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Indice

Note iniziali

Cap. 1 - La filosofia e il suo ruolo nella società

Cap. 2 - La lotta premarxista tra materialismo e idealismo

Cap. 3 - Il rivolgimento compiuto dal marxismo in filosofia

Cap. 4 - IL MATERIALISMO DIALETTICO. La materia e la coscienza

  • La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della materia
  • La definizione leninista della materia
  • L'ente materiale. Il tipo di materia
  • La materia e il materiale
  • La materia come sostanza
  • Il movimento come forma universale di esistenza della materia
  • Lo spazio e il tempo
  • Il riflesso come proprietà universale della materia
  • Lo sviluppo delle forme di riflesso
  • Le peculiarità della forma psichica di riflesso
  • La coscienza come forma superiore di riflesso psichico della realtà

Cap. 5 - La conoscenza

Cap. 6 - Le categorie della dialettica materialistica

Cap. 7 - Le leggi fondamentali della dialettica

Cap. 8 - IL MATERIALISMO STORICO. L'oggetto del materialismo storico

Cap. 9 - La società e la natura

Cap. 10 - La produzione materiale, fondamento dell'esistenza dello sviluppo della società

Cap. 11 - La struttura e la sovrastruttura

Cap. 12 - Le classi e i rapporti di classe

Cap. 13 - L'organizzazione politica della società

Cap. 14 - La rivoluzione sociale

Cap. 15 - La coscienza sociale e le sue forme

Cap. 16 - La funzione delle masse popolari e della personalità nella storia. Personalità e società

Cap. 17 - Il progresso sociale

 

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LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

di A. Sceptulin

 

IL MATERIALISMO DIALETTICO

Dato che il problema fondamentale di ogni filosofia è quello del rapporto tra materia e coscienza, incominceremo la nostra esposizione del materialismo dialettico caratterizzando la materia e le fondamentali forme di esistenza di essa, esaminando le leggi del sorgere della coscienza e il suo rapporto con la materia.  Approfondiremo così il primo lato del problema fondamentale della filosofia.  Successivamente ne analizzeremo il secondo lato, le leggi che presiedono al funzionamento e allo sviluppo della conoscenza come riflesso della realtà nella coscienza degli uomini.  Dopo di ciò verranno esaminate le categorie e le leggi della dialettica come forme in cui si riflettono i lati e i nessi generali della realtà oggettiva e della conoscenza.  Questa successione nell’esame delle categorie e delle leggi è determinata dall’ordine in cui si svolge il processo della conoscenza delle proprietà delle leggi universali della realtà.  In quanto secondo noi il contenuto delle leggi fondamentali della dialettica diventa pienamente chiaro solo se uno ha un’idea precisa di tutta una serie di categorie della dialettica (singolare e universale, causa e effetto, necessario e casuale, legge, essenza e fenomeno), ci siamo visti costretti ad abbandonare una tradizione di solito seguita, quella di esaminare le leggi fondamentali della dialettica prima delle categorie.  Nel presente compendio le leggi fondamentali della dialettica vengono esposte dopo le categorie.  Una tale disposizione del materiale permette di evitare le ripetizioni e di rendere più precisa e fondata l’esposizione dei problemi, oggetto di esame.

Capitolo IV

LA MATERIA E LA COSCIENZA

1.  LA CRITICA DELLE CONCEZIONI IDEALISTICHE E METAFISICHE DELLA MATERIA

Gli idealisti di regola negano l’esistenza oggettiva della materia.  Alcuni ritengono che essa non esiste in generale, che è stata inventata dai materialisti per dar fondamento alle loro conclusioni ateistiche (Berkeley).  Altri la considerano un complesso di sensazioni.  Terzi ancora la presentano come risultato dello sviluppo della coscienza, la fanno dipendere, la fanno derivare dalla coscienza (Hegel).

Tutti i materialisti riconoscono l’esistenza reale, oggettiva della materia.  Durante tutta la storia della filosofia le idee dei materialisti sulla materia divergevano sostanzialmente.  Nella filosofia antica assolvevano la funzione di materia queste o quelle sostanze, questi o quei fenomeni fra i più diffusi, ad esempio, l’acqua (Talete), l’aria (Anassimene), il fuoco (Eraclito).  In seguito si cominciò a considerare materia un’infinità di vari elementi immutabili: i cosiddetti «semi di corpi» (Anassagora) o gli atomi (Democrito).  I materialisti francesi del XVIII secolo, Feuerbach ed altri, intendevano per materia il complesso degli atomi immutabili che formano tutte le sostanze esistenti nel mondo.

La comprensione della materia come insieme degli atomi o delle sostanze è una comprensione limitata e al tempo stesso erronea.  Essa è legata a determinate forme di esistenza della materia, all’assolutizzazione delle proprietà e degli stati che sono loro propri, e perciò non è in grado di abbracciare il totale dei fenomeni che avvengono nel mondo, tutta la molteplicità delle forme dell’essere.

L’insufficienza di tale concetto di materia si manifestò con particolare evidenza nel periodo della crisi sorta nelle scienze naturali alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo.  in seguito alla scoperta dell’elettrone e della radioattività.  La scoperta dell’elettrone mostrò, in particolare, che l’atomo non è immutabile e eterno come prima si credeva ma racchiude in sé particelle ancor più piccole, gli elettroni.  Si chiarì al tempo stesso che la massa dell’elettrone non è immutabile ma dipende dalla velocità del suo movimento: si accresce se aumenta la velocità di movimento, diminuisce se la velocità si riduce.  Prima di questa scoperta si credeva che la massa dell’atomo fosse costante.  Proprio a ciò si ricollegava l’idea dell’eternità, dell’indistruttibilità dell’atomo e quindi della materia.

Il crollo delle concezioni sull’indivisibilità e sull’eternità degli atomi, sull’immutabilità e sull’indistruttibilità della massa fece dubitare dell’esistenza oggettiva della materia, diede luogo a delle conclusioni sulla sua scomparsa.  La logica dei ragionamenti era questa: se l’atomo è divisibile, se esso si scompone in elettroni, la cui massa dipende dal movimento, allora la materia come qualcosa di determinante che è alla base di ogni essere scompare, si trasforma in movimento.  Sembrava che tali conclusioni si dovesse trarle anche dalla scoperta della radioattività.  La disintegrazione radioattiva dell’uranio, e in seguito anche del radio, fu interpretata come trasformazione della sostanza in movimento, in energia pura.  Di ciò ne approfittarono subito gli idealisti.  Essi incominciarono ad affermare che le nuovissime conquiste delle scienze naturali confutano il materialismo, mostrano che la materia non esiste, che essa non è che un’invenzione dei materialisti, ecc.

Era necessario generalizzare le date scoperte scientifiche, conciliarle con il materialismo dialettico e sottoporre a critica le concezioni idealistiche che prendevano lo spunto da queste scoperte.  Fu Lenin ad assumersi un tale compito.

2.  LA DEFINIZIONE LENINISTA DELLA MATERIA

Dopo aver analizzato nel suo libro Materialismo ed empiriocriticismo la suddetta crisi, Lenin mostrò che il suo sorgere era determinato dal fatto che gli studiosi di scienze naturali stavano sulle posizioni del materialismo metafisico e cercavano di spiegare le nuovissime conquiste nel campo della fisica partendo dai princìpi di questo materialismo.  Infatti, la comprensione della materia come insieme degli atomi immutabili è caratteristica del materialismo metafisico e non di quello dialettico.  Il materialismo dialettico non riduceva mai la materia ai soli atomi, non li considerava e, del resto, non poteva considerarli immutabili e eterni.  Secondo il materialismo dialettico nessuna forma concreta dell’essere della materia, si tratti dell’atomo o si tratti della molecola e dell’elettrone, è eterna, immutabile ma è sempre in movimento, subisce continuamente dei mutamenti, e, in determinate condizioni, si converte in altre forme concrete, queste in terze e così via.  «Per la filosofia dialettica - scrisse Engels - non vi è nulla di definitivo, di assoluto, di sacro; di tutte le cose e in tutte le cose essa mostra la caducità, e null’altro esiste per essa all’infuori del processo ininterrotto del divenire e del perire...»1.

Perciò la scoperta di un fenomeno come la disintegrazione dell’atomo nonché di un fenomeno come la trasformazione della sostanza in luce non solo non confuta il materialismo dialettico ma, al contrario, conferma la verità dei suoi princìpi, in particolare della tesi che tutto quanto esiste nel mondo è in continuo movimento, passa da uno stato all’altro.

Che cosa dunque rientra nel concetto di materia secondo il materialismo dialettico?  Il concetto di materia secondo il materialismo dialettico è legato a tutto quanto esiste al di fuori della coscienza umana e indipendentemente da essa, a tutta la realtà oggettiva.  Perciò sono materia non solo gli atomi ma anche le particelle «elementari» in cui si decompongono, non solo la sostanza ma anche i raggi di luce che essa emette in determinate condizioni, ecc.

«La materia - scrive Lenin, fornendo una definizione dialettico-materialistica di questo concetto - è una categoria filosofica che serve a designare la realtà oggettiva che è data all’uomo dalle sue sensazioni, che è copiata, fotografata, riflessa dalle nostre sensazioni ma esiste indipendentemente da esse»2.

3.  L’ENTE MATERIALE.

Il tipo di materia

La materia esiste nella forma di un’infinità di vari corpi legati in un modo o nell’altro fra di essi, nella forma di enti materiali.  «Tutta la natura a noi accessibile - rilevava Engels - costituisce un sistema, una universale interconnessione di corpi, e intendiamo qui per corpo tutto quel che ha un’esistenza materiale, dalle stelle agli atomi...»3.

Un ente materiale o un corpo è solo parte della materia, perciò esso non possiede tutte le proprietà che caratterizzano la materia, in particolare esso non è eterno e infinito, sorge solo in condizioni rigorosamente determinate, occupa un posto limitato nello spazio, esiste per certo tempo e poi scompare, trasformandosi in altri enti materiali.  La materia invece è imperitura, spazialmente illimitata.  Ciò dimostra che il concetto di materia è legato solo al mondo nel suo complesso, a tutto l’insieme degli enti materiali che lo formano.

Gli enti materiali si uniscono in questi o quei gruppi, condizionando così determinati livelli o gradi di sviluppo della materia che possiedono una specificità qualitativa.  «...  Le parti discrete a diversi livelli (...  atomi chimici, masse, corpi celesti) sono punti nodali che condizionano i diversi modi di essere qualitativi della materia in generale...»4

Gli enti materiali aventi una natura comune e rappresentanti questo o quel grado di sviluppo della materia dall’inferiore al superiore, costituiscono un tipo di materia.  Sono tipi di materia, ad esempio, i campi elettromagnetico e gravitazionale, gli elettroni, i protoni, i neutroni, gli atomi, le molecole, gli organismi viventi, la società umana, ecc.

4.  LA MATERIA E IL MATERIALE

Come è stato rilevato sopra, il concetto di «materia», nel senso stretto di questa parola, è applicabile solo al mondo nel suo complesso, a tutto l’insieme degli enti materiali.  Per quanto riguarda i singoli enti materiali essi sono ciascuno parte della materia, questo o quell’anello nel suo sviluppo.  Essendo determinati anelli della materia unica gli enti materiali presentano un momento comune: tutti essi esistono al di fuori della coscienza e indipendentemente da essa.  Per rispecchiare questa comunanza ad essi propria è stato elaborato il concetto di «materiale».  È applicabile non solo al mondo nel suo insieme ma anche agli enti materiali che compongono questo insieme, ai tipi di materia, alle proprietà e ai nessi oggettivi che esistono al di fuori della coscienza umana e indipendentemente da essa.  In tale modo, il materiale è tutto quanto si riferisce alla sfera della materia e la distingue dalla coscienza.

5.  LA MATERIA COME SOSTANZA

Nel definire la materia la contrapponevamo alla coscienza, ma essa, come è stato fatto notare sopra, si distingue non solo dalla coscienza ma anche dai suoi enti, stati e proprietà concreti.  In relazione a ciò la materia, rispetto alle sue manifestazioni concrete, stati e proprietà, si presenta come sostanza.  In qualità di sostanza la materia è il fondamento di tutto quanto esiste.  I fenomeni che si osservano nel mondo non sono altro che le manifestazioni diverse dell’unica natura materiale, le forme diverse del suo modo d’essere, gli stati diversi, le proprietà diverse.  Da questo punto di vista la coscienza, come particolare proprietà della materia, non si contrappone alle altre sue proprietà ma è un momento dello stesso ordine.  La causa sia della sua esistenza, che dell’esistenza di qualsiasi altra proprietà, risiede nella materia.

A differenza del materialismo metafisico che vede la sostanzialità della materia nella sua invariabilità il materialismo dialettico ricollega la sostanzialità della materia al suo costante movimento e mutamento.  La materia, passando da uno stato qualitativo all’altro, «in tutti i suoi mutamenti rimane eternamente la stessa»5.  Ciò si esprime prima di tutto nella costanza della sua quantità.  Con tutti i mutamenti essa rimane invariata.  Per quel che concerne il lato qualitativo della materia, la sostanzialità si esprime nel fatto che si conservano le sue proprietà essenziali, i suoi attributi.  «... Nessuno dei suoi (della materia - N.d.A.) attributi può mai andare perduto...»6.  Se esso è scomparso in un luogo, in un ente materiale, comparirà inevitabilmente in un altro luogo, in un altro ente materiale.

Inoltre, la sostanzialità della materia si esprime anche nel fatto che ciascun suo ente è capace in determinate condizioni di trasformarsi in qualsiasi altro ente.  Ad esempio, ogni particella «elementare» in determinate condizioni può trasformarsi in altra particella «elementare».  Ciò significa che ogni ente materiale racchiude potenzialmente in sé, nella sua natura, tutte le proprietà della materia.

La sostanzialità della materia esprime l’unità materiale del mondo.  I fenomeni innumerevoli che costituiscono la realtà, hanno una stessa natura materiale, rappresentano le forme, stati, proprietà diversi della materia.

6.  IL MOVIMENTO COME FORMA UNIVERSALE DI ESISTENZA DELLA MATERIA

1.  La limitatezza delle concezioni metafisiche del movimento.  La comprensione marxista del movimento

La concezione del movimento sorse insieme alla filosofia.  All’inizio il movimento veniva concepito come il sorgere dell’uno e la distruzione dell’altro.  Una tale concezione del movimento, in particolare, è caratteristica dei primi filosofi greci (Talete, Anassimene, Anassimandro).

Ponendo in primo piano il movimento, il mutamento i primi filosofi greci perdevano però di vista la stabilità.  Rivolsero la loro attenzione a ciò altri pensatori, in particolare gli eleati (Senofane, Parmenide, Zenone).  A differenza dei primi filosofi essi formularono l’idea della staticità come principio di partenza, attribuendole valore assoluto e giungendo alla negazione del movimento.  Empedocle ripristinò la dottrina del movimento e tentò di conciliarla con il concetto di staticità.  Secondo lui le quattro «radici» primordiali delle cose (acqua, aria, fuoco e terra) sono eterne e invariabili mentre il movimento non è la distruzione dell’uno e il sorgere dell’altro ma la traslazione delle indicate «radici» immutabili, l’unirsi e il disunirsi di esse.

La dottrina del movimento trova ulteriore sviluppo nella filosofia di Aristotele.  Egli ristabilì il punto di vista sul movimento come il sorgere dell’uno e distruzione dell’altro.  Ma al tempo stesso Aristotele incluse in forma ritoccata nella sua dottrina del movimento anche le concezioni dei successivi filosofi, in particolare di Empedocle.  Secondo Aristotele il movimento non significa solo distruzione e sorgere ma anche crescita, diminuzione, mutamento qualitativo nonché spostamento dei corpi nello spazio.

