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Indice

  • Note iniziali
  • Introduzione
  • Capitolo 1. La veritÓ oggettiva

    Capitolo 2. La prassi Ŕ il criterio della veritÓ

    Capitolo 3. VeritÓ relativa e veritÓ assoluta

    Capitolo 4. La veritÓ concreta

    Capitolo 5. La lotta tra la veritÓ e l'errore

     

     
    Conoscenza e veritÓ secondo la Teoria del Riflesso

     

    di Chang En-tse

     

    Capitolo II

     

    LA PRASSI È IL CRITERIO DELLA VERITÀ

     

    2. È sbagliato adottare un criterio soggettivo di verità.

    I filosofi prima di Marx sostenevano ogni sorta di criteri di verità, il cui punto comune era la loro natura soggettiva, perciò questi criteri erano sbagliati. Consideriamone qualcuno particolarmente esemplare, e proviamo ad analizzarne nella sostanza il loro carattere sbagliato.

    Nella storia della filosofia c'è chi ha ritenuto che la verità non fosse altro che «il consenso comune», «l'accordo di molti» o «ciò che era riconosciuto da tutti». Non solo Feuerbach ma anche gli idealisti approvavano questo criterio. Anche nella vita di tutti i giorni c'è chi ne fa uso. A prima vista, può anche sembrare che questo criterio non sia di ordine soggettivo, poiché non è basato su una soggettività individuale, ma sull'accordo di tutti. Ma è proprio questo un modo sbagliato di comprenderlo; in realtà è completamente sbagliato considerare soggettivo qualcosa che indichi solamente questa o quella soggettività individuale. «Soggettivo» si applica ugualmente bene sia all'individuo che a più persone. La soggettività di un solo individuo è un limite ma anche la soggettività di più persone è un limite. Il che equivale a rifiutare l'oggettività come criterio di verità.

    Siccome l'anzidetto criterio di verità è di ordine soggettivo, «ciò che è riconosciuto da tutti», «l'accordo di molti» non potrebbe garantire una giusta e chiara distinzione tra l'errore e la verità. Secondo questo criterio, ogni pensiero può essere proclamato vero, purché abbia «l'accordo di tutti», che rifletta correttamente o no la realtà oggettiva: ed è qui la sostanza della questione. La vita presenta spesso delle circostanze in cui un piccolo numero di persone sbaglia, ma anche un grande numero di persone sbaglia. Si arriva al punto che errori radicali siano considerati da tutti come verità intoccabili e che proprio la verità sia considerata ufficialmente come errore. L'esempio classico di una situazione del genere è la religione.

    Per molto tempo nel passato, il mito della creazione del mondo a opera di dio fu un atto di fede, non solo per una piccola minoranza, ma per un grandissimo numero di uomini. Se ci si basa sul criterio dell'«accordo di molti», bisognerebbe allora considerare come verità la religione, la dottrina della creazione del mondo e altre assurdità. Se consideriamo la storia delle scienze, salta agli occhi che questa verità inizialmente è scoperta solo da qualcuno e all'inizio la maggioranza delle persone non la capisce e arriva addirittura a negarla e a combatterla. La dottrina di Copernico ne è un esempio. Prima che avesse formulato la sua teoria, si riteneva che il globo terrestre fosse immobile, tutti credevano che fosse il sole a girare attorno alla terra. Copernico fu, nel suo tempo, il solo uomo a sostenere il contrario, e per molto tempo, anche dopo che le sue teorie furono pubblicate, ben lungi dall'essere condivise dalla maggioranza, continuarono a subire ogni sorta di attacco. Dov'era dunque la verità? Le concezioni della maggioranza erano false. Secondo il criterio del comune assenso, Copernico aveva torto! È chiaro che seguendo questo criterio di verità, non si può in nessun modo distinguere giustamente il vero dall'errore; ma, al contrario, si crea una gran confusione, fino a far passare il falso per il vero, il bianco per il nero.

