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Indice

Note iniziali

Cap. 1 - La filosofia e il suo ruolo nella società

  • La filosofia come concezione del mondo
  • La funzione metodologica della filosofia
  • La filosofia e l'attività pratica degli uomini
  • La definizione dell'oggetto della filosofia
  • La filosofia e le scienze concrete
  • Il carattere di parte della filosofia

Cap. 2 - La lotta premarxista tra materialismo e idealismo

Cap. 3 - Il rivolgimento compiuto dal marxismo in filosofia

Cap. 4 - IL MATERIALISMO DIALETTICO. La materia e la coscienza

Cap. 5 - La conoscenza

Cap. 6 - Le categorie della dialettica materialistica

Cap. 7 - Le leggi fondamentali della dialettica

Cap. 8 - IL MATERIALISMO STORICO. L'oggetto del materialismo storico

Cap. 9 - La società e la natura

Cap. 10 - La produzione materiale, fondamento dell'esistenza dello sviluppo della società

Cap. 11 - La struttura e la sovrastruttura

Cap. 12 - Le classi e i rapporti di classe

Cap. 13 - L'organizzazione politica della società

Cap. 14 - La rivoluzione sociale

Cap. 15 - La coscienza sociale e le sue forme

Cap. 16 - La funzione delle masse popolari e della personalità nella storia. Personalità e società

Cap. 17 - Il progresso sociale

 

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LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

di A. Sceptulin

Capitolo I

LA FILOSOFIA E IL SUO RUOLO NELLA SOCIETÀ

Prima di esporre la filosofia del marxismo-leninismo, dobbiamo chiarire che cosa rappresenti la filosofia in generale, in che cosa essa si differenzi dalle altre forme della coscienza sociale, quali funzioni essa sia chiamata ad assolvere.

1.  LA FILOSOFIA COME CONCEZIONE DEL MONDO

1.  Che cos’è una concezione del mondo

La filosofia rappresenta l’insieme delle idee sul mondo.  Ma ciò dicendo, noi non ne esprimiamo ancora i tratti distintivi.  Infatti, nella società esistono molte altre concezioni oltre a quelle filosofiche.  In che cosa si distinguono, dunque, le concezioni filosofiche da quelle non filosofiche e, in particolare, da quelle delle scienze naturali?

Il contenuto delle scienze naturali e sociali concrete riflette le leggi oggettive di questi o quei campi della realtà, di questi o quei processi.  Per esempio, la fisica ha per oggetto i fenomeni connessi con lo spostamento dei corpi nello spazio, col movimento delle molecole, delle particelle «elementari», ecc.; la biologia studia i fenomeni della natura vivente; le scienze economiche si occupano dei rapporti che sorgono tra gli uomini nel processo di produzione, di distribuzione e di consumo dei beni materiali; la pedagogia si occupa dell’educazione e dell’istruzione degli uomini, ecc.  La filosofia, invece, non si occupa di un campo particolare della realtà né di un settore particolare del mondo, essa studia il mondo nel suo insieme, tutti i fenomeni che vi si verificano.

La filosofia, dunque, ha il compito di elaborare un sistema di idee sul mondo nel suo insieme, di fornire un’interpretazione unica di tutti i processi che avvengono nel mondo, di essere, cioè, una concezione del mondo.

2.  Il quesito supremo della filosofia.  Materialismo e idealismo

La filosofia studia il rapporto tra la materia e la coscienza, tra la natura e lo spirito, stabilisce quale di essi è il primo dato e quale è il secondo dato derivato.  Quello del rapporto tra la materia e la coscienza è il quesito supremo della filosofia.  Il modo in cui tale questione viene risolta, predetermina questa o quella visione di tutti gli altri problemi filosofici.

Nulla di simile accade nelle altre scienze.  L’analisi del nesso tra materia e coscienza non rientra nei loro compiti.  Esse esaminano il loro oggetto dal solo punto di vista dello studio delle proprietà oggettive dei fenomeni.  Anche quelle scienze che hanno per oggetto i fenomeni psichici, studiano questi ultimi senza contrapporre il materiale all’ideale.