Nei successivi periodi di sviluppo della filosofia materialistica si delinea, per quel che riguarda la comprensione del movimento, una tendenza a conferire valore assoluto alla forma meccanica di movimento della materia.  Nel XVII XVIII secolo questa tendenza diventa dominante.  In quell’epoca il movimento è concepito come spostamento dei corpi nello spazio.  Una tale concezione del movimento era propria, in particolare, a Descartes e Holbach.  «Il movimento - scrisse quest’ultimo - è uno sforzo, mediante il quale un corpo cambia o tende a cambiare la sua posizione»7.

La concezione secondo cui il movimento è null’altro che lo spostamento dei corpi nello spazio è una concezione limitata.  Essa non abbraccia tutta la molteplicità dei mutamenti propri alla materia.  Non sono un semplice spostamento, ad esempio, i mutamenti che si producono nel nucleo atomico, nell’organismo vivente, nella società, ecc.

Una definizione coerentemente scientifica del movimento fu data per la prima volta dai fondatori del materialismo dialettico, in particolare da Engels, il quale scrisse: «Movimento, per quel che concerne la materia, è modificazione in generale»8 .  Esso «comprende in sé tutti i mutamenti e i processi che hanno luogo nell’universo, dal semplice spostamento fino al pensiero»9.

Quindi, il movimento è un concetto filosofico che significa qualsiasi mutamento che avviene nella realtà oggettiva.

2.  Le forme fondamentali di movimento della materia

Esiste un’infinità di forme diverse di movimento della materia, fra cui si distinguono quelle fondamentali.  Esse sono: la forma fisica di movimento della materia, che comprende il movimento delle particelle elementari e dei campi, il movimento internucleare e il movimento delle molecole; quella chimica che riguarda il movimento degli atomi; quella biologica legata al funzionamento e allo sviluppo degli organismi viventi; quella sociale che abbraccia i mutamenti che avvengono nella società e, infine, quella meccanica che rappresenta lo spostamento dei corpi nello spazio.

Le forme fondamentali di movimento della materia sono in interconnessione e interdipendenza rigorosamente determinata fra di loro.  Alcune forme di movimento sono una premessa del sorgere di altre forme.  Ad esempio, il movimento delle particelle «elementari» è una premessa del sorgere degli atomi e del loro movimento.  Quest’ultimo è la base per il sorgere delle molecole e del loro movimento.  E ciò, a sua volta, porta in determinate condizioni al sorgere della vita e insieme ad essa anche della forma organica di movimento della materia, il che crea le premesse del sorgere della forma sociale di movimento della materia.

Tutte le fondamentali forme di movimento rappresentano i gradini di sviluppo della materia, sono legate ai rispettivi tipi di essa e stanno le une alle altre come inferiori e superiori.  Una forma inferiore è presente come calco in una forma più alta, ad esempio, la forma fisica di movimento, trasformata, è contenuta nella forma chimica di movimento, quella chimica in quella biologica, quella biologica in quella sociale.  Anche se è presente in una forma più alta, la forma inferiore non vi esercita un ruolo determinante ma occupa una posizione subalterna.  La forma superiore di movimento esercitando il ruolo decisivo determina l’essenza dei fenomeni che rappresentano una data forma di movimento della materia.

3.  Il nesso organico del movimento con la materia

Il movimento è un attributo della materia, una sua proprietà essenziale.  Esso é indissolubilmente legato alla materia.  Non vi è stata, non vi è e non può esservi materia senza movimento, così come movimento senza materia.

Del legame indissolubile fra la materia e il movimento ne testimonia la legge della corrispondenza della massa e dell’energia.  Secondo questa legge ad ogni determinata quantità di massa corrisponde una quantità rigorosamente determinata di energia.  Ad ogni cambiamento della massa si accompagna un rispettivo cambiamento dell’energia, e, al contrario, ogni cambiamento dell’energia provoca un cambiamento della massa.

Alcuni filosofi e fisici borghesi non riconoscono il nesso organico tra movimento e materia, cercano di dimostrare la possibilità di ridurre la materia al movimento e su questa base proclamano l’energia elemento primordiale, determinante e considerano la materia una delle forme di energia.  A conferma di questo loro punto di vista essi si riferiscono ai casi di trasformazione della sostanza in luce, in particolare dell’elettrone e del positrone in due o tre fotoni, considerandoli casi di trasformazione della materia in energia pura.

«La materia - scrive, ad esempio, lo scienziato americano R.  Marshall - è una delle forme di energia.  In certe condizioni è possibile la trasformazione della materia in energia pura e dell’energia pura in materia»10.

I fautori del suddetto punto di vista partono dalla concezione metafisica della materia come sostanza e travisano così il vero stato dì cose.  La trasformazione degli elettroni e dei positroni in fotoni - particelle di energia luminosa rappresenta non la trasformazione della materia in energia (movimento puro), ma la trasformazione di un tipo di materia in un altro, poiché la materia è tutta la realtà oggettiva.  Si riferiscono ad essa non solo la sostanza, ma anche la luce e un’infinità di altre forme, note e ancora ignote, dell’essere.

Essendo una realtà oggettiva che esiste al di fuori della coscienza umana e indipendentemente da essa, la materia non può scomparire né interamente né parzialmente, non può trasformarsi in qualcosa di immateriale.  Essa esiste eternamente, passando senza fine da uno stato qualitativo o da un tipo all’altro.  Le cose stanno analogamente anche per quanto riguarda il movimento.  Trovandosi in connessione organica con la materia esso non può scomparire o trasformarsi in qualcosa di diverso, qualcosa che non è movimento, la sua quantità rimane sempre la stessa.  Sottolineando l’eternità della materia e del movimento e la loro connessione organica Engels scriveva: «Materia senza movimento è altrettanto impensabile quanto movimento senza materia.  Il movimento è perciò altrettanto increabile ed indistruttibile quanto lo è la materia stessa ...».  E proseguendo: «...  La quantità di movimento presente nel mondo è sempre la stessa»11.

4.  Il movimento e la quiete

La tesi che la materia è organicamente connessa con il movimento, che quest’ultimo è il suo modo di essere può dar luogo all’idea che nel mondo non vi è nulla di statico, di costante.  Una tale idea fu espressa, in particolare, dal filosofo greco Cratilo.  Però la realtà è ben diversa.  Oltre al movimento è propria alla materia anche la staticità, la quiete.

A differenza del movimento che esprime il continuo mutamento, la quiete esprime la staticità, l’immutabilità.  Essendo opposta al movimento la quiete non è però isolata dal movimento, ma è organicamente connessa con quest’ultimo, ne è un momento, un caso particolare.  La quiete rappresenta un sistema relativamente statico di movimento: il movimento in equilibrio.  Ad esempio, il sistema solare, considerato un ente materiale in quiete, non è altro che un movimento dei pianeti che lo compongono, movimento che ripete, dei cicli rigorosamente determinati, cioè un movimento in equilibrio.  Qualsiasi corpo è un sistema relativamente statico di movimento, ad esempio un ente materiale della natura inanimata, l’organismo vivente, la società umana.  Liquidate i mutamenti caratteristici di questi corpi ed essi scompariranno come dati enti materiali relativamente statici (in stato di quiete).

Oltre al movimento in equilibrio ogni ente materiale include in sé un’infinità di altri mutamenti che fino ad un certo punto rientrano nel dato sistema relativamente statico di movimento, non violano l’equilibrio degli elementi che lo formano.  Ma una volta raggiunto un determinato livello, questi mutamenti distruggono il dato sistema relativamente statico di movimento e portano alla creazione di un nuovo sistema statico, il quale, a sua volta, dopo essere esistito per un determinato periodo di tempo, pure si distrugge in seguito ai mutamenti prodottisi in esso e pone inizio al sorgere di altri sistemi relativamente statici (in stato di quiete), e questi al sorgere di terzi, e così senza fine.  E se daremo uno sguardo a questo processo eterno di passaggio della materia dagli uni sistemi statici agli altri, non è difficile vedere che il movimento è assoluto.  Esso esiste sempre: e nel momento del sorgere di un sistema relativamente statico (poiché il sorgere di questo o quel nuovo sistema avviene in seguito al mutamento dei precedenti sistemi), e attraverso di esso (in quanto rappresenta un movimento in equilibrio), e nel quadro di esso, e nel momento della sua distruzione e del sorgere di un nuovo sistema relativamente statico.  Per quanto concerne la quiete, essa è relativa, sorge con il sorgere di questo o quel sistema relativamente statico e scompare quando questo sistema si distrugge, sorge di nuovo e, dopo essere esistita per un determinato periodo di tempo, scompare, e così senza fine.

5.  Il movimento e Io sviluppo

Abbiamo rilevato che la materia è in continuo movimento e mutamento, passa sempre dagli uni stati statici agli altri, distrugge questi o quegli enti materiali e ne crea altri.  Ma quale è la tendenza di questi mutamenti, che cosa sorge per sostituirsi agli enti materiali in via di distruzione?

Alcuni filosofi ritengono che il movimento della materia avviene descrivendo un circolo, che esso ripete sempre i medesimi cicli.  Altri affermano che nel corso dei continui mutamenti della materia si assiste al movimento dal superiore all’inferiore, cioè al regresso.  Terzi invece proclamano come movimento dall’inferiore al superiore tutti i mutamenti che si osservano nel mondo.

In realtà si assiste a tutti questi tre momenti.  Ciò che predomina però è il movimento dall’inferiore al superiore.

Il movimento dall’inferiore al superiore, dal semplice al compresso si chiama sviluppo.

Possono servire come esempi di sviluppo: la formazione degli atomi sulla base delle particelle «elementari», delle molecole sulla base degli atomi; il sorgere degli organismi viventi sulla base delle sostanze inanimate; la trasformazione degli organismi più semplici, privi di struttura cellulare, in organismi unicellulari e in seguito in quelli pluricellulari; il passaggio dagli organismi capaci di riflettere l’ambiente circostante solo nella forma di eccitabilità agli organismi dotati di sensibilità e di psiche; la trasformazione di un’orda di scimmie in società umana; il passaggio della società dalla comunità primitiva alla schiavitù, al feudalesimo, al capitalismo e, infine, al socialismo, ecc.

Nell’affermare che lo sviluppo è la tendenza che domina nel mondo, non si può pensare che ogni forma concreta del modo d’essere della materia sia in stato di sviluppo.  Oltre agli enti materiali che cambiano passando dall’inferiore al superiore, vi sono anche enti materiali il cui movimento descrive un circolo o che subiscono dei mutamenti regressivi.  Il ruolo determinante dello sviluppo, il suo carattere universale si esprime non nel fatto che tutti gli enti materiali si sviluppano immancabilmente ma nel fatto che essi sono capaci di diventare più complessi, di passare dall’inferiore al superiore.  Essendo propria a tutta la materia, ad ogni ente materiale, questa capacità, come qualsiasi altra, si manifesta solo in presenza delle rispettive condizioni.  Là dove si presentano tali condizioni, si assiste immancabilmente al passaggio dall’inferiore al superiore, dal semplice al complesso; là dove sono assenti tali condizioni, hanno luogo o un movimento circolare o dei mutamenti regressivi.  Ma quegli enti materiali che sono coinvolti in un movimento circolare o subiscono dei mutamenti regressivi non perdono la capacità di passare dall’inferiore al superiore.  Questa capacità permane in essi nonostante tutti i loro mutamenti, nonostante tutte le loro trasformazioni e si fa sentire subito non appena incominciano a sorgere condizioni favorevoli al suo manifestarsi.

7.  LO SPAZIO E IL TEMPO

1.  Il concetto di spazio e di tempo

Si è già rilevato che ogni singolo ente materiale è parte della materia.  Essendo uno dei suoi anelli innumerevoli esso occupa un determinato posto, ha un’estensione ed è in rapporto con gli altri enti materiali che lo circondano.

L’estensione degli enti materiali e il rapporto di ciascuno di essi con gli altri enti materiali che lo circondano si chiama spazio.

Inoltre, come si è già detto, ogni ente materiale non è eterno, esso sorge in seguito al mutamento di questi o quei precedenti enti materiali, attraversa gli stadi di sviluppo e poi scompare, trasformandosi in altri enti materiali.

La durata dell’esistenza degli enti materiali e il rapporto di ciascuno di essi con i precedenti e successivi enti materiali si chiama tempo.

2.  La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche dello spazio e del tempo

Gli idealisti di regola negano l’oggettività dello spazio e del tempo, la loro indipendenza dalla coscienza.  Ad esempio, secondo Berkeley, «ogni luogo o estensione esistono solo nello spirito», così come il tempo, che è, secondo lui, la successione delle idee nella nostra coscienza.  Anche Kant nega l’esistenza oggettiva dello spazio e del tempo.  Secondo lui essi non rappresentano caratteristiche delle cose ma sono una forma di intuizione.

Negano l’esistenza dello spazio e del tempo nel microcosmo anche molti odierni scienziati-naturalisti e filosofi borghesi.  Un tale punto di vista è sostenuto, in particolare, da Jeans Eddington, ed altri.  Eddington scrive che per gli stati caratterizzati dai ridotti numeri quantici, «lo spazio e il tempo non esistono, per lo meno non ho alcun motivo di supporli come esistenti»12.

Alcuni filosofi, anche se riconoscono l’esistenza dello spazio e del tempo, negano il loro nesso con la materia, li considerano forme dell’essere del tutto autonome, indipendenti da essa.  Una tale concezione dello spazio e del tempo sorse nell’antichità.  In particolare, fu formulata dai pitagorici.  Secondo loro, lo spazio è un immenso recipiente che è riempito di varie cose e numeri e che non dipende assolutamente dalle cose che vi entrano e può esistere senza di essi.  Democrito concepiva lo spazio come vuoto.  Per Aristotele lo spazio era un luogo occupato a turno da cose diverse.

L’idea dell’indipendenza dello spazio e del tempo dalla materia fu sviluppata in forma classica nella dottrina di Newton.  Secondo Newton lo spazio è assoluto.  Esso è eterno, invariabile e immobile, non dipende dalle cose.  Le cose invece dipendono dallo spazio, esistono in esso, si muovono rispetto ad esso.  Nel pensiero di Newton «si comporta» analogamente anche il tempo.  Esso è pure assoluto, esiste di per se stesso indipendentemente dai singoli avvenimenti, fluisce in modo uniforme, in modo sempre uguale.

Un tentativo di superare il distacco metafisico dello spazio dalla materia fu compiuto da Descartes, il quale, proclamando l’estensione come la proprietà più importante e unica della materia, in sostanza identificò lo spazio e la materia.  Un ulteriore passo in questa direzione fu fatto da Spinoza che considerava lo spazio attributo della materia.  Anche Locke considerava lo spazio in rapporto alla materia.  Secondo Locke lo spazio si presentava come grandezza dei corpi.

Anche se collegavano lo spazio con la materia i filosofi premarxisti non giunsero però alla comprensione della dipendenza delle caratteristiche spaziali dalla natura degli enti materiali.  Non solo, ma essi ritenevano che lo spazio di tutti i corpi fosse uguale, possedesse le medesime proprietà.

3.  Le caratteristiche fondamentali dello spazio e del tempo

Per la prima volta una soluzione coerentemente scientifica è stata data a questo problema dal materialismo dialettico.  Secondo il materialismo dialettico lo spazio e il tempo sono le necessarie proprietà oggettive di qualsiasi ente materiale, le forme oggettivamente reali di esistenza della materia.  L’estensione e la durata sono caratteristiche non solo delle stelle, dei pianeti, delle cose, in una parola, dei macrocorpi ma anche dei microcorpi, cioè delle particelle «elementari».  «Nell’universo - scrisse Lenin - non esiste altro che materia in movimento e questa materia in movimento non può muoversi altrimenti che nello spazio e nel tempo»13.

Lo spazio e il tempo non solo sono connessi alla materia, ma anche dipendono da essa, sono condizionati dalla natura degli enti materiali, dalla forma di movimento propria a questi ultimi.  Questo assunto del materialismo dialettico è confermato con tutta evidenza dai dati della scienza moderna, secondo cui le caratteristiche spaziali e temporali dipendono dal movimento e dalla distribuzione delle masse gravitanti.  Quanto maggiori sono le forze di gravitazione, tanto più incurvato è lo spazio e tanto più lentamente scorre il tempo.  Inoltre, come mostra la teoria della relatività, in un sistema in moto, rispetto ad un sistema in stato di quiete, i rapporti spaziali si spostano, il corpo risulta schiacciato nel senso del movimento e il fluire del tempo si rallenta.

Un’importantissima caratteristica dello spazio è la tridimensionalità.  Esso ha le tre dimensioni: lunghezza, larghezza, altezza che possono essere rappresentate con tre linee reciprocamente perpendicolari.  Muovendocisi parallelamente ad esse, si può determinare spazialmente qualsiasi corpo.

È vero, in questi ultimi tempi sono apparse varie teorie fisiche dello spazio a quattro o più dimensioni.  Quando gli scienziati parlano del mondo quadridimensionale, delle sue quattro dimensioni, essi intendono per quarta dimensione il tempo.  Perciò i ragionamenti sulla quadridimensionalità non contraddicono la realtà, ma essi non confutano neppure la tesi sulla tridimensionalità dello spazio, al contrario, partono interamente da essa.  Le cose stanno analogamente anche per quanto riguarda la pluridimensionalità dello spazio.  Parlando di pluridimensionalità i fisici o i matematici intendono non la definizione delle caratteristiche spaziali di qualsiasi corpo, o più precisamente, non solo questo ma anche la misurazione delle proprietà più disparate del corpo (ente materiale), e di queste proprietà esso ne possiede un’infinità.  Quindi, può esservi anche un’infinità di misurazioni.  Ma ciò sta forse a provare l’erroneità della dottrina della tridimensionalità dello spazio?  S’intende di no.  Ciò sta a provare che i concetti di «spazio quadridimensionale», di «spazio pluridimensionale» si adoperano non nel loro vero senso, non per esprimere le peculiarità dello spazio ma per caratterizzare i lati e gli stati più diversi di un ente materiale.

Se lo spazio ha tre dimensioni il tempo ne ha una sola.  Esso fluisce sempre in un solo senso, in avanti.  Il presente diventa passato, il futuro diventa presente.  È impossibile cambiare questo senso del fluire del tempo, il tempo è irreversibile.

Un’altra importantissima caratteristica dello spazio e del tempo è che sono infiniti.  A prima vista può sembrare che lo spazio e il tempo siano finiti, poiché esistono nella forma di proprietà e di nessi degli enti materiali finiti.  Ma ciò è lungi dal corrispondere alla realtà.  Esistendo attraverso le cose finite, lo spazio e il tempo sono infiniti.  Il fatto è che ogni cosa è connessa con un’infinità di altre cose.  I suoi rapporti spaziali passano nei rapporti spaziali delle altre cose che la circondano e i rapporti spaziali di queste ultime nei rapporti spaziali delle cose che le circondano, e via di seguito, senza fine.  Sorgendo in tal modo dai soli enti finiti, lo spazio si dispiega nell’infinità.

Le cose stanno allo stesso modo anche per quanto riguarda il tempo.  L’esistenza di ogni singola cosa ha il principio e la fine.  Ma essa è stata preceduta da un’infinità di altre cose e dopo di essa sorgeranno nuove cose, a queste ultime verranno a sostituirsi altre cose, e così senza fine.  Il processo di sostituzione degli uni enti materiali o degli uni stati finiti con gli altri non è mai incominciato e non terminerà mai.  Il tempo durerà senza fine.

A questo punto bisogna far notare che non tutte le correnti filosofiche riconoscono l’infinità dello spazio e del tempo.  I teologi di regola collegano la questione della finità del mondo materiale nel tempo con la volontà divina, gli idealisti la collegano con l’attività creatrice della coscienza, la quale, esistendo fuori dello spazio e del tempo, genera cose sensibili spazialmente circoscritte e finite nel tempo.

Vari odierni scienziati e filosofi borghesi argomentano la limitatezza del mondo nello spazio riferendosi alla teoria della relatività.  Secondo quest’ultima, la densità osservabile della sostanza e le forze di gravitazione che le corrispondono, devono condizionare l’esistenza della materia nella forma di una sfera chiusa.  Questa conclusione deriva dalle equazioni della teoria generale della relatività, la quale presuppone che nello spazio la materia sia distribuita uniformemente.  Gli ultimi dati dell’astronomia dimostrano però che la materia è distribuita nello spazio in modo estremamente ineguale.

Vi sono anche dei tentativi di utilizzare, per argomentare la limitatezza del mondo nello spazio e nel tempo, un fenomeno come lo «spostamento verso il rosso».  È noto che nel percepire la luce che proviene dalle stelle, si osserva lo spostamento del loro spettro verso il rosso.  Questo fatto dimostra che l’Universo si espande, che le galassie si allontanano le une dalle altre con una velocità di 120.000-170.000 chilometri al secondo.  Tenendo conto della velocità, con la quale le galassie si allontanano le une dalle altre, si può stabilire quando questa sostanza che si allontana in varie direzioni costituiva un tutt’uno.  Ciò ha portato alla comparsa di teorie secondo cui l’Universo trae la sua origine dall’atomo-padre, creato da dio, che esso è limitato nello spazio, ecc.

Questi ragionamenti hanno per base la supposizione che tutte le leggi osservabili in una parte dell’Universo debbano essere osservate anche nelle altre sue parti.  In realtà, le leggi che agiscono in un dato momento in questo o quel campo della realtà sono lungi dal manifestarsi tutte negli altri suoi campi.  Solo le leggi universali, oggetto di studio della filosofia, si manifestano ovunque.  Per quanto riguarda le altre leggi, esse, manifestandosi in un dato momento in una regione o in una parte dell’Universo, non si manifestano in un’altra.  Perciò dal fatto dell’espansione della data parte, da noi osservata, dell’Universo non deriva affatto che attualmente anche le altre sue parti si espandano obbligatoriamente.  Esse possono espandersi, ma possono anche restringersi.  Ed è più probabile che i processi di espansione e di restringimento siano propri in uguale misura a tutto l’Universo, che in una sua parte prevale fino ad un certo momento una tendenza e in un’altra parte, un’altra tendenza.  Poi esse cambiano di posto.

8.  IL RIFLESSO COME PROPRIETÀ UNIVERSALE DELLA MATERIA

Abbiamo già rilevato che la materia esiste attraverso gli enti materiali, spazialmente e temporalmente finiti, che non semplicemente esistono, ma agiscono gli uni sugli altri.  Interagendo, essi apportano i rispettivi mutamenti gli uni negli altri.  Questi mutamenti sono determinati, da una parte, dalla natura dell’ente materiale, nel quale sorgono, e, dall’altra, dalle peculiarità del corpo che agisce su di esso.  Le peculiarità dell’agente lasciano un’impronta su questi mutamenti e vi si esprimono in un modo o nell’altro.  È in ciò che consiste l’essenza di una proprietà come il riflesso, proprietà caratteristica di tutti gli enti materiali.

Il riflesso come proprietà universale della materia rappresenta in tal modo la capacità di un ente materiale di riprodurre nei mutamenti di queste o quelle sue proprietà, di questi e quei suoi stati le peculiarità degli altri corpi che agiscono su di esso.

Esempi di riflesso fra i più semplici sono la deformazione di questo o quel corpo in seguito all’azione esercitata su di esso da un altro corpo, il riscaldamento del conduttore in seguito all’azione della corrente elettrica che lo attraversa, l’aumento del volume di un corpo come risultato del riscaldamento, ecc.

Qualsiasi ente materiale sul quale agiscono altre cose si comporta non passivamente, ma attivamente.  Esso esercita un influsso inverso su queste cose, provocandovi dei mutamenti che riproducono in questa o quella forma le sue peculiarità.  Perciò ciascuno degli enti materiali interagenti ad un tempo riflette e viene riflesso.  Esso riproduce in questa o quella forma le peculiarità delle cose che agiscono su di esso e a sua volta si vede riprodotto nei rispettivi mutamenti di queste cose.

Ciò attesta che la proprietà di riflettere è universale, ciò dimostra che essa è inerente a tutti gli enti materiali.

9.  LO SVILUPPO DELLE FORME DI RIFLESSO

La forma di riproduzione negli enti materiali delle peculiarità dei corpi che agiscono su di essi dipende dalla loro natura.  Perciò gli enti materiali qualitativamente diversi riflettono in forma diversa uno stesso stimolo esterno.  Il cambiamento delle forme di riflesso è particolarmente evidente con il passaggio della materia da un grado qualitativo di sviluppo all’altro.

Nella natura inanimata il riflesso si presenta come un rispettivo mutamento delle proprietà fisiche o come reazioni chimiche che riproducono in questa o quella forma le peculiarità dei corpi o dei fenomeni interagenti.  Negli organismi vegetali e animali più elementari esso si manifesta nella forma dell’irritabilità: una reazione allo stimolo esterno, dove si osserva una determinata azione predisposta14 a un determinato momento di selettività.  Ad esempio, la pianta reagisce ai raggi luminosi cambiando la posizione delle foglie, orientandole in modo che risultino perpendicolari ai raggi.  Una tale posizione delle foglie assicura l’assorbimento di una maggiore quantità di energia solare, necessaria per il funzionamento e sviluppo della pianta.

Con la comparsa di organismi viventi più complessi e perfetti, in particolare degli organismi dotati di un sistema nervoso, il riflesso diventa più perfetto.  Ora esso si presenta nella forma dell’eccitabilità.  Peculiarità di questa forma di riflesso è che qui comincia ad assolvere funzioni di riflessione un organo speciale: il sistema nervoso.  Esso esercita il controllo sull’interazione dell’organismo e dell’ambiente esterno.  Alcuni tessuti o alcune cellule di questo sistema percepiscono gli stimoli esterni, mentre gli altri trasmettono l’eccitamento alle rispettive parti dell’organismo e assicurano così la necessaria risposta funzionale da parte di queste ultime.

Apparso per la prima volta nella forma di fibre e cellule nervose, sparpagliate per tutto il corpo dell’animale, il sistema nervoso subisce, nel corso dell’ulteriore evoluzione dell’organismo, dei mutamenti sostanziali.  Le cellule nervose si congiungono e formano i gangli nervosi collegati fra di loro.  In seguito, come risultato dell’anastomosi dei gangli nervosi, sorgono i centri speciali: il cervello e il midollo spinale, si forma il sistema nervoso centrale.  Con la comparsa di quest’ultimo nelle reazioni dell’organismo agli stimoli esterni intervengono dei mutamenti sostanziali.  Se prima gli organismi viventi reagivano solo agli eccitanti che erano legati in un modo o nell’altro alla loro attività vitale, ora, con la comparsa del sistema nervoso centrale, essi cominciano a reagire anche a quegli eccitanti che non hanno di per se stessi alcun valore per l’organismo ma sono legati ai fenomeni di importanza vitale.  In altre parole, se prima l’interazione tra l’organismo e l’ambiente esterno avveniva sulla base dei riflessi incondizionati, ora si sono aggiunti a questi ultimi i riflessi condizionati.  Essi permettono all’organismo di riflettere il legame tra i fenomeni più disparati non aventi per esso alcuna importanza vitale, da una parte, e i fenomeni che hanno tale importanza, dall’altra.  Grazie a ciò gli animali hanno ottenuto la possibilità di reagire prontamente alle mutate condizioni di vita e di adattarsi rapidamente ad esse.

La forma di riflesso della realtà legata al sorgere dei riflessi condizionati si distingue sostanzialmente dalle precedenti forme, in particolare dall’irritabilità e dall’eccitabilità.  Se queste ultime rappresentavano le forme biologiche di riflesso, la prima rappresenta la forma psichica di riflesso della realtà.

10.  LE PECULIARITÀ DELLA FORMA PSICHICA DI RIFLESSO

La psiche come particolare forma di riflesso della realtà è sorta insieme al sistema nervoso centrale, insieme alla capacità, determinata da quest’ultimo, di acquisizione dei riflessi condizionati.  Con la comparsa della psiche appare il riflesso della realtà per mezzo di segnali, di immagini.  Lo psichico si presenta nella forma di immagini dei fenomeni che agiscono sull’organismo, immagini che sorgono nel cervello in seguito all’acquisizione di questo o quel riflesso condizionato.  Un tratto specifico del riflesso condizionato è il riflesso di tali fenomeni esterni che di per se stessi non hanno alcun valore per l’organismo, ma risultano legati a questi o quei fenomeni che hanno per esso una ben precisa importanza vitale.  Con il sorgere del riflesso condizionato questi fenomeni segnalano altri fenomeni legati all’attività vitale dell’organismo, importanti in senso biologico per esso, rappresentano per così dire questi ultimi.  La loro azione sull’organismo equivale all’azione di quei fenomeni importanti in senso biologico di cui sono i segnali.  Con questa azione sorgono, sulla base delle connessioni temporanee che si formano nel cervello, le immagini dei rispettivi fenomeni importanti per l’organismo in senso biologico.

Ad esempio, un campanello di per se stesso non significa nulla per il cane.  Esso non reagisce a questo suono.  Ma se a quest’ultimo sarà abbinata la presentazione del cibo, il cane comincerà a reagire al suono di un campanello come reagisce in generale alla vista del cibo.  In particolare, si avrà da parte del cane una reazione salivare.  Tramite un nesso temporaneo sorto nel suo cervello fra due fonti di eccitazione: il suono di un campanello e il cibo, il cane rifletterà la dipendenza stabilitasi fra questi ultimi: suono di un campanello è un segnale che preannuncia l’apparizione del cibo.  Proprio in relazione a ciò il cane reagisce al suono con la salivazione.

In tal modo, il riflesso condizionato presuppone lo stabilirsi all’atto della percezione di questo o quel segnale di una connessione con un fenomeno importante in senso biologico.  Presentandosi come un lato o un momento necessario dei riflessi condizionati che rappresentano i fenomeni fisiologici, il fatto psichico, in tal modo, è organicamente legato al fatto fisiologico, sorge ed esiste sulla base di esso.  Il riflesso condizionato è il risultato dell’attività fisiologica del cervello in risposta alle stimolazioni esterne sull’organismo.  Sorgendo sulla base di determinate connessioni fisiologiche nel cervello, dipende da essi.

11.  LA COSCIENZA COME FORMA SUPERIORE DI RIFLESSO PSICHICO DELLA REALTÀ

1.  Il sorgere della coscienza

Apparsa in una determinata fase di sviluppo degli organismi viventi e, in particolare, del loro sistema nervoso, la forma psichica di riflesso della realtà non rimane immutabile, ma si perfeziona, si evolve e in determinate condizioni si converte in una forma di riflesso, qualitativamente nuova: la coscienza.

La condizione con la quale la psiche degli animali si trasforma in coscienza è il lavoro.  Esso trae la sua origine dall’attività basata sui riflessi degli animali, sull’utilizzazione degli oggetti della natura per conseguire un determinato risultato, legato al soddisfacimento di questo o quel bisogno dell’organismo.  Come suppongono gli scienziati, singoli esemplari di scimmie antropomorfe, nel compiere queste o quelle azioni volte a soddisfarne i bisogni, si misero ad adoperare oggetti della natura, ad esempio un bastone per abbacchiare i frutti, una pietra per difendersi dai nemici, ecc.  All’inizio queste azioni erano sporadiche.  Ma in quanto di regola sortivano un effetto positivo, contribuivano a soddisfare questo o quel bisogno, cominciò a sorgere sulla base di esse un riflesso condizionato e parallelamente anche l’abitudine di adoperare all’occorrenza questi o quegli oggetti della natura in qualità di «strumenti».  Quest’abitudine apportò dei mutamenti sostanziali nel comportamento di questi animali.  Il loro rapporto con l’ambiente circostante era ora mediato dagli oggetti della natura.  Infatti, prima la loro reazione alla realtà che li circondava non era mediata, ora essi agivano su di essa, adoperando come «strumenti» oggetti della natura.  Un tale complicarsi del rapporto dell’organismo con l’ambiente esterno influì positivamente sullo sviluppo del sistema nervoso e, in particolare, del cervello.  Esso cominciò a sviluppare sempre nuovi nessi al suo servizio, ad assolvere sempre più complesse funzioni e quindi ad evolversi e a perfezionarsi.  Ma ciò, a sua volta, esercitava un influsso benefico sull’«attività strumentale» dell’animale.  Essa si rendeva più complessa, si sviluppava.  In un determinato stadio di sviluppo di questa attività gli animali, in caso di assenza del necessario «strumento» per compiere questa o quella operazione, cercano di adattare a questo scopo un qualche altro oggetto.  Appare la tendenza a creare il necessario «strumento» mediante una rispettiva lavorazione di questi o quegli oggetti.  L’affermarsi di una tale tendenza fra gli antenati animali dell’uomo condizionò la graduale trasformazione dell’attività basata sui riflessi in attività consapevole, volta a modificare la realtà circostante con l’ausilio di strumenti appositamente creati.

La data attività diventa la necessaria forma di rapporto fra gli esseri, che escono dallo stato animale, e la realtà circostante.  Essa pone questi esseri in determinati rapporti che non dipendono dalla loro volontà e li raggruppa così in un tutt’uno organico: la società.  Affinché questa potesse sorgere, funzionare e svilupparsi normalmente, era necessario un certo coordinamento delle azioni degli individui che la formavano.  Ma ciò presupponeva la necessità di chiarire gli scopi, i compiti comuni, di distribuire le funzioni nel processo della loro realizzazione, presupponeva, inoltre, uno scambio di pensieri fra gli individui che agivano in comune.  «Insomma: gli uomini in divenire giunsero al punto in cui avevano qualcosa da dirsi»15Il bisogno condizionò il sorgere del mezzo necessario per soddisfarlo.  Tale mezzo divenne per l’appunto il linguaggio.  La coscienza ottenne così una forma materiale di esistenza, corrispondente alla sua natura sociale.  Essendo un sistema di segni che assicura la conservazione, la rielaborazione e la trasmissione delle informazioni, il linguaggio è un mezzo di espressione dei pensieri e dei rapporti fra gli uomini.

Gli uomini in divenire cominciarono a designare i singoli fenomeni, le loro proprietà, le proprie azioni con i rispettivi suoni o segni e con l’ausilio di essi trasmettevano i loro pensieri gli uni agli altri.  Le denominazioni da essi date a questi o quei fenomeni assolvevano la funzione di succedanei di questi ultimi.  L’uomo reagiva ad essi così come ai fenomeni da loro designati.  Le parole diventano i segnali dei fenomeni da esse definiti.  Impiegandole, gli uomini riflettono la realtà che li circonda, si scambiano le informazioni ottenute e le utilizzano nella loro vita e attività quotidiana.

Il riflesso della realtà attraverso un sistema di parole è una forma di riflesso specificamente umana.  Gli animali riflettono la realtà circostante tramite i segnali della stessa realtà, rappresentati, come abbiamo già rilevato, da fenomeni e proprietà che non hanno importanza immediata per l’attività vitale dell’organismo, ma che sono in determinato rapporto con altri fenomeni o proprietà importanti in senso biologico.  Il dato sistema dei segnali, comune all’animale e all’uomo, è stato chiamato da I.  P.  Pavlov primo sistema di segnalazione.  Il sistema di segnalazione specificamente umano - il sistema delle parole che assolvono il ruolo di segnali di questi o quei fenomeni della realtà stessa - è stato da lui chiamato secondo sistema di segnalazione.

La nascita del linguaggio apportò dei mutamenti sostanziali nell’attività basata sui riflessi dell’uomo.  Il linguaggio strappò l’uomo alla dipendenza dalla situazione concreta, dipendenza che era di impedimento alla sua attività, creò le condizioni necessarie per le generalizzazioni, per i rapporti con gli altri uomini e contribuì così immensamente alla formazione e allo sviluppo della coscienza degli uomini.

2.  L’essenza della coscienza

Essendo legata al lavoro e alla società sorta sulla base di esso, la coscienza è un lato necessario della forma sociale di movimento della materia, anche se esiste attraverso la coscienza dei singoli individui che compongono la società.  Ogni individuo, attraverso il linguaggio, attraverso i mezzi di lavoro e i metodi d’azione, assimila l’esperienza già accumulata dalla società e trasmette alla società la propria esperienza individuale, traducendola in valori spirituali e materiali, prodotto della sua attività creatrice.

Sorta come un lato necessario della vita sociale che si forma sulla base del lavoro, la coscienza si manifestò prima di tutto nel fatto che l’antenato dell’uomo si rese conscio del proprio essere, della propria esistenza, si separò dal mondo esterno, assunse un determinato atteggiamento verso di esso.  L’animale non si distingue dal mondo esterno.  Esso si fonde interamente con le funzioni vitali del proprio organismo.  Il selvaggio, acquistando la coscienza, si accorge per la prima volta del fatto che egli esiste, che si trovano intorno a lui gli oggetti con cui è in rapporto e che sono in rapporto fra di loro.  Prendendo coscienza dei propri istinti e delle proprie abitudini, comincia gradualmente a comprendere che cosa avviene intorno.  La coscienza è in tal modo la comprensione di ciò che avviene nel mondo circostante.  Ma la comprensione di ciò che avviene non è altro che la conoscenza.

Il mondo esterno è presente nella coscienza nella forma di immagini che sorgono nel cervello dell’uomo in seguito ai suoi rapporti con questo mondo.  L’insieme di queste immagini che riflettono la realtà è per l’appunto la conoscenza dell’uomo.  È utilizzando queste immagini, i dati ivi contenuti su queste o quelle proprietà, su questi o quei nessi degli oggetti e dei fenomeni del mondo esterno, che l’uomo arriva a comprendere ciò che avviene intorno a lui.

La comprensione di ciò che avviene è una premessa indispensabile dell’orientamento dell’uomo nel mondo.  Poggiando sulla giusta percezione della realtà, sulla conoscenza di questi o quei suoi lati e nessi necessari, l’uomo è come se desse uno sguardo al futuro, riproducendo nella forma di immagini ideali quello che non vi è ancora ma che deve accadere in seguito a questa o quella azione sulla realtà.

Sulla base di questo riflesso anticipante la realtà l’uomo si pone determinati scopi e subordina ad essi il suo comportamento, le sue azioni.  Il porre degli scopi rappresenta, in tal modo, un’importantissima funzione della coscienza.  Questa funzione distingue il comportamento dell’uomo da quello dell’animale, distingue l’attività ragionevole dell’uomo dalle azioni istintive degli animali.  «Il ragno - scrive Marx - compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera.  Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera.  Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era presente idealmente»16.

Il riflesso anticipante la realtà è alla base non solo degli scopi che si pongono gli uomini ma è anche alla base dell’attività creatrice, trasformatrice della coscienza, ciò che rappresenta il lato più importante della sua essenza.  Sorta sotto il diretto influsso del lavoro che presuppone la trasformazione del mondo in conformità ai bisogni dell’uomo, la coscienza, sulla base delle conoscenze di cui questi dispone, crea del nuovo che non esisteva prima.  Questo nuovo, essendo espresso in un sistema di immagini ideali, diventa un piano concreto che traduce in realtà questa o quella possibilità della materia.  Essendo un riflesso del mondo, la coscienza ha in tal modo un carattere creativo, influisce attivamente sul mondo circostante e lo trasforma in conformità alle esigenze della società.

Quindi, la coscienza rappresenta il riflesso della realtà nel cervello dell’uomo, cui si accompagna la comprensione di ciò che avviene nel mondo esterno, nonché la definizione dei fini, processo basato su questa comprensione, e l’attività riflessiva che assicura un rispettivo orientamento nel mondo circostante e una modificazione creativa di esso nell’interesse della società.

3.  Sul rapporto fra coscienza e materia

Come deriva da quanto esposto sopra, la coscienza è il secondo dato rispetto alla materia.  Ciò si esprime prima di tutto nel fatto che essa esiste non sempre e non ovunque, ma appare solo in un particolare stadio di sviluppo della materia, solo presso gli enti materiali altamente organizzati.  Facendo la sua apparizione in una determinata tappa di sviluppo della materia, essa è necessariamente legata ad essa e non può esistere senza di essa.  La materia invece non dipende dalla coscienza, essa è esistita prima del suo sorgere.

Inoltre, la coscienza è il secondo dato anche per il fatto che essa rappresenta un riflesso del mondo esterno, un calco delle cose oggettivamente esistenti, delle loro proprietà e dei loro nessi.  Essendo un riflesso di questi o quegli oggetti del mondo esterno, essa non può esistere indipendentemente da essi, poiché il riflesso non può esistere indipendentemente da ciò che viene riflesso, mentre ciò che viene riflesso esiste indipendentemente dal riflesso.

4.  L’elemento materiale e l’elemento ideale

Quando noi esaminiamo la coscienza in rapporto al cervello, mettiamo in luce il fatto che essa come un peculiare fenomeno psichico sorge nel cervello ed è il risultato di determinati processi fisiologici che si svolgono in esso.  Ma quando noi la esaminiamo in rapporto al mondo esterno, alla realtà in essa riflessa, ne mettiamo in luce l’idealità.

L’idealità della coscienza si esprime nel fatto che le immagini che la compongono non possiedono né le proprietà degli oggetti della realtà in essa riflessi né le proprietà dei processi fisiologici nervosi, sulla base dei quali sono sorte queste immagini.  In esse non esiste nemmeno un grano della sostanza, caratteristica della realtà riflessa e del cervello.  Esse sono prive di peso, di caratteristiche spaziali e di altre proprietà fisiche.

Essendo distinto dall’elemento materiale, l’elemento ideale è organicamente legato ad esso.  Esso sorge e esiste solo nell’elemento materiale: nel cervello dell’uomo.  È il risultato dell’azione dei fenomeni materiali sugli organi di senso.  Il suo contenuto è determinato da questi fenomeni e ne rappresenta un riflesso.  Sottolineando il nesso organico fra l’elemento ideale e l’elemento materiale e la dipendenza del primo dal secondo, Marx scriveva: «...  l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini»17.

5.  Sulla soggettività della coscienza

Come è stato fatto notare sopra, la comparsa della coscienza presuppone che l’uomo si distingua esso stesso dalla realtà che lo circonda, comprenda quello che vi avviene, ne sappia tener conto nelle sue azioni.  Tutto ciò fa dell’uomo un soggetto, cioè un essere che possiede la capacità di comprendere quello che avviene nella realtà circostante, si pone determinati scopi e compie le rispettive azioni per il loro raggiungimento.  Per sua natura il soggetto è attivo.  L’autonomia relativa del soggetto è il risultato della sua azione sulla realtà circostante allo scopo di conoscerla e di trasformarla.  A differenza del soggetto, l’oggetto è quella realtà che viene conosciuta e trasformata dal soggetto.

Tenendo presente che l’uomo sorge ed esiste come membro di una determinata collettività di individui che si trovano nella necessaria interconnessione e interdipendenza tra di loro, cioè come membro della società, dobbiamo considerare la società soggetto universale.  Proprio essa viene a conoscere e trasforma il mondo esterno.  Per quel che riguarda il singolo individuo, esso si presenta come soggetto solo nella misura in cui esprime in sé l’essenza sociale.

Il soggetto possiede un proprio particolare mondo interno che rappresenta un riflesso ideale del mondo esterno, della realtà oggettiva.  Questo mondo spirituale interiore del soggetto costituisce la sfera del soggettivo.  Il soggettivo è in tal modo tutto quello che si riferisce al mondo spirituale dell’uomo (della società), tutto quello che rientra nella sfera della coscienza, tutto quello di cui il soggetto prende coscienza.

Quale mondo spirituale del soggetto, il soggettivo dipende dal soggetto, dalle sue peculiarità, dai suoi tratti specifici, dal suo stato.  Ma non tutto nel mondo spirituale del soggetto dipende da esso stesso.  Il mondo soggettivo dell’uomo presenta tali lati che sono condizionati dalla realtà oggettiva e non dipendono dal soggetto, cioè dall’uomo e dall’umanità.  Questi lati rappresentano l’oggettivo nel soggettivo, sono una particolare forma di esistenza del mondo esterno nel mondo interno del soggetto.  Ciò significa che la coscienza, essendo un riflesso oggettivo, consapevole della realtà, rappresenta l’unità del soggettivo e dell’oggettivo.  Essa presenta lati che, riflettendo questi o quei aspetti dell’oggetto, non dipendono dal soggetto e quelli che dipendono dal soggetto, dallo stato del suo sistema nervoso, dall’esperienza individuale, dalla condizione sociale, dalle condizioni di vita, ecc.

Un’importantissima forma di espressione della soggettività della coscienza è la sua attività che si manifesta nelle azioni conformi allo scopo del soggetto.  Prima di agire, il soggetto si pone un determinato scopo, definisce le vie e i mezzi per il suo raggiungimento, prende la decisione di compiere le rispettive azioni, ecc.  Insomma, tutte le sue azioni passano attraverso la sfera della coscienza, sono una manifestazione della sua volontà.

L’attività della coscienza, essendo una forma di riflesso della soggettività, non solo non esclude l’oggettività del suo contenuto, ma l’accentua.  Compiendo queste o quelle azioni conformi allo scopo, il soggetto interviene nei processi oggettivi, li modifica corrispondentemente e in tal modo il soggettivo, contenuto nella coscienza, si trasforma in oggettivo che esiste fuori della coscienza e indipendentemente da essa.

1 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p.  1107.

2 V.  I.  Lenin, op cit., vol.  14, p.  126.

3 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol.  XXV, p.  365.

4 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol.  XXV, p.  571.

5 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol.  XXV, p.  336.

6 Ibidem.

7 P.  H.  Holbach, op.  cit., p.  13.

8 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol.  XXV, p.  529.

9 Ibidem, p.  364.

10 Roy K.  Marshall, The Nature of Things.  N.  Y., 1951, p.  47.

11 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., VOI.  XXV, pp.  57-58.

12 A.  S.  Eddington, The Nature of the Physical World.  Cambr., 1931, p.  198.

13 V.  I.  Lenin, op.  cit., vol.  14, p.  171.

14 Si veda: Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cít., vol.  XXV, p.  466.

15 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol.  XXV, p.  461.

16 Karl Marx, Il Capitale.  Roma, Edizioni Rinascita, I (I), p.  196.

17 Karl Marx, Il Capitale, cit., p.  28.

 

 


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