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Indice

Note iniziali

Cap. 1 - La filosofia e il suo ruolo nella società

Cap. 2 - La lotta premarxista tra materialismo e idealismo

Cap. 3 - Il rivolgimento compiuto dal marxismo in filosofia

Cap. 4 - IL MATERIALISMO DIALETTICO. La materia e la coscienza

Cap. 5 - La conoscenza

  • L'essenza della conoscenza
  • La pratica come fondamento della conoscenza
  • Il cammino dialettico della conoscenza
  • Le forme e i metodi di conoscenza scientifica

Cap. 6 - Le categorie della dialettica materialistica

Cap. 7 - Le leggi fondamentali della dialettica

Cap. 8 - IL MATERIALISMO STORICO. L'oggetto del materialismo storico

Cap. 9 - La società e la natura

Cap. 10 - La produzione materiale, fondamento dell'esistenza dello sviluppo della società

Cap. 11 - La struttura e la sovrastruttura

Cap. 12 - Le classi e i rapporti di classe

Cap. 13 - L'organizzazione politica della società

Cap. 14 - La rivoluzione sociale

Cap. 15 - La coscienza sociale e le sue forme

Cap. 16 - La funzione delle masse popolari e della personalità nella storia. Personalità e società

Cap. 17 - Il progresso sociale

 

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LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

di A. Sceptulin

Capitolo V

LA CONOSCENZA

1.  L’ESSENZA DELLA CONOSCENZA

La conoscenza è un riflesso della realtà nella coscienza dell’uomo, una riproduzione consapevole nella forma di immagini ideali dell’oggetto d’indagine, delle sue proprietà e dei suoi nessi.

I rappresentanti della filosofia idealistica si schierano contro la tesi sulla conoscenza come riflesso della realtà.  Così, gli idealisti soggettivi riducono la conoscenza all’accertamento dell’interconnessione tra le sensazioni e le rappresentazioni, da essi considerate base di ogni essere.  Mentre gli idealisti oggettivi presentano la conoscenza come autoevoluzione dell’idea (della ragione), processo che non ha alcun rapporto con il mondo materiale.  «...  Noi - scriveva, ad esempio, Leibniz - otteniamo i nostri pensieri dalla nostra propria essenza senza alcun influsso diretto delle altre cose sull’anima»1.

Anche se i fautori della data concezione riconoscono la conoscibilità del mondo, essi, staccando la conoscenza dalla realtà, dai mutamenti pratici che vi avvengono, ostacolano di fatto il raggiungimento della vera conoscenza.

A differenza dei filosofi che ammettono la conoscibilità del mondo ma deformano l’essenza della conoscenza, gli agnostici (dal greco ágnostos, «inconoscibile») negano in generale la possibilità di conoscere la realtà circostante.  I rappresentanti dell’agnosticismo sono Kant, Hume ed altri.  Hume, ad esempio, ragionava così: al nostro intelletto non può essere mai accessibile nulla, all’infuori delle immagini o delle impressioni.  Da dove prendiamo queste immagini, noi non lo sappiamo.  Forse sono il risultato dell’azione degli oggetti sui nostri organi di senso, forse «derivano dall’energia dell’intelletto stesso», ma forse sono il risultato dell’azione di uno spirito invisibile e ignoto o di qualsiasi altra causa.  Tutto ciò, egli prosegue, dovrebbe dircelo l’esperienza, ma essa tace su questo punto e non può non tacere, poiché l’intelletto, avendo a che fare solo con le impressioni, non è in grado di confrontare le impressioni e l’oggetto.  Ogni esperienza nel dato caso si ridurrà alle impressioni e al rapporto tra le impressioni.

Il riferimento di Hume all’esperienza che testimonierebbe dell’impossibilità di conoscere la realtà oggettiva, è assolutamente privo di fondamento.  L’esperienza, a considerarla materialisticamente come attività pratica degli uomini, dimostra proprio il contrario.  Essa mostra che l’uomo è in grado di conoscere il mondo circostante, che la conoscenza è un riflesso nella coscienza della realtà oggettiva nella forma di immagini ideali.

Dicendo che la conoscenza è un processo di riflesso della realtà nella coscienza dell’uomo, bisogna sottolineare che questo riflesso non è passivo, meccanico, ma è un’intensa attività creatrice.  Il soggetto riflette non tutto quello che si trova nel suo campo visivo, ma quello che è necessario per la sua attività vitale, è legato in un modo o nell’altro ai suoi bisogni e può essere utilizzato per soddisfarli.

Realizzando il processo della conoscenza, gli uomini si pongono questi o quegli scopi che determinano la cerchia degli oggetti prescelti per essere indagati, l’indirizzo dello sviluppo del sapere, le forme in cui avviene questo processo, ecc.  A sua volta il contenuto di questi scopi è determinato dal livello di sviluppo della società, in particolare dal livello di sviluppo delle forze produttive e dai rapporti di produzione degli uomini, nonché dal livello di sviluppo del sapere stesso.  Ad esempio, oggi l’uomo si pone, in particolare, scopi come quelli di conoscere le leggi dell’interazione delle particelle «elementari» che costituiscono il nucleo atomico, la struttura delle molecole che condizionano i processi vitali nell’organismo, il meccanismo di accumulazione e di trasmissione delle informazioni.  In un passato non tanto lontano i suoi scopi nella sfera delle scienze naturali erano ben più modesti: accertare le proprietà chimiche e fisiche delle sostanze (che si manifestano nel processo della loro interazione), descrivere e classificare gli organismi viventi.

2.  LA PRATICA COME FONDAMENTO DELLA CONOSCENZA

Il carattere attivo della conoscenza è condizionato non solo dal fatto che essa persegue sempre scopi ben precisi, ma anche dal fatto che il processo della conoscenza avviene nel corso della trasformazione ad opera dell’uomo della realtà, nel corso dell’influsso pratico sul mondo.  Nel conoscere la realtà circostante, l’uomo non può e non deve rimanere semplice osservatore, contemplatore passivo di quello che vi avviene.  Se l’uomo si limiterà solo ad osservare, a contemplare l’oggetto d’indagine, potrà conoscerne solo alcune proprietà, per giunta esteriori, proprietà che non basteranno per farsi un’idea precisa dell’essenza di questo oggetto.  Per scoprire l’essenza dell’oggetto, è necessario agire su di esso, porlo in rapporti distinti da quelli in cui si trova allo stato naturale.  Modificando lo stato naturale dell’oggetto d’indagine, l’uomo penetra passo per passo nei suoi segreti, mette in luce la sua essenza, esprimendola per mezzo di queste o quelle immagini ideali.  La modificazione pratica della realtà è in tal modo la necessaria condizione per conoscerla.  La conoscenza può progredire solo sulla base della pratica.  La pratica ha al riguardo un ruolo determinante.

Essendo alla base della conoscenza, essendo la necessaria condizione perché l’intelletto umano possa penetrare l’essenza delle cose e dei fenomeni del mondo esterno, la pratica è lo scopo finale della conoscenza, ne è la forza motrice.  Infatti, affinché la produzione possa funzionare e svilupparsi, occorre conoscere i necessari lati e nessi di quei campi della realtà che vengono abbracciati dall’attività pratica degli uomini e che vengono trasformati nell’interesse della società.  Ma le cognizioni si acquistano nel processo della conoscenza della realtà, processo di cui si occupa soprattutto la scienza.  La missione principale della scienza consiste nell’assicurare alla società, e in particolare alla produzione, le cognizioni necessarie per il loro funzionamento e sviluppo.  La pratica sociale pone alla scienza determinati compiti, risolvendo i quali la scienza penetra sempre più profondamente nel mondo dei fenomeni, apre sempre nuove proprietà e nessi, progredendo così continuamente.  «Quando la società - scrisse Engels - ha dei bisogni tecnici, questo è per la scienza un aiuto più grande di dieci università»2.

Che lo sviluppo del sapere dipende dalla pratica, dai problemi che essa pone, lo mostra chiaramente la storia dell’evoluzione della scienza.  Ad esempio, tali rami del sapere scientifico come la meccanica, l’idrostatica, l’idrodinamica ottennero notevole sviluppo in quella epoca in cui la pratica pose di fronte alla scienza il problema dei metodi meccanici di allontanamento dell’acqua dalle miniere e di sollevamento dei pesi.  inoltre, la scienza dei fenomeni elettrici fece notevoli passi in avanti solo dopo che era stata scoperta la possibilità di utilizzarli.  Analogamente stavano le cose anche per quanto riguarda lo studio dei processi nucleari.  L’impetuoso sviluppo di questo ramo dello scibile è stato una conseguenza della scoperta delle vie per l’utilizzazione pratica dell’energia atomica.

Quindi la pratica esercita un influsso determinante sulla conoscenza, è alla base del suo sviluppo.

