il proletariato non è soltanto la classe più rivoluzionaria, ma anche quella che è più direttamente legata alla produzione. Quando si dice che il proletariato ha la responsabilità storica di trasformare il mondo, significa che non ha solamente bisogno di conoscere il mondo, ma anche di trasformarlo. Per questo la prassi ha un'importanza del tutto particolare per il proletariato.

    Il proletariato che porta avanti tutti i giorni la lotta per la produzione, la lotta di classe e la sperimentazione scientifica, sperimenta quotidianamente il rapporto tra la conoscenza e la prassi, tra la verità e la prassi. In realtà il fatto che il pensiero e la conoscenza si accordino o no con la realtà oggettiva, ha una delle ripercussioni più efficaci nella prassi. Tutti i pensieri che si accordano con la realtà oggettiva permettono di ottenere dei successi, al contrario quelli che non si accordano con questa conducono al fallimento. Questo vuol dire che la prassi è stata presa da molto tempo come misura della verità del pensiero, in maniera spontanea, nelle attività pratiche. Questa è una cosa chiara nella vita stessa. Quando i proletari conducono una lotta contro la borghesia, se agiscono isolatamente o in maniera dispersiva, la loro lotta fallisce; vince se essi agiscono unanimemente e nell'unità. Per questo essi capiscono molto facilmente la verità della parola d'ordine: «Proletari di tutto il mondo unitevi». È così che si può giudicare costantemente, nella prassi, la verità e l'errore. Marx, come rivoluzionarlo e pensatore del proletariato, ha portato a un livello teorico questo criterio della prassi, utilizzato spontaneamente tante e tante volte dal proletariato, e ne ha fatto un criterio che permette di procedere coscientemente alla verifica della verità.

    Una volta determinato questo criterio della prassi, si è avuto un metro per distinguere l'errore e la verità, una regola sicura per giudicare il vero e il falso. Il problema è adesso molto chiaro: la verità di un'idea o di una teoria non può essere determinata da chissà quale sentimento soggettivo, ma dal suo risultato oggettivo nella prassi sociale. Mao ha scritto:

    Non c'è che una verità: sapere se la si è scoperta o no non dipende da vanterie soggettive, ma dalla prassi oggettiva. Solo la pratica rivoluzionaria di milioni di uomini è il metro per misurare la verità.7

    La prassi è il nemico giurato di tutte le assurdità e di tutte le mistificazioni. I sofismi e le mistificazioni non resistono ai colpi inferti dalla verifica della prassi, come scrisse Engels:

    Quelli che confutano nella maniera più decisiva le arguzie e le scappatoie di questi e d'altri filosofi, non sono altro che la prassi, la sperimentazione e il lavoro.8

    Tutti gli idealisti si accaniscono con tutti i mezzi ad attaccare il criterio della prassi, manifestando così il loro terrore per la sua forza e la sua efficacia.

    Ogni verità è provata dalla prassi; si può illustrarlo con alcuni esempi. In astronomia, dopo la scoperta di Urano alla fine del XVIII secolo, la sua posizione rivelata dall'osservazione e quella ottenuta con i calcoli non concordavano, e lo si cercò per più di quarant'anni. Numerosi astronomi pensavano che esistesse un altro pianeta al di là della sua orbita, e che la forza d'attrazione di questo pianeta lo facesse scostare dall'orbita corrispondente ai calcoli. Ma si trattava solo di un'ipotesi e non si poteva decidere in maniera definitiva se costituisse una verità oggettiva. Fu soltanto nel 1845 che l'astronomo francese Urbain Leverrier (1811-1877) calcolò la posizione di questo nuovo pianeta, scrivendone nel settembre 1846 al dottor Johann Galle (1812-1910) dell'Osservatorio di Berlino. La sera stessa del giorno in cui ricevette la lettera, Galle si mise a cercare questo pianeta. Trovò una stella la cui posizione non si allontanava più di un grado dalla longitudine calcolata da Leverrier. La sera seguente notò che si era un po' spostata, il che dimostrava che si trattava senz'altro di un pianeta: veniva così scoperto Nettuno. Si era così ottenuta con la prassi una prova della conoscenza già acquisita di questo nuovo pianeta, e questa conoscenza era diventata una verità.