I filosofi si dividono in due grandi campi - materialisti e idealisti - a seconda di come risolvono il problema del rapporto tra materia e coscienza.

I materialisti affermano la priorità della materia rispetto alla coscienza, essi ritengono che la prima sia alla base di tutto ciò che esiste.  La coscienza, invece, è il secondo dato e si presenta come una proprietà della materia, proprietà che si manifesta in determinate condizioni.  Fanno parte, ad esempio, del campo materialistico: il filosofo greco Democrito, il quale riteneva che il mondo fosse costituito dagli atomi; il filosofo olandese del XVII secolo Spinoza, il quale considerava il pensiero una proprietà inalienabile (attributo) della materia; il filosofo francese del XVIII secolo Diderot, il quale sosteneva che la natura esistesse indipendentemente dalla coscienza, ecc.

A differenza dei materialisti, gli idealisti affermano la priorità dello spirito: la coscienza, il pensiero, le idee.  Secondo loro, la materia è un prodotto dello spirito, della coscienza e si presenta come una forma di esistenza di quest’ultima.

Pur concordando tra di loro nel porre alla base del mondo il principio spirituale, gli idealisti divergono nell’interpretazione di questo principio.  Alcuni di loro sostengono che il principio spirituale che condiziona tutti i fenomeni che avvengono nel mondo, esista nella forma di coscienza umana, di sensazioni, di percezioni, di rappresentazioni, in una parola, nella forma di attività umana soggettiva.  Questi sono gli idealisti soggettivi.  Altri si immaginano tale principio spirituale nella forma di coscienza cosiddetta assoluta, di spirito, di idea pura, ecc.  Questi sono gli idealisti oggettivi.  Rappresentante dell’idealismo soggettivo è, per esempio, J. Fichte, filosofo tedesco del XVIII secolo, il quale proclamò la realtà che circonda l’uomo conseguenza dell’attività del soggetto, dell’autocoscienza di un «Io».  Come rappresentante dell’idealismo oggettivo possiamo indicare il filosofo greco Platone.  Nel pensiero di Platone il mondo reale è costituito da essenze ideali mentre le cose sensibili sono delle loro copie imperfette, che sorgono in seguito alla fusione di questa o quella idea con la materia informe che è, propriamente parlando, il non essere.

3.  Il dualismo filosofico

La dottrina dei materialisti, che interpretano tutti i fenomeni del mondo partendo dalla materia, e la dottrina degli idealisti, che fanno derivare tutto quello che esiste dall’attività spirituale, dalla coscienza, sono dottrine monistiche (dal greco mónos, «unico»), perché esse si fondano su un unico principio determinante.

Però, vi sono filosofi che pongono alla base del mondo non uno ma due princìpi: il materiale e l’ideale.  Secondo loro, questi due princìpi esistono in modo del tutto autonomo, l’uno indipendentemente dall’altro.  Uno di essi determina il sorgere delle cose materiali del mondo fisico; dall’altro, invece, deriva il mondo spirituale.  Tale dottrina si chiama dualistica (dal latino duo, «due»).

Un rappresentante della dottrina dualistica è Descartes, filosofo francese del XVII secolo.  Secondo Descartes alla base della realtà vi sono due sostanze: la corporea, il cui attributo è l’estensione, e la spirituale, il cui attributo è il pensiero.  Queste sostanze, che esistono in modo indipendente l’una dall’altra, si uniscono nell’uomo e si presentano in esso nella forma di anima e corpo.  Ma anche nell’uomo esse, pur esistendo insieme l’una accanto all’altra, rimangono, secondo Descartes, assolutamente indipendenti, stanno alla pari.

Ponendo alla base dei loro sistemi due princìpi determinanti, i dualisti pretendono ad una propria linea autonoma in filosofia, distinta da quella del materialismo e da quella dell’idealismo.  Tuttavia, essi non riescono a portare fino in fondo questa autonomia.  Infatti, nell’analizzare i problemi concreti essi si vedono costretti a porsi ora sulle posizioni del materialismo, ora su quelle dell’idealismo.  il loro sistema filosofico risulta di conseguenza incoerente, contraddittorio, esso riunisce in sé meccanicamente tesi e princìpi incompatibili tra di loro.

