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Indice

Note iniziali

Cap. 1 - La filosofia e il suo ruolo nella società

Cap. 2 - La lotta premarxista tra materialismo e idealismo

Cap. 3 - Il rivolgimento compiuto dal marxismo in filosofia

Cap. 4 - IL MATERIALISMO DIALETTICO. La materia e la coscienza

Cap. 5 - La conoscenza

Cap. 6 - Le categorie della dialettica materialistica

  • Il concetto di categoria
  • L'interconnessione delle categorie
  • L'interconnessione dei fenomeni della realtà
  • Il singolare, il particolare, il generale
  • La causa e l'effetto
  • La necessità e la casualità
  • La legge
  • Il contenuto e la forma
  • L'essenza e il fenomeno
  • La possibilità e la realtà

Cap. 7 - Le leggi fondamentali della dialettica

Cap. 8 - IL MATERIALISMO STORICO. L'oggetto del materialismo storico

Cap. 9 - La società e la natura

Cap. 10 - La produzione materiale, fondamento dell'esistenza dello sviluppo della società

Cap. 11 - La struttura e la sovrastruttura

Cap. 12 - Le classi e i rapporti di classe

Cap. 13 - L'organizzazione politica della società

Cap. 14 - La rivoluzione sociale

Cap. 15 - La coscienza sociale e le sue forme

Cap. 16 - La funzione delle masse popolari e della personalità nella storia. Personalità e società

Cap. 17 - Il progresso sociale

 

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LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

di A. Sceptulin

Capitolo VI

LE CATEGORIE DELLA DIALETTICA MATERIALISTICA

1.  IL CONCETTO DI CATEGORIA

Nel processo della conoscenza della realtà oggettiva si formano nella mente degli uomini determinati concetti, tramite i quali essi esprimono e fissano le proprietà e i nessi degli oggetti e dei fenomeni del mondo esterno, concetti che sono le immagini ideali di questi oggetti e fenomeni. I concetti che riflettono i lati e nessi più essenziali di questo o quell'ordine di fenomeni si chiamano categorie. Ogni scienza ha le proprie categorie. Sono ritenute categorie dell'economia politica i concetti di merce, denaro, valore, plusvalore, forza-lavoro, profitto, ecc.; le categorie della biologia sono concetti come l'organismo, l'ambiente, l'assimilazione, la dissimilazione, l'ereditarietà, il genere, la specie, ecc.; le categorie della giurisprudenza sono il diritto, la norma giuridica, la legge, il rapporto giuridico, la trasgressione della legge, ecc. Ha le proprie categorie anche la filosofia. A differenza delle categorie delle scienze particolari, le categorie filosofiche esprimono non semplicemente le proprietà e i nessi più essenziali, ma le proprietà e i nessi universali, cioè tali proprietà e nessi che sono comuni a tutti i fenomeni della realtà e della conoscenza. Le categorie filosofiche sono concetti universali, applicabili a qualsiasi campo della realtà. Del loro novero fanno parte, ad esempio, concetti come il singolare e il generale, la quantità e la qualità, la causa e l'effetto, il contenuto e la forma, la necessità e la casualità, la contraddizione, ecc.

Nel corso del processo storico della conoscenza le categorie non sono apparse tutte insieme e contemporaneamente. Ciascuna di esse è legata ad uno stadio rigorosamente determinato di sviluppo del sapere. Fissando i lati e i nessi universali, scoperti in un dato stadio di sviluppo, le categorie esprimono le peculiarità di questo stadio e sono una specie di punti d'appoggio di un processo che vede l'uomo elevarsi al di sopra della natura. In altre parole, le categorie, riflettendo i lati e nessi universali del mondo esterno, sono al tempo stesso i gradini di sviluppo del sapere, sono i momenti che fissano il passaggio della conoscenza da uno stadio di sviluppo all'altro. «Dinanzi all'uomo ‑ scrisse Lenin ‑ si pone una rete di fenomeni della natura. L'uomo istintivo, il selvaggio, non emerge dalla natura. L'uomo consapevole emerge da essa, le categorie sono i gradi di questo emergere, cioè della conoscenza del mondo...»1.

Ma, oltre a ciò, le categorie della dialettica sono anche le forme del pensiero. Attraverso di esse si prende coscienza di questo o quel materiale concreto, ottenuto nel processo di ricerca scientifica e di modificazione pratica della realtà. Nel corso dell'elaborazione mentale dei dati scientifici, si mettono in luce le caratteristiche più essenziali dell'oggetto. Ad esempio, considerando questi dati alla luce delle categorie di generale e di particolare, noi evidenziamo l'identità e la differenza tra l'oggetto d'indagine e le altre cose; considerandoli alla luce delle categorie di causalità e di necessità, mettiamo in luce il rapporto causale di questo oggetto e i suoi lati e nessi necessari e casuali; analizzandoli dal punto di vista delle categorie di qualità e di quantità, chiariamo le caratteristiche qualitative e quantitative e in determinate condizioni l'interconessione fra di esse, ecc.

In quanto le categorie riflettono e fissano i lati e nessi universali della realtà, le forme universali dell'essere, esse rientrano nel contenuto della dialettica; in quanto sono al tempo stesso i punti di riferimento, i gradi di conoscenza, esse rientrano nella teoria della conoscenza; poi, in quanto sono le forme del pensiero, esse sono oggetto d'indagine della logica dialettica.

2.  L'INTERCONNESSIONE DELLE CATEGORIE

Secondo la dottrina del materialismo dialettico, gli enti materiali (cose, oggetti) sono in interconnessione e interdipendenza universale tra di loro. Interagendo continuamente fra di loro, essi si compenetrano reciprocamente e in determinate condizioni passano gli uni negli altri. Perciò anche i concetti tramite i quali l'uomo viene a conoscere il mondo circostante devono inevitabilmente trovarsi in interconnessione naturale tra di loro. Deve essere propria ad essi una duttilità fino al punto di rendere possibile il passaggio degli uni negli altri. Senza di ciò essi non sono in grado di riflettere l'effettivo stato delle cose. Perciò dobbiamo considerare le categorie non isolatamente, non l'una accanto all'altra, ma nella loro interconnessione e interdipendenza naturale, come gli anelli necessari di un unico sistema, logicamente armonioso, in cui spetti ad ogni categoria un posto rigorosamente determinato.

Il problema delle categorie fu fatto segno ad indagine approfondita nella filosofia di Hegel. A differenza dei precedenti filosofi, Hegel pose le categorie su un fondamento storico, presentandole nel loro movimento e sviluppo, nella loro interconnessione e interdipendenza dialettica. È vero, Hegel fece tutto ciò sul terreno dell'idealismo: l'evoluzione del pensiero puro, dell'idea che esisteva non si sa dove al di fuori dell'uomo e dal mondo materiale e indipendentemente da essi. L'erroneità del principio di partenza nell'elaborare un sistema di categorie non poteva non riflettersi sulla soluzione del dato problema. L'approccio idealistico di Hegel alle categorie fu all'origine di numerosissime costruzioni artificiali hegeliane che deformavano l'effettivo stato delle cose. Ma ciò nonostante, Hegel riuscì a riflettere nel suo sistema di categorie tutta una serie di importanti leggi e nessi universali, l'essenza della dialettica reale.

Il problema dell'interconnessione delle categorie fu risolto in modo coerentemente materialistico e scientifico solo dalla filosofia marxista. In applicazione all'economia politica, esso fu elaborato da Marx ne Il Capitale, in applicazione alla filosofia, da Lenin nei Quaderni filosofici.

Lenin considera le categorie forme universali di riflesso della realtà e gradini di sviluppo della conoscenza e della prassi sociale. Egli fa derivare la loro interconnessione dalle leggi dell'essere e della conoscenza. Secondo Lenin il rapporto fra di esse, riflettendo il rapporto tra i lati e nessi universali della realtà, esprime il necessario movimento della conoscenza dai gradi inferiori a quelli superiori.

L'apparizione di ogni nuova categoria è necessariamente condizionata dal corso stesso dello sviluppo del sapere. Essa appare perché la conoscenza, penetrando sempre più profondamente nel mondo dei fenomeni, scopre nuovi lati e nessi universali che non possono essere rispecchiati dalle categorie già esistenti e che richiedono, per essere espressi e fissati, nuove categorie. Una volta apparsa, ogni nuova categoria entra nei rapporti necessari con le categorie già esistenti e in tal modo viene ad occupare nella sfera del sapere un proprio posto particolare, condizionato dal processo in atto della conoscenza. Disponendo le categorie in quell'ordine di successione in cui sono apparse nel processo di sviluppo della conoscenza e della prassi sociale, si può stabilire il necessario rapporto fra di esse, la loro interconnessione.

Esaminiamo dunque qui in linee generali l'ordine di successione in cui l'uomo prende coscienza dei lati e nessi universali della realtà circostante, e, quindi, il movimento della conoscenza da una categoria all'altra.

A differenza dell'animale, l'uomo, una volta acquistata la coscienza, incomincia a separare se stesso dall'ambiente circostante, a rendersi conscio del suo essere particolare, distinto dall'essere del mondo esterno. Rendendosi conscio del proprio essere e dell'essere del mondo esterno, l'uomo si rende conscio anche sia della propria individualità che dell'individualità delle cose del mondo esterno. Per esprimere questa individualità dell'essere si è formato nella mente degli uomini il concetto di singolo, di oggetto e fenomeno singolo.

Parallelamente alla presa di coscienza della propria individualità, di una certa indipendenza, l'uomo prende coscienza anche del suo legame con il mondo esterno, del legame esistente tra gli oggetti del mondo esterno. Esso, come essere vivente, deve mangiare, bere, disporre di un'abitazione, difendersi dai nemici, ecc. Il soddisfacimento di questi bisogni, come pure di tutti gli altri bisogni dell'uomo ne presuppone un legame organico con il mondo esterno, l'utilizzazione di determinati oggetti della natura.

Ma l'interconnessione degli oggetti ne presuppone l'interazione, e parallelamente a ciò un determinato mutamento, cioè il movimento. In quanto il momento di interconnessione è organicamente fuso con il momento di movimento, l'uomo, prendendo coscienza dell'interconnessione degli oggetti, deve inevitabilmente prendere coscienza anche del fatto che questi oggetti mutano, cioè sono in movimento.

Parallelamente al passaggio della conoscenza dal singolo all'interconnessione, all'interazione, al movimento dei singoli corpi, si prendeva coscienza anche degli altri lati e nessi universali della realtà, in particolare del singolare e del generale.

Ogni singolo oggetto, nel quale si imbatteva per la prima volta l'uomo nella sua attività pratica, inizialmente veniva da lui percepito come unico del genere, cioè come singolare. Se questo o quell'oggetto scoperto si rivelava capace di soddisfare direttamente o indirettamente questo o quel bisogno degli uomini, se ne rimaneva un ricordo. E man mano che si scoprivano altri oggetti che soddisfacevano lo stesso bisogno, si compiva il passaggio (sia nella pratica che nella coscienza) da un solo oggetto a più oggetti, al «più». Con la messa a confronto di questi oggetti se ne stabiliva, sia nella pratica che nella coscienza, l'identità (somiglianza), e sulla base dì questa identità si formavano delle rappresentazioni generali e in seguito dei concetti generali.

In questa fase di sviluppo si prende coscienza della qualità e della quantità. Quando l'uomo percepiva un singolo oggetto come oggetto singolare, unico del genere, e voleva chiarire che cosa esso fosse in realtà, lui lo rifletteva dal punto di vista della qualità. In quanto l'oggetto è percepito qui come tale e a sé stante, al di fuori del rapporto con gli altri oggetti, la sua caratteristica quantitativa è indistinta e in sostanza si fonde con quella qualitativa. Ma man mano che la conoscenza passa da un solo oggetto a più oggetti e si stabilisce mediante comparazione la somiglianza (identità) e la differenza tra di loro, incomincia ad emergere la caratteristica quantitativa. Ogni proprietà dell'oggetto è come se si sdoppiasse, parallelamente a quello che essa è essa rivela la sua grandezza, il grado del suo manifestarsi e del suo diffondersi, insomma la sua quantità.

In un primo tempo le caratteristiche qualitative e quantitative che vengono accertate non rivelano l'interdipendenza fra di loro. Sembra che esse si comportino neutralmente le une nei confronti delle altre, ma approfondendo ulteriormente la conoscenza dei fenomeni gli uomini si convincevano che le singole caratteristiche qualitative sono legate tra di loro così come sono legate fra di loro anche le singole caratteristiche quantitative. Al tempo stesso essi scoprivano anche la connessione organica fra la qualità e la quantità. Essi constatavano che ad una determinata quantità corrisponde solo una qualità rigorosamente determinata e, al contrario, ad una determinata qualità corrisponde una quantità rigorosamente determinata.

Una volta venuti a conoscere l'interconnessione delle categorie di qualità e di quantità, gli uomini incominciano a comprendere che i mutamenti di un fenomeno comportano determinati mutamenti in un altro fenomeno. Ma ciò che genera altro, ne condiziona il sorgere, è causa, mentre ciò che sorge, che è condizionato, è effetto. La conoscenza da parte degli uomini dei lati qualitativi e quantitativi delle cose li porta così a prendere coscienza di un momento come la causalità, e, parallelamente a ciò, alla necessità di definire le categorie di causa e di effetto.

Studiando i nessi di causa e effetto, gli uomini constatano che la causa e l'effetto sono legate tra di loro in un modo che se appare la causa, sopraggiunge inevitabilmente anche l'effetto, e se manca la causa, manca anche l'effetto. In altre parole, gli uomini scoprono che la connessione tra la causa e l'effetto ha il carattere di necessità. La necessità inizialmente viene percepita come una proprietà del nesso di causa e effetto. Però nel corso dell'ulteriore sviluppo del sapere si precisa e sì allarga il contenuto del concetto di necessario. Ora sono considerati necessari non solo i nessi di causa ma anche tutti i nessi che si manifestano immancabilmente in determinate condizioni, e non solo i nessi, ma anche i lati, le proprietà necessariamente inerenti agli enti materiali, oggetto d'indagine.