    Nella vita reale, una nuova concezione, prima di essere progressivamente acquisita dalla maggioranza, è molto spesso portata avanti da una minoranza; e all'inizio, prima di arrivare ad «essere riconosciuta da tutti», entra spesso in conflitto con l'opinione generale («l'accordo di molti»). La stessa cosa accade quasi sempre per le innovazioni scientifiche e tecniche. Se si adottasse il criterio dell'«accordo di molti», bisognerebbe respingere o soffocare le idee nuove e ostacolare le innovazioni e lo sviluppo scientifico e tecnico. E ciò apporterebbe il più grande danno all'edificazione socialista!

    La verità alla fine trionfa sempre sulle idee errate; da «opinione di pochi» diventa «consenso comune», «riconosciuto da tutti». Ma ciò richiede sempre molto tempo e avviene attraverso un lungo processo storico. Ci sono voluti parecchi secoli perché la dottrina di Copernico divenisse una verità comunemente ammessa e riconosciuta da tutti. Ciò è particolarmente vero per quelle società dove esistono antagonismi di classe; sempre, quando il problema della verità mette in causa degli interessi di classe, le cose diventano ancora più complicate. A questo punto, infatti, ciò che viene «riconosciuto da tutti» diventa qualcosa di fondamentalmente impossibile, perché ciò che una classe considera come corretto, verità, per un'altra classe è sbagliato. Per parlare del marxismo-leninismo, è una verità oggettiva più volte verificata nella pratica della classe operaia e dalle masse lavoratrici e accettata dalla grande maggioranza del popolo. Ma la borghesia e tutti i reazionari hanno sempre negato il suo carattere di verità.

    Prendere il «consenso comune», l'«accordo di molti», e «ciò che è riconosciuto da tutti», come criterio di verità, è completamente sbagliato; anzi, è dannoso. Ciò, infatti, non permette di distinguere correttamente il vero dal falso. Accettando questo criterio, si rischia di fare dell'errore la verità e della verità l'errore. Non si potrebbe garantire lo sviluppo delle scienze, anzi, non si farebbe che ostacolarlo. Il filosofo francese René Descartes (1596-1650) ha giustamente criticato questo criterio di verità. Egli ha scritto nel Discorso sul metodo:

    Sebbene la nostra opinione si appoggi all'orientamento generale della gente, nelle circostanze in cui la verità è difficile da scoprire, le preferenze di molte persone non possono servire da testimoni della natura corretta della verità, ma chi scopre la verità è spesso una sola persona, non una moltitudine.1