4.  Le ricerche di una terza via in filosofia

Tentativi di porsi al di sopra del materialismo e dell’idealismo, di trovare una terza linea in filosofia, vengono compiuti anche da altri filosofi che si rivelano poi, in fin dei conti, degli idealisti.

Tali tentativi sono particolarmente caratteristici del periodo del capitalismo maturo, quando la borghesia vittoriosa cominciò a comprendere che la concezione materialistica del mondo rappresentava per essa un pericolo, a causa della possibilità, insita in tale dottrina, di conclusioni ateistiche e rivoluzionarie volte a mutare lo stato reale delle cose.

L’aspirazione a trovare una terza linea in filosofia è, propria, in particolare, alla dottrina del fisico e filosofo austriaco Ernst Mach (fine del XIX - inizio del XX sec.).  Mach sottopone a critica sia il sistema filosofico materialistico che quello idealistico sostenendo che sia l’uno che l’altro sono unilaterali.  Alla base del mondo, dichiara Mach, non è né la materia né la coscienza, ma i cosiddetti «elementi neutrali del mondo», che possono presentarsi sia come materiali che come spirituali.  Quando questi elementi entrano in contatto fra di loro formano il materiale, ossia il mondo fisico; quando, invece, essi entrano in contatto con il sistema nervoso dell’uomo formano l’ideale, ossia il mondo psichico.  Secondo Mach il mondo fisico e il mondo psichico sono in interconnessione organica tra di loro e ciò consente di costruire il mondo fisico con i fenomeni psichici ma esclude la possibilità di costruire il mondo psichico con i fenomeni fisici.

In realtà, da tutti questi ragionamenti non risulta nessuna terza linea in filosofia.  Infatti, se partendo dagli «elementi neutrali» siamo giunti ad affermare che è possibile creare il mondo fisico dallo psichico e che è impossibile il sorgere di fenomeni psichici sulla base del fisico, tale affermazione è perfettamente aderente ai postulati dell’idealismo poiché nel dato caso il momento determinante è lo psichico, la coscienza.

In modo analogo tenta di trovare una terza linea in filosofia il noto esistenzialista Karl Jaspers.  Egli ritiene come Mach che alla base della realtà non è né la materia né la coscienza ma una terza sostanza che include sia l’una che l’altra.  Questa terza sostanza è per Jaspers «il trascendente» che si manifesta o come pura «esistenza», o come «sovrannaturale», o come «coscienza», o come «mondo», ecc.  Ma se «il trascendente» è in grado di manifestarsi sia come mondo che come ragione, sia come naturale che come sovrannaturale, esso non si distingue affatto dal dio che i teologi pongono quale principio primigenio di tutto quello che esiste e la filosofia di Jaspers non si distingue in nulla dalla filosofia dell’idealismo oggettivo che riconosce apertamente la coscienza come artefice di tutto quello che esiste.

Oltre ai filosofi che tentano di porsi al di sopra del materialismo e dell’idealismo escogitando qualcosa di diverso dalla materia e dalla coscienza, vi sono anche autori e persino intere scuole che vogliono raggiungere lo stesso scopo ignorando il quesito supremo della filosofia che essi definiscono uno pseudo problema privo di ogni senso.  Fautori di questo punto di vista sono i positivisti moderni (R. Carnap, B. Russell ed altri).

Secondo i positivisti, la filosofia non può risolvere il problema della priorità della materia o della coscienza e perciò non deve occuparsene.  Suo compito fondamentale è l’analisi logica dei dati scientifici, dell’aspetto semantico delle parole e delle proposizioni.  In realtà, senza risolvere il problema di che cosa sia il primo dato - la materia o la coscienza - è impossibile fornire una valida analisi dei dati scientifici, dell’aspetto semantico delle parole e delle proposizioni, poiché tale analisi presuppone che si sia chiarito prima di tutto se i dati scientifici sono il risultato del riflesso dei rispettivi lati e nessi della realtà, oppure il risultato dell’attività creativa della coscienza stessa, del pensiero.  I positivisti sono inclini ad accettare questa seconda ipotesi.  Essi fanno derivare il contenuto dei dati sensibili, il significato delle parole e delle proposizioni non dal mondo esterno, ma dall’attività creativa della coscienza, del pensiero e con ciò, lo vogliano essi o no, si pongono sul terreno dell’idealismo.