I necessari nessi, messi in luce nel corso dello sviluppo del sapere, spesso acquistano nella scienza la forma di leggi, cioè si prende coscienza di essi tramite la categoria di legge, la quale significa e riflette i necessari nessi e rapporti generali e stabili.

Parallelamente al movimento della conoscenza dalla causalità alla necessità e alla legge avviene anche il passaggio alle categorie di «contenuto» e di «forma». Ciò è condizionato dal fatto che il processo della conoscenza non si limita a scoprire questo o quel nesso di causa e effetto, ma passa, sotto l'influsso della pratica che richiede una conoscenza sempre più completa degli oggetti del mondo esterno, da un nesso di causa e effetto all'altro, dalla spiegazione di una proprietà del dato ente materiale alla spiegazione di un'altra. Perciò si avverte il bisogno di una nuova categoria, e proprio della categoria di contenuto, la quale disegna l'insieme di tutte le interazioni e dei mutamenti da esse provocati in un dato ente materiale. Ma venendo a conoscere le interazioni e i mutamenti che queste provocano nell'ente materiale, scopriamo e riproduciamo nella coscienza, passo per passo, prima i princìpi esterni e poi quelli interni, in base ai quali gli elementi del contenuto formano un tutt'uno, una struttura relativamente stabile, nell'ambito della quale si realizzano tutte le interazioni e tutti i mutamenti propri ad un dato ente materiale, cioè la forma.

La separazione nel processo della conoscenza del necessario dal casuale e la presa di coscienza delle leggi che si manifestano nel tutto indagato, non significano ancora sufficiente conoscenza di esso, poiché ciò riguarda solo i suoi singoli lati e nessi. E per quanto grande possa essere il numero dei già accertati e già spiegati lati e nessi dell'oggetto d'indagine, essi (questi lati e nessi) nel loro insieme non garantiscono una conoscenza veramente completa di questo oggetto, in quanto non sono altro che una somma meccanica dei singoli lati, mentre l'ente materiale non è un semplice aggregato di queste o quelle proprietà, non è una somma di esse, ma è un tutt'uno organico, rappresenta l'unità dialettica di esse. Perciò si rende necessario unire i nessi in un tutt'uno, derivarli da un unico principio.

Riprodurre tutti i lati necessari, tutte le leggi dell'ente materiale, oggetto d'indagine, nella loro naturale interconnessione e interdipendenza significa conoscerne l'essenza.

Il movimento verso l'essenza incomincia mettendo in luce il fondamento, cioè i lati e i rapporti fondamentali (determinanti). I lati e i rapporti fondamentali determinano la formazione, il funzionamento, le direttrici di mutamento e di sviluppo di tutti gli altri lati del rispettivo ente materiale. Perciò, partendo da questi lati e rapporti, potremo riprodurre, passo per passo, nella nostra coscienza l'interconnessione esistente anche tra gli altri lati, saremo in grado di definire il posto, il ruolo e il significato di ciascuno di essi.

È vero, per arrivare a ciò, i lati (rapporti) fondamentali, e insieme ad essi anche il fenomeno stesso, devono essere considerati nella loro genesi, nel loro sviluppo. E ciò presuppone la necessità di individuare la fonte di sviluppo, la forza motrice che determina il passaggio del dato ente materiale da uno stadio di sviluppo all'altro. Fonte di sviluppo sono la contraddizione, l'unità e la «lotta» dei lati, delle tendenze opposte.

Scoprendo le contraddizioni proprie al fondamento e studiando il loro sviluppo, i mutamenti, da esse provocati, degli altri lati dell'oggetto d'indagine, verremo immancabilmente a constatare che lo sviluppo avviene attraverso la negazione di alcuni stati qualitativi da parte di altri stati qualitativi, attraverso la ritenzione di tutto quanto vi è di positivo negli stati che vengono negati e la ripetizione del passato su un fondamento nuovo, più idoneo.

In tal modo l'essenza di questi o quei fenomeni può essere conosciuta definendone il fondamento, scoprendo in esso i lati opposti, mettendo in luce la lotta tra di essi e lo sviluppo, condizionato da questa lotta, dell'ordine indagato di fenomeni attraverso la negazione di alcuni stati qualitativi da parte di altri stati qualitativi.

Un esempio lampante del come il sapere progredisce passando da una categoria all'altra è lo sviluppo delle conoscenze scientifiche. In quanto le categorie sono i necessari gradini di sviluppo della conoscenza sociale, il movimento da una categoria all'altra deve inevitabilmente manifestarsi in qualsiasi ramo dello scibile.

3.  L'INTERCONNESSIONE DEI FENOMENI DELLA REALTÀ

1.  Il concetto di nesso e di rapporto

Il nesso rappresenta un rapporto fra i fenomeni o i lati di uno stesso fenomeno. Ma non ogni rapporto è nesso. Si chiama nesso solo un tale rapporto che presuppone la dipendenza dei mutamenti di un fenomeno o di un lato dai mutamenti degli altri. Ad esempio, la coscienza sociale degli uomini dipende dalle loro condizioni materiali di vita. I mutamenti nelle condizioni materiali di vita degli uomini provocano inevitabilmente i rispettivi mutamenti nella loro coscienza. Sono in determinata connessione gli organismi viventi e l'ambiente da essi abitato. I mutamenti nell'ambiente si ripercuotono in un modo o nell'altro sugli organismi viventi. A loro volta i mutamenti nel mondo animale e vegetale determinano i rispettivi mutamenti dell'ambiente.

Oltre al momento di connessione, il rapporto può racchiudere in sé anche il momento di disconnessione (disassociazione) tra fenomeni o lati di uno stesso fenomeno, quando i mutamenti di uno di essi non comportano un mutamento degli altri. Così, si presentano disassociati la copertina del libro e il suo contenuto. Un mutamento nella copertina del libro non intacca il suo contenuto e viceversa, un mutamento nel contenuto del libro non comporta la necessità di mutare la copertina.

Rappresentando tipi diversi di rapporto, momenti come la connessione e la disconnessione non esistono separatamente l'uno dall'altro, ma l'uno accanto all'altro, nell'unità. Là dove vi è un momento di connessione, vi è anche un momento di disconnessione e, al contrario, là dove vi è un momento di disconnessione è presente questo o quel momento di connessione. Ogni ente materiale (fenomeno, proprietà), possedendo un determinato grado di indipendenza e una particolare autonomia qualitativa, esiste separatamente dagli altri enti materiali (fenomeni, proprietà), ma è al tempo stesso legato ad essi. Esso dipende da loro per alcuni versi e non dipende per altri versi. In esso avvengono dei mutamenti che provocano questi o quei mutamenti negli altri enti materiali (fenomeni, lati) e dei mutamenti che non si ripercuotono su questi ultimi.

Ad esempio, la produzione sociale è collegata con l'ambiente geografico; il suo stato, le sue direttrici di sviluppo dipendono dalla presenza o dall'assenza di terre fertili, di minerali utili, di risorse idriche, dal clima, ecc.; questi o quei mutamenti dei sopraelencati fattori condizionano i rispettivi mutamenti nella produzione. Ma al tempo stesso la produzione è autonoma rispetto all'ambiente geografico: essa muta non in base alle leggi di quest'ultimo ma in base alle proprie leggi. Il suo carattere, la sua forma dipendono dal livello di sviluppo delle forze produttive e non dai mutamenti dell'ambiente.

Un altro esempio. L'organismo animale o quello vegetale è legato all'ambiente e al tempo stesso presenta dei momenti di indipendenza da esso. Alcuni mutamenti dell'ambiente, in particolare i mutamenti di quei lati dell'ambiente che sono legati all'attività vitale dell'organismo, provocano in esso i rispettivi mutamenti, mentre gli altri mutamenti non hanno alcun seguito.

Quindi, i momenti di connessione e i momenti di disconnessione esistono nell'unità. È vero, essi non sempre si manifestano in grado uguale. In alcuni casi (rapporti) si pone in primo piano il momento di connessione, in altri il momento di disconnessione. Ciò è per l'appunto alla base dell'uso di distinguere nella sfera della pratica e nella sfera del sapere i fenomeni legati o meno tra di loro. In realtà, però, tutti i fenomeni sono ad un tempo legati l'uno all'altro e separati l'uno dall'altro.

2.  La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche dell'interconnessione

Determinate idee intorno all'esistenza separata, isolata dei fenomeni e intorno alla loro interconnessione sorsero insieme alle teorie filosofiche. Così, presso i primi filosofi greci l'interconnessione è il principio di partenza per spiegare i fenomeni. Nel porre come elemento fondamentale della natura una sostanza o un fenomeno (acqua, aria, fuoco), i filosofi greci affermavano che tutti i fenomeni dovevano la loro origine ai mutamenti di questa sostanza (fenomeno), e che essi, rappresentando gli stati diversi della medesima natura, sono organicamente legati tra di loro, trapassano gli uni negli altri e nel principio delle cose.

L'idea dell'interconnessione universale dei fenomeni della realtà fu espressa in modo particolarmente netto da Eraclito, per il quale il principio primigenio era il fuoco, fondamento di ogni connessione e di ogni momento di disconnessione. «Tutto ‑ egli scriveva ‑ sarà giudicato e divorato dal fuoco che viene» 2.

Nelle dottrine dei primi filosofi greci l'interconnessione veniva concepita come trapasso dei fenomeni gli uni negli altri. Ma in seguito questo punto di vista cede il posto ad un altro, secondo cui l'interconnessione non rappresenta che l'unione e la disunione meccanica degli stessi elementi sempre immutabili. Questa posizione fu sostenuta in particolare da Empedocle e Anassagora. La limitatezza di questo punto di vista fu superata da Aristotele. Per lui l'interconnessione è l'interdipendenza delle cose. «Ogni relativo ‑ egli scrive ‑ ha un suo correlativo...»3. Aristotele per primo proclamò categoria il concetto di «rapporto», conferendogli così il carattere di universalità.

La categoria di «rapporto» fu ulteriormente elaborata da Kant. Egli mostrò che il rapporto racchiude in sé sia il momento di connessione che il momento di disconnessione. Considerando il problema alla luce del rapporto fra i concetti nel giudizio, egli rilevò che essi qui sono ad un tempo connessi e separati tra di loro e che qualsiasi giudizio ad un tempo fissa la presenza e l'assenza di un nesso. Ad esempio, nel giudizio: «il lupo è animale», osserva Kant, è espresso sia l'idea che il lupo è legato agli animali, sia l'idea che esso è diviso da tutti gli altri animali, all'infuori dei suoi simili, cioè dei lupi. Ma sostenendo il giusto punto di vista, Kant compie al tempo stesso un passo indietro. Egli nega l'interconnessione dei fenomeni nella realtà oggettiva. Secondo Kant, questa connessione è apportata nel mondo dei fenomeni dal soggetto pensante. Contro di ciò prese posizione Hegel. Secondo il suo parere, l'interconnessione, i rapporti sono propri per natura alle cose. È per tramite dei rapporti che le cose manifestano la loro essenza. «Tutto ciò che esiste ‑ osserva Hegel ‑ è in rapporto e questo rapporto è la verità di ogni esistenza»4. Ma, nel formulare questa idea, Hegel era lungi dal mettersi sulle posizioni del materialismo. Egli riteneva che i rapporti sono per natura ideali, sono i momenti o i gradini di sviluppo dell'idea assoluta che esisteva fuori e prima del mondo materiale, delle cose sensibili.

Oltre alla concezione dialettica dei rapporti, la storia della filosofia registra una concezione metafisica, i cui sostenitori attribuivano valore assoluto ad un momento come la disconnessione, la disassociazione e negavano in un modo o nell'altro l'interconnessione dei fenomeni della realtà.

La data concezione veniva elaborata in questa o quella forma da Bacone e Locke. Tra i filosofi borghesi contemporanei sostengono questa concezione i fautori della teoria pluralistica, secondo cui ogni oggetto rappresenta qualcosa di chiuso in se stesso e quindi non vi è e non può esservi alcuna connessione fra di essi.

3.  Il carattere universale dell'interconnessione dei fenomeni della realtà

A differenza dei metafisici che negano l'interconnessione dei fenomeni della realtà e degli idealisti che derivano questa connessione dalla coscienza, il materialismo dialettico ritiene che l'interconnessione è una forma universale dell'essere, propria a tutti i fenomeni della realtà. Tutto ciò che esiste nel mondo rappresenta gli anelli della materia unica, «una totalità di corpi connessi tra di loro»5.

Ad esempio, la Terra è in determinata connessione con il Sole e con gli altri pianeti del sistema solare. Il Sole è un anello della Galassia, la quale comprende una moltitudine di stelle, connesse tra di loro. La Galassia stessa è parte integrante di un sistema ancor più grandioso, e nel quadro di questo sistema è connessa con tutta una serie di altre formazioni stellari, ecc. Analogamente stanno le cose anche per quel che concerne la struttura della materia. Ogni corpo celeste rappresenta un insieme di varie sostanze, connesse tra di loro in un modo o nell'altro, ogni sostanza è un insieme di molecole in connessione tra di loro, ogni molecola è un insieme di atomi pure connessi tra di loro, l'atomo è un insieme di particelle «elementari», reciprocamente connesse. I corpi celesti sono connessi tramite i campi gravitazionali. La connessione delle sostanze che formano questo o quel corpo, nonché la connessione degli atomi all'interno della molecola e dell'involucro elettronico con il nucleo atomico si manifestano attraverso i campi gravitazionali e elettromagnetici.

Sono connessi fra di loro in modo determinato la natura viva e inanimata, il mondo animale e quello vegetale, la natura e la società, i vari lati della vita sociale, i fenomeni della coscienza e della conoscenza.

Insomma, nella realtà tutto è reciprocamente connesso, «Ogni cosa (fenomeno, processo, ecc.) è connessa con ogni altra»6.

4.  IL SINGOLARE, IL PARTICOLARE E IL GENERALE

1.  Il concetto di singolare e di generale

Ogni fenomeno è connesso in un modo o nell'altro con un'infinità di altri fenomeni, i quali, in seguito all'interazione con esso, vi apportano i rispettivi mutamenti. Ogni fenomeno ha i propri mutamenti, poiché ciascuno di essi ha un proprio particolare ambiente, distinto per questi o quei versi dagli altri, una propria particolare serie di fenomeni precedenti (una propria particolare storia), distinta per questi o quei versi dalle altre. L'irripetibilità dei mutamenti, propri in ogni dato momento ad ogni singolo fenomeno, condiziona l'irrepetibilità dei tratti, delle caratteristiche di quest'ultimo. Ma tutto ciò che è irripetibile nel fenomeno, tutto ciò che è proprio solo ad esso è assente negli altri fenomeni, costituisce il singolare.