Alcuni filosofi premarxisti, e in particolare Hegel, pure ammettevano il ruolo determinante della pratica nel processo della conoscenza.  Il processo della conoscenza, secondo Hegel, avviene solo attraverso l’attività creatrice.  Ma presso Hegel la pratica si presenta solo come l’attività riflessiva, creatrice dell’idea, che edifica nel corso dello sviluppo della ragione autocosciente i singoli concetti e dopo di essi il mondo sensibile.

Ma in realtà la pratica rappresenta l’attività materiale degli uomini, volta a modificare, a trasformare la realtà circostante.  Si riferisce ad essa prima di tutto l’attività produttiva, legata alla modificazione delle cose della natura al fine di renderli adatti al soddisfacimento di questi o quei bisogni della società.  L’uomo modifica però non solo la natura, ma anche la vita sociale, i rapporti fra gli uomini, le varie istituzioni sociali, ecc.  Perciò si riferisce alla pratica anche l’attività sociale degli uomini, in particolare la lotta di classe che porta in ultima istanza alla modificazione dei rapporti di produzione e insieme ad essi anche di tutta la vita sociale degli uomini.

3.  IL CAMMINO DIALETTICO DELLA CONOSCENZA

Realizzandosi sulla base della pratica, la conoscenza muove continuamente dalla vivente intuizione al pensiero astratto e da questo alla pratica come criterio della verità delle conoscenze ottenute3.

1.  La vivente intuizione

La vivente intuizione è un riflesso sensibile della realtà.  Essa avviene attraverso la percezione immediata delle cose e dei fenomeni del mondo esterno per mezzo degli organi dei sensi dell’uomo.  A differenza dell’intuizione passiva, la vivente intuizione presuppone un’azione attiva sull’oggetto di conoscenza, una sua modificazione conformemente allo scopo e sorge nel corso di questa azione.

La vivente intuizione è legata a tali forme di riflesso della realtà come la sensazione e la percezione.

La sensazione è un’immagine concreta dell’oggetto che agisce direttamente sugli organi dei sensi.  In seguito all’azione dell’oggetto su questo o quell’organo dei sensi si irritano determinate cellule nervose.  Questa irritazione viene trasmessa tramite i nervi afferenti alla corteccia degli emisferi cerebrali e ne eccita questo o quel settore.  La fonte di eccitazione sorta nella corteccia condiziona la presa di coscienza dell’azione indicata e il riflesso di questa o quella proprietà dell’oggetto agente nella forma di una rispettiva immagine concreta: il colore, l’odore, il suono, il sapore, una determinata forma, la morbidezza, la ruvidezza, ecc.  La sensazione è in tal modo «il risultato dell’azione della materia sui nostri organi dei sensi»4, «la trasformazione dell’energia dello stimolo esterno in un fatto della coscienza»5.

Questa o quella sensazione non riflette tutto l’oggetto, ma solo alcuni suoi lati e proprietà.  Ma in quanto l’oggetto di regola agisce sugli organi dei sensi con molti suoi lati, sorge non una ma una moltitudine di sensazioni diverse, organicamente collegate, le quali forniscono nel loro insieme un’immagine più o meno integra dell’oggetto agente.  Questa immagine integra è la percezione.  La percezione, in tal modo, è un’immagine integra che sorge nel cervello dell’uomo in seguito all’azione di questo o quell’oggetto sugli organi dei sensi.

Cessata l’azione dell’oggetto, la percezione scompare, ma i nessi nervosi temporanei, sulla base dei quali è sorta, non scompaiono subito, ma continuano ad esistere per certo tempo.  Come risultato l’uomo può in seguito riprodurre nella sua coscienza l’immagine dell’oggetto che in precedenza aveva agito sui suoi organi dei sensi.  L’immagine dell’oggetto che in precedenza aveva agito sugli organi dei sensi, riprodotta nella coscienza, si chiama rappresentazione.

Per il suo contenuto la rappresentazione è meno ricca e meno nitida della percezione, riproduce solo parte delle proprietà dell’oggetto che ha agito sugli organi dei sensi.  Ma essa presenta una serie di vantaggi, rispetto alla percezione.  A differenza della percezione che, essendo sempre legata a questo o quell’oggetto concreto, frena l’attività conoscitiva della coscienza, limitandola al quadro ristretto di un dato caso concreto, la rappresentazione non presuppone un tale legame immediato con l’oggetto, permette di realizzare la conoscenza di quest’ultimo in sua assenza ed estende così le possibilità dell’attività conoscitiva della coscienza.  Inoltre, essendo l’immagine di un oggetto o fenomeno concreto, la percezione è sempre individuale, singolare.  Mentre la rappresentazione può essere anche un’immagine generale, può fissare solo quello che si ripete in una serie di oggetti e fenomeni simili.  Ad esempio, parallelamente alla rappresentazione di un albero o di un uomo concreto, possiamo avere una rappresentazione dell’albero in generale, dell’uomo in generale.  Di conseguenza, a differenza della percezione che lascia la coscienza prigioniera del singolare, dell’individuale, la rappresentazione la fa uscire dai limiti del singolare, le permette di individuare il generale e di tenerlo presente nelle rispettive azioni mentali.

Il riflesso della realtà attraverso le rappresentazioni esce dai limiti della vivente intuizione che ha a che fare solo con le sensazioni e le percezioni.  Il riflesso della realtà oggettiva attraverso le sensazioni, le percezioni e le rappresentazioni si suole chiamarlo conoscenza sensibile.  In tal modo, la vivente intuizione non è identica alla conoscenza sensibile, essa è qualcosa di più ristretto, rispetto a quest’ultima.

Dopo aver esaminato le forme fondamentali di conoscenza sensibile possiamo definirne le peculiarità.  Il più importante tratto distintivo della conoscenza sensibile è che essa collega noi direttamente con il mondo esterno.  Le sensazioni e le percezioni sono una conseguenza dell’azione diretta degli oggetti del mondo esterno sugli organi dei sensi.  Inoltre, la conoscenza sensibile è concreta.  Qui il mondo è riflesso in immagini concrete.  Infine, la conoscenza sensibile riflette solo ciò che è alla superficie dei fenomeni, i lati esterni degli oggetti, che di regola sono mutevoli, casuali.  Ma l’uomo lo interessano i lati e nessi stabili, necessari, le leggi del funzionamento e sviluppo degli enti materiali, poiché la sua attività pratica è basata su ciò che si ripete inevitabilmente in queste e quelle condizioni, su quello che è necessario.  Ma il necessario, le leggi non si prestano alla percezione immediata, costituiscono l’interno dei fenomeni.  Tutto ciò testimonia della limitatezza della conoscenza sensibile e della necessità di passare a forme nuove, più perfette, capaci di riflettere l’interno, il necessario, le leggi che si manifestano nella realtà circostante.  Queste nuove forme di conoscenza della realtà sono le forme di pensiero astratto.

2.  Il pensiero astratto

Prima di esaminare le peculiarità del pensiero astratto, dobbiamo stabilire che cosa è il pensiero in generale, che cosa esso rappresenta come particolare fenomeno sociale.

Pensare vuol dire distinguere nella coscienza questi o quei lati o proprietà dell’oggetto d’indagine e collegarli in combinazioni particolari al fine di conseguire un nuovo dato della conoscenza.

Da esempio elementare di operazione mentale può servire la soluzione di un problema matematico.  Ammettiamo che dobbiamo stabilire quante calzature devono essere prodotte il prossimo anno in un paese, se è noto che la sua popolazione è di 200 milioni di persone e ogni persona consuma nel corso dell’anno in media 3 paia di calzature.  Inoltre, si sa che il tasso medio annuo d’incremento della popolazione è di 15 persone per 1.000 abitanti.  Risolvendo il dato problema, discerniamo determinati dati di fatto, li poniamo in una determinata connessione (rapporto) tra di loro e arriviamo così ad una nuova conoscenza.  Così, rivolgiamo la nostra attenzione al numero totale degli abitanti che conta attualmente il paese (200 milioni), poi al tasso medio annuo d’incremento della popolazione, colleghiamo questi due fatti e otteniamo i dati sul numero degli abitanti che conterà il paese nel prossimo anno (203 milioni).  Questa nuova conoscenza noi la colleghiamo con il fabbisogno annuo in calzature per abitante (che ci è noto) e otteniamo una cifra che indica il fabbisogno totale in calzature della popolazione nel prossimo anno.  Così, discernendo i singoli dati di fatto e collegandoli in queste o quelle combinazioni per ottenere le informazioni che ci mancano, noi pensiamo e nel corso di questa attività mentale risolviamo il nostro problema.