    Si può prendere anche l'esempio del globo terrestre. Molto presto nell'antichità, alcuni supposero che la terra fosse sferica. Successivamente si accumularono nuovi argomenti in favore di questa teoria, quali il fatto che guardando arrivare da lontano una nave, questa non sorgeva tutta d'un colpo dalla linea dell'orizzonte, ma appariva a poco a poco. Ugualmente, allontanandosi, spariva progressivamente dietro la linea dell'orizzonte. Ci si accorse anche che volendo guardare lontano, in un vasto spazio dove l'orizzonte fosse libero, bisognava salire su una collina, su un grande albero o su qualunque altro luogo elevato. Ciò mostra la curvatura della terra senza la quale tali fenomeni sarebbero impossibili. Ma la teoria della sfericità del globo terrestre subì gli attacchi della religione perché era incompatibile con le concezioni religiose.

    Prima che la sfericità della terra fosse provata, i difensori e i detrattori di questa concezione polemizzarono per un lunghissimo periodo. Bisognò aspettare che Magellano compisse, dal 1518 al 1522, il primo periplo attorno alla terra perché la teoria trovasse una prova definitiva. Da allora non fu più possibile dubitarne e la teoria della sfericità della terra divenne una verità oggettiva provata nella prassi.

    Nelle scienze sociali, la prassi è ugualmente il criterio che permette di verificare la verità; il marxismo e il leninismo sono una verità oggettiva, e ciò è stato molte volte dimostrato nella prassi. Una prassi rivoluzionaria prolungata ha dimostrato che il pensiero di Mao Zedong era una verità oggettiva. Agli inizi potevano sussistere dubbi sul carattere di verità oggettiva del pensiero di Marx, di Lenin, o di Mao Zedong; ma è stato dimostrato dal corso stesso dello sviluppo della prassi sociale, e tutti i dubbi persero il minimo fondamento. Il pensiero di Mao Zedong dovette sopportare gli attacchi di ogni specie di opportunismi, ma fu la prassi che in fin dei conti risolse la questione. In effetti, la linea opportunistica causò ogni volta gravi danni alla rivoluzione cinese, mentre il pensiero di Mao Zedong la conduceva di vittoria in vittoria. Le grandi vittorie della rivoluzione di nuova democrazia, della rivoluzione socialista e della costruzione del socialismo, mostrano pienamente che il pensiero di Mao Zedong è una verità incrollabile.

    Si può vedere attraverso questi esempi, si tratti dì scienze della natura o delle scienze sociali, che ogni verità è ottenuta sulla base della prassi; ed è la prassi, che prova il loro carattere di verità, a spingere la verità verso uno sviluppo continuo.

    Ma perché la prassi può essere il criterio di verità?

    Ciò è determinato dal suo stesso carattere. Il materialismo considera che la verità sia l'accordo del pensiero con la realtà oggettiva e il criterio della verità deve poter sperimentare questo accordo, verificare necessariamente le caratteristiche del pensiero e della realtà; solo la prassi può farlo. La prassi sociale degli uomini è un fatto soggettivo in relazione all'oggetto; è l'attività che trasforma il mondo oggettivo. Le sue caratteristiche sono, da un lato, un'attività cosciente che si stabilisce degli obiettivi da raggiungere guidata da pensieri determinati; dall'altro lato, costituisce una trasformazione del mondo oggettivo. Cioè, la prassi sociale collega il pensiero al mondo oggettivo. La prassi sociale è guidata da pensieri determinati, e ciò costituisce il suo aspetto soggettivo. Nello stesso tempo il suo aspetto e i suoi risultati sono realtà oggettivamente esistenti e in ciò consiste il suo aspetto oggettivo. Se questa prassi, guidata dal pensiero, consegue i risultati oggettivi che si era prefissata, si manifesta immediatamente la correttezza del pensiero che lo dirige. In caso contrario, si manifesta l'erroneità di questo pensiero. Come ha detto Mao:

    La verità di una conoscenza o di una teoria non è determinata da una valutazione soggettiva, ma dai risultati oggettivi della prassi sociale.9

    Questa è una caratteristica esclusiva della prassi. Essa svolge il ruolo di unire completamente, in uno stesso processo, il pensiero e l'essere, la soggettività e l'oggettività. Questa funzione comprende due aspetti distinti e uniti tra loro: il primo è che i fenomeni, oggettivi nella pratica, si manifestano nel pensiero; il secondo è che i pensieri dell'uomo, verificati nella pratica, sono in accordo con i fenomeni oggettivi. Il primo significa che si conosce il mondo passando attraverso la pratica; il secondo significa che si verifica la conoscenza attraverso la pratica. Per queste ragioni possiamo dire che la pratica sociale è il fondamento della conoscenza e il criterio della verità. Ora trattiamo solo del criterio della verità, lasciando un po' da parte il fondamento della conoscenza; ma non è certo di minore importanza.