Possono essere un esempio del singolare le linee papillari dei polpastrelli, i disegni da queste formate variano per ogni individuo. Non per caso i giuristi stabiliscono in base alle impronte digitali l'identità degli individui coinvolti in questo o quel delitto. Il singolare per ogni nazione è l'irrepetibile nella sua cultura, nella psiche, nella lingua, nelle tradizioni, nei costumi, ecc.

Possedendo i tratti (proprietà, lati) irrepetibili, ogni singolo fenomeno è parte della materia unica, è un anello nella catena infinita del suo sviluppo. Ma se è così, allora ogni fenomeno deve possedere, parallelamente all'irrepetibile, anche quello che si ripete, che è proprio non solo ad esso, ma anche ad altri fenomeni. Quello che si ripete nei fenomeni, quello che è proprio non ad un fenomeno ma a molti fenomeni, è il generale.

Ad esempio, il generale per questo o quell'uomo è che la sua essenza è condizionata dai rapporti di produzione, che lui è un essere ragionevole, che la sua coscienza ne riflette l'essere sociale, ecc., poiché tutto ciò è proprio non solo a lui, ma anche agli altri uomini. Il generale per questa o quella nazione è che ha un territorio unico, una lingua unica, ecc. Ciò è caratteristico non di questa o quella nazione, ma di tutte le nazioni.

2.  La critica delle concezioni metafisiche e idealistiche del singolare e del generale

Nella storia della filosofia si sono delineate nettamente due tendenze per quanto riguarda la soluzione del problema dell'interconnessione del singolare e del generale, quella realistica e quella nominalistica.

I realisti affermano che il generale esiste indipendentemente dal singolare. Il singolare dipende nella sua esistenza dal generale, è originato da esso, è qualcosa di secondario, di temporaneo, di passeggero. Risolve in modo analogo la questione dell'interconnessione del singolare e del generale il filosofo borghese contemporaneo A. N. Whitehead. Egli dichiara le essenze ideali generali come enti eterni che esistono non si sa dove, fuor dello spazio e del tempo. Secondo la sua dottrina, le cose singole appaiono solo come risultato del trapasso nel mondo spazio‑temporale delle rispettive essenze ideali e scompaiono, non appena queste essenze abbandonano il mondo sensibile e fanno ritorno al mondo trascendentale, ideale.

I nominalisti ritengono che il generale non esiste realmente, nella realtà oggettiva. Solo il singolare possiede un'esistenza reale. Il generale esiste, invece, solo nella mente degli uomini, nella coscienza. Esso non è che un nome, la denominazione di una serie di oggetti singoli.

Nella filosofia borghese moderna il punto di vista nominalistico è sviluppato da filosofi come Stuart Chase, Cassius J. Keyser, ed altri.

Chase, ad esempio, dichiara il concetto generale simbolo, cui in realtà non corrisponde nulla. «Noi ‑ egli scrive ‑ confondiamo continuamente l'etichetta con l'oggetto non verbale e attribuiamo così effettiva validità alla parola come a qualcosa di vivo»7. Questa circostanza, ragiona Chase, fa sì che gli uomini considerano realmente esistenti concetti generali astratti come la libertà, la giustizia, la democrazia, il capitalismo, mentre nel mondo circostante non vi è e non può esservi nulla di analogo a queste essenze, poiché esistono realmente solo gli oggetti e fenomeni singoli8.

Nella storia della filosofia vi sono stati dei tentativi di superare l'unilateralità della soluzione realistica e nominalistica del problema dell'interconnessione del singolare e del generale. Nel Medioevo tali sforzi furono compiuti da Duns Scoto, e in epoca più vicina da Bacone, Locke, Feuerbach e da altri. Però anche questi filosofi non riuscirono a fornire una soluzione conseguentemente scientifica del dato problema. Secondo le loro concezioni, solo il singolare possiede un'esistenza effettiva, mentre il generale esiste solo come un lato, un momento del singolare.

3.  L'interconnessione del singolare e del generale

Il materialismo dialettico ha completamente superato le deficienze proprie alle teorie nominalistiche e realistiche per quanto riguarda la soluzione di questa questione. Secondo il materialismo dialettico, né il generale né il singolare sono momenti a sé stanti. Esistono indipendentemente gli uni dagli altri solo i singoli oggetti, fenomeni, processi che rappresentano l'unità del singolare e del generale, di quello che si ripete e di quello che non si ripete. Il generale e il singolare, invece, esistono solo nei singoli oggetti e fenomeni nella forma di lati, momenti di questi ultimi. L'interconnessione del singolare (oggetto, processo) e del generale si manifesta come l'interconnessione del tutto e della parte, dove il tutto è rappresentato dal singolare e la parte dal generale. Di qui «ogni generale abbraccia solo approssimativamente tutti gli oggetti singolari», «ogni singolare entra in modo incompleto nel generale»9, poiché parallelamente alle caratteristiche generali i singoli oggetti possiedono anche le proprie caratteristiche singolari, possiedono, parallelamente alle proprietà che si ripetono, proprietà che non si ripetono.

Proseguiamo. Ogni singolo oggetto, come si è già detto, non è eterno, esso sorge, esiste per certo tempo e poi si trasforma in un altro singolo oggetto, questo si trasforma in un terzo e così senza fine. Ad esempio, ogni elemento chimico in determinate condizioni può trasformarsi in un altro elemento chimico, ogni particella «elementare» in un'altra particella «elementare», una sostanza in campo, un campo in sostanza, ecc. Da ciò deriva che «ogni singolare è collegato da migliaia di trapassi ai singolari (cose, fenomeni, processi) di un'altra specie», che esso «non esiste altrimenti se non nella connessione che lo congiunge con il generale»10. Dato che in determinate condizioni è capace di trasformarsi in un altro singolare, esso possiede potenzialmente (nella propria natura) le proprietà di tutti questi altri singolari (enti materiali, fenomeni, processi) e, in tal modo, può essere considerato come identico ad essi, cioè come il generale.

Esistendo nei singoli oggetti (processi, fenomeni), il singolare e il generale sono organicamente connessi fra di loro e in determinate condizioni trapassano l'uno nell'altro: il singolare diventa generale e il generale diventa singolare.

Tutto ciò non è difficile constatarlo, analizzando il processo del sorgere e della scomparsa di queste o quelle proprietà degli enti materiali della natura viva. Ad esempio, diffondendosi, gli organismi vengono a trovarsi in condizioni ambientali diverse, acquistano questi o quei segni di adattamento che in seguito all'influsso di queste o quelle condizioni si trasformano in segni generali che caratterizzano prima una sottospecie, e poi la specie nel suo insieme. E se prenderemo gli individui di una stessa specie, provenienti da varie località, che si distinguono o per determinate caratteristiche dell'ambiente o per il grado in cui si manifestano queste caratteristiche, potremo scoprire tutti i gradini di trasformazione di questo o quel segno, cioè i gradini di trapasso del singolare nel generale e, al contrario, del generale nel singolare.

4.  Il generale e il particolare

Per individuare il singolare, è necessario confrontare l'oggetto di indagine con tutti gli altri oggetti. Ma praticamente non è possibile fare ciò. Per questo in pratica confrontano di solito questo o quell'oggetto solo con determinati oggetti. In relazione a ciò si rende necessario contrapporre il generale non al singolare ma al particolare.

Infatti, confrontando un oggetto con altri oggetti, noi ne stabiliamo la somiglianza e la diversità. Ma ciò che distingue gli oggetti confrontati, costituisce in essi il particolare, mentre ciò che indica la loro somiglianza, costituisce il generale.

Comparando il singolare e il particolare, non è difficile rilevare che il singolare si presenta sempre come particolare. Essendo l'insieme delle caratteristiche proprie solo al dato oggetto, esso distinguerà sempre questo oggetto dagli altri oggetti.

Se il singolare si presenta sempre come particolare, il generale non sta sempre in rapporto uguale al particolare. In alcuni casi esso si presenta come particolare, in altri casi nelle vesti di se stesso. Quando esso indica ciò che distingue il dato oggetto dagli altri oggetti con cui lo confrontiamo, si presenta come particolare, ma se esso indica la somiglianza degli oggetti comparati tra di loro, si presenta come generale. Ad esempio, il fatto che nella Repubblica Democratica del Vietnam l'industria capitalistica privata (aziende della borghesia nazionale) è stata gradualmente trasformata mediante la creazione delle aziende miste statali‑capitalistiche, è un momento generale, poiché ciò ha luogo anche in altri paesi, in particolare nella RDT. Ma questo fatto si presenta nelle vesti di particolare se confronteremo la RDV non con la RDT ma con l'Unione Sovietica. Poi, il fatto che nella RDV la dittatura del proletariato ha la forma di democrazia popolare, è pure un momento generale, in quanto tale forma di dittatura del proletariato esiste anche in altri paesi socialisti, ad esempio in Bulgaria, Romania, ecc. Ma sempre questo sarà un momento particolare se confronteremo la RDV non con la Bulgaria, la Romania, ma con l'URSS, dove la dittatura del proletariato ha la forma di repubblica dei Soviet.

Ma ogni generale può presentarsi nelle vesti di se stesso e nelle vesti di particolare? No. Vi è un generale che non può presentarsi come particolare. È l'universale. In quanto è proprio a tutti gli oggetti e fenomeni della realtà, non si può distinguere in base ad esso un oggetto o un fenomeno dagli altri. Esso indicherà sempre la somiglianza, l'identità degli oggetti comparati. Ad esempio, tali caratteristiche di una cosa come le sue proprietà necessarie e casuali, il contenuto e la forma, il singolare e il generale, ecc. non possono presentarsi come particolare. Essi non offrono la possibilità di distinguere la data cosa dalle altre cose poiché tutte le cose possiedono queste caratteristiche.

Quindi, il singolare si presenta sempre come particolare, il generale a seconda delle circostanze. Se esso indica la diversità dei fenomeni comparati, si presenta come particolare, ma se ne indica la somiglianza, si presenta nelle vesti di se stesso, cioè come generale. L'universale invece non può presentarsi come particolare, sempre e in tutti i casi esso indica solo la somiglianza, l'identità dei fenomeni comparati.

La giusta utilizzazione delle leggi dell'interconnessione del generale e del particolare è di eccezionale importanza nella sfera delle trasformazioni sociali, in particolare nell'opera di costruzione del socialismo. «I comunisti nella loro lotta ‑ rilevava in relazione a ciò L. I. Brezhnev nel Rapporto d'attività del PCUS ‑ si fondano sulle leggi generali dello sviluppo della rivoluzione e della costruzione del socialismo e del comunismo... La profonda comprensione e l'utilizzazione di queste leggi generali, servendosi nel contempo di un metodo creativo e tenendo conto delle concrete condizioni in ogni paese, sono state e restano peculiarità irrinunciabili dei marxisti‑leninisti»11.

5.  LA CAUSA E L'EFFETTO

1.  Il concetto di causa e di effetto

A differenza del materialismo meccanicistico che cercava la causa dei mutamenti di un fenomeno fuori di esso, in un altro fenomeno, il materialismo dialettico ritiene che la causa dei mutamenti e dello sviluppo di un fenomeno è racchiusa prima di tutto in esso stesso e si riduce all'interazione dei lati e degli elementi che lo formano. «... L'azione mutua ‑ scriveva Engels ‑ è la vera causa finalis delle cose»12.

Ad esempio, causa del sorgere, dell'esistenza e dello sviluppo dello Stato è l'interazione (lotta) delle classi antagonistiche, causa della rivoluzione sociale è l'interazione tra le forze produttive andate avanti nel loro sviluppo, da una parte, e i rapporti di produzione invecchiati, dall'altra. Causa della corrosione dei metalli è l'interazione chimica dei metalli, da una parte, e dei gas che si trovano in aria, nonché dell'acqua e delle sostanze in essa dissolte, dall'altra.

Quindi, la causa è l'interazione di fenomeni o lati di uno stesso fenomeno, la quale condiziona i rispettivi mutamenti, mentre l'effetto sono i mutamenti che sorgono nei fenomeni o nei lati di un fenomeno in seguito alla loro interazione.

2.  La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della causalità

Un'idea della causa appare nella fase iniziale di sviluppo della filosofia. Ma presso i filosofi antichi essa è ancora assai nebulosa e indefinita. Il concetto di causa non è ancora distinto dal concetto di causa prima, dalla materia, che è a fondamento delle cose e dei fenomeni esistenti. Così, nella filosofia greca antica essa si presentava ancora nella forma dell'acqua (Tales), dell'aria (Anassimene), del fuoco (Eraclito). Poi si presentava nella forma degli atomi eterni, immutabili, che si distinguono l'uno dall'altro per la forma, la posizione e l'ordine e che formano, urtandosi, i vari corpi. In seguito cominciano ad essere considerati causa tutti i fattori che condizionano il sorgere delle cose singole. Nel pensiero di Platone, del novero di questi fattori fanno parte: la materia informe, una determinata idea, il rapporto matematico e l'idea del «bene supremo»; quest'ultima è, secondo lui, il principio motore. Presso Aristotele, il sorgere di una cosa si spiega con quattro cause: materiale, efficiente, formale e finale.

La concezione aristotelica della causalità rimase per molto tempo immutata. La filosofia medievale non aggiunse nulla a ciò che aveva fatto Aristotele nell'elaborare le date categorie. Utilizzando la sua dottrina delle cause formale e finale, questa filosofia era interamente dedicata all'argomentazione dell'esistenza di dio e della creazione ad opera di esso del mondo sensibile.