La facoltà di pensare è sorta insieme alla coscienza sulla base dell’attività lavorativa degli uomini.  In un primo tempo, nelle fasi iniziali di sviluppo della società umana, essa aveva una forma oggettivata.  Compiendo queste o quelle operazioni mentali, gli uomini in quella epoca distinguevano e collegavano in nuove combinazioni le immagini concrete: le sensazioni, le percezioni, le rappresentazioni che sorgevano in essi nel corso della modificazione pratica della realtà circostante, nonché gli oggetti stessi e i fenomeni stessi che toccava loro di incontrare nella vita quotidiana.  In seguito, man mano che si sviluppava la produzione, l’uomo incominciava a far astrazione dai dati concreti, sensibili, a distinguere il generale nel singolare e a creare su questa base prima le rappresentazioni generali e in seguito i concetti, immagini ideali prive di perspicuità e riflettenti le proprietà e i nessi sostanziali generali degli oggetti e dei fenomeni della realtà circostante.

Con il sorgere dei concetti fa la sua apparizione il Pensiero astratto.  È la facoltà di discernere e di collegare i concetti allo scopo di acquisire nuove conoscenze.

Il concetto è una forma qualitativamente nuova di riflesso della realtà, la quale si distingue sostanzialmente dalle sopraesaminate forme di conoscenza sensibile.  A differenza di queste ultime, il concetto è privo di perspicuità.  Non si può, ad esempio, presentare in vesti concrete l’elemento chimico, la valenza, il patriottismo, il coraggio, la democrazia, ecc.  Tutte queste immagini ideali sono dei pensieri che esprimono una rispettiva comprensione di questo o quello stato di cose.  Inoltre, se le immagini sensibili - la sensazione, la percezione, la rappresentazione - riflettono le proprietà e i nessi esterni degli oggetti e dei fenomeni della realtà, il concetto rispecchia le proprietà e i nessi interni, essenziali, quello che è proprio per natura alle cose.

Nel processo dell’attività riflessiva i concetti, entrando in interconnessione e interdipendenza fra di loro, creano altre forme di riflesso della realtà, in particolare il giudizio e la deduzione.

Il giudizio è la più semplice forma del pensiero, la quale rispecchia attraverso una determinata interconnessione dei concetti o delle rappresentazioni la presenza o l’assenza dei nessi tra gli oggetti e le loro proprietà.  Sono, ad esempio, giudizi i seguenti pensieri: «l’uomo è un essere sociale», «il capitalismo genera la disoccupazione», «nella società capitalistica il proletario non è proprietario dei mezzi di produzione».  Il primo pensiero fissa il nesso fra l’uomo e la società; il secondo il nesso fra il capitalismo, da una parte, e la disoccupazione, dall’altra; il terzo esprime l’assenza del nesso fra il proletariato e la proprietà dei mezzi di produzione nella società capitalistica.

La deduzione è una forma del pensiero, la quale rappresenta una tale connessione tra i giudizi che permette di formulare un nuovo giudizio, contenente una nuova idea.  Può servire da esempio di deduzione il seguente ragionamento: «Tutti i cittadini di un paese socialista hanno il diritto al lavoro e al riposo.  Carlo è cittadino di un paese socialista.  Carlo ha il diritto al lavoro e al riposo».  Qui i primi due giudizi sono tra di loro in una tale connessione che permette di esprimere un nuovo giudizio che racchiude in sé una nuova idea.

Collegando i rispettivi concetti in giudizi, e i giudizi in deduzioni, l’uomo pensa e nel corso di questa attività mentale riproduce nella coscienza, nella forma di un sistema di immagini ideali, i necessari lati e nessi della realtà, l’essenza dell’oggetto d’indagine.  La capacità di penetrare l’essenza della sfera indagata della realtà, l’individuazione dei necessari lati e nessi interni, ad essa propri, rappresentano la caratteristica più importante del pensiero astratto che lo distingue dalla conoscenza sensibile.

Un altro tratto distintivo del pensiero astratto è il carattere mediato del riflesso.  Operando con concetti, giudizi e deduzioni, il pensiero astratto non è legato direttamente all’oggetto d’indagine, esso ha a che fare con i dati sensibili su questo oggetto, ottenuti nel processo della conoscenza sensibile.  Proprio questi dati sensibili assolvono il ruolo di istanza mediatrice che separa il pensiero astratto dalla realtà e al tempo stesso lo collega con esso.

3.  L’interconnessione del sensibile e del razionale nella conoscenza

Abbiamo visto che l’uomo viene a conoscere il mondo circostante per mezzo della vivente intuizione e del pensiero astratto.  Ma quale è la parte di ciascuno di questi modi di conoscere la realtà oggettiva?  I sensualisti ritenevano che nel processo della conoscenza il momento determinante è l’esperienza sensibile.  Mentre il pensiero astratto, dal loro punto di vista, assolve solo un ruolo collaterale, praticamente non aggiunge nulla a quello che è stato ottenuto nel processo della conoscenza sensibile.  «Nell’intelletto umano - affermavano i sensualisti - non vi è nulla che non sia già presente nei dati sensibili».  I nazionalisti affermavano l’opposto.  Secondo loro, è determinante il pensiero astratto, la ragione, e non i sensi.  I sensi, essi dichiaravano, deformano la realtà, ci traggono in errore, per ciò non si può partire da essi nel processo della conoscenza della verità.  L’unico arbitro imparziale è la ragione, solo essa può portare alla verità.

Ma come si risolve in realtà il problema: quale dei suddetti cammini della conoscenza è determinante?  Né la conoscenza sensibile né il pensiero astratto sono in grado, separatamente, in distacco l’una dall’altro, di assicurare la vera conoscenza dell’essenza dell’oggetto d’indagine.  La conoscenza sensibile si limita a fissare ciò che è alla superficie dei fenomeni e non è in grado di penetrarne l’essenza.  Il pensiero astratto può penetrare l’essenza, ma esso non dispone dei necessari dati sull’oggetto d’indagine, poggiando sui quali si potrebbe riprodurne nella coscienza l’essenza.  Questi dati gli fornisce la conoscenza sensibile.  Perciò è evidente che non si può contrapporre la conoscenza sensibile al pensiero astratto e viceversa.  L’essenza può essere conosciuta solo con gli sforzi congiunti dell’una e dell’altro.

L’interconnessione del sensibile e del razionale nella conoscenza si esprime non solo nel fatto che essi completano e suppongono l’uno l’altro, ma anche nel fatto che essi si compenetrano reciprocamente.  Della vivente intuizione ne è caratteristica anche l’attività mentale, nel processo della quale si adoperano le immagini concrete, in particolare le rappresentazioni.

Percependo queste o quelle proprietà dell’oggetto d’indagine, l’uomo le considera alla luce dei concetti disponibili e ne prende così coscienza.  Ma la derivazione del particolare dal generale e la formulazione su questa base di un giudizio contenente una nuova conoscenza, non è altro che la deduzione, una delle forme del pensare.  Inoltre, fissando le proprietà accertate dell’oggetto, l’uomo lo confronta con gli altri oggetti che gli sono noti, e ne stabilisce la somiglianza o la differenza.  E anche ciò avviene nella forma di deduzione.

In tal modo, la conoscenza sensibile che rispecchia l’oggetto d’indagine nella forma di sensazioni, percezioni e rappresentazioni, è organicamente legata al pensiero, include in sé quest’ultimo come uno dei momenti necessari.

Non è assolutamente esente da immagini concrete anche il pensiero astratto.  Operando con i concetti astratti, esso deve avere nel suo campo visivo quell’oggetto concreto, la cui essenza è chiamato a scoprire e ad esprimere nella forma di concetti astratti.

Quindi la conoscenza sensibile e il pensiero astratto sono in interconnessione e interdipendenza organica tra di loro, e nel processo del loro funzionamento e sviluppo si compenetrano reciprocamente e passano l’una nell’altro. 

4.  La conoscenza empirica e teorica

Nell’esaminare il processo della conoscenza alla luce della compenetrazione reciproca del sensibile e del razionale, della vivente intuizione e del pensiero astratto si rende necessario distinguere i livelli empirico e teorico della conoscenza.

La conoscenza empirica è caratterizzata dal fatto che essa ha a che fare con il fenomeno, con quello che è alla superficie dell’oggetto, cioè con i suoi lati e nessi esterni.  Qui prevalgono le forme sensibili di riflesso della realtà: le sensazioni, le percezioni, le rappresentazioni.  I concetti, i giudizi e le deduzioni al dato livello della conoscenza sono strettamente legati ai dati sensibili, alla loro elaborazione mentale: la fissazione, l’analisi, il raggruppamento, l’individuazione delle proprietà generali e particolari degli oggetti d’indagine.