    Se diciamo che la prassi è un fatto soggettivo in relazione all'oggetto, perché diciamo anche che il criterio della prassi è un criterio oggettivo? Il discorso sembrerebbe contraddittorio, ma quando diciamo che la prassi sociale è il criterio della verità, indichiamo principalmente i risultati oggettivi della prassi. Tali risultati della prassi sono realtà esistenti oggettivamente. Che la prassi comporti per sua stessa natura un aspetto cosciente o soggettivo, non modifica la natura oggettiva dei suoi risultati. Ecco perché il criterio della prassi è il criterio oggettivo della verità.

    Se c'è il criterio della prassi, c'è anche il criterio oggettivo di verità che permette di valutare e di distinguere correttamente la verità e l'errore. Il criterio della prassi offre le possibilità più ricche e più complete per estirpare radicalmente le teorie assurde e per sviluppare rapidamente la scienza. La prassi è imparziale e giusta; è l'arbitro implacabile che giudica le opinioni e le idee di tutti senza parzialità. Non parteggia né per il punto di vista della maggioranza, né per quello della minoranza; non si inchina di fronte «all'autorità del prestigio»e non disprezza l'opinione della gente comune. Rende giustizia a tutti; di fronte ad esso tutte le opinioni passano un esame rigoroso. L'opinione che non resiste all'esame è giudicata errata e poco importa chi l'abbia proposta. Quelle che passano vittoriosamente l'esame sono le sole giudicate degne del nome di verità.

    È chiarissimo che questo criterio è molto importante per lo sviluppo della scienza; in effetti, non solo testimonia la verità delle opinioni di molti o di pochi notabili, ma garantisce anche la verità delle opinioni che possono essere di una piccola minoranza o di un uomo comune. Lo sviluppo della scienza mostra proprio che le scoperte tecniche o la comparsa di nuove idee sono per lo più il risultato di una piccola minoranza o di uomini comuni.

    La prassi è un criterio sicuro per verificare la verità. Ma la prassi stessa è in sviluppo, e in ogni fase di tale sviluppo contiene un aspetto limitato e relativo. Scrive Lenin:

    Certo, non si deve dimenticare che il criterio della pratica, in sostanza, non può mai confermare o confutare completamente una rappresentazione umana qualunque essa sia. Anche questo criterio è talmente «indeterminato» da non permettere alle conoscenze dell'uomo di trasformarsi in un «assoluto»; ma nello stesso tempo è abbastanza determinato per permettere una lotta implacabile contro tutte le varietà dell'idealismo e dell'agnosticismo.10

    In questo passaggio Lenin mostra l'aspetto relativo e l'aspetto assoluto del criterio della prassi. Il criterio della prassi è l'unità dell'assoluto e del relativo.