Un certo passo nella conoscenza della causalità fu compiuto da F. Bacone. Anche se lui riconosce le suddette quattro cause di Aristotele, attribuisce però importanza decisiva solo a quella formale, la quale, secondo lui, si trova non fuori della cosa, come riteneva Aristotele, ma è racchiusa in essa stessa. La causa formale rappresenta la legge dell'esistenza di ogni cosa. A differenza di Bacone, Hobbes respinge le cause formale e finale e considera realmente esistenti solo due: efficiente e materiale. Egli intende per causa efficiente («perfetta») l'aggregato delle proprietà del corpo attivo che provoca i rispettivi mutamenti nel corpo passivo; per causa materiale, l'aggregato delle proprietà del corpo passivo. Se Bacone, definendo la causa, pone l'accento sull'appartenenza di essa alla sfera dell'interiore, alla natura della cosa, Hobbes pone la causa nella sfera dell'esteriore, la collega con gli accidenti: proprietà mutevoli, non sostanziali, e, in sostanza, riduce il rapporto causale all'azione di un corpo sull'altro.

Spinoza già vede la limitatezza di una tale interpretazione della causalità e compie un tentativo di superarla. Egli pone la questione della necessità di ricercare la causa dell'esistenza e dello sviluppo delle cose in esse stesse e in relazione a ciò formula il concetto di causa sui (causa di sé). È vero, la causa della propria esistenza, secondo Spinoza, può racchiuderla in sé solo il mondo nel suo insieme, la natura assoluta infinita. Per quanto riguarda le cose finite, le cause della loro esistenza sono contenute non in esse stesse, ma fuori, nelle altre cose finite.

Quella che la natura racchiude in sé la causa della propria esistenza e non ha assolutamente bisogno di una forza estranea, situata fuori di essa, fu un'idea assai progressiva ed ebbe un importante ruolo nella lotta contro l'idealismo e la religione, ma quest'idea non era sufficiente per superare la concezione metafisica della causalità, la quale riduceva il rapporto causale all'azione di un corpo sull'altro. Perciò non è casuale che la causa sui di Spinoza non intaccasse in alcun modo il concetto di causa che esisteva in quell'epoca. Sia nelle scienze naturali che nella filosofia, si continuava a considerare causa l'azione di una forza esterna su questa o quella cosa. Una tale definizione della causa la troviamo, in particolare, nelle opere di Newton, dei materialisti francesi del XVIII° secolo e di altri autori.

Il ridurre la causa del sorgere e dello sviluppo di una cosa all'azione di un'altra cosa determina tutta una serie di difficoltà nella sfera del sapere. Infatti, la conoscenza di una cosa presuppone la necessità di conoscerne la causa. Ma se la causa della data cosa è racchiusa in un'altra cosa, per conoscere la prima dobbiamo conoscere un'altra cosa, quella che è causa della prima. Ma la conoscenza di questa seconda cosa presuppone la necessità di accertarne la causa, e quest'ultima è racchiusa in una terza cosa, quindi dobbiamo prima conoscere la terza cosa, ma ciò non è possibile senza metterne in luce la causa, e così senza fine. In tal modo, la conoscenza di ogni data cosa presuppone necessariamente la conoscenza di un'infinità di altre cose, il che, s'intende, è irrealizzabile. Già Spinoza constatò la data circostanza e trasse da essa la conclusione sull'impossibilità di una conoscenza adeguata delle cose singole.

È vero, i filosofi e i naturalisti del XVIII secolo che sostenevano il suddetto principio metafisico della causalità non si accorgevano della contraddizione che ne derivava inevitabilmente. Applicando questo metodo, essi non solo non dubitavano della possibilità di conoscere la cosa indagata, ma lo ritenevano sufficiente per conoscere a fondo tutto l'Universo, per spiegare qualsiasi fenomeno del passato, per predire qualsiasi futuro avvenimento. In quell'epoca il livello di sviluppo della fisica permetteva, una volta conosciute la forza che agiva su un corpo, le coordinate e la velocità del suo moto in un dato momento, di definirne le coordinate e la velocità del moto in qualsiasi futuro momento. Ma se la suddetta comprensione del rapporto causale è accettabile in questo o quel grado per la spiegazione dei fenomeni del semplice moto meccanico, dove i mutamenti dello stato di un sistema isolato non implicano questi o quei mutamenti della sua qualità, essa è assolutamente inaccettabile per i fenomeni riguardanti altre forme, più complesse, di movimento, fenomeni alla cui origine sono questi o quei fattori qualitativi, condizionati non tanto dall'azione delle forze esterne, quanto dalle interazioni interne dell'oggetto.

Fu Hegel a richiamare per primo l'attenzione sulla limitatezza e la contraddittorietà della concezione metafisica della causalità. Mostrando come l'approccio metafisico al problema della causalità rinvii inevitabilmente al cattivo infinito (cioè, la ripetizione meccanica sempre delle stesse proprietà senza qualsiasi progresso nel loro sviluppo), Hegel respinge la suddetta concezione del rapporto causale e propone una nuova soluzione del problema. Secondo lui, la causa e l'effetto sono in interazione dialettica tra di loro. Essendo una sostanza attiva, la causa agisce su una sostanza passiva e provoca in essa dei mutamenti che ne fanno l'effetto. Ma reagisce in certo modo anche l'effetto, e in tal modo si trasforma da sostanza passiva in sostanza attiva e si presenta ora, rispetto alla prima sostanza, come causa.

Così, grazie all'interazione, la causa e l'effetto trapassano l'una nell'altro, cambiano di posto e si presentano ad un tempo, l'una rispetto all'altro, sia come causa, sia come effetto. Prendendo per punto di partenza l'azione mutua della causa e dell'effetto, Hegel fu fra i primi a scoprire la loro interconnessione dialettica.

La comprensione meccanicistica della causalità e gli errori a ciò dovuti, si osservano finora tra i filosofi e gli scienziati borghesi. Alcuni fisici contemporanei tentano di spiegare, partendo dalla concezione meccanicistica della causalità, questi o quei momenti del comportamento delle particelle «elementari». Come risultato essi giungono alla conclusione che il principio della causalità non può essere applicato ai fenomeni del mondo microscopico. Ad esempio, un tale punto di vista è sostenuto dal fisico americano P. W. Bridgman. La legge della causa e dell'effetto, egli scrive, non agisce nel mondo delle particelle minutissime. I dati ragionamenti si basano sul fatto che nella meccanica quantistica non è possibile definire simultaneamente la posizione e la velocità di una particella, prevederne l'ulteriore comportamento. Ma la possibilità di predire con precisione il comportamento di un oggetto e il principio della causalità sono lungi dall'essere una stessa cosa. Il principio della causalità presuppone il riconoscimento del condizionamento causale di qualsiasi fenomeno. La previsione del comportamento di un oggetto è, invece, il risultato della conoscenza del rapporto causale, di una fissazione abbastanza precisa dello stato iniziale del dato oggetto e del carattere della sua interazione con l'ambiente. Ma, nell'attuale tappa del suo sviluppo, la meccanica quantistica non è in grado di assicurare né l'uno né l'altro. Perciò essa esprime il condizionamento causale nel mondo microscopico nella forma di probabilità.

Ma ciò non significa affatto che non vi sia il condizionamento causale nel mondo microscopico. Esso esiste, ma non si manifesta qui in quella stessa forma in cui si manifesta nel moto meccanico. Bisogna rilevare che il condizionamento causale nelle varie sfere della realtà si manifesta in modo diverso. Così, ad esempio, della materia viva è caratteristica una forma del manifestarsi, della vita sociale un'altra, dell'attività conoscitiva una terza. La concezione meccanicistica del rapporto causale non tiene conto di questa molteplicità ed è legata solo ad una forma del suo manifestarsi, quella meccanica, e perciò non è adatta ad esprimere il condizionamento causale dei fenomeni delle altre forme del movimento.

3.  L'interconnessione della causa e dell'effetto

A differenza del materialismo metafisico che nega il trapasso della causa nell'effetto e viceversa, il materialismo dialettico ritiene che la causa e l'effetto possono cambiare di posto. Ciò che in un determinato momento o per un determinato verso si presenta come effetto, in un altro momento o per un altro verso si presenta come causa, e viceversa. Ad esempio, la lotta tra le classi antagonistiche è causa del sorgere dello Stato. Ma una volta sorto, lo Stato incomincia ad influire esso stesso sulla lotta di classe. Esso difende alcune classi e reprime le altre e apporta così dei mutamenti in questa lotta. Riguardo a questi mutamenti esso si presenta già come causa e i mutamenti stessi, rispetto ad esso, come effetto.

Uno stesso effetto può essere determinato da varie cause. Ad esempio, possono contribuire all'aumento della produttività del lavoro fattori come il perfezionamento dei mezzi di lavoro, l'elevamento della qualifica degli operai, i mutamenti nella sfera dell'organizzazione del lavoro, ecc.

Ogni effetto di regola è chiamato alla vita non da una causa ma dall'azione congiunta di numerosissime cause. Ciò si spiega con il fatto che ogni interazione non è isolata dalle altre interazioni, ma è organicamente collegata con esse, influisce su di esse e ne subisce l'influsso. Come risultato di tutto ciò, il fenomeno deve la sua origine non ad un'interazione, ma a molte interazioni, è l'effetto dell'azione di numerose cause.

Anche se ogni fenomeno deve la sua origine a più cause, il ruolo di queste ultime non è uguale. Alcune cause si presentano come le necessarie, senza di esse il fenomeno non potrebbe sorgere. Le altre, anche se hanno rapporto con il sorgere del fenomeno, hanno un ruolo secondario: l'effetto potrebbe prodursi anche in loro assenza.

Le cause, senza le quali l'effetto non può prodursi, si chiamano fondamentali. Quelle la cui assenza non esclude il sorgere dell'effetto, si chiamano cause non fondamentali.

Ad esempio, la causa fondamentale delle crisi economiche, proprie alla società capitalistica, è la contraddizione fra il carattere sociale della produzione e la forma privata di appropriazione, senza la quale non può sorgere una crisi economica. Possono presentarsi come cause non fondamentali fenomeni come la svalutazione della moneta, il fallimento di questa o quella azienda o banca, la minore domanda di queste o quelle merci, ecc. Una crisi economica può scoppiare anche in assenza di ciascuno di questi fenomeni.

Oltre alle cause fondamentali e secondarie, si fa distinzione tra le cause interne ed esterne. La causa interna è l'interazione dei lati di una stessa cosa la quale provoca determinati mutamenti, la causa esterna è l'interazione fra cose, la quale condiziona questi o quei mutamenti in esse. Ad esempio, l'interazione degli uomini nel processo della produzione dei beni materiali è causa interna dello sviluppo della produzione, mentre l'influsso dell'ambiente geografico sullo sviluppo della produzione è causa esterna.

Nel sorgere e nello sviluppo di un ente materiale il ruolo determinante spetta alle cause interne. Le cause esterne esercitano un influsso sullo sviluppo di una cosa solo rifrangendosi attraverso il prisma delle cause interne.

6.  LA NECESSITÀ E LA CASUALITÀ

1.  Il concetto di necessità e di casualità

Il concetto di necessità si forma sulla base dell'ulteriore approfondimento della nozione di causalità, in particolare sulla base della comprensione del carattere necessitante del rapporto causale. Non per caso vari filosofi e studiosi di scienze naturali identificano la necessità con la causalità. Ma la causalità e la necessità sono concetti diversi. Infatti, il concetto di «causalità» rispecchia il condizionamento di alcune forme dell'essere da parte di altre forme, il rapporto genetico fra di esse. Mentre il concetto di necessità riflette l'inevitabilità del sorgere in determinate condizioni di questi o quei nessi, di queste o quelle proprietà.

Si chiamano necessari quelle proprietà e quei nessi che racchiudono in sé la causa della propria esistenza, che sono condizionati dalla natura interna degli elementi che formano il dato fenomeno, mentre quelle proprietà e quei nessi che sono l'effetto di cause esterne si chiamano casuali. I necessari lati e nessi in determinate condizioni si manifestano inevitabilmente, mentre le proprietà e i nessi casuali non sono obbligatori, essi possono manifestarsi ma possono anche non manifestarsi.

Ad esempio, l'incontro del capitalista con l'operaio sul mercato del lavoro è necessario. Ciò è condizionato dalla natura di classe sia dell'uno che dell'altro, dalla loro condizione sociale. L'operaio non può esistere senza vendere la sua forza‑lavoro, senza farsi assumere dal capitalista. Il capitalista pure non può esistere senza assumere gli operai, senza sfruttarli.

Se l'assunzione degli operai da parte dei capitalisti è necessaria, la trasformazione, ad esempio, di un operaio in capitalista è un fenomeno casuale, in quanto non deriva dall'essenza dell'operaio salariato ma è condizionata da un concorso di circostanze esterne. Infatti, dalla natura sociale degli operai non deriva che essi devono trasformarsi in capitalisti. Al contrario, questa natura postula che gli operai sempre devono rimanere operai. E se a qualcuno di essi è capitato di diventare capitalista, ciò è stato condizionato da un concorso casuale di circostanze.

2.  La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della necessità e della casualità

Gli idealisti soggettivi non riconoscono l'esistenza oggettiva della necessità. Secondo loro, la necessità è una caratteristica della coscienza, del pensiero.

L'assenza della necessità nella natura cercò di dimostrarla, ad esempio, Kant, secondo il quale la necessità è una forma dell'attività riflessiva ed è apportata nella natura, nel mondo dall'uomo. Per Mach la necessità è un nesso logico. Secondo l'opinione del filosofo e matematico inglese K. Pearson, la necessità esiste solo nel mondo dei concetti. Il filosofo borghese tedesco Jacobi deriva la necessità dalla connessione logica dei concetti. L'essenza dei suoi ragionamenti è questa: i sistemi esistenti nel mondo esterno e gli elementi che li formano sono in stato di repulsione reciproca. Essi sono privi di qualsiasi momento di identità che possa unirli, sono privi della necessaria interconnessione. Quest'ultima esiste nell'identità del sistema dei concetti, tramite il quale cerchiamo di riflettere questo o quel sistema del mondo. In sostanza, nei suoi ragionamenti sulla necessità Jacobi fa proprio il punto di vista kantiano.

Alcuni filosofi dichiarano la necessità postulato convenzionale, accettato dagli uomini come punto di partenza per rendere comoda la spiegazione del mondo. In natura a questo postulato, essi affermano, non corrisponde nulla, la natura non è affatto obbligata a comportarsi così come ci fa comodo.