La conoscenza empirica descrive il comportamento dell’oggetto d’indagine, fissa i mutamenti che avvengono in esso e trae dai dati che vengono accumulati le rispettive conclusioni generali.  È vero, queste conclusioni sono di scarso valore per la scienza e la pratica, in quanto non fanno che costatare quello che è, quello che si osserva nel corso degli esperimenti, ma non possono spiegarne il perché, non possono stabilire se ciò si presenta necessariamente nelle date condizioni.  Ciò può essere stabilito solo dalla conoscenza teorica.

Sviluppandosi sulla base della conoscenza empirica, la conoscenza teorica non si limita a contemplare solo la superficie dei fenomeni, ma penetra la loro natura, mette in luce le cause che li condizionano.  Poggiando sui dati empirici, essa mira a scoprire i necessari lati e nessi dell’oggetto d’indagine, le leggi del suo funzionamento e sviluppo e a spiegare, partendo da essi, i fenomeni osservati.  Il compito della conoscenza teorica consiste, in tal modo, nel «ricondurre il movimento apparente, puramente fenomenico, al movimento reale interno...»6.

La conoscenza teorica opera con i concetti, i giudizi e le deduzioni e attraverso la loro interconnessione riproduce nella coscienza l’essenza dell’oggetto d’indagine.

5.  La pratica come criterio della verità

I vari filosofi spiegano in modo diverso la questione del criterio della verità.  Alcuni proclamano criterio della verità la chiarezza del pensiero (Descartes), altri la sensibilità, la percezione immediata di questo o quello stato di cose (Feuerbach), terzi il valore universale (machista Bogdanov), quarti l’utilità (Dewey), ecc.  Ma tutti questi fattori non possono farci uscire dai limiti della nostra opinione soggettiva e perciò non sono capaci di distinguere la verità dall’errore.  Infatti, la chiarezza del pensiero, ad esempio, testimonia della comprensione di un dato stato di cose da parte del soggetto, ma non della corrispondenza di questo stato di cose alla realtà.  Si può sbagliare anche in buona fede.  La percezione immediata di questo o quel fenomeno pure può essere ingannevole, deformata.  Ad esempio, a grande distanza un oggetto ci pare più piccolo di quanto lo sia effettivamente, ma in realtà esso è sempre lo stesso.  Inoltre, il fatto che questa o quella tesi è considerata vera da molte persone, pure non ne esclude l’erroneità, poiché possono sbagliarsi molti.  Ad esempio, molti credono nell’esistenza dei diavoli, dell’inferno, del paradiso, ecc.  Si avranno i medesimi risultati se utilizzeremo come mezzo per la verifica della verità momenti come l’utilità o la fede.  Per queste o quelle persone può rivelarsi utile anche una tesi falsa.  Ad esempio, è utile alla borghesia l’idea che lo Stato capitalistico esprime gli interessi di tutte le classi.  Ma ciò non corrisponde alla realtà, poiché lo Stato borghese esprime gli interessi degli sfruttatori, in particolare della borghesia, ed è volto contro i lavoratori.

Ma come in tale caso controllare la verità di questa o quella enunciazione?  La verità delle nostre conoscenze deve essere controllata con la pratica.  Solo la pratica può decidere definitivamente che cosa è vero e che cosa è falso.

L’idea della pratica come criterio della verità è stata per la prima volta avanzata e conseguentemente sviluppata dal marxismo.  Marx scriveva: «La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva non è questione teoretica bensì una questione pratica.  Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere...  del suo pensiero»7.

Infatti, per provare la verità di questa o quella enunciazione, è necessario, appogiandosi su di essa, effettuare queste o quelle azioni pratiche.  E se si ottengono i risultati attesi, la tesi enunciata è vera, ma se i risultati saranno diversi, essa è falsa.  Ad esempio, dobbiamo provare la verità della tesi che il calore può trasformarsi in moto meccanico.  Per farlo, costruiamo una macchina a vapore, fondata sul principio della conversione dell’energia termica in quella meccanica.  Il lavoro della macchina mostrerà che la data affermazione è vera, corrisponde al reale stato di cose.

6.  La verità oggettiva.  L’interconnessione dell’assoluto e del relativo nella verità

Abbiamo già rilevato che le conoscenze ottenute nel processo della conoscenza empirica e teorica diventano vere solo se trovano conferma nell’attività pratica.  Ma che cosa sono le conoscenze vere?  In che cosa si distinguono dalle conoscenze non vere?

La conoscenza vera è una conoscenza che corrisponde alla realtà, riflette il reale stato di cose.

Essendo conforme alla realtà, la vera conoscenza «è indipendente sia dall’uomo che dal genere umano»8.  Gli uomini non possono arbitrariamente, a proprio avviso, modificare il contenuto delle tesi vere.  Ad esempio, la tesi che l’energia elettrica può trasformarsi in calore e in moto meccanico, e questi ultimi in elettricità, essendo una tesi Vera che riflette la realtà, non può essere modificata dagli uomini, essi non sono in grado di farlo.

Perciò si può dare la seguente definizione della verità oggettiva.  La verità oggettiva è un tale contenuto delle nostre conoscenze che riflette il reale stato di cose e perciò non dipende né dall’uomo né dal genere umano.

Ma dando una tale definizione, non affermiamo forse noi stessi, dopo i metafisici, che la verità in generale non può mutare, che essa è eterna?  No, non lo affermiamo.

Anche se gli uomini non possono modificare arbitrariamente il contenuto della verità, esso si modifica inevitabilmente nel corso dello sviluppo della conoscenza sociale e della pratica.  Ciò è determinato prima di tutto dal fatto che il processo della conoscenza non segna il passo, ma si sviluppa continuamente sulla base della pratica sociale.  Nel corso della conoscenza gli uomini penetrano sempre più profondamente nella realtà circostante, ne scoprono sempre nuovi lati e nessi e così precisano, completano, arricchiscono le proprie conoscenze, le rendono più conformi all’esistente stato di cose.

Ad esempio, il fisico tedesco Julius Plücker, facendo passare la corrente elettrica attraverso un tubo a gas rarefatto, scoprì nel 1858 i cosiddetti raggi catodici.  Più tardi, nel 1869, Johann Hittorf stabilì che questi raggi si diffondono rettilineamente, deviano sotto l’azione di un campo magnetico, vengono assorbiti dai solidi, ecc.  In seguito, nel 1879, il fisico inglese William Crookes espresse l’idea che i raggi catodici rappresentano un flusso di minuscole particelle che escono dal catodo e si muovono ad immensa velocità.  Queste particelle, secondo Crookes, sono cariche di elettricità negativa e fanno parte di tutti gli atomi.  Una conferma sperimentale dell’idea di Crookes fu data da John Thompson nel 1897.  Queste particelle furono chiamate elettroni su proposta del fisico canadese Johnstone Stoney.

L’esempio da noi riferito mostra come nel processo di sviluppo del sapere le nostre cognizioni sull’elettrone andassero continuamente modificandosi, diventando più precise e più complete.  La data circostanza dimostra in modo abbastanza convincente che la verità oggettiva è relativa, che il suo contenuto dipende in un modo o nell’altro dal livello di sviluppo della conoscenza sociale e della pratica.

La verità oggettiva non può rimanere immutabile anche per il fatto che la realtà, da essa riflessa, non sta ferma, ma è in continuo mutamento e sviluppo.  Ma se l’oggetto di riflesso muta, passa da uno stato qualitativo all’altro, se scompaiono alcune sue proprietà e nessi e ne sorgono altri, allora anche le nostre conoscenze su di esso non possono rimanere immutabili.  Per essere vere, esse devono inevitabilmente essere modificate, devono essere completate, rese conformi alla realtà mutata.  Ad esempio, le nostre conoscenze sul proletariato della Russia non potevano rimanere immutate dopo che esso aveva compiuto la rivoluzione socialista, aveva instaurato nel paese la propria dittatura e costruito il socialismo.  Perché corrispondano alla realtà, dobbiamo completarle di nuovi dati che caratterizzino la condizione sociale della classe operaia, il suo posto e il suo ruolo nella società socialista.

Poi, la verità oggettiva è tale solo entro limiti determinati, a condizioni rigorosamente determinate.  Se si esce da questi limiti, se mutano le condizioni, la conoscenza vera si trasforma in conoscenza non vera.  Ad esempio, la tesi sulla possibilità di compiere la rivoluzione socialista per via pacifica è vera non sempre e non per tutti i paesi, ma solo per quei paesi in cui sono sorte le rispettive condizioni, in particolare per i paesi dove il proletariato ha effettivamente la possibilità di attrarre dalla propria parte la maggioranza della popolazione, di vincere alle elezioni politiche, di formare un proprio governo e di procedere per via pacifica se la borghesia non opporrà la resistenza armata - alla trasformazione in senso socialista dei rapporti sociali.  Ciò mostra che la verità è sempre concreta.