In tal modo, le ricerche di una terza via in filosofia non possono che condurre all’idealismo.

5.  Le radici sociali e gnoseologiche dell’idealismo

Le cause che determinano la comparsa di concezioni idealistiche sulla realtà che ci circonda sono molteplici.  Alcune di esse affondano le loro radici nella struttura economica della società, nella condizione sociale delle classi e nelle loro esigenze; altre, invece, vanno ricercate nella sfera della conoscenza, dell’attività conoscitiva degli uomini.

Le radici sociali dell’idealismo sono quei fattori della vita sociale degli uomini che favoriscono il sorgere e il diffondersi di concezioni idealistiche sulla realtà che circonda l’uomo.  A tali fattori si riferiscono prima di tutto la separazione del lavoro intellettuale da quello fisico e il sorgere di una specie di opposizione tra di loro.  «Una volta che le idee dominanti - scrissero K. Marx e F. Engels - siano state separate dagli individui dominanti e soprattutto dai rapporti che risultano da un dato stadio del modo di produzione, e si sia giunti di conseguenza al risultato che nella storia dominano sempre le idee, è facilissimo astrarre da queste varie idee “l’idea”, ecc., come ciò che domina nella storia, e concepire così tutte queste singole idee e concetti come “autodeterminazioni” del concetto che si sviluppa nella storia»1.

Tra le radici sociali dell’idealismo figura anche l’interesse delle classi sfruttatrici ad una soluzione in senso idealistico della questione fondamentale della filosofia e alla diffusione di concezioni idealistiche, le quali, fornendo una giustificazione teorica della religione, favoriscono l’asservimento spirituale dei lavoratori, distolgono questi ultimi dalla lotta rivoluzionaria per cambiare lo stato di cose esistente.

Le radici gnoseologiche dell’idealismo sono cause che si trovano nella sfera della conoscenza.

La conoscenza è il processo, complesso e contraddittorio, del riflesso della realtà nella coscienza dell’uomo.  Se questo o quel momento della conoscenza viene esagerato, viene privato dei legami con gli altri lati e momenti del processo conoscitivo e considerato avulso dalla materia, trasformandolo in qualcosa di assoluto, si cadrà inevitabilmente nell’idealismo.  Le radici gnoseologiche dell’idealismo sono, dunque, l’assolutizzazione di questo o quell’aspetto, di questa o quella peculiarità del processo della conoscenza, che porta ad una visione unilaterale del processo stesso e quindi alla sua deformazione.  Lenin scriveva: «Il carattere rettilineo e unilaterale, l’irrigidimento e l’ossificazione, il soggettivismo e la cecità soggettiva: voilà le radici gnoseologiche dell’idealismo»2.

Tratto caratteristico delle sensazioni e delle percezioni di queste forme della conoscenza sensibile è che esse dipendono dall’uomo, dal suo sistema nervoso, dal suo stato psichico, dalla sua esperienza individuale, ecc.  Però, se noi esageriamo questo rapporto di dipendenza, se dimentichiamo che le sensazioni e le percezioni dipendono non solo dall’uomo ma anche dall’oggetto che agisce sui suoi organi dei sensi, che esse riflettono questi o quei lati di questo oggetto, finiremo inevitabilmente nel soggettivismo ammettendo che il contenuto delle sensazioni e delle percezioni è determinato dal soggetto (dall’uomo), dalle sue emozioni e, poi, anche nell’idealismo, riconoscendo che le sensazioni e le percezioni sono la base di tutto ciò che esiste.  È proprio in tale forma che propagandavano l’idealismo Berkeley, Mach, Avenarius ed altri.