Se ai princípi basilari da cui si lascia guidare l'uomo nel processo della conoscenza non corrispondesse nulla nella realtà, l'uomo non potrebbe spiegare e, tanto meno, modificare nessun fenomeno. Ma l'attività pratica dimostra che le rappresentazioni dell'uomo sulla necessità di questi o quei nessi delle cose rispecchiano esattamente la situazione reale, e perciò sono assunti come punto di partenza nel conoscere e nel trasformare la realtà.

A differenza degli idealisti, i materialisti riconoscono l'esistenza oggettiva della necessità, considerandola una delle proprietà universali degli enti materiali e dei loro nessi. Per quel che riguarda la necessità logica, essa, secondo i materialisti, è un calco, una copia, insomma, un riflesso dei rispettivi lati e nessi del mondo esterno.

Ammettendo l'esistenza oggettiva della necessità, non tutti i materialisti riconoscono il carattere oggettivo della casualità. Alcuni di essi ritengono che essa sia stata inventata dagli uomini per nascondere la loro ignoranza in questi o quei problemi. Quando un individuo, essi dicono, non conosce la causa di un fenomeno, non può spiegarlo, esso lo dichiara casuale. Un tale punto di vista sulla casualità fu sostenuto da Democrito, Spinoza, Holbach, ed altri. Ma anche ai nostri tempi alcuni filosofi sostengono una concezione analoga. In quanto noi, essi affermano, non possiamo prevedere l'avvento di questo o quel fenomeno, siamo portati a considerarlo casuale. Per coloro che saprebbero tutto, il caso come un che di imprevisto non esisterebbe. Nel quadro della nostra conoscenza umana la categoria di «casualità» è, secondo questi filosofi, un'espressione breve, sminuita della limitatezza di principio della spiegazione dei fenomeni.

La negazione del carattere oggettivo della casualità di regola si ricollega con l'universalità del rapporto causale, con il carattere necessitante di questo rapporto. Se ogni fenomeno ‑ così ragionano i fautori del soprammenzionato punto di vista ‑ ha la propria causa che lo chiama necessariamente alla vita, allora tutti i fenomeni esistenti nel mondo sono necessari. Non vi sono e non possono esservi i fenomeni casuali.

Quella dell'universalità del condizionamento causale dei fenomeni e del carattere necessitante del rapporto causale è un'idea giusta. Ma da ciò non deriva affatto che tutti i fenomeni esistenti nel mondo siano necessari, che non vi siano i fenomeni casuali. È vero, ogni fenomeno è collegato con la causa che lo genera, ma non è ciò che lo rende necessario. Le messi rovinate dalla grandine sono il risultato necessario dell'azione del ghiaccio sulle piante, ma questo fenomeno non è ritenuto necessario. Non è necessaria la morte dell'uomo investito da un automezzo, anche se essa è il risultato inevitabile di una determinata forza d'urto, da lui subìta nell'incidente. La necessità di un fenomeno è condizionata non dal carattere necessitante del rapporto causale, non dal fatto che esso deriva necessariamente dalla sua causa, ma dalla necessità della causa stessa.

Il fatto è che le cause possono essere necessarie e casuali. Causa dei fenomeni, come è stato notato sopra, è l'interazione dei fenomeni o degli elementi che formano uno stesso fenomeno. Ma i fenomeni o gli elementi possono incontrarsi ed entrare in interazione in forza della loro natura interna, come è, ad esempio, il caso dell'incontro dei proletari e della borghesia sul mercato del lavoro, o possono incontrarsi ed entrare in interazione casualmente, in forza di un concorso fortuito di queste o quelle circostanze. Tali sono, in particolare, la grandine o l'investimento di un uomo da parte di un automezzo. Dalla natura interna della pianta non deriva affatto che essa debba subire nel periodo della florescenza o della maturazione l'azione del ghiaccio, così come non deriva affatto dalla natura dell'uomo che lui debba essere investito da un'autovettura. Sia l'uno che l'altro sono condizionati da una concatenazione di circostanze esterne.

Quindi, il carattere necessitante del rapporto di causa ed effetto non esclude l'esistenza oggettiva della casualità. Quest'ultima pure è una forma universale dell'essere come la necessità.

3.  L'interconnessione del necessario e del casuale

Quali forme universali dell'essere, la necessità e la casualità esistono non separatamente l'una dall'altra ma in connessione organica, sono i momenti, i lati di una stessa cosa. Ogni fenomeno rappresenta l'unità del necessario e del casuale. Ad esempio, il rapporto degli atomi di potassio e di cloro nella molecola di sale di cucina (1:1) è necessario, poiché è determinato dalla natura interna della sostanza in parola. Ma che il dato atomo concreto di potassio è entrato in interazione proprio con il dato atomo di cloro per formare proprio la data molecola, ciò è un fatto casuale, condizionato da fattori esterni. Un altro esempio: lo sviluppo della pianta da un seme capitato in un terreno fertile è necessario, ma che il seme è capitato proprio nel dato terreno, ciò è un fatto casuale. Saranno casuali anche momenti come le specie di insetti che minacceranno la pianta, il numero di questi insetti, tipi di piante che cresceranno accanto, ecc.

Essendo in connessione organica con la necessità, la casualità è una forma del manifestarsi e del completamento di quest'ultima. La necessità si fa strada attraverso un groviglio di deviazioni casuali, le quali, esprimendola come tendenza, apportano in un dato processo, fenomeno numerosissimi nuovi momenti, non derivanti dalla necessità ma condizionati da circostanze esterne. Ad esempio, un tale necessario nesso come la dipendenza del prezzo della merce dal valore, cioè dalla quantità di lavoro socialmente necessario spesa per produrla, si manifesta nelle operazioni di scambio solo come tendenza, attraverso le deviazioni costanti in un senso o nell'altro. E queste deviazioni, essendo una forma del manifestarsi della dipendenza del prezzo della merce dal suo valore, completano il dato necessario nesso, in particolare esse esprimono anche la dipendenza del prezzo della merce dal rapporto domanda‑offerta sul mercato, cioè dalle concrete condizioni in cui avviene la compravendita delle merci.

Nel processo del movimento e dello sviluppo di un fenomeno il casuale può trasformarsi nel necessario e il necessario può diventare casuale. Ad esempio, nelle condizioni della società primitiva dominava l'economia naturale. Ogni comunità produceva essa stessa i mezzi di sussistenza che venivano distribuiti in base al principio egualitario ai membri della comunità. Tutto ciò era una conseguenza inevitabile del basso livello di sviluppo delle forze produttive il quale escludeva la possibilità di produrre beni materiali in eccedenza, in una quantità maggiore di quella necessaria per appagare i bisogni immediati dei produttori. Nelle date condizioni lo scambio di un prodotto con un altro era un fenomeno eccezionalmente raro, era un momento casuale, era condizionato non dalla natura interna dell'ordinamento sociale che esisteva in quella epoca ma da circostanze esterne. Ma in seguito, con lo sviluppo delle forze produttive, appare la possibilità di produrre un po' in più del fabbisogno dei produttori immediati. Al tempo stesso si estendeva lo scambio di un prodotto con un altro e con la comparsa della proprietà privata dei mezzi di produzione questo scambio si trasformava in un necessario momento del nuovo ordinamento economico, sorto sulla base della disgregazione della società primitiva. Per quel che riguarda l'economia naturale, essa si estingue definitivamente in una determinata tappa storica e diventa casuale. Così nel processo dello sviluppo il casuale si trasforma nel necessario e il necessario nel casuale.

7.  LA LEGGE

1.  Il concetto di legge

Come è stato fatto notare nel precedente paragrafo, la necessità esiste nella forma di proprietà e di nessi dei fenomeni. Determinati necessari nessi o rapporti si chiamano leggi. La legge è, in tal modo, ciò che si manifesta inevitabilmente in queste o quelle condizioni. Ad esempio, la legge del valore, la quale esprime il condizionamento del prezzo della merce dalla quantità di lavoro socialmente necessario spesa per produrla, si manifesta inevitabilmente dove ha luogo la produzione mercantile. Un altro esempio: la legge delle proporzioni costanti nota nella chimica, legge secondo cui ogni sostanza ha una composizione qualitativa e quantitativa rigorosamente determinata e costante, si manifesta necessariamente in ogni sostanza, poiché i rapporti da essa espressi sono condizionati dalla natura degli atomi che formano le molecole delle rispettive sostanze.

Dicendo che la legge rappresenta un necessario nesso, noi non mettiamo ancora in luce tutta la sua specificità. Il fatto è che non tutti i necessari nessi sono leggi. Ad esempio, i singolari (individuali) necessari nessi non possono presentarsi come legge. È legge solo un nesso necessario generale, cioè un nesso proprio a molti fenomeni.

Ad esempio, la legge del dimezzamento, secondo cui in un periodo di tempo, determinato per ogni sostanza, si disgrega metà della sostanza quale che sia la quantità in cui è stata presa, si manifesta non in questo o quel processo radioattivo ma in tutti i processi del genere, è propria a tutte le sostanze radioattive, vale a dire è un nesso generale. Ciò riguarda qualsiasi legge della natura, della società e del pensiero umano.

Essendo un nesso generale, un nesso che si ripete, la legge è al tempo stesso un nesso stabile. Esso esiste per tutto il periodo di esistenza di una data forma di movimento della materia (o per tutta la durata di una determinata tappa del suo sviluppo) o del pensiero e esiste fino a quando esistono i fenomeni che rappresentano la data forma di movimento o di pensiero. Ad esempio, la legge del condizionamento della coscienza degli uomini da parte del loro essere sociale sorse insieme alla nascita della società umana ed esisterà fino a quando esisterà questa società. O un altro esempio: la legge del valore cominciò a funzionare già all'epoca della disgregazione della società primitiva, funzionò nelle società schiavistica e feudale, funziona nella società capitalistica e continua a funzionare nelle condizioni del socialismo. La data legge scomparirà solo in seguito alla costruzione del comunismo, quando non vi sarà assolutamente alcun bisogno della produzione mercantile.

Quindi, la legge è un nesso necessario, generale, stabile tra i fenomeni o tra i loro lati.

2.  Le Leggi dinamiche e statistiche

Rappresentando i necessari nessi (rapporti), le leggi si manifestano in un gran numero di fenomeni. Ma la forma in cui si manifestano non è uguale. Alcune leggi si manifestano in ogni fenomeno o ente materiale che rappresenta questa o quella forma di movimento, questa o quella sfera della realtà, le altre solo in una massa di fenomeni. Le prime leggi si suole chiamarle leggi dinamiche, le seconde, leggi statistiche.

Un esempio delle leggi dinamiche è la legge di Ohm, secondo cui la resistenza elettrica di un conduttore dipende dalla sua composizione, dalla sezione trasversale e dalla lunghezza. La legge abbraccia una moltitudine di conduttori diversi e si manifesta in ogni conduttore che fa parte di questa moltitudine. Un altro esempio: il nesso scoperto da Faraday fra la sostanza che si sprigiona agli elettrodi e la corrente che attraversa la soluzione elettrolitica, nesso che esprime la dipendenza proporzionale della massa di sostanza, sprigionatasi agli elettrodi, dalla quantità di corrente, passata per la soluzione elettrolitica. Questa legge è caratteristica di tutti i casi di passaggio della corrente elettrica attraverso le soluzioni e si manifesta in ciascuno di essi.

Ha un carattere statistico, ad esempio, la legge di Boyle e Mariotte: a temperatura costante la pressione di un gas è inversamente proporzionale al volume di esso. La data legge si manifesta solo in una massa di molecole caoticamente spostantesi, che costituiscono questo o quel volume di gas. Una singola molecola non obbedisce a questa legge. Urtando e rimbalzando contro le altre molecole del gas, una molecola cambia ogni volta la direzione del suo moto e la sua velocità. Come risultato di tutto ciò la forza con cui ogni volta urta contro le pareti del recipiente questa o quella molecola, è casuale, essa dipende da un'infinità di circostanze. Ma attraverso tutta questa massa di mutamenti delle velocità di moto e, rispettivamente, delle forze d'urto contro le pareti del recipiente delle varie molecole che costituiscono un dato volume di gas, si fa strada una determinata legge e precisamente: la pressione di un gas è inversamente proporzionale al suo volume.

Sono statistiche le leggi della meccanica quantistica, riguardanti il moto delle microparticelle. Esse non sono in grado di definire i moti di ogni singola particella, ma definiscono il moto di questo o quel gruppo di essi.

Un particolare tratto distintivo delle leggi dinamiche è che esse permettono di predire con sufficiente precisione l'avvento di un rispettivo fenomeno, un mutamento delle sue proprietà e dei suoi stati. Ad esempio, partendo dalla legge della dipendenza proporzionale della sostanza che si sprigiona agli elettrodi dalla quantità di corrente elettrica passata attraverso l'elettrolita, si può prevedere con precisione quale quantità di sostanza si sprigionerà in questo o quel caso concreto.

A differenza delle leggi dinamiche, le leggi statistiche non permettono di predire con precisione l'avvento e il non avvento di questo o quel fenomeno concreto, il senso e il carattere del mutamento di queste o quelle caratteristiche del dato fenomeno. Le leggi statistiche permettono solo di stabilire il grado di probabilità del sorgere o del mutamento di un rispettivo fenomeno.

3.  Le leggi generali e particolari

Anche se tutte le leggi sono nessi (rapporti) generali, la cerchia di fenomeni in cui si manifestano, non è però uguale. Alcune di esse abbracciano una maggiore cerchia di cose, le altre una minore.

Le leggi che si manifestano in una maggiore cerchia di fenomeni si presentano rispetto alle leggi che si manifestano in una cerchia minore come leggi generali, mentre le seconde si presentano come leggi particolari, specifiche.

Ad esempio, la legge della corrispondenza dei rapporti di produzione al livello di sviluppo delle forze produttive è, rispetto alla legge del profitto medio, una legge generale, poiché si manifesta in tutte le formazioni economico‑sociali. Mentre la legge del profitto medio si presenta, rispetto ad essa, come legge particolare, poiché agisce solo in seno alla società borghese.