Quindi, la verità oggettiva è relativa, essa muta inevitabilmente in seguito allo sviluppo della conoscenza sociale, in seguito al mutare della realtà riflessa e delle sue condizioni di esistenza.

Ma se la verità non è immutabile, eterna, ma muta inevitabilmente, dipende dal livello di sviluppo della conoscenza sociale, ciò non esclude forse la sua oggettività, la sua indipendenza dall’uomo e dal genere umano?  No, non lo esclude.  Al contrario, il suddetto mutare della verità è una delle condizioni per assicurarne l’oggettività, in quanto contribuisce a rendere le nostre conoscenze più rispondenti al vero stato di cose.

Un esempio del come il mutare della verità contribuisca ad accrescerne l’oggettività è lo sviluppo delle nostre conoscenze sulla radiazione termica.  Già nella più remota antichità gli uomini costatarono che la fiamma emette raggi termici.  In un primo tempo si pensava che la radiazione termica fosse dovuta solo ai processi di combustione, ma poi fu scoperto che possiedono tale proprietà anche i corpi roventi e alla fine del XVII si venne a sapere che la possiedono anche i corpi non arroventato ma riscaldati.  Nel XVIII secolo gli scienziati (Pierre Prevost, 1791) giunsero alla conclusione che la radiazione termica è caratteristica di tutti i corpi indipendentemente dalla loro temperatura.  Sempre nel XVIII secolo fu stabilito (Johann Heinrich Lambert, 1779) che la diffusione e la riflessione dei raggi termici avviene analogamente alla diffusione e alla riflessione dei raggi luminosi, che la quantità di raggi termici emessi da un corpo è proporzionale all’aumento della sua temperatura (John Leslie).  Fu poi osservato che i corpi che emettono una forte quantità di calore, possiedono una maggiore capacità di assorbimento di esso e viceversa.  Infine, nel 1800, fu stabilito (Frederik William Herschel) che nelle regioni diverse dello spettro il calore non si distribuisce in modo uniforme, che l’effetto termico è particolarmente notevole in quella regione dello spettro che corrisponde al color rosso e diminuisce in direzione del color violetto.  Noi vediamo come le nostre conoscenze sulla radiazione termica siano andate modificandosi con lo sviluppo della conoscenza sociale.  Ma esse sono forse diventate meno oggettive a causa di tutto ciò?  Hanno cessato forse di essere attendibili, in particolare, i dati degli antichi, secondo cui la fiamma emette raggi termici?  No di certo.  Il mutare delle nostre conoscenze sulla radiazione termica le rendeva sempre più vere, sempre più oggettive, di modo che esse rispecchiavano con più precisione il vero stato di cose.

Infine, se le nostre cognizioni sono sempre relative, mutano inevitabilmente nel processo di sviluppo della conoscenza sociale e della pratica, ciò non dimostra forse l’assenza di verità assoluta, non ne rende forse impossibile l’esistenza?  Proprio una tale conclusione traggono dalla relatività, dalla mutabilità delle nostre conoscenze i relativisti.  Per il materialismo dialettico la relatività delle nostre conoscenze non testimonia dell’assenza di verità assoluta, poiché esso vede nel relativo un elemento dell’assoluto.  Secondo il materialismo dialettico, la verità oggettiva è ad un tempo relativa e assoluta.  In quanto riflette in modo giusto questi o quei lati e nessi della realtà, essa è assoluta, e in quanto questo riflesso non è sempre completo, non abbraccia e non può abbracciare tutto il contenuto dell’oggetto (che è inesauribile), essa è relativa.

Quindi, anche se le nostre conoscenze sono sempre relative, ciò non significa affatto che esse non possano pretendere all’oggettività, e in pari tempo, all’assolutezza.  L’esistenza della verità assoluta è necessariamente legata all’oggettività della nostra conoscenza.  Lenin scrisse: «Ammettere la verità oggettiva, e cioè la verità indipendente dall’uomo e dal genere umano, vuol dire ammettere, in un modo o nell’altro, la verità assoluta»9.

La verità assoluta esiste attraverso le verità relative, attraverso quei lati, momenti delle verità relative che riflettono il reale stato di cose.  Ma man mano che progrediscono il sapere e la prassi sociale, la quantità di questi momenti e lati si accresce sempre di più.  Al tempo stesso la verità assoluta come la somma in continuo aumento delle verità relative diventa sempre più completa.  Ma essa non potrà mai raggiungere la compiutezza definitiva, in quanto il mondo in tutta la sua molteplicità è infinito e perciò non può mai essere esaurito fino in fondo.  Alla catena rappresentata dalla verità assoluta andranno aggiungendosi sempre nuovi anelli rappresentati da altrettante nuove verità relative, facendoci avvicinare al riflesso sempre più completo e in questo senso assoluto della realtà, non permettendo però mai di esaurirla fino in fondo.

4.  LE FORME E I METODI DI CONOSCENZA SCIENTIFICA

Venendo a conoscere la realtà circostante, l’uomo elabora e utilizza le rispettive forme e i rispettivi metodi di riflesso della realtà operando con vari tipi di giudizi, deduzioni e concetti, si fa guidare dalle norme o dai princìpi dell’attività conoscitiva.  Le forme e i metodi di conoscenza, adoperati dall’uomo, riflettono i lati e nessi della realtà e le leggi di sviluppo della conoscenza sociale e della pratica.

Il metodo di conoscenza rappresenta l’insieme dei criteri o dei princìpi che deve rispettare l’uomo indagando questo o quel campo della realtà.  Questi princìpi si formulano in base a questi o quei lati e nessi universali della realtà, in base alle leggi che presiedono al funzionamento e allo sviluppo della conoscenza.

Una parte dei suddetti princìpi è applicabile in tutti gli stadi di sviluppo della conoscenza, in tutti i settori di ricerca scientifica, l’altra parte in questo o quello stadio di conoscenza, in questo o quel settore della scienza.  In relazione a ciò si distinguono i metodi generali di conoscenza scientifica e i metodi e procedimenti particolari di ricerca scientifica.  Esaminiamo dunque alcuni dei metodi e procedimenti generali, utilizzati nel processo della conoscenza scientifica.

1.  L’osservazione

L’osservazione è una percezione premeditata e conforme allo scopo dei fenomeni riguardanti l’oggetto d’indagine.  Essa presuppone la formulazione a priori dello scopo, la definizione dei metodi di raggiungimento di esso, un piano di controllo sul comportamento dell’oggetto, l’impiego degli strumenti che estendono le possibilità di percezione e di fissazione di queste o quelle proprietà dell’oggetto.  Il successo dell’osservazione e i suoi risultati dipendono pure da quanto l’osservatore sia competente nel dato campo dei fenomeni, dalla sua preparazione e abilità.

2.  L’esperimento

L’esperimento è un procedimento di ricerca scientifica che presuppone una rispettiva modificazione dell’oggetto o la riproduzione di esso in condizioni appositamente create.

A differenza dell’osservazione, dove il soggetto non si intromette nel fenomeno indagato ma si limita a fissarne lo stato naturale, l’esperimento presuppone un intervento attivo del soggetto nella sfera indagata, l’alterazione dello stato naturale delle cose, non solo, ma l’oggetto viene posto in condizioni diverse specialmente previste.  Il ricercatore costringe così l’oggetto a reagire alle nuove condizioni e a manifestare nuove proprietà, non osservabili allo stato naturale.  Poi, modificando queste condizioni, egli stabilisce come e in quale direzione mutano queste e le altre proprietà dell’oggetto e raccoglie in tal modo un ricco materiale che caratterizza il comportamento dell’oggetto in una situazione diversa.

Effettuando questo o quell’esperimento, il ricercatore parte dai dati disponibili sul dato ordine di fenomeni, ne tiene conto nello scegliere il metodo e le vie concrete per realizzare l’esperimento.  Inoltre, egli parte da determinate supposizioni che devono essere confermate o confutate dall’esperimento.  In altre parole, anche se l’esperimento è chiamato a fornire nuovi dati concreti sull’oggetto d’indagine, esso è legato non solo alle forme sensibili di conoscenza, ma anche al pensiero astratto.

3.  La comparazione

La comparazione è un metodo di accertamento della somiglianza e della differenza tra il fenomeno, oggetto di indagine, e altri fenomeni.  La comparazione è un metodo indispensabile di ricerca scientifica, largamente applicato nei più diversi stadi di sviluppo della conoscenza.  Senza di esso è inconcepibile la conoscenza scientifica.