    Descartes era un filosofo razionalista, ha proposto un celebre criterio di verità. Considerava che il criterio fondamentale di verità fosse la chiarezza e la distinzione delle idee. Ma quanto al criterio di verità, non andò oltre la sfera della soggettività, perché la chiarezza e la distinzione sono fatti soggettivi. Questo criterio non è meno ingannevole di quello del «consenso comune». È evidente che quando si parla di chiarezza o di confusione, di distinzione o di mancanza di distinzione, è sempre a proposito di concetti e di conoscenze; nello stesso tempo, «chiarezza» e «distinzione» non sono realtà determinate. Ciò che è chiaro e distinto per uno può non esserlo per un altro; ciò che non è chiaro oggi può esserlo domani. È molto «chiaro e distinto», per esempio, che «4 x 5 = 20», chi potrebbe negarlo? Secondo il criterio di Descartes, la verità è questa. Come si potrebbe dubitare della giustezza e della sicurezza di questo criterio? E tuttavia nulla è meno sicuro. Basta riflettere un poco per scoprire che se «4 x 5 = 20» è una verità chiara e distinta per l'uomo di oggi, al contrario, nei tempi primitivi, quando gli uomini non sapevano contare, era per essi estremamente difficile capire che «4 x 5 = 20». Allora per essi non era affatto una cosa chiara e distinta. Lo stesso vale per un bambino che non sa contare; non è una cosa facile capire che «4 x 5 = 20». E per ciò che riguarda le conoscenze scientifiche specialistiche si deve temere che questo criterio sia ancora più problematico. Molte di queste conoscenze sono molto spesso relativamente chiare e distinte solo per qualcuno; spesso, la maggior parte delle persone non ha che qualche nozione corrente e generica e a volte molto limitata. La teoria atomica ne è un esempio; tolto qualche specialista, sembra che la gente non abbia affatto una conoscenza chiara e distinta della struttura interna dell'atomo e delle leggi del suo movimento. E si deve temere, anzi, che la maggior parte delle persone non ne abbia alcuna nozione chiara. Se ci si basa sul criterio di Descartes per determinare e valutare queste verità, non si può arrivare che a questo risultato: una stessa-questione sarà verità per quelli che avranno un'idea chiara e distinta, sarà un errore per quelli che non ne avranno; per chi non ha le idee chiare e distinte oggi, ma può averle domani, l'errore diventerà verità. Ciò significherebbe che la verità non sarebbe più oggettiva, ma seguirebbe il movimento dell'apparizione delle idee chiare e distinte nella soggettività delle persone. Verità evidentemente oggettive, come «4 x 5 = 20», la, teoria atomica ecc., potrebbero dunque essere proclamate errori non essendo distintamente comprese. Nello stesso tempo, ciascuno potrebbe affermare come verità le più perfette assurdità che gli apparissero in modo chiaro e distinto. Basta riflettere un poco per rendersene conto: la vita offre numerosi esempi di concezioni chiare e distinte che sono degli errori. Tali sono l'esistenza di dio, il carattere inviolabile del sistema della proprietà privata, la perennità del sistema capitalistico ecc. Ci sono alcuni fenomeni «lampanti», come il fatto che il sole sorge all'est, tramonta all'ovest e gira intorno alla terra: è ciò che ciascuno può vedere tutti i giorni, ma è un errore di interpretazione.. Se ci si basa sul criterio delle idee chiare e distinte, bisogna affermare che la teoria geocentrica è vera, il che significa far passare l'errore per verità. Lo sviluppo della scienza ha più di una volta rifiutato concezioni che apparivano perfettamente chiare e distinte.

    Nella società divisa in classi, per la contraddizione che deriva dalle posizioni e dagli interessi di classe, ogni classe ha il suo proprio modo di valutare la chiarezza e la distinzione. Ciò che è chiaro e distinto per la borghesia non lo è per il proletariato. È perfettamente chiaro e distinto per il proletariato che la classe dei capitalisti esiste solo per lo sfruttamento che esercita su di esso, ma i capitalisti non riconoscono questa verità e giudicano, al contrario, che è la borghesia a far vivere il proletariato. Ecco perché se si adotta il criterio delle idee chiare e distinte, ci si allontanerà dalla verità oggettiva e si creerà la confusione tra il vero e il falso. In effetti questo criterio è il meno chiaro e il meno distinto.

    Il marxismo riconosce senza dubbio che la chiarezza e la distinzione dei concetti sono cose necessarie e tanto più se i concetti devono avere un carattere di verità. Ma sarebbe un errore assumere la chiarezza e la distinzione come criterio di verità. Se i veri concetti devono essere chiari e distinti, la chiarezza e la distinzione dei concetti non sono necessariamente verità; insistere solo sulla chiarezza e la distinzione senza tener conto del contenuto dei concetti, senza differenziarli e senza considerare se riflettano correttamente la realtà oggettiva, significa imboccare una strada che porta alla confusione tra l'errore e la verità. Questa strada porta solo al soggettivismo e non è di nessun aiuto per lo sviluppo della verità e della scienza.

    Il marxismo ritiene che la premessa essenziale di ogni verità è l'oggettività. La chiarezza e la distinzione sono elementi indispensabili per la verità dei concetti; esse danno maggiore rilievo alla verità oggettiva, ma non sono istanze determinanti. Ciò che è determinante è considerare se riflettono fedelmente la realtà oggettiva. In realtà, se i concetti non sono verità oggettive, la loro distinzione e la loro chiarezza sono illusorie; e, in ultima analisi, non sono né chiariti né distinti. Al contrario, se i concetti sono verità oggettive, possono contemporaneamente mancare di chiarezza e di distinzione, ma la chiarezza e la distinzione alla fine appariranno. Così possiamo dire che adottare la chiarezza e la distinzione come criterio di verità significa allontanarsi dalla verità oggettiva.

    Abbiamo visto che il criterio di verità dei filosofi utilitaristi era l'«utilità» e l'«efficacia» e si accordava perfettamente con la concezione utilitaristica della verità. Abbiamo spiegato la sua natura soggettiva. I filosofi utilitaristi prendono infatti l'«Io» come perno e il criterio dell'utilità e dell'efficacia gira attorno all'«Io». In altri termini, tutto ciò che mi è «utile» o «efficace» è verità, tutto ciò che mi è «inutile» o «inefficace» è errore. E così, secondo questo criterio, i desideri e i bisogni soggettivi dell'individuo sono l'unica misura della verità. Ogni individuo ha bisogni e desideri diversi e perciò ciascuno ha il suo criterio particolare di verità. È molto difficile trovare al mondo due individui i cui bisogni e desideri si accordino in ogni punto, perciò non c'è un unico criterio di verità; la verità è diversa secondo ciascuno; i diversi individui, stando alle differenze di interesse e di utilità, traggono da una stessa realtà conclusioni contrarie. Uno proclama vero ciò che gli è utile e di interesse, un altro dichiara sbagliato ciò che gli è inutile e senza interesse; e secondo il criterio di verità degli utilitaristi, le due opposte conclusioni possono essere ugualmente corrette perché in ogni aspetto ubbidiscono conformemente al criterio di utilità e di interesse. Perciò si può vedere come il criterio utilitarista, nel respingere un criterio oggettivo e unificato della verità, rifiuti in pratica di distinguere nettamente la verità dall'errore. Il criterio dell'utilitarismo non conduce logicamente che a questa conclusione: assurdità secondo la quale la verità oggettiva non esiste.

    L'assurdità del criterio utilitaristico è evidente a prima vista: una qualsiasi fantasia può essere qualificata verità e una qualsiasi teoria scientifica può essere qualificata un'assurdità.

    Una verità oggettiva è che il socialismo deve necessariamente sostituirsi al capitalismo, ma con il criterio della filosofia utilitaristica, si può negare questa verità perché non è «utile»a tutti; la borghesia, per esempio, la considera inutile. Poiché non serve i «miei interessi», non è una verità! Al contrario, ogni imbroglio o ogni assurdo sofisma che mi è utile, può essere una verità. Il criterio utilitaristico non è dunque un criterio di verità; è proprio il criterio della confusione, inversione di vero e falso, di bianco e nero e negazione della verità.