Il concetto di legge generale e, rispettivamente, di legge particolare è relativo. Una stessa legge in rapporti diversi può presentarsi sia come legge generale che come legge particolare. Rispetto ad una legge che abbraccia una maggiore cerchia di fenomeni, essa si presenterà come legge particolare, rispetto ad una legge che abbraccia una minore cerchia di fenomeni, essa si presenterà come legge generale. Ad esempio, la legge del valore è, rispetto alla legge della corrispondenza dei rapporti di produzione al livello di sviluppo delle forze produttive, una legge particolare, in quanto non si manifesta in tutte le società, come la prima, ma solo là dove esiste la produzione mercantile. Ma rispetto alla legge del plusvalore essa si presenta come legge generale, poiché quest'ultima si manifesta in una minore cerchia di fenomeni: l'azione della legge del plusvalore è propria solo alla produzione mercantile capitalistica.

Oltre alle leggi che a seconda dei rapporti concreti possono presentarsi sia come leggi generali che come leggi particolari, esistono anche tali leggi che sono proprie a tutte le sfere della realtà. Queste leggi si chiamano universali. Rispetto ad esse, tutte le altre leggi si presentano come leggi particolari, in quanto sono legate solo a queste o quelle sfere della realtà. Tali leggi formano l'oggetto della filosofia, mentre le leggi riguardanti questa o quella forma di movimento della materia sono l'oggetto di indagine delle scienze particolari.

4.  L'interconnessione delle leggi generali e particolari

Come agiscono dunque le leggi generali e particolari? Le leggi generali possono agire per conto proprio e attraverso le leggi particolari. Le leggi generali si manifestano tramite le leggi particolari, quando sia le une che le altre riguardano uno stesso nesso (rapporto). Quando una legge generale e una legge particolare riguardano nessi (rapporti) diversi, esse esistono e agiscono l'una accanto all'altra.

Ad esempio, la legge chimica generale delle proporzioni costanti e le leggi particolari che indicano quali elementi chimici e in quale rapporto formano questi o quei composti, riguardano uno stesso momento: la combinazione in cui si uniscono gli elementi chimici. Non è casuale perciò che nei dati esempi una legge generale si manifesti attraverso le leggi particolari, specifiche.

Il quadro è ben diverso se prenderemo il rapporto tra la legge della corrispondenza dei rapporti di produzione al livello di sviluppo delle forze produttive (legge generale) e la legge economica fondamentale del socialismo, il cui contenuto è il massimo soddisfacimento delle esigenze materiali e culturali degli uomini mediante lo sviluppo della produzione socialista sulla base di una tecnica altamente avanzata (legge particolare). La prima caratterizza il nesso tra il livello di sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione, la seconda tra l'incessante incremento della produzione e le esigenze degli uomini. Il contenuto della prima legge mostra la necessità di modificare i rapporti di produzione, man mano che si sviluppano le forze produttive, mentre il contenuto della seconda indica lo scopo della produzione e i mezzi per raggiungerlo. Dato che riguardano nessi e rapporti diversi, le date leggi non possono in alcun modo manifestarsi l'una attraverso l'altra, ma agiscono indipendentemente, l'una accanto all'altra. Ma anche se esistono indipendentemente l'una dall'altra, non sono isolate tra di loro, ma organicamente connesse. Questa interdipendenza differisce però radicalmente dal manifestarsi di alcune leggi tramite altre leggi.

L'esistenza indipendente delle leggi generali è una conseguenza inevitabile dello sviluppo della realtà. Infatti, il passaggio da un fenomeno all'altro nel processo dello sviluppo presuppone, da una parte, la ritenzione di quanto vi era di positivo nelle precedenti fasi e, dall'altra, la comparsa di nuove proprietà, di nuovi nessi. Ad esempio, con il passaggio dall'atomo alla molecola si eredita un gran numero di proprietà e nessi, caratteristici dell'atomo. L'atomo in forma ricalcata è contenuto nella molecola. Ma oltre a ciò la molecola acquista una serie di nuove proprietà, condizionate dal nuovo tipo di interazioni, e precisamente dall'interazione degli atomi tra di loro. La ritenzione di quanto vi era di positivo nelle precedenti fasi e il sorgere di nuove proprietà e nessi sono facilmente osservabili nello sviluppo della materia vivente, nonché della società umana.

Conservarsi in un nuovo fenomeno che rappresenta un più alto grado di sviluppo di queste o quelle proprietà, di questi o quei nessi, caratteristici dei fenomeni dei gradini già percorsi, condiziona il permanere in questo nuovo fenomeno delle vecchie leggi. A sua volta il sorgere di nuove proprietà, di nuovi nessi determina il sorgere di nuove leggi che si presentano come leggi particolari rispetto a quelle vecchie, trapassate nei nuovi fenomeni insieme ai nessi rimasti intatti. Esse agiscono solo nei fenomeni che rappresentano un nuovo grado di sviluppo. Mentre le vecchie leggi, manifestandosi in questi fenomeni, si manifestano anche nei fenomeni che rappresentano i gradi inferiori di sviluppo. Quali leggi particolari, specifiche, proprie solo al nuovo grado di sviluppo, queste leggi non possono essere una forma del manifestarsi delle vecchie leggi, in quanto esse si riferiscono ad interazioni diverse ed esprimono rapporti diversi. Ad esempio, le leggi caratteristiche della molecola riguardano l'interazione degli atomi, mentre le vecchie leggi riguardano le interazioni delle particelle «elementari» che costituiscono gli atomi.

Abbiamo qui esaminato il rapporto tra le leggi generali e specifiche, studiate dalle scienze particolari. Ma come stanno le cose per quanto concerne l'interconnessione delle leggi della dialettica e delle leggi delle scienze particolari? Le leggi della dialettica esprimono i nessi e rapporti universali della realtà.

Questi nessi e rapporti non esistono di per sè stessi ma solo attraverso i nessi e rapporti concreti che costituiscono il contenuto delle rispettive leggi concrete (generali e specifiche), oggetto d'indagine delle scienze particolari. Questi nessi e rapporti universali sono determinati momenti, lati che si ripetono del contenuto di tutti gli analoghi nessi e rapporti concreti. In forza di ciò le leggi della dialettica non possono agire in forma pura, esse esistono e si manifestano solo attraverso le altre leggi generali e specifiche, oggetto d'indagine delle scienze particolari.

8.  IL CONTENUTO E LA FORMA

1.  Il concetto di contenuto e di forma

Il «contenuto» come categoria della dialettica materialistica significa l'insieme di tutte le interazioni, nonché dei mutamenti da esse condizionati, propri ad un dato fenomeno. Ad esempio, il contenuto di questa o quella società è costituito da tutte le interazioni tra gli uomini che la formano, in particolare, dalle interazioni che sorgono nel processo della produzione dei beni materiali, della loro distribuzione e del loro consumo, dalle interazioni tra i partiti, tra lo Stato e i cittadini, ecc.

Parlando del contenuto di questo o quel fenomeno, bisogna sottolineare che si riferiscono ad esso sia le interazioni interne che quelle esterne, sia le interazioni le quali si hanno tra gli elementi che costituiscono il dato fenomeno che le interazioni tra il dato fenomeno e gli altri fenomeni che lo circondano. Ad esempio, rientrano nel contenuto di questo o quell'organismo vivente non solo i processi che si svolgono all'interno dell'organismo ma anche tutte le sue azioni che rappresentano una determinata reazione all'influsso dei rispettivi fattori dell'ambiente.

Le interazioni e i mutamenti propri a questo o quel fenomeno non avvengono caoticamente ma in determinati limi­ti che conferiscono loro una certa stabilità, una certa caratte­ristica qualitativa. Essi avvengono nell'ambito di un deter­minato sistema, relativamente stabile, di rapporti, presentano una determinata struttura. Il sistema relativamente stabile di rapporti tra i momenti del contenuto, la sua struttura, costi­tuiscono la forma del fenomeno. Ad esempio, la forma di un organismo vivente è la sua morfologia, la struttura del corpo; la forma di un modo di produzione è il sistema relativamente stabile di rapporti sociali tra gli uomini che si stabiliscono nel processo della  produzione dei beni materiali.

2.  La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche del contenuto e della forma

Quale struttura del contenuto, la forma è indissolubilmente collegata con esso, non può esistere senza di esso. Vi sono stati però nella storia della filosofia dei tentativi di argomentare l'esistenza della forma fuori del contenuto e indipendentemente da esso. In particolare, Aristotele partiva dalla possibilità di un'esistenza separata del contenuto e della forma. Secondo lui, è solo in condizioni rigorosamente determinate che essi si fondono, dando vita a questa o quella cosa concreta. Riconoscono l'esistenza autonoma della forma, esistenza separata dalla materia molti filosofi e naturalisti borghesi contemporanei. Ad esempio, il noto fisico E. Schrödinger dichiara le particelle «elementari» forme pure, prive di qualsiasi contenuto materiale. «...Quando noi ‑ egli scrive ‑ arriviamo alle particelle primarie che costituiscono la materia, risulta che esse non rappresentano nulla che possa riferirsi alla materia. Esse sono ‑ e così è stato sempre ‑ una forma pura, non rappresentano nulla all'infuori della forma...»13.

Ma se le particelle «elementari» non rappresentano nulla che possa riferirsi alla materia, se non sono altro che forme costruite dagli uomini «in base alle note leggi matematiche e geometriche» (e nella realtà oggettiva tutto è composto, in ultima analisi, di particelle «elementari»), allora la materia come realtà oggettiva scompare, rimangono solo le forme pure, ideali, cioè la coscienza.

Il carattere idealistico dei ragionamenti da noi esaminati è evidente. In realtà non vi è e non può esservi forma pura, forma isolata dalla materia. Ogni forma è la struttura di questo o quell'ente materiale, di questa o quella cosa, di questo o quel fenomeno. Per quanto riguarda le forme ideali create dagli uomini nel processo dello sviluppo della coscienza sociale, anch'esse non sono forme pure, ma racchiudono in sé un contenuto che rispecchia i lati e i nessi del mondo esterno.

3.  L'interconnessione del contenuto e della forma

Come si è già rilevato, il contenuto e la forma sono in interconnessione organica, in unità dialettica, ma nell'ambito di questa unità la loro funzione non è uguale. Determinante è il contenuto, mentre la forma sorge sotto un diretto influsso di esso.

Sorgendo sotto un diretto influsso del contenuto, la forma non è passiva ma esercita a sua volta un influsso sul contenuto. Questo influsso è di due tipi: la forma o contribuisce allo sviluppo del contenuto o lo frena. Nel primo caso essa corrisponde al contenuto, nel secondo no.

Perché dunque la forma corrisponde in alcuni casi al contenuto, in altri no? Il fatto è che per natura la forma è stabile, mentre il contenuto è fluido, mutevole, rappresenta l'insieme dei processi propri al fenomeno. Nel periodo iniziale della sua esistenza la forma corrisponde al contenuto che l'ha chiamata alla vita, apre ampi orizzonti al suo sviluppo. Il contenuto si sviluppa rapidamente e impetuosamente. Ma col tempo il contenuto raggiunge un livello con cui i limiti del dato sistema di rapporti diventano stretti. La forma incomincia ad intralciare lo sviluppo del contenuto. La forma non corrisponde più al contenuto. In seguito questa non corrispondenza si accentua sempre più e porta presto o tardi alla rottura della vecchia forma ‑ un sistema relativamente stabile di rapporti ‑ e alla formazione di un nuovo sistema di rapporti, cioè di una nuova forma, la quale in un primo tempo corrisponde al contenuto che l'ha chiamata alla vita ma poi pure invecchia e viene sostituita con una nuova forma, e così senza fine.

Il processo di demolizione della vecchia forma e di nascita di una nuova forma è un processo di radicale trasformazione qualitativa del contenuto. Nel corso di esso alcune interazioni, processi si estinguono, ne sorgono altri, se ne modificano terzi.

Ad esempio, durante il passaggio da un modo di produzione all'altro in seguito alla soluzione della contraddizione tra le progredite forze produttive (contenuto) e gli invecchiati rapporti di produzione (forma), cambia non solo la forma (rapporti di produzione tra gli uomini) ma anche il contenuto (forze produttive). Così, nel processo del passaggio dalla produzione artigiana alla manifattura capitalistica, parallelamente alla trasformazione dei rapporti di produzione, si ebbero i mutamenti sostanziali nella sfera delle forze produttive, mutamenti che condizionarono la comparsa di una forza assolutamente nuova, legata ad una distribuzione diversa degli uomini nel processo della produzione, ad un'organizzazione diversa del lavoro. Le forze produttive mutano anche nel corso della trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici in quelli socialisti: esse subiscono un rimodernamento sostanziale. In relazione al fatto che lo scopo della produzione non è più il profitto ma il massimo soddisfacimento delle esigenze degli uomini, cambia inevitabilmente l'indirizzo di attività di tutta una serie di aziende, si stabilisce un rapporto diverso fra i singoli rami della produzione, se ne creano nuovi, ecc.

Quindi, il processo di trasformazione della vecchia forma che non corrisponde più al contenuto è al tempo stesso un processo di trasformazione radicale di questo contenuto. Esprimendo la data legge, Lenin scriveva: «... la lotta del contenuto con la forma e viceversa. Rigetto della forma, rielaborazione del contenuto»14.

4.  La parte e il tutto, l'elemento e la struttura

Quando esaminiamo un fenomeno dal punto di vista del suo contenuto, esso ci si presenta come un tutto, come l'aggregato di tutti gli elementi, lati che lo costituiscono, e delle interazioni fra di essi. È proprio in questo quadro sommario che il contenuto si rapporta alla forma. Ma la caratteristica sommaria del contenuto, man mano che si approfondisce la conoscenza del dato oggetto, diventa insufficiente, si rende necessario uno studio più minuzioso dei singoli momenti del contenuto, dei suoi singoli elementi, processi, rapporti costitutivi. Il contenuto viene scomposto nelle sue singole parti, un'analisi delle quali porta alla necessità di stabilire le leggi di interazione tra di loro e con il tutto. Le categorie di «tutto» e di «parte» rispecchiano le leggi di interazione tra le singole parti e il tutto nel quale rientrano, mentre le categorie di «elemento» e di «struttura» rispecchiano le leggi di interazione delle parti tra di loro nel quadro del tutto.

La Parte è un oggetto (processo, fenomeno, rapporto) formativo di un altro oggetto (processo, fenomeno, rapporto) e che si presenta come un momento del suo contenuto. Il Tutto è un oggetto (processo, fenomeno, rapporto) che racchiude in sé come componenti altri oggetti (processi, fenomeni, rapporti), organicamente connessi tra di loro, ed è dotato di proprietà che non si riducono alle proprietà delle parti che lo formano.

Ogni oggetto rappresenta un tutto composto di determinate parti. Ad esempio, una molecola di acqua come un tutto è formata da un atomo di ossigeno e da due atomi di idrogeno. Ogni atomo che forma una molecola di acqua, essendo parte del tutto, non si perde in questo tutto, non si fonde con la sua qualità, ma conserva la propria determinatezza qualitativa, possiede una certa autonomia, il che gli permette di occupare nel tutto un posto rigorosamente determinato e di assolvere una funzione rigorosamente determinata. In tal modo, la molecola rappresenta un tutto che può essere risolto nelle sue singole parti, aventi ciascuna un proprio contenuto specifico. Ma il loro contenuto è condizionato non solo dalla loro natura specifica ma anche dalla natura generale del tutto. Perciò esse, nella loro funzione specifica, non si presentano come a se stanti, ma come parti del tutto. D'altro canto, la natura generale di un tutto (nel nostro caso, della molecola) dipende dalla natura specifica delle parti che lo compongono, in particolare degli atomi.

L'interconnessione del tutto e della parte, la quale si esprime nel fatto che la qualità del primo dipende dalla natura specifica delle parti che lo costituiscono e le qualità di queste ultime dalla natura specifica del tutto, è la conseguenza di una determinata interconnessione delle parti in seno al tutto, interconnessione che forma la struttura del tutto. È proprio l'interconnessione di questi o quegli elementi che condiziona il sorgere di un tutto e la loro trasformazione in parti costitutive di quest'ultimo. Senza la struttura un tutto non è possibile. Essa è la condizione principale dell'esistenza di un tutto.

Il concetto di «struttura» si riferisce al modo di combinazione e di interconnessione degli elementi di un tutto. Il concetto di «elementi» si riferisce alle parti costitutive di un tutto, le quali sono in determinata interconnessione e interdipendenza tra di loro.

I concetti di «elemento» e di «parte» non sono identici. Gli elementi manifestano il loro contenuto specifico in rapporto alla struttura, in rapporto ad un determinato sistema di connessione tra di loro. Possedendo una certa autonomia, una particolare caratteristica qualitativa, gli elementi si distinguono sostanzialmente dalla connessione in cui si trovano tra di loro. Il contenuto specifico delle parti si manifesta invece non alla luce della connessione che esiste tra di loro ma alla luce del rapporto con il tutto, perciò esse non possono essere contrapposte ai nessi che costituiscono la struttura del tutto, poiché questi ultimi sono essi stessi parti del tutto. Di qui deriva che il concetto di «parte» è più ampio del concetto di «elemento». Sono parti di un tutto non solo gli elementi che sono in determinata interconnessione tra di loro, ma anche le interconnessioni stesse fra gli elementi, cioè la struttura.

Dicendo che la struttura rappresenta il modo in cui si connettono o si combinano gli elementi nel quadro di un tutto, noi in sostanza identifichiamo il concetto di «struttura» con il concetto di «forma», ma ciò è inevitabile, poiché il primo concetto è sorto sulla base dell'ulteriore sviluppo del secondo e non è altro che una concretizzazione di esso. Ma al tempo stesso il concetto di «struttura» esprime non solo le leggi dell'interconnessione del contenuto e della forma, quando è considerato in rapporto alla categoria di «contenuto», ma anche le leggi dell'interconnessione degli elementi del contenuto tra di loro, quando è considerato in rapporto al concetto di «elemento». Questa ultima interconnessione è caratterizzata, in particolare, dal fatto che ogni elemento, essendo qualitativamente determinato e possedendo una certa autonomia nel quadro di un tutto, dipende fondamentalmente dagli altri elementi che costituiscono il dato tutto, dal carattere del rapporto con essi. Questi nessi determinano in certo grado il suo posto, il suo ruolo e il suo significato nel tutto, le sue caratteristiche qualitative e quantitative. D'altro canto, la connessione stessa tra gli elementi dipende dalla loro natura, dalle loro caratteristiche qualitative e quantitative.

Ad esempio, i rapporti che si stabiliscono fra i coniugi, nonché fra i genitori e i figli in seno alla famiglia, dipendono fondamentalmente dalle caratteristiche qualitative degli individui che entrano in questi rapporti. D'altro canto, le caratteristiche qualitative di questi individui dipendono per molti aspetti dai rapporti esistenti in famiglia. La loro formazione, la direzione in cui mutano sono determinati in notevole misura dai suddetti rapporti.

Quindi, le proprietà degli elementi dipendono dalla struttura del tutto che essi formano, mentre la struttura di questo tutto dipende dagli elementi che lo compongono, dalla loro natura e dalla loro quantità. In altre parole, gli elementi in cui si scompone questo o quell'oggetto e la struttura propria al dato oggetto ‑ il modo di connessione degli elementi sono tra di loro nella necessaria interdipendenza, nella necessaria unità dialettica.

9.  L'ESSENZA E IL FENOMENO

1.  Il concetto di essenza e di fenomeno

Come si è fatto notare nel precedente paragrafo, il contenuto include in sé tutto l'insieme delle interazioni e dei mutamenti, propri alla data cosa, la forma comprende tutto l'insieme dei nessi e rapporti stabili che costituiscono la struttura della data cosa. Una parte delle interazioni e dei mutamenti che formano il contenuto è necessaria, l'altra parte è casuale. Quanto detto sopra vale anche per la forma. Alcuni nessi e rapporti che la costituiscono rappresentano il necessario, gli altri il casuale. Il necessario nel contenuto e nella forma costituisce l'essenza della cosa, il casuale costituisce il fenomeno.

Ma non dobbiamo pensare che l'essenza sia rappresentata dall'insieme meccanico dei necessari lati e nessi. L'essenza è un tale insieme dei necessari lati e nessi di una cosa in cui essi sono in interdipendenza naturale, in unità dialettica tra di loro.

Quindi, l'essenza è l'insieme di tutti i necessari lati e nessi di una cosa, presi nella loro interdipendenza naturale; il fenomeno è il manifestarsi in superficie di questi lati e nessi attraverso tutta la massa delle deviazioni casuali.

Ad esempio, l'essenza di questa o quella società è l'insieme di tutti i necessari lati e nessi, propri ad essa, insieme che include in sé tutte le leggi che presiedono al suo funzionamento e al suo sviluppo. Si riferisce ai fenomeni il manifestarsi di tutti questi lati e nessi (leggi) attraverso le interazioni degli uomini nella loro vita quotidiana, attraverso l'attività delle istituzioni e organizzazioni sociali, ecc. L'essenza della molecola di questo o quel composto chimico è rappresentata dagli atomi che la costituiscono, dalle leggi di interazione tra di essi. Mentre l'insieme delle proprietà, attraverso le quali si manifestano in superficie le leggi dell'interconnessione e dell'interdipendenza di questi atomi, costituisce il fenomeno.

2.  La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche dell'essenza e del fenomeno

Gli idealisti o negano in generale l'esistenza reale dell'essenza o ne negano la materialità. Non riconosceva l'esistenza dell'essenza, ad esempio, Berkeley. Ciò è caratteristico anche delle concezioni di Mach e Avenarius. Negano l'esistenza reale dell'essenza anche alcuni filosofi borghesi contemporanei, in particolare B. Russell, F. Schiller, ed altri.

Russell, ad esempio, così ragiona intorno alla questione se l'uomo ha o no l'essenza. Che cosa rappresenta il signor Smith?, egli si domanda e risponde: ‑ Quando noi lo guardiamo, vediamo dei colori, quando l'ascoltiamo, sentiamo dei suoni e supponiamo che lui, come noi, abbia dei pensieri e dei sentimenti. Ma che cosa è il signor Smith a considerarlo isolatamente da questi fenomeni? Semplicemente un gancetto immaginato, al quale, come si presuppone, siano appesi dei fenomeni. Di fatto i fenomeni non hanno bisogno di questo gancetto.

Un analogo punto di vista è sostenuto anche da Schiller. Egli basa la sua dimostrazione dell'assenza dell'essenza nei fenomeni del mondo esterno sulla interpretazione diversa da parte degli uomini dell'essenza di questo o quell'oggetto. Per la religione, scrive Schiller, l'essenza dell'uomo è racchiusa nella sua anima, il medico la vede nel corpo, la lavandaia vede l'essenza dell'uomo nel fatto che lui porta gli indumenti, per taluni essa si esprime nel fatto che l'uomo può guadagnare denaro. Che cosa è dunque l'essenza effettiva dell'uomo?, si chiede Schiller e risponde: ‑ Essa semplicemente non esiste. Gli uomini la creano a loro arbitrio ‑.

Gli uomini effettivamente possono immaginarsi in modo diverso l'essenza di questa o quella cosa. Ma da ciò non deriva affatto che essa non esista. Ciò sta a dimostrare solo che gli uomini, interpretando l'essenza di questa o quella cosa, partono da lati e nessi diversi (e ogni cosa di questi lati e nessi ne possiede un'infinità), attribuiscono loro valore assoluto e deformano così il vero stato di cose, mentre l'essenza come l'insieme dei necessari lati e nessi, propri alla data cosa, esiste indipendentemente dal fatto se è giusto o no il giudizio su di essa, se essa è colta in tutti i suoi aspetti o se è rappresentata da un solo lato.

Vari idealisti, ad esempio, Platone, Hegel, Santayana, Whitehead, ammettono l'esistenza reale delle essenze, ma le considerano istanze ideali. Da Platone e Santayana queste essenze costituiscono un particolare mondo che è la vera realtà: la forma d'essere suprema. Nel pensiero di Hegel l'essenza è il concetto di questo o quell'oggetto, concetto, che si conserva nel corso di tutti i suoi mutamenti.

Il materialismo dialettico ritiene che le essenze espresse in forma ideale esistono non nella realtà circostante, non nel mondo esterno, ma nella coscienza. Perciò esse non solo non rappresentano un modo d'essere superiore rispetto al mondo esterno ma sono subordinate a questo mondo, dipendono da esso, poiché il contenuto è attinto da questo mondo, è un calco, una copia di questi o quei lati o nessi della realtà oggettiva.

3.  L'interconnessione dell'essenza e del fenomeno

Secondo il materialismo dialettico, l'essenza delle cose materiali è materiale, rappresenta l'insieme dei necessari lati e nessi, propri ad esse, ed esiste indipendentemente dalla coscienza umana. Essa è organicamente connessa al fenomeno, rivela il suo contenuto solo in esso e attraverso di esso. Il fenomeno a sua volta pure è collegato indissolubilmente con l'essenza, non può esistere senza di essa. «... L'essenza ‑ scriveva Lenin, sottolineando il nesso indissolubile tra l'essenza e il fenomeno ‑ appare. L'apparenza è essenziale»15.

Il fenomeno, rappresentando la forma in cui si manifesta l'essenza, si distingue da essa: l'essenza vi si esprime in forma travisata. Ad esempio nella società capitalistica i fenomeni dimostrano che la sorte degli uomini, la loro condizione economica dipendono dai rapporti tra le cose, dal gioco dei prezzi delle merci che prendono parte alle operazioni di scambio sul mercato. In realtà tutto ciò dipende dai rapporti che si stabiliscono tra gli uomini nel processo della produzione, della distribuzione e del consumo dei beni materiali.

Esprimendo l'essenza, il fenomeno apporta in ciò che deriva dall'essenza nuovi momenti, momenti condizionati non dall'essenza, ma dalle circostanze esterne in cui esiste la data cosa, dall'interazione della data cosa con le condizioni che la circondano. Perciò il fenomeno è sempre più ricco dell'essenza. Ciò non è difficile vedere sull'esempio del rapporto tra il valore delle merci e i loro prezzi. I prezzi di questa o quella merce sempre sono più mobili rispetto al suo valore, e in questo senso sono un fenomeno più ricco poiché in essi si esprime non solo la dipendenza dalla quantità di lavoro socialmente necessario, speso per produrla, ma anche da tutta una serie di fattori esterni, in particolare dal rapporto tra domanda e offerta sul mercato.

Poi, se il contenuto del fenomeno è determinato non solo dall'essenza ‑ l'insieme dei necessari lati e nessi della data cosa ‑ ma anche dalle condizioni esterne della sua esistenza, dall'interazione di essa con altre cose (e queste ultime cambiano continuamente), allora il contenuto del fenomeno deve essere fluido, mutabile, mentre l'essenza rappresenta un che di stabile che si conserva nel corso di tutti questi mutamenti. Ad esempio, i prezzi di questa o quella merce cambiano continuamente, mentre il suo valore rimane immutato per un determinato periodo di tempo. Le cose stanno analogamente anche per quel che concerne la condizione economica degli uomini, in particolare degli operai, nella società capitalistica. Essa cambia in dipendenza della fase che attraversa la produzione (ripresa, ascesa, crisi, depressione). L'insieme dei rapporti di produzione (essenza di essi), il quale determina la condizione economica degli uomini, rimane però relativamente immutato, stabile.

Esprimendo la data legge del rapporto essenza‑fenomeno, Lenin scrisse: «... l'inessenziale, il parvente, il superficiale sparisce più spesso, non si mantiene così "compatto", non sta "così saldo" come l'"essenza"»16.