Infatti, la scienza ha lo scopo di individuare ciò che è comune ai fenomeni, ciò che si ripete in essi, e di metterne in luce l’essenza.  Comparando l’oggetto d’indagine e altri oggetti, confrontando i dati ottenuti in un momento e in condizioni determinate con i dati ottenuti in un altro momento e in condizioni diverse, noi ne stabiliamo così le caratteristiche comuni.  La comparazione aiuta ad accertare quello che si ripete nei fenomeni e a trarre sulla base di ciò queste o quelle conclusioni generali riguardanti l’oggetto d’indagine.

4.  L’ipotesi

L’ipotesi è una delle più importanti forme del pensare che collegano la conoscenza teorica con quella empirica e che assicurano il passaggio dal riflesso dei momenti esteriori al riflesso dei momenti interiori.

L’ipotesi è una supposizione, basata sui dati accertati, intorno alla causa che condiziona questi o quei fenomeni.

Un’ipotesi si costruisce nel seguente modo.  Dapprima si studiano minuziosamente i fenomeni che si riferiscono all’oggetto d’indagine.  Mediante osservazioni e esperimenti si raccolgono dati concernenti le proprietà dell’oggetto, accessibili alla percezione, i suoi mutamenti e i suoi nessi con i fenomeni che lo circondano.  Sulla base di un’analisi di questi dati si formula una proposizione circa la causa eventuale della comparsa delle proprietà osservabili, proposizione la cui verità è supposta in vista di conseguenze che se ne possono trarre e che la verificano o no in determinate condizioni.  Se questa o quella conseguenza supposta non si verifica, l’ipotesi è considerata erronea.  Ma se tutte le conseguenze si verificano, l’ipotesi è considerata scientificamente fondata e in seguito, man mano che viene ulteriormente dimostrata e confermata dall’esperienza, si trasforma in una teoria scientifica, in una conoscenza attendibile.

Il processo di costruzione di un’ipotesi e di trasformazione di essa in una conoscenza attendibile può essere seguìto su un esempio come la spiegazione dell’aumento della radioattività di una sostanza esposta all’azione dei neutroni in presenza di sostanze leggere.

Nel corso dei loro esperimenti Bruno Pontecorvo e Edoardo Amaldi constatarono che la quantità di radioattività, acquistata da una sostanza in seguito all’irradiazione, dipende dagli oggetti situati accanto.  Ad esempio, in caso di irradiazione di un cilindretto d’argento in una cassa di piombo, la sua radioattività era modesta, ma se esso veniva esposto all’azione dei raggi su un supporto di legno, essa cresceva considerevolmente.  Analizzando le circostanze in cui si osserva il dato fenomeno, Fermi fece una supposizione circa la causa dell’aumento della radioattività nei casi in cui si trovano accanto alla sostanza irradiata dei corpi leggeri.  L’essenza di questa supposizione stava in quanto segue.

Penetrando in una sostanza e scontrandosi con questo o quel nucleo, il neutrone perde parte della sua energia.  La quantità di energia che esso perde in ogni caso concreto, dipende dal peso del nucleo con cui si scontra.  Se esso urta contro un nucleo pesante, ad esempio contro un nucleo di un atomo di piombo, rimbalzerà quasi con la stessa velocità, cioè perderà pochissima energia.  Se esso urterà contro un nucleo leggero, in particolare contro un nucleo di un atomo di idrogeno, allora, trasmettendogli parte della propria energia, rimbalzerà con una velocità minore.  In tal modo, quanto più leggero è il nucleo, tanto maggiore è la quantità di energia che perderà il neutrone urtando contro di esso.  Ma il cambiamento della velocità del neutrone ne aumenta le probabilità di essere catturato dal nucleo degli atomi della sostanza che attraversa, poiché, muovendosi più lentamente, esso interagisce più a lungo con i nuclei che incontra sul suo cammino.  Perciò, quando si trova accanto alla sostanza irradiata un corpo leggero, ad esempio il legno che contiene una forte quantità di idrogeno, i neutroni, penetrando in esso, rallentano il loro moto e in tale stato vengono più spesso catturati dai nuclei, il che provoca un aumento della radioattività.

Nel supporre la causa dell’aumento della radioattività di una sostanza esposta all’azione dei neutroni, Fermi ne trasse la seguente conclusione: la radioattività delle sostanze irradiate dai neutroni deve aumentare in presenza di qualsiasi sostanza leggera.

Per controllare la giustezza di questa conclusione, Fermi decise di irradiare l’argento in un ambiente di paraffina (come si sa, la paraffina contiene un numero di atomi di idrogeno notevolmente più grande che il legno che aumenta la radioattività in presenza dell’argento).  L’argento irradiato in un ambiente di paraffina acquistava una radioattività maggiore di quella registrata in caso di irradiazione di esso su un supporto di legno.

Questo fatto dimostrava quanto fosse giusta la supposizione di Fermi.

L’ipotesi assolve un ruolo eccezionalmente importante nello sviluppo del sapere scientifico.  E ciò non è casuale, poiché essa rappresenta una forma di passaggio dalla descrizione alla spiegazione dell’oggetto d’indagine, dalla fissazione delle sue manifestazioni esterne alla riproduzione delle cause interne che le generano.

5.  L’analogia

Un’altra forma del pensare, la quale permette di realizzare il passaggio dalla conoscenza empirica a quella teorica, è l’analogia.

L’analogia è un procedimento mentale, nel corso del quale si trae dalla constatazione di un rapporto di somiglianza per queste o quelle proprietà tra due oggetti una conclusione sulla loro somiglianza anche per quel che riguarda le loro altre proprietà.

L’analogia come forma del pensare si applica di solito quando ci si trova di fronte ad un fenomeno più o meno studiato che somiglia ad un altro fenomeno non ancora indagato.  Tenendo conto di questa somiglianza, si può supporre che il fenomeno non esplorato ubbidisca alle leggi proprie al primo fenomeno.  A fondamento di una tale supposizione è il fatto che tra le proprietà e i rapporti che caratterizzano due oggetti, vi è una certa interconnessione e interdipendenza e perciò alcune proprietà e rapporti comuni ad entrambi portano a presupporne altri.

La conclusione per analogia ha un ruolo sostanziale nello sviluppo della scienza.  Molte importantissime scoperte scientifiche furono fatte estendendo le leggi proprie ad un ordine di fenomeni ai fenomeni di un altro ordine.  Così, il fisico olandese Christian Huygens trasse una conclusione sulla natura ondulatoria della luce in base alla somiglianza tra quest’ultima, per tutta una serie di proprietà, e un fenomeno come il suono.  Krónig, confrontando il movimento delle molecole di gas con il movimento delle palle elastiche e costatando alcuni tratti comuni di questo processo, calcolò la pressione del gas.  La somiglianza che si ha tra il movimento di un liquido lungo un tubo e quello degli elettroni lungo un conduttore servì di base all’elaborazione della teoria della corrente elettrica.  Infine, la scoperta di una certa somiglianza tra i processi di riflesso dell’organismo vivente e alcuni processi fisici ha contribuito alla creazione dei rispettivi congegni cibernetici.

6.  La modellazione

Una stretta connessione tra la conoscenza empirica e quella teorica e il passaggio dalla prima alla seconda sono resi possibili anche grazie ad un procedimento di ricerca scientifica come la modellazione.

La modellazione rappresenta la riproduzione di determinate Proprietà e nessi dell’oggetto d’indagine in un altro oggetto appositamente creato, cioè nel modello, al fine di studiarli più a fondo.

Può servire da esempio di modello la carta geografica che riproduce determinate caratteristiche della superficie del globo terrestre.  Sono modelli le macchine cibernetiche che imitano le proprietà del cervello umano, le formule strutturali che riproducono le proprietà e i nessi della molecola di questa o quella sostanza, dell’atomo, ecc.

La modellazione presenta una notevole somiglianza con il metodo di analogia.  Qui, sulla base della scoperta di queste o quelle proprietà di un oggetto - del modello - si trae la conclusione che le possiede anche un altro oggetto, quello indagato.

Pregio della modellazione è che essa permette di accertare queste o quelle proprietà dell’oggetto d’indagine, di presentarle in forma pura e di studiarle in assenza dell’originale.  Ciò è di eccezionale importanza nei casi in cui l’accesso all’oggetto e l’azione su di esso sono resi difficili da queste o quelle circostanze o sono impossibili in generale.

Si distinguono i modelli materiali e ideali (logici).  I modelli materiali sono oggetti appositamente creati o prescelti dall’uomo, che riproducono fisicamente queste o quelle proprietà, nessi o processi che sono caratteristici dell’oggetto d’indagine.  I modelli materiali esistono realmente, funzionano e si sviluppano in base a determinate leggi oggettive che esistono fuori della coscienza umana e indipendentemente da essa.  È un modello materiale quello di una casa, di un ponte, di una diga, ecc.