    Il carattere relativo del criterio della prassi significa che la prassi, considerata nelle fasi del suo sviluppo, presenta in ogni momento determinati limiti. A causa di questi limiti, non può provare o negare in modo incondizionato e assolutamente completo le diverse concezioni e le diverse teorie. Nelle scienze numerosi esempi potrebbero mostrare questo carattere relativo della prassi. Ad esempio, la teoria atomica: fu proposta molto presto nella Grecia antica, ma non era possibile provarla, dato il livello troppo primitivo della pratica scientifica; solo nell'epoca moderna, attraverso lo sviluppo considerevole della produzione, è stato possibile provarla. Oggi, il problema dell'esistenza del genere umano su altri corpi celesti, oltre che sulla terra, non può essere risolto a causa del livello attuale della pratica. Così dunque, una teoria provata nella prassi è nello stesso tempo di natura relativa perché la sua prova è data da una prassi limitata. È molto importante riconoscere questo carattere relativo del criterio della prassi. Da un lato, ci può impedire l'ipostasi della conoscenza umana nell'assoluto - cioè la trasformazione di una verità sostanzialmente relativa in verità assoluta e immutabile -; dall'altro lato, ciò può prevenire l'atteggiamento che consiste nel negare, in modo semplicistico, verità che la prassi attuale non può provare, ma che la prassi futura potrà certamente dimostrare. In ogni caso, riconoscere questa relatività non può che giovare allo sviluppo della scienza; in effetti, ipostatizzare nell'assoluto conoscenze relative, oppure rifiutare nuove teorie che la prassi non può immediatamente provare, costituisce sempre un ostacolo al progresso scientifico. Abbiamo visto come le nuove teorie scientifiche siano spesso per lunghi anni nell'impossibilità di poter trovare la loro prova nella prassi, e come la prassi subisca molto spesso ripetuti fallimenti. Se del criterio della prassi se ne fa un assoluto e lo si considera in modo semplicistico, si potranno negare o rifiutare teorie nuove. Ciò è particolarmente vero nella prassi della lotta di classe. I successi della rivoluzione non dipendono solo dalla giustezza della teoria o della politica attuata; sono anche determinati dal rapporto delle forze di classe in campo. Se le forze della classe rivoluzionaria sono temporaneamente deboli, la rivoluzione probabilmente subisce delle sconfitte. Ma questi fallimenti temporanei non possono provare che la teoria e la politica rivoluzionaria sono errate. Mao ha indicato con profondità:

    In generale è giusto ciò che riesce, sbagliato ciò che fallisce; questo è vero soprattutto nella lotta dell'uomo contro la natura. Nella lotta sociale, le forze che rappresentano la classe avanzata subiscono a volte delle sconfitte, non perché abbiano idee sbagliate, ma perché, nel rapporto delle forze in lotta, esse sono temporaneamente meno potenti delle forze della reazione; possono essere temporaneamente sconfitte, ma finiranno sempre per trionfare.11

    Il marxismo indica chiaramente la relatività del criterio della prassi perché le nuove teorie vengano affrontate con tutta la serietà necessaria; se una nuova teoria ha fondamenti reali, non si tratta di approvarla o rifiutarla semplicemente con la prassi attuale.

    Riconoscere la relatività del criterio della prassi non è in opposizione con il carattere assoluto del criterio di verità. La dialettica considera che il suo aspetto relativo e il suo aspetto assoluto siano inseparabili l'uno dall'altro. C'è l'assoluto nel relativo; non vederne che l'aspetto assoluto e negarne l'aspetto relativo, assolutizzare la conoscenza è nocivo. Ma non vederne che l'aspetto relativo e negarne l'aspetto assoluto può portare a negare la verità oggettiva e a sprofondare nell'idealismo e nell'agnosticismo; anche questo è nocivo. Il criterio della prassi, in una determinata fase, non sarebbe in grado di provare o rifiutare completamente tutte le concezioni. Ma tutte le concezioni non possono essere giudicate vere o false, e raggiungere la verità oggettiva, che attraverso la prova della prassi, e questa è una verità assoluta e incondizionata. Le verità provate dalla prassi hanno il loro aspetto relativo, ma implicano anche una parte irrefutabile di assoluto. La prassi, considerata nei limiti propri delle fasi del suo sviluppo, non è in grado di respingere o provare ogni concezione; ma, continuando a svilupparsi, può effettivamente respingere o provare ogni concezione.

    Ciò significa che, se la prassi attuale non ha mezzi di provare la validità di una concezione, la prassi ulteriore lo potrà certamente fare. La verità viene verificata sempre nella prassi; al di fuori della prassi non potrebbe esistere verità oggettiva. Per questo possiamo dire che riconoscere il carattere assoluto del criterio della prassi significa, nello stesso tempo, riconoscere la stessa esistenza della verità oggettiva; e questo permette di tracciare una linea di demarcazione netta con ogni forma di idealismo e di agnosticismo

    È necessario comprendere dialetticamente il criterio della prassi; solo una comprensione dialettica può permettere di distinguere chiaramente la verità e l'errore e garantire lo sviluppo delle verità scientifiche.

     

     


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