    Il criterio utilitaristico della verità serve interamente gli interessi della borghesia reazionaria, è il nemico del proletariato. Sappiamo molto bene che gli interessi della borghesia e quelli del proletariato sono antagonistici. I loro interessi non possono accordarsi in nulla; ciò che è utile e vantaggioso alla borghesia è inutile e nocivo per il proletariato, e viceversa, naturalmente. La filosofia utilitaristica è una filosofia «utile» all'imperialismo americano, ma per il proletariato e per le masse lavoratrici non è che una droga. La filosofia marxista è la «buona novella» della rivoluzione proletaria e la borghesia la considera «l'apocalisse». Tutti i dogmi religiosi, come l'immortalità dell'anima e altre simili mistificazioni, sono in realtà delle stravaganze, ma la borghesia reazionaria le propaganda come può e si ostina a presentarle come verità. A prima vista sembrerebbe che il criterio utilitaristico della verità possa essere conveniente ad ambedue le classi, e cioè che sia la borghesia che il proletariato possano servirsene e propagandare ugualmente i propri interessi di classe come verità. Ma non è così. Questa imparzialità è una delle cose più superficiali e più ingannevoli; sostanzialmente essa sta da cima a fondo al servizio della borghesia reazionaria. Sappiamo che il criterio utilitaristico della verità è puramente soggettivo e che le pretese verità che permette di ottenere sono tutte soggettive; ciò significa che nega necessariamente la verità oggettiva. Il criterio è certamente utile alla borghesia reazionaria che può servirsene per far passare il nero per bianco, confondere il vero con il falso, allo scopo di negare la verità oggettiva e opporsi agli obiettivi marxisti. Ciò è evidentemente nocivo per il proletariato. Gli interessi del proletariato esigono una netta distinzione della verità e dell'errore, conducono gli uomini alla conoscenza della verità oggettiva, e il marxismo è una verità oggettiva. Il proletariato non può adottare il criterio dell'utilitarismo; adottarlo significherebbe negare la verità oggettiva, rifiutare il marxismo. Il solo scopo dell'utilitarismo è opporsi alla teoria marxista, negare il carattere di verità oggettiva della scienza marxista, rompere così la fiducia del proletariato nella vittoria della rivoluzione e difendere la causa di tutte le teorie assurde, di tutte le manovre reazionarie della borghesia, come la religione, la filosofia idealista, l'oppressione del popolo lavoratore, l'aggressione ad altre nazioni, lo scoppio di guerre di aggressione ecc. Per tali motivi l'utilitarismo è una filosofia tipicamente imperialistica, impregnata del fetore di putrefazione che la borghesia reazionaria emana.

    Qualcuno certamente domanderà: «Ma la verità non è utile?»I principi della matematica, della fisica, della chimica, del darwinismo, del marxismo e di tutte le scienze, non hanno alcuna utilità? Senza dubbio, la verità è utile. Essa gioca un ruolo molto importante nella pratica produttiva e nella pratica della lotta di classe; disconoscere questo punto non sarebbe corretto; ma il nostro problema non è per il momento quello dell'utilità della verità, ma di sapere qual è, in fin dei conti, il criterio della verità; se l'«utilità» può esserne la caratteristica principale. Il marxismo considera utile la verità, ma non considera l'«utile» come il criterio della verità. La verità è tale non perché è utile, ma perché riflette correttamente la realtà oggettiva; la sua utilità non è altro che questo riflesso corretto dell'oggettività. Dal punto di vista utilitaristico, l'utilità di una teoria non consiste nel fatto che deriva da una verità oggettiva, che riflette correttamente la realtà oggettiva, ma esattamente il contrario: il suo carattere di verità gli è conferito dalla sua utilità.

    Gli utilitaristi dicono: «L'utile è la verità»; i marxisti dicono: «La verità è utile». Questi due principi si rassomigliano in apparenza; in realtà, sono fondamentalmente opposti. Gli utilitaristi spesso fan prendere lucciole per lanterne; William James ha detto della verità: «Si può dire: "è vero ciò che è utile", e anche: "è utile ciò che è vero"; queste due frasi significano esattamente la stessa cosa ».2 William James facendo questa confusione, cerca furtivamente di deformare il problema. Questo gioco di prestigio è inaccettabile sul piano teorico come sul piano logico e ciò che afferma James è falso. Il marxismo ritiene che i pensieri veri sono quelli che riflettono correttamente la realtà oggettiva e che perciò sono essi stessi utili alla pratica. In questo senso possiamo dire che l'utilità è una proprietà inerente alla verità; ciò significa che questo carattere di utilità deve riconoscere come premessa la stessa verità oggettiva. Ciò che il pragmatismo intende per «utilità»non è certamente l'utilità presa in questo senso: è l'utilità soggettiva rapportata al singolo individuo, è una «utilità» il cui senso è la negazione della realtà oggettiva. L'utilitarismo interpreta l'«utilità» in senso assolutamente idealistico. Nell'utilitarismo l'«utilità» non è una proprietà della verità oggettiva, ma il fondamento stesso della verità. Ecco perché non si può in nessun modo confondere e assimilare la concezione utilitaristica con la concezione marxista della verità, e non è possibile sostituire la prima con la seconda.