I modelli ideali rappresentano costruzioni mentali, immagini, schemi teorici che riproducono in forma ideale le proprietà e i nessi dell’oggetto d’indagine.  Questi modelli vengono fissati con l’ausilio di determinati segni, disegni e di altri mezzi materiali.  A differenza di quelli materiali, i modelli ideali non riproducono lo stato fisico e le proprietà dell’oggetto d’indagine, ma solo le copiano, le riflettono nelle rispettive costruzioni mentali.

Il ruolo della modellazione nella conoscenza e nella pratica si è accresciuto particolarmente in questi ultimi tempi in seguito allo sviluppo della cibernetica e della logica matematica.

7.  L’induzione e la deduzione

Al livello empirico di sviluppo della conoscenza si fa largo uso di una forma del pensare come l’induzione.

L’induzione è un Processo mentale, nel corso del quale, sulla base della conoscenza di una serie di casi particolari, si trae una conclusione generale riguardante tutti i fenomeni di un dato ordine.

La conoscenza ottenuta per via induttiva è di regola probabilistica, problematica, in quanto qui la conclusione generale si trae dal fatto della ripetibilità semplice di questa o quella proprietà in tutti i fenomeni indagati.  La presenza di questa o quella proprietà nei casi esaminati non dimostra affatto che essa si ripeterà necessariamente anche negli altri fenomeni non ancora studiati.  Si, può ripetersi, ma può anche non ripetersi.  Si ripeterà immancabilmente, se è conforme alla natura dei fenomeni del dato ordine, ma può anche non ripetersi, se non è collegata con la natura di essi ed è condizionata da circostanze esterne.  Ma l’induzione non può stabilire, se questa proprietà è un momento necessario o casuale; ci vogliono a questo scopo altri metodi di conoscenza scientifica, in particolare la deduzione, metodo che ha già attinenza con la conoscenza teorica.

La deduzione è un processo mentale, nel corso del quale si formula logicamente una nuova idea in base a questi o quegli enunciati che si presentano come regola comune a tutti i fenomeni del dato ordine.  Può servire da esempio di deduzione la seguente conclusione: «Lo Stato è uno strumento della classe che domina nella società per reprimere i suoi avversari di classe.  Nella società capitalistica la classe dominante è la borghesia.  Quindi, nella società capitalistica lo Stato è uno strumento nelle mani della borghesia per reprimere i suoi avversari di classe».

È importante il ruolo della deduzione nell’argomentazione scientifica dei princìpi che riflettono i lati e nessi degli oggetti indagati, inaccessibili alla percezione immediata.

Anche se l’induzione e la deduzione sono due forme a sé stanti del pensare, esse sono organicamente connesse, presuppongono l’una l’altra e all’infuori di questa unità non sono in grado di assicurare lo sviluppo del processo conoscitivo.  Generalizzando i dati empirici che si vanno accumulando, l’induzione prepara il terreno per formulare supposizioni intorno alla causa dei fenomeni indagati, intorno all’esistenza o meno di questo o quel nesso necessario, intorno alle vie da seguire per verificare se siano giuste o meno queste supposizioni.  Mentre la deduzione, dando un fondamento teorico alle conclusioni per induzione, toglie loro il carattere problematico e le trasforma in una vera conoscenza.  «Induzione e deduzione - scrisse Engels sono necessariamente implicate l’una nell’altra proprio come sintesi e analisi.  Invece di innalzare in cielo, unilateralmente, l’una a danno dell’altra, bisogna cercare di usare ciascuna di esse al posto che le è proprio e ciò si può fare solo una volta che si abbia ben presente la loro reciproca applicazione, il loro mutuo completarsi»10.

8.  Il metodo di passaggio dall’astratto al concreto

L’astratto è un riflesso unilaterale dell’oggetto d’indagine nella coscienza umana.  Il concreto è una visione d’insieme dell’oggetto (1) nella forma di un sistema di concetti astratti o (2) in forma sensibile concreta.  Il concreto nella prima accezione riproduce l’oggetto come l’unità dei suoi lati interiori, necessari, ne esprime l’essenza; il concreto nella seconda accezione ne riproduce i lati esteriori ed è una rappresentazione superficiale del tutto.

Il passaggio dall’astratto al concreto è la più importante forma di conoscenza teorica, capace di riprodurre nella coscienza per mezzo di concetti astratti l’essenza dell’oggetto d’indagine.

Questo metodo fu elaborato per la prima volta da Hegel, il quale lo applicò costruendo il suo sistema filosofico.  Però in Hegel il metodo di passaggio dall’astratto al concreto non ottenne argomentazione scientifica, in quanto esprimeva il cammino del pensiero puro che esisteva non si sa dove prima della natura e dell’uomo, cioè era per natura un metodo per eccellenza idealistico.  Su base materialistica e scientifica questo metodo fu elaborato da Marx ne Il Capitale.  Secondo questo metodo, la conoscenza deve cominciare non dal tutto concreto, ma dall’astratto, da un’analisi dei concetti che riflettono questi o quei singoli lati e nessi dell’oggetto.  Ma non ogni semplice concetto astratto può costituire il punto di partenza nello studio del tutto.  Può servire da punto di partenza solo un tale concetto astratto che riflette il lato o nesso fondamentale del tutto, oggetto d’indagine.  Il lato (nesso) determinante esercita un diretto influsso su tutti gli altri lati del tutto.  Perciò, prendendo per punto di partenza il lato determinante e esaminandolo nel suo sviluppo, potremo spiegare la comparsa e le peculiarità degli altri lati del tutto, potremo derivarli dai mutamenti del lato (nesso) determinante.  Seguendo passo per passo questi mutamenti e spiegando i lati, l’uno dopo l’altro, del tutto indagato, riprodurremo nella coscienza nella forma di un sistema di concetti la necessaria interconnessione e interdipendenza di tutti questi lati e arriveremo così alla conoscenza concreta dell’essenza dell’oggetto d’indagine.

Può servire da esempio di processo conoscitivo mediante il passaggio dall’astratto al concreto l’indagine di Marx ne Il Capitale sulla formazione economico-sociale capitalistica.  Marx prese come lato determinante di partenza la merce e spiegò alla luce del mutamento e dello sviluppo dei rapporti mercantili il sorgere di tutti gli altri lati e nessi della formazione capitalistica e riprodusse nella coscienza, nella forma di un sistema di concetti astratti che riflettono questi lati e nessi, l’essenza della società capitalistica.

Il metodo di passaggio dall’astratto al concreto è applicabile solo in quello stadio di sviluppo del sapere in cui il tutto, oggetto d’indagine, è stato più o meno studiato, in cui sono stati accertati e espressi per mezzo di questi o quei concetti astratti i suoi lati e nessi generali.  Ma ciò è possibile solo se la conoscenza muove dai dati sensibili concreti per arrivare all’astratto, perciò questa forma di conoscenza deve precedere il movimento dall’astratto al concreto.

9.  Lo storico e il logico nella conoscenza

Il concetto di «storico» designa la realtà oggettiva in movimento e sviluppo.  Il concetto di «logico» designa la necessaria connessione dei pensieri che riflettono nella coscienza dell’uomo la realtà circostante.

Lo storico, rispetto al logico, è il primo dato.  Il logico è un riflesso dello storico.  Essendo un riflesso dello storico, il logico può corrispondere allo storico, ma può anche non corrispondere allo storico.  Esso corrisponde allo storico solo quando nell’interconnessione dei pensieri si riproduce l’effettivo processo storico.  E non corrisponde se nell’interconnessione dei pensieri non si riflette la storia dell’oggetto, ad esempio se il corso dei pensieri è invertito rispetto al come è andato sviluppandosi il processo storico.

Parlando della corrispondenza del logico allo storico, non dobbiamo pensare che questa corrispondenza sia completa.  Il logico non coincide in tutto con lo storico.  «La storia procede spesso a salti e a zigzag...»11.  Il logico non deve e non può riprodurre tutti questi zigzag della storia.  Esso ha lo scopo di riflettere solo i necessari mutamenti, la necessaria tendenza del passaggio dagli uni stati qualitativi agli altri.

La corrispondenza del logico allo storico è un necessario momento del metodo dialettico di conoscenza, in particolare del metodo di passaggio dall’astratto al concreto.  Come si è già rilevato, secondo il metodo di passaggio dall’astratto al concreto, l’indagine parte da un lato o rapporto determinante.  Nel corso dell’indagine si accertano i mutamenti del dato lato o rapporto e si spiegano sulla base di ciò la formazione e il mutamento degli altri lati del tutto.  Nel corso del movimento del pensiero qui si riproducono i nessi e i rapporti che riflettono in un modo o nell’altro l’effettivo processo di formazione dell’essenza dell’oggetto indagato.  Come risultato, lo sviluppo logico del pensiero corrisponde alla storia dello sviluppo dell’oggetto.  È vero, questa corrispondenza riguarda solo i necessari nessi.  Il logico in tal modo riproduce lo storico in una forma esente da momenti casuali.  Sottolineando la coincidenza del logico e dello storico nel corso del passaggio dall’astratto al concreto, Engels scriveva: «Nel modo come incomincia la storia, così deve pure incominciare il corso dei pensieri, e il suo corso ulteriore non sarà altro che il riflesso in forma astratta e teoricamente conseguente del corso della storia; un riflesso corretto, ma corretto secondo leggi che il corso stesso della storia fornisce...»12.