Essendo stabile rispetto al fenomeno, l'essenza non rimane del tutto immutata. Essa cambia, ma più lentamente del fenomeno. Questo mutamento è condizionato dal fatto che nel processo dello sviluppo del fenomeno alcuni necessari lati e nessi incominciano a rafforzarsi e ad esercitare una maggiore funzione, mentre gli altri passano in secondo piano o scompaiono del tutto. Può servire da esempio il passaggio del capitalismo dalla fase premonopolistica alla fase dell'imperialismo. Se nel periodo premonopolistico di sviluppo del capitalismo dominavano fenomeni come la libera concorrenza e l'esportazione di merci e i monopoli erano lungi dall'assolvere un ruolo di rilievo nella vita economica, nell'epoca dell'imperialismo la libera concorrenza, anche se continua ad aver luogo, è già limitata molto dal monopolio che diventa un fenomeno universale ed assolve un ruolo determinante nella vita della società, l'esportazione di merci passa in secondo piano e diventa dominante l'esportazione di capitali, ecc. Ciò dimostra che anche una stessa essenza può subire determinati mutamenti nei suoi propri limiti.

10.  LA POSSIBILITÀ E LA REALTÀ

1.  Il concetto di realtà e di possibilità

Mettendo in luce l'essenza dell'oggetto d'indagine ci si rivolge al passato per farsi un'idea della storia del suo sorgere e del suo sviluppo. Una volta accertata l'essenza dell'oggetto, si può dare uno sguardo al futuro, definire non solo ciò che era l'oggetto d'indagine nel passato e che cosa è oggi, ma anche ciò che esso sarà in avvenire. In altre parole, una volta accertata l'essenza di un fenomeno ‑ l'insieme dei necessari lati e nessi propri ad esso ‑ si può giudicare sia dei suoi stati reali che di quelli possibili.

La realtà è ciò che esiste realmente, la possibilità è ciò che può accadere in opportune condizioni.

Taluni potranno dire: «Se la realtà è ciò che esiste realmente, non si può distinguerla dalla possibilità, poiché anche la possibilità esiste realmente». La possibilità infatti esiste realmente, ma solo come una proprietà, come la capacità della materia di trasformarsi in opportune condizioni da determinata cosa, da determinato stato qualitativo in un'altra cosa, in un altro stato. In questa sua forma, cioè come la capacità, la possibilità si presenta come un momento della realtà e possiede naturalmente una caratteristica così sostanziale come l'esistenza reale.

Ma quando noi parliamo di possibilità come di un che di ancora inesistente, abbiamo in vista non la capacità di un fenomeno di trasformarsi in un altro ma quegli stati qualitativi, quelle caratteristiche qualitative in cui deve trasformarsi, in opportune condizioni, il dato fenomeno. Essi non possiedono l'essere reale, essi sono ancora assenti nella realtà, ma essi possono presentarsi, possono manifestarsi.

In tal modo, intendiamo per possibilità quelle proprietà, stati, processi, cose che sono assenti nella realtà ma che possono fare la loro comparsa grazie alla capacità, propria alla realtà, di trasformarsi da un determinato stato in un altro.

Attuandosi, la possibilità diventa realtà, perciò la realtà può essere definita come possibilità attuatasi e la possibilità come realtà potenziale.

2.  La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della possibilità e della realtà

Il problema della possibilità e della realtà ha attirato l'attenzione dei filosofi da molto tempo, a cominciare dall'antichità. Ci è stato un determinato tentativo di risolverlo, ad esempio, presso Platone, il quale distingueva l'esistenza possibile e l'esistenza effettiva, reale.

Secondo Platone, possedeva l'essere effettivo il mondo delle idee, delle essenze ideali, e quello possibile il mondo delle cose. Essendo in stato di possibilità, il mondo delle cose, secondo Platone, non può trasformarsi in realtà, acquistare un'esistenza reale. L'essere reale e l'essere possibile sono necessariamente delimitati.

A differenza di Platone, Aristotele, ammettendo l'esistenza autonoma della possibilità e della realtà, indipendenti l'una dall'altra, negava l'esistenza di un limite invalicabile tra di esse. Egli riteneva che il possibile può trasformarsi nel reale, così come il reale può trasformarsi nel possibile. Nella dottrina di Aristotele si presenta come pura possibilità la materia prima e come pura realtà la forma che si fonde in ultima istanza con dio, forma di tutte le forme. Come risultato della fusione della forma con la materia sorgono cose qualitativamente determinate che possiedono l'essere possibile e reale e che cambiano in seguito al trapasso di un opposto (possibilità) nell'altro opposto (realtà).

Il trapasso della possibilità nella realtà avviene, secondo Aristotele, non sulla base delle forze, tendenze interne proprie ad una cosa, ma è dovuto all'azione di fattori esterni, di una forza esterna, cioè di questa o quella cosa realmente esistente. Egli afferma che sempre sorge da una cosa esistente come possibilità una cosa esistente come realtà mediante l'azione di un'«altra» cosa, che «pure» esiste nella realtà.

Partendo dalla data tesi di Aristotele, Tommaso d'Aquino argomentò la necessità dell'esistenza della pura realtà, la quale, agendo, provoca la trasformazione di questa o quella possibilità nella realtà. Secondo lui, può presentarsi in qualità di tale (pura) realtà solo dio.

Un distacco metafisico della possibilità dalla realtà, il conferire valore assoluto ad esse portano inevitabilmente all'idealismo, alla ricerca di un principio attivo capace di unire la possibilità con la realtà e di creare così la molteplicità delle cose e dei fenomeni la quale si osserva nel mondo.

Contro il distacco della possibilità dalla realtà prese decisamente posizione Giordano Bruno. Secondo lui la possibilità non può esistere fuori della realtà, indipendentemente da essa, ma è in connessione organica con essa.

Questa idea la sviluppa Hobbes, il quale, nel dimostrare l'interconessione organica della possibilità e della realtà, sottolinea che esse hanno una natura identica.

Un diverso punto di vista fu sostenuto da Kant. Secondo lui, la possibilità e la realtà non ineriscono alle cose, al mondo esterno, ma sono soltanto caratteristiche della ragione umana, delle sue capacità conoscitive. «... La distinzione tra le cose possibili e le cose reali è tale che vale solo come soggettiva per la ragione umana»17.

L'approccio soggettivistico di Kant al problema della possibilità e della realtà fu estesamente criticato da Hegel, il quale mise in luce, in rapporto allo sviluppo del pensiero, non solo il condizionamento della prima da parte della seconda ma anche la dialettica della trasformazione dell'una nell'altra.

Le leggi indovinate da Hegel dell'interconnessione del possibile e del reale sono state considerate in chiave materialistica e scientificamente argomentate dal materialismo dialettico.

3.  L'interconnessione della possibilità e della realtà. I tipi di possibilità

La possibilità diventa realtà non sempre ma solo in opportune condizioni. Ad esempio, la possibilità della rivoluzione socialista nei paesi capitalistici può trasformarsi in realtà solo nel caso di una crisi di tutta la nazione, di una situazione, in cui non solo gli strati inferiori non vogliano vivere come per il passato, ma anche gli strati superiori non possano governare come per il passato, in cui si aggravino più del solito l'angustia e la miseria delle classi oppresse e si accresca la loro attività, e, infine, in cui la classe rivoluzionaria sia capace di compiere «azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti per poter spezzare (o almeno incrinare) il vecchio governo»18.

Le condizioni sono l'insieme dei fattori necessari per la trasformazione di questa o quella possibilità in realtà.

La trasformazione di queste o quelle possibilità in realtà non significa la riduzione della quantità delle possibilità. L'attuarsi di alcune possibilità porta al sorgere di altre possibilità. Le genera la nuova realtà. Passando così da uno stato qualitativo all'altro, la realtà, in tal modo, non potrà mai esaurire le sue possibilità. Le sue possibilità sono illimitate.

Come si è osservato sopra, ogni fenomeno rappresenta l'unità di una moltitudine di lati e tendenze diversi e opposti e tutti essi sono capaci di trasformarsi (in opportune condizioni) in altri o nei propri opposti. Perciò qualsiasi fenomeno presenta molte possibilità diverse. Tenendo conto delle peculiarità di queste possibilità, esse possono essere suddivise in reali e formali, astratte e concrete, riversibili e irreversibili, coesistenti e escludenti, possibilità dell'essenza e possibilità del fenomeno.

Si chiamano reali le possibilità condizionate dai necessari lati e nessi, dalle leggi di funzionamento e di sviluppo dell'oggetto; si chiamano formali le possibilità condizionate dai nessi e rapporti casuali.

Un esempio di possibilità reale è la possibilità di un'economia pianificata nei paesi socialisti. Essa è condizionata da un fattore necessario per i paesi socialisti come il dominio della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Un esempio di possibilità formale è la possibilità per l'operaio di diventare capitalista. Questa possibilità non deriva dalla necessità, non deriva dalle leggi del modo di produzione capitalistico, ma è condizionata da fattori esterni, da un concorso fortuito di circostanze. Le leggi del capitalismo condizionano l'opposto, e precisamente che nella società capitalistica l'operaio deve rimanere operaio.

Generate dai necessari lati e rapporti della realtà, le possibilità reali si distinguono tra di loro per le condizioni necessarie ai loro avverarsi. E a seconda del tipo di connessione con queste condizioni esse si suddividono in possibilità astratte e concrete.

Concreta è quella possibilità per il cui avverarsi possono Presentarsi o si sono già presentate le rispettive condizioni; astratta è quella possibilità per il cui avverarsi sono attualmente assenti le condizioni necessarie per la sua attuazione. Perché si avveri, il fenomeno che la possiede deve attraversare una serie di stadi di sviluppo.

Un lampante esempio di possibilità concreta è la possibilità delle crisi economiche nelle condizioni del capitalismo.

Per il realizzarsi di questa possibilità nei paesi capitalistici possono crearsi e, come lo dimostra la vita stessa, si creano le rispettive condizioni. Essendo concreta in rapporto alla società capitalistica matura, la possibilità in parola è astratta in rapporto alla produzione mercantile semplice. Per il realizzarsi di questa possibilità nel quadro della produzione mercantile semplice erano assenti le condizioni necessarie. Affinché sorgessero, la produzione mercantile semplice doveva attraversare una serie di stadi di sviluppo. Essa doveva trasformarsi in produzione mercantile capitalistica e quest'ultima, a sua volta, doveva raggiungere un determinato grado di sviluppo. Non era casuale perciò che la prima crisi economica del capitalismo scoppiasse solo nel 1825.

A seconda delle peculiarità del processo di trasformazione di questa o quella possibilità in realtà, tutte le possibilità possono essere suddivise in riversibili e irreversibili.

Si chiama riversibile quella possibilità con il cui avverarsi la realtà iniziale diventa possibilità. Irreversibile, quella con il cui avverarsi la realtà iniziale diventa impossibile.

È riversibile, ad esempio, la possibilità del moto meccanico di convertirsi in calore, poiché con il suo avverarsi ciò che prima era realtà ‑ il moto meccanico ‑ diventa possibilità. Infatti, il calore racchiude in sé la possibilità del trapasso nel moto meccanico. Irreversibile sarà la possibilità di trasformare l'energia chimica del carbone fossile in elettricità. Con il suo avverarsi la realtà iniziale diventa impossibile: l'elettricità non possiede la possibilità di trasformarsi in carbone fossile.

Essendo proprie ad uno stesso fenomeno, le possibilità diverse sono in determinata interconnessione e interdipendenza tra di loro. In base al carattere della connessione tra le possibilità, esse possono essere suddivise in possibilità coesistenti e in possibilità escludenti.

Coesistente (rispetto a qualsiasi altra possibilità) si chiama quella possibilità il cui avverarsi non porta alla scomparsa dell'altra; escludente, quella possibilità il cui avverarsi provoca la scomparsa dell'altra.

Un esempio di possibilità coesistente è la possibilità per il contadino di trasformarsi in kulak, rispetto alla possibilità per lui di trasformarsi in bracciante. Diventando kulak‑sfruttatore, il contadino può non reggere alla concorrenza, andare in rovina e trasformarsi in tal modo in bracciante, in operaio salariato. La possibilità di trasformazione della proprietà privata capitalistica in proprietà socialista è un esempio di possibilità escludente rispetto alla possibilità di sfruttamento dell'uomo sull'uomo. La sua realizzazione porta alla scomparsa della seconda, con l'instaurazione della proprietà socialista lo sfruttamento diventa impossibile in un dato paese.

Il realizzarsi delle possibilità diverse, proprie ad un oggetto, si ripercuote in modo diverso sulla sua essenza. Il realizzarsi di alcune di esse non ne modifica l'essenza, mentre il realizzarsi delle altre porta alla trasformazione del dato oggetto in un altro. La possibilità il cui avverarsi non modifica l'essenza di una cosa si chiama possibilità del fenomeno; la possibilità il cui avverarsi è legato a questa o quella modificazione dell'essenza di una cosa, alla trasformazione di essa in un'altra cosa si chiama possibilità dell'essenza.

Ad esempio, quella di ottenere un aumento dei salari in questo o quel ramo della produzione come risultato della lotta degli operai contro i capitalisti è una possibilità del fenomeno, poiché il suo avverarsi non modifica l'essenza sociale dei dati gruppi sociali. Gli operai rimangono quelli di prima: privi della proprietà dei mezzi di produzione, estraniati dal potere, sfruttati dalla borghesia. Mentre quella di una rivoluzione socialista nei paesi capitalistici è una possibilità dell'essenza. Con il suo avverarsi cambia l'essenza dell'ordinamento sociale: la società capitalistica si trasforma in quella socialista.



1 V. I. Lenin, Op. cit., vol. 38, p. 93.

2 Da Abel Jeannière, La pensée d'Héraclite d'Ephèse et la vision présocratique da monde. Paris, 1959, p. 108.

3 Aristotele, Categorie (Logic). Chicago, 1952, v. 1, p. n.

4 G. W. F. Hegel's Werke. Brl, 1840, Sechster Band, S. 267.

5 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 365.

6 V. I. Lenin, op. cit., voi. 38, p. 206.

7 Stuart Chase, The Tyranny of Words. N. Y., 1938, p. 9.

8 Si veda ibidem, pp. 8‑9.

9 V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 364.

10 Ibidem.

11 L. I. Brezhnev, op. cit., p. 48.

12 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., VOI. XXV, p. 514.

13 E. Schrödinger, Science and Humanism. Physics of Our Times. Cambridge, 1952, p. 21.

14 V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 206.

15 V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 257.

16 V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 121.

17 Immanuel Kant, Kritik der Urtheilskraft. Leipzig, 1878, S. 288.

18 V. I. Lenin, op. cit., vol. 21, p. 192.

 

 


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