    In Materialismo ed empiriocriticismo, Lenin ha criticato a fondo il punto di vista che considera l'«utilità» come criterio di verità:

    La conoscenza può essere biologicamente utile alla pratica umana, alla conservazione della vita, alla conservazione della specie, solo quando riflette una verità obiettiva, indipendente dall'uomo. Per il materialista, il «successo» della pratica umana dimostra la corrispondenza delle nostre idee con la natura obiettiva delle cose che noi percepiamo. Per il solipsista, il «successo» è tutto ciò che occorre all'io nella pratica, la quale può essere considerata indipendentemente dalla teoria della conoscenza.3

    Questa critica di Lenin ha smascherato in modo decisivo l'errore del criterio di verità utilitaristico.

    In Materialismo ed empiriocriticismo Lenin ha criticato anche il criterio di verità che fa capo al «principio di economia del pensiero» del machismo.

    Il cosiddetto principio di economia del pensiero» chiamato anche principio del «minimo sforzo», significava che ciò che era «semplice» era la verità. Questo criterio non resiste affatto alla critica. Lenin ha indicato chiaramente la natura soggettivistica di questo «principio di economia del pensiero», colpendone il punto sensibile. Smascherando il sofisma delle teorie di Mach, ha dimostrato che la questione non consisteva affatto nello «sperpero» o nell'«economia del pensiero», ma nella possibilità di riflettere correttamente la realtà oggettiva. Solo quando il pensiero degli uomini riflette correttamente la realtà oggettiva, può essere «economizzato», e il criterio della correttezza di questo riflesso non è altro che la prassi sociale. Lenin scrive:

    È più «economico» «pensare» che l'atomo è indivisibile oppure che è composto di elettroni positivi e negativi [...]. Basta porre la questione per vedere fino a qual punto è assurdo e soggettivo applicare qui la categoria dell'economia del pensiero.4

    Sappiamo bene che quando la scienza deve risolvere un problema, può utilizzare alcuni metodi diversi, tra i quali molto spesso si sceglie il più semplice. In aritmetica, per esempio, per sapere quanto fa «4X4», si può utilizzare il metodo dell'addizione «4+4+4+4 = 16», o quello della moltiplicazione «4 X 4 = 16». I due metodi danno lo stesso risultato, ma la moltiplicazione è più semplice.