10.  L’analisi e la sintesi

Nel processo della conoscenza della realtà circostante, l’uomo distingue sempre mentalmente questi o quei lati dell’oggetto d’indagine e li raggruppa in nuove combinazioni per ottenere così una nuova conoscenza.  Il procedimento mentale con cui si risolve l’oggetto indagato nelle sue singole parti (proprietà) è l’analisi, mentre l’unificazione mentale in un tutt’uno delle parti (proprietà) individuate è la sintesi.

Nel corso dello sviluppo del sapere, del suo passaggio da un gradino all’altro cambiano le forme e i metodi di indagine scientifica.  Ciò riguarda sia l’analisi che la sintesi.  Essi non rimangono sempre gli stessi, ma mutano con lo sviluppo della conoscenza.

Nei primi stadi, quelli iniziali, di sviluppo del sapere si compie la cosiddetta analisi e sintesi diretta.  Una peculiarità caratteristica del dato tipo di analisi e sintesi è che qui si assiste ad una risoluzione diretta, puramente meccanicistica, del tutto indagato nei suoi singoli lati, nelle sue singole parti e ad un diretto raggruppamento meccanicistico dei lati, delle parti risolte in queste o quelle combinazioni.  L’analisi avviene indipendentemente dalla sintesi, la sintesi indipendentemente dall’analisi.  Esse non sono organicamente legate.  Una tale analisi e sintesi assicura la prima conoscenza dell’oggetto.  Essa non può dare di più.

Con il passaggio del sapere dalla fissazione delle proprietà e dei nessi osservabili alla superficie dei fenomeni, all’individuazione delle cause che li condizionano, appare un nuovo tipo di analisi e sintesi: l’analisi e sintesi a posteriori.

Un’analisi dei genere presuppone non una scomposizione meccanicistica del tutto nelle sue parti componenti, ma una scomposizione tale da esprimere la divisione di un dato fenomeno in causa e in effetto.  Una sintesi del genere rappresenta non una composizione meccanicistica delle parti risolte in questa o quella combinazione, ma una composizione che rispecchia il nesso di causa e effetto.  Il nesso di causa e effetto si presenta qui come perno intorno al quale ruota l’attività analitica e sintetica del pensiero, perno che orienta e coordina questa attività.

Il dato tipo di analisi e sintesi porta alla spiegazione dei singoli lati del tutto indagato, alla scoperta della loro natura, delle loro cause.  Ma esso non è capace di riprodurre tutti i lati e nessi dell’oggetto d’indagine nella loro interdipendenza naturale, cioè di riprodurre nella coscienza la sua essenza.  Nello stadio di conoscenza dell’essenza si rende necessario un nuovo tipo di analisi e sintesi.  Questo nuovo tipo di analisi e sintesi si chiama progressivo o sistematico-strutturale.

Peculiarità dell’analisi e sintesi sistematico-strutturale è che il processo di scomposizione del tutto nelle sue parti e di unificazione delle parti in un tutt’uno corrisponde alla scomposizione effettiva di questo o quell’ente materiale nei singoli fenomeni, nei lati e nelle proprietà qualitativamente determinati e all’effettiva interconnessione naturale di questi lati e proprietà.  Qui l’analisi e la sintesi sono nell’unità organica tra di loro, si compiono in uno stesso tempo.  Il procedimento analitico rappresenta qui ad un tempo anche il procedimento sintetico.  Ad esempio, la derivazione dallo sviluppo dei rapporti mercantili di tali fenomeni della società borghese come il denaro, il plusvalore, la forza-lavoro, il capitale, ecc.  rappresenta non solo un’analisi, ma anche una sintesi, non solo la scomposizione dell’oggetto analizzato nelle sue singole manifestazioni, ma anche la riproduzione di tutto il sistema dei nessi che sorgono fra questi fenomeni.

Può servire da esempio di applicazione nel processo della conoscenza scientifica dei sopraesaminati tipi di analisi e sintesi l’indagine di Lenin sulla fase imperialistica del capitalismo.  Nel corso di questa indagine Lenin sottopose ad analisi i materiali disponibili sull’imperialismo, scoprendo i momenti che lo distinguevano dalla fase premonopolistica.  Tali tratti caratteristici erano: la concentrazione del capitale e la nascita dei monopoli, il mutamento del ruolo delle banche, la comparsa del capitale finanziario, l’esportazione del capitale, la spartizione del mondo fra gli Stati capitalistici.  Nel dato stadio di indagine Lenin componeva i tratti caratteristici dell’imperialismo in un tutt’uno non ancora in quella successione che riflettesse la loro necessaria interdipendenza naturale, ma in quella in cui venivano esaminati nella letteratura economica da lui analizzata.  Nel dato caso Lenin ricorreva all’analisi e sintesi diretta.

Nel corso dell’ulteriore indagine, cercando di scoprire la causa di questa o quella proprietà della fase imperialistica di sviluppo, di definirne la natura, egli applicò l’analisi e sintesi a posteriori.  Mediante una tale analisi e sintesi Lenin, ad esempio, stabilì che il monopolio è il risultato della concentrazione eccessiva della produzione.

Dopo aver chiarito i tratti specifici dell’imperialismo, Lenin scoprì il momento principale che ne condizionava tutte le altre peculiarità: la comparsa e il dominio dei monopoli.  È quel fondamento il cui sviluppo fu all’origine della fase imperialistica del capitalismo, ed è, secondo l’espressione di Lenin, legge universale e fondamentale del dato stadio di sviluppo del capitalismo13.

Prendendo per punto di partenza il monopolio e esaminandone lo sviluppo, Lenin riprodusse per mezzo di un sistema di concetti economici l’essenza dell’imperialismo.  Egli rilevò che la comparsa del monopolio nella produzione porta alla liquidazione del dominio del sistema di libera concorrenza e assicura la possibilità di fare un calcolo approssimativo della produzione, della capacità del mercato, delle fonti di materie prime e di spartirle tra le unioni monopolistiche.  La comparsa del monopolio nel settore bancario trasforma le banche da modeste mediatrici in potenti centri monopolistici che dispongono «di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli industriali...»14.  Ciò ha per conseguenza la fusione delle banche e dell’industria e la nascita del capitale finanziario, il dominio dell’oligarchia finanziaria, la formazione di determinate eccedenze di capitale in alcuni paesi che ne condizionano l’esportazione negli altri paesi.  Quest’ultima circostanza porta in ultima analisi alla spartizione del mondo fra i maggiori paesi capitalistici.

Derivando dal monopolio le peculiarità della fase imperialistica di sviluppo del capitalismo, Lenin individuava determinati lati del tutto indagato nella loro necessaria interconnessione e interdipendenza per mettere in luce l’essenza effettiva dell’imperialismo.  Qui ogni movimento del pensiero è ad un tempo analitico e sintetico: la scomposizione del tutto nei suoi singoli elementi e la composizione degli elementi individuati in un tutt’uno organico.  Tutto ciò mostra che nel dato stadio di indagine Lenin si servì dell’analisi e sintesi sistematico-strutturale.

Si vede da questo esempio che ciascuno degli indicati tipi di analisi e sintesi è legato ad un determinato grado di sviluppo del sapere e ha una propria particolare sfera di applicazione.

1 G.  W.  v.  Leibniz, Neuen Abhandlzíngen iiber den meiischlichen Verstand.  Berlin, 1874, S.  429.

2 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p.  1252.

3 Si veda: V.  I.  Lenin, op.  cit., vol.  .38, pp.  157-158.

4 V.  I.  Lenin, op.  cit.  vol.  14, p.  54.

5 Ibidem.  p.  48,

6 Karl Marx, Il Capitale, cit., III (I), p.  377.

7 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol.  V, p.  3.

8 V.  1.  Lenin, op.  cit., vol.  14, p.  119.

9 V.  I.  Lenin, op.  cit., vol.  14, p.  129.

10 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol.  XXV, p.  511

11 Carlo Marx, Scritti scelti in due volumi, vol.  I.  Mosca, Edizioni in lingue estere, 1943, p.  351.

12 Ibidem.

13 Si veda: V.  I.  Lenin, op.  cit., vol.  22, p.  202.

14 Ibidem, p.  211.

 

 


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