Inoltre, venendo a conoscere la realtà che li circonda, gli uomini mettono in luce le proprietà comuni delle cose e dei fenomeni con i quali essi hanno a che fare nella loro attività pratica.  Sulla base di ciò in essi si formano dapprima le immagini generali e poi i concetti di tali proprietà.  Le immagini e i concetti così formatisi si trasmettono di generazione in generazione, mentre le cose riflesse in tali concetti cambiano ininterrottamente.  Si crea così l’impressione che i concetti siano qualcosa di stabile, di immutabile, di eterno, mentre le cose qualcosa di mutevole, di transitorio, di temporaneo.  Il concetto di «uomo», ad esempio, è sorto nella remota antichità e il processo della sua formazione si è perduto nei tempi.  Può sembrare, perciò, che esso esista eternamente.  I singoli uomini, invece, non sono eterni.  Essi nascono e muoiono.  E se si pone esageratamente l’accento sulla relativa stabilità dei concetti, se li si priva del legame con le cose del mondo esterno, per riflettere le quali essi sono sorti, e li si trasforma in qualcosa di autonomo che sta all’origine delle cose, allora si finisce inevitabilmente nell’idealismo.

2.  LA FUNZIONE METODOLOGICA DELLA FILOSOFIA

In quanto concezione del mondo, la filosofia ha il compito di fornire un’interpretazione unica e coerente dei fenomeni che avvengono nel mondo e di aiutare in tal modo l’uomo ad orientarsi nella sua vita, nella sua attività quotidiana.  Il ruolo della filosofia nella società non si riduce, però, solo a questo.  Essa deve assolvere anche una funzione metodologica, deve elaborare un metodo generale della conoscenza che è un insieme di princìpi o postulati interdipendenti, formulati sulla base delle leggi generali scoperte nella realtà e nel processo della conoscenza e dedotti dalla storia dello sviluppo della coscienza sociale.

Nella storia della filosofia sono noti due metodi filosofici di conoscenza diametralmente opposti: il metodo metafisico e quello dialettico.

Il metodo metafisico si formò nell’ambito delle scienze naturali nei secoli XVI-XVII.  In quella epoca la scienza della natura, in considerazione delle esigenze della produzione in via di sviluppo, si poneva lo scopo di studiare singoli lati e proprietà del mondo, le forme concrete dell’essere.  Per conoscere questi particolari «essa li staccava dal loro contesto naturale o storico e li esaminava ciascuno per sé, nella sua natura, nelle sue cause, nei suoi effetti particolari»3.  Ciò generò la tendenza a concepire le cose e i fenomeni della natura al di fuori della loro interconnessione e interdipendenza, al di fuori del loro movimento e del loro sviluppo e successivamente portò anche al sorgere del metodo generale metafisico della conoscenza.  Secondo tale metodo le cose e i fenomeni della natura sono concepiti nel loro isolamento, al di fuori del loro vasto contesto complessivo, sono privi di contraddizioni e di sviluppo, eternamente nel medesimo stato qualitativo, sono, cioè, immutabili

Attualmente tratto particolarmente caratteristico della metafisica è quello di assolutizzare singoli lati e forme del movimento della materia, di ridurre il superiore all’inferiore.

Nella misura in cui le scienze naturali cominciarono a passare dallo studio delle cose e delle loro proprietà allo studio dei processi che si svolgono in esse, cominciarono ad elaborarsi i princìpi del metodo dialettico della conoscenza.  Tale metodo parte dalla considerazione che nella realtà tutti i fenomeni sono in interconnessione e interdipendenza organica, che tutti i fenomeni sono internamente contraddittori e, in seguito della lotta degli opposti ad essi propri, cambiano continuamente passando ad uno stato qualitativo superiore.

Il metodo dialettico della conoscenza è derivato dalle leggi universali della realtà e della conoscenza.  Perciò esso è l’unico metodo conseguentemente scientifico (filosofico), metodo che aiuta gli scienziati nella loro attività conoscitiva.

