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Indice

  • Note iniziali
  • Introduzione
  • Capitolo 1. La veritÓ oggettiva

    Capitolo 2. La prassi Ŕ il criterio della veritÓ

    Capitolo 3. VeritÓ relativa e veritÓ assoluta

    Capitolo 4. La veritÓ concreta

    Capitolo 5. La lotta tra la veritÓ e l'errore

     

     
    Conoscenza e veritÓ secondo la Teoria del Riflesso

     

    di Chang En-tse

     

    Capitolo II

     

    LA PRASSI È IL CRITERIO DELLA VERITÀ

     

    La concezione materialistica della verità afferma che la verità consiste in pensieri che riflettono correttamente la realtà oggettiva. Ma come possiamo sapere se il nostro pensiero la riflette correttamente? Per giudicarlo bene è necessario determinare un criterio della verità. Ciò che noi chiamiamo «criterio di verità» è la misura della verità e dell'errore del nostro pensiero; esso deve darci un solido appoggio per poter affermare tale distinzione. Ma qual è dunque il criterio sul quale ci si può basare per distinguere la verità dall'errore?

    Nei tempi antichi come ai nostri giorni, in Cina come all'estero, molti sono stati i filosofi che non sono riusciti a mettere in chiaro questa questione. Essi hanno avanzato ogni sorta di criteri, ma nessuno è accettabile. Solo Marx, per la prima volta, ha risolto correttamente questa questione.


    1. L'accordo tra il criterio della verità e la concezione della verità.

    Il criterio della verità è uno dei punti centrali del dibattito sulla teoria della verità. Le teorie sulla verità dei filosofi differiscono, e anche i loro criteri di verità differiscono; ma il criterio di verità che essi adottano va sempre di pari passo con la loro concezione della verità. La concezione idealistica della verità è soggettivistica e anche il suo criterio di verità è soggettivo. Il criterio oggettivo di verità della concezione materialistica e la concezione materialistica della verità (la prassi sociale) sono unite da un legame sostanziale. La concezione idealistica della verità non potrà mai adottare questo criterio della prassi, perché ogni teoria idealistica, ivi compresa la sua concezione della verità, non è che una finzione soggettiva che non può passare attraverso nessuna verifica pratica. Se riconoscesse la prassi come criterio di verità, verrebbe a negare sé stessa. Al contrario, la concezione materialistica della verità oggettiva non teme di essere verificata nella prassi; anzi, soltanto riconoscendo il criterio della prassi può svilupparsi fino alle sue ultime conseguenze. Se ci si allontana da questo criterio, si rischia di entrare in contraddizione con la teoria dell'oggettività della verità e anche di staccarsene completamente.

    Ma perché la concezione materialistica della verità ha questo sostanziale legame con il criterio della prassi?

    Per sua stessa definizione, la concezione materialistica della verità oggettiva, come corretto riflesso della realtà oggettiva nel pensiero, implica il rifiuto di un criterio soggettivo perché un tale criterio in nessun modo potrebbe costituire il metro per giudicare la giustezza di questo riflesso soggettivo dell'oggettività. Al contrario, questa definizione implica il riconoscimento di un criterio oggettivo: il criterio della prassi. In realtà, poiché la verità è l'accordo del pensiero con la realtà, il criterio di verità deve essere qualcosa che ci permetta di valutare questo rapporto, e questo non può essere che la pratica (prassi) sociale. Ecco perché si può dire che la concezione materialistica della verità racchiude sostanzialmente il riconoscimento del criterio della prassi; cioè, che essa è sostanzialmente unita al criterio della prassi.

    Bisogna ben rilevare che se affermiamo che la concezione materialistica della verità ha questo sostanziale legame con il criterio della prassi, ciò non vuol dire che tutti i materialisti abbiano adottato coscientemente la prassi sociale come criterio di verità; ciò vuol dire solo che il materialismo deve fare della prassi sociale il criterio della verità. Tuttavia ciò che deve essere è una faccenda, e la prassi sociale è un'altra faccenda. In realtà i materialisti premarxisti non hanno adottato coscientemente il criterio della prassi, ma per lo più un criterio soggettivo. Feuerbach è un celebre esempio di questo materialismo che adottava un criterio soggettivo di verità. Egli considerava che il criterio della verità era «l'accordo di molti» e il «consenso comune». La concezione materialistica della verità deve assumere la prassi come criterio di verità; se non fa suo questo criterio, non è conseguente. È evidente che questo criterio dell'«accordo di molti» era in contraddizione esplicita con la concezione della verità oggettiva che egli stesso affermava. Feuerbach, assumendo il materialismo come punto di partenza, non ha mai dubitato un solo istante dell'esistenza della verità oggettiva e affermava che la verità era il corretto riflesso della realtà oggettiva attraverso il pensiero. Il suo criterio soggettivo (non di uno ma di molti) di verità consisteva in ciò che chiamava «accordo di molti». Questo era ancora un criterio soggettivo di verità che non poteva costituire il metro dell'accordo del pensiero con l'oggettività. Fondarsi su questo criterio può, al contrario, portare a negare la verità oggettiva. In realtà, pensare di risolvere il problema della verità rimanendo nella sfera della soggettività equivale a negare l'oggettività della verità. Ecco perché assumere un criterio di ordine soggettivo è sostanzialmente incompatibile con la concezione materialistica della verità; solo il criterio della prassi si accorda pienamente con essa. Se i materialisti premarxisti non potevano adottare questo criterio e assumevano un criterio soggettivo, ciò vuol dire che la loro teoria della verità oggettiva non era conseguente. Il marxismo ha stabilito la prassi sociale come criterio della verità e perciò ha superato l'incoerenza della vecchia concezione materialistica della verità; l'ha sviluppata in una teoria perfettamente scientifica.

     

     


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