    È chiarissimo che sul piano metodologico questa semplicità è una delle manifestazioni della verità, ma non concerne la natura stessa della verità. Il machismo isola questa manifestazione, la esagera facendone un assoluto, l'unica misura della verità. Questo significa seguire la stessa strada dell'idealismo. Il machismo ha confuso due problemi: l'uno è quello di sapere se una teoria riflette la realtà oggettiva, se è dunque una verità oggettiva; l'altro consiste nel sapere se il metodo da adottare concretamente per raggiungere la verità oggettiva è o no caratterizzato dalla semplicità. Sono due problemi differenti. È evidente che il problema metodologico non può sostituirsi a quello della verità; in realtà, se una teoria non riflette fedelmente la realtà oggettiva, non è una verità oggettiva. Ogni metodo semplice non porta certo a cogliere la verità. Ecco perché il machismo, che prende come criterio di verità il «principio di economia del pensiero», non fa che negare la verità oggettiva e si inerpica per i sentieri del soggettivismo e dell'idealismo, secondo il criterio per il quale la «semplicità» e l'«economia» sono la verità stessa; la questione di sapere se la realtà oggettiva è riflessa correttamente, diventa una cosa senza importanza. La teoria dell'indivisibilità dell'atomo è più semplice della teoria della sua divisione in elettroni positivi e negativi; così l'indivisibilità dell'atomo sarebbe una verità e la sua divisione sarebbe un'assurdità; ma una simile conclusione volterebbe le spalle alla scienza. Inoltre, secondo questo criterio, a poco a poco diventerebbe difficile distinguere l'errore e la verità e i dogmi e le altre mistificazioni della religione potrebbero passare per verità. Infatti, il mito della creazione del mondo da parte di dio è più «semplice», «meno dispendioso» e più «economico», per il pensiero, della concezione scientifica secondo la quale l'universo si forma nel corso di un lungo processo di sviluppo. È quindi evidente che il «principio dell'economia del pensiero» è anche un'assurdità.

    Nella storia della filosofia ci sono stati altri sedicenti criteri di verità. Per esempio, nella storia della filosofia cinese, il filosofo Yang Xiong (53 a.C. - 18 d.C.) scrisse nella sua opera I discorsi modello [Fa Yan]:

    Ognuno considera vero ciò che lui stesso ritiene tale e considera falso ciò che da lui è creduto tale. Su chi basarsi per fissare una norma corretta?

    Yang Xiong pone qui il problema del criterio della verità. La sua risposta è questa:

    Quando la natura è in disordine, è necessario rimettersi al cielo. Quando ciò che dice la gente è confuso, bisogna rimettersi alle parole dei saggi.

    Ciò significa prendere la parola dei saggi come criterio, del vero e del falso. È evidente che qui si tratta di un criterio di ordine soggettivo.

    Li Zhi (1527-1602) ha avanzato un punto di vista molto audace: rifiutò il criterio proposto da Yang Xiong e osò dire che «non si poteva prendere per vero e falso ciò che era stato il vero e il falso per Confucio»; ma non seppe proporre un'interpretazione personale del criterio della verità e adottò il criterio di Wang Yangming. Quest'ultimo disse a questo proposito: «Considerare come vero e falso quello che è vero e falso nel mio spirito»; il che è un criterio soggettivistico.

    In conclusione, questi filosofi assunsero tutti un criterio soggettivo di verità e rifiutarono un criterio di ordine oggettivo. I loro criteri non permettono di tracciare realmente una corretta linea di divisione tra la verità e l'errore e sono quindi errati. Sembrano presentare fra di loro qualche differenza, ma queste differenze stanno tutte nella sfera della soggettività e tutti rifiutano nello stesso modo il criterio dell'oggettività. Essi hanno sempre separato la verità dalla prassi, negando che la prassi sociale sia il criterio di verità.

    Perché questo? Certamente le condizioni storiche e il limitato sviluppo della produzione nel loro tempo limitavano l'orizzonte di questi filosofi. Ma la ragione più profonda di questo soggettivismo è il fatto che tutti questi filosofi rappresentavano gli interessi delle classi sfruttatrici. Tenendosi lontani dal popolo e ignorando tutto della pratica produttiva, non comprendevano il ruolo della prassi nella conoscenza umana. Ai loro occhi la pratica produttiva era una cosa vile e bassa e solo la riflessione e il pensiero teorico sembravano loro un'attività eletta. Anche un grande filosofo materialista come Feuerbach, come dissero Marx ed Engels, «considerava degne di un uomo integro solo le attività teoriche».5

    Per la prima volta nella storia, Marx ed Engels hanno risolto scientificamente il problema del criterio della verità sulla base della teoria della verità oggettiva. Essi hanno determinato che la prassi sociale è il criterio della verità.

     

     


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