3.  LA FILOSOFIA E L’ATTIVITÀ PRATICA DEGLI UOMINI

Studiando le leggi universali della realtà e della conoscenza e elaborando sulla loro base una concezione del mondo e un metodo generale della conoscenza, la filosofia esercita un influsso sostanziale sulla vita umana.  Il comportamento degli uomini, i princìpi ai quali essi si ispirano nella loro attività pratica, dipendono in misura notevole dalle loro concezioni generali, dalle idee filosofiche fatte proprie dalla loro coscienza.

Per esempio, gli uomini che sono sotto l’influsso della concezione idealistica del mondo molto spesso, nella loro vita privata, attribuiscono grande importanza a dio o ad altre forze soprannaturali.  Essi fanno affidamento più sul proprio destino che sulla conoscenza delle leggi che regolano i mutamenti della realtà che li circonda.  Gli uomini che hanno una concezione marxista del mondo nella loro attività si basano, invece, sulla conoscenza delle leggi oggettive della realtà.  il loro scopo fondamentale consiste non nell’adattarsi alle condizioni di vita esistenti ma nel perfezionarle e nel cambiarle costantemente.

Inoltre, il legame della filosofia, in particolare del materialismo dialettico, con la prassi si realizza anche per un’altra via: traducendo in atto la funzione metodologica del materialismo dialettico.  Il materialismo dialettico, sulla base dello studio delle leggi universali della realtà, formula determinati princìpi o norme che è indispensabile osservare nell’attività pratica, nella soluzione di questo o quel compito, elabora, in altre parole, un metodo d’azione, un metodo di trasformazione rivoluzionaria della realtà.  Perciò, per i sovietici che costruiscono una società nuova, la società comunista, e realizzano con ciò un’opera di portata storica, è estremamente necessario impadronirsi della filosofia marxista.  Tale dottrina li aiuterà ad orientarsi meglio nella soluzione dei problemi che sorgono nella pratica, a trovare per la loro soluzione le vie che maggiormente rispondono alle condizioni concrete.

4.  LA DEFINIZIONE DELL’OGGETTO DELLA FILOSOFIA

Dopo l’esame dei tratti specifici della filosofia e delle funzioni che essa adempie si può dare una definizione del suo oggetto.

La filosofia rappresenta una concezione del mondo e un metodo di conoscenza, elaborati sulla base di una determinata soluzione del problema del rapporto tra la materia e la coscienza.

Tale definizione è applicatile a qualsiasi filosofia, a qualsiasi concezione filosofica: materialistica e idealistica, dialettica e metafisica.  Noi però non ci occuperemo dell’oggetto di studio di tutte le correnti filosofiche.  Nostro compito è mettere in luce soltanto il contenuto della filosofia marxista-leninista.

La filosofia marxista-leninista è una scienza che studia le leggi oggettive dell’interconnessione della materia e della coscienza e le leggi universali della natura, della società, del pensiero ed elabora una concezione del mondo e un metodo di conoscenza e di trasformazione della realtà.

5.  LA FILOSOFIA E LE SCIENZE CONCRETE

Qual è il rapporto tra la filosofia e le scienze concrete? Alcuni autori presentano la filosofia come «scienza delle scienze» che deve raggruppare tutte le scienze in un tutt’uno e includerle in questa forma nel suo contenuto, indicando a ciascuna di esse il posto che le spetta e i princìpi che ne determinano il contenuto e l’indirizzo di sviluppo.  Tale concezione era caratteristica del periodo premarxista di sviluppo della filosofia.  Ma anche dopo il sorgere del materialismo dialettico, alcuni autori borghesi si attengono al dato punto di vista.

I positivisti sostengono su tale questione una concezione diametralmente opposta.  Essi affermano che le scienze concrete non hanno bisogno della filosofia, che possono benissimo farne a meno.  Non solo, ma i positivisti dichiarano che bisogna distruggere la filosofia perché essa è soltanto dannosa e ostacola lo sviluppo della conoscenza scientifica, nella realtà non v’è nulla che corrisponda ai suoi princìpi, non indaga - né può indagare - nulla, non ha - né può avere - un metodo scientifico di conoscenza, ecc.

Orbene, se queste concezioni possono essere riferite in una qualche misura alla filosofia idealistica, la quale all’indagine della realtà oggettiva sostituisce la costruzione di questi o quei princìpi derivati dal pensiero puro, esse sono del tutto estranee al materialismo dialettico.  Il materialismo dialettico ha un campo d’indagine proprio solo ad esso, ha un suo metodo scientifico di conoscenza.

A differenza delle scienze concrete che studiano le leggi proprie a questo o quel campo della realtà, il materialismo dialettico studia le leggi universali che si manifestano in tutti i campi del mondo oggettivo, in tutti i fenomeni.  Però le leggi universali si manifestano non in modo separato dalle leggi particolari, non parallelamente ad esse, ma tramite di esse, sotto forma di determinati lati di queste ultime.  Perciò, per scoprire questa o quella legge filosofica, bisogna rivolgersi alle scienze concrete, analizzare le leggi specifiche, da esse scoperte, individuare in esse ciò che si ripete in tutti i campi della realtà, ciò che è universale.  Per questo la filosofia è organicamente legata alle scienze concrete, ai dati scientifici da esse ottenuti, attinge il suo contenuto da questi dati e può svilupparsi con successo solo sulla base della loro generalizzazione.

A loro volta, le scienze concrete sono anch’esse legate indissolubilmente alla filosofia, ai risultati delle sue ricerche.  La filosofia, infatti, studiando le leggi universali della realtà e le leggi oggettive dell’interconnessione tra la materia e la coscienza, elabora su questa base la teoria della conoscenza e la logica - le leggi e le forme del pensiero - e, insieme ad esse, anche il metodo generale di conoscenza.  Le scienze concrete non possono esistere e svilupparsi con successo senza utilizzare le forme logiche e le leggi del pensiero.  Esse non possono fare a meno neanche del metodo generale di conoscenza.  Ma esse non possono elaborare da sé tutto ciò, in quanto non studiano le leggi universali della realtà, le quali presiedono al processo del pensiero e sulla base delle quali si formulano le leggi della logica e i princìpi del metodo dialettico di conoscenza.

Quindi, il materialismo dialettico e le scienze concrete, pur avendo i propri campi specifici d’indagine, sono in interconnessione e interdipendenza organica tra di loro e non possono svilupparsi con successo se separate tra di loro.

6.  IL CARATTERE DI PARTE DELLA FILOSOFIA

In una società divisa in classi la filosofia ha sempre carattere di parte.  Elaborando un sistema di concezioni sul mondo nel suo insieme, sulla realtà, essa al tempo stesso esprime e difende gli interessi di queste o quelle classi, di questi o quei gruppi sociali.  Attraverso le concezioni filosofiche le classi e i gruppi sociali si rendono sul piano teorico coscienti della loro posizione nella società, del loro rapporto con la realtà che li circonda, con i processi che vi si svolgono.  Essendo la base della concezione del mondo di questa o quella classe, la filosofia forma il modo di pensare e d’agire di questa classe, le sue esigenze e i suoi ideali.  «La filosofia contemporanea - scrisse Lenin - ha un carattere di parte, come l’aveva la filosofia di duemila anni fa.  In sostanza, i partiti in lotta sono il materialismo e l’idealismo, anche se si nascondono dietro nuove etichette escogitate da pedanti e da ciarlatani, o dietro una stupida indipendenza delle parti» 4.

Il materialismo, di regola, è legato alle classi progressiste interessate al progresso storico, mentre l’idealismo è legato alle classi reazionarie che difendono lo stato di cose esistente.  Esprimendo gli interessi degli strati progressisti della società il materialismo si appoggia alla scienza, si avvale dei suoi dati; l’idealismo, invece, è legato di regola alla religione, si appoggia ai suoi dogmi e ne motiva la necessità.  Sottolineando il carattere di parte della filosofia borghese e il suo legame con la teologia, Lenin scriveva: «Neppure una parola di nemmeno uno di questi professori (borghesi N.d.A.) - capaci di produrre le opere più preziose in campi particolari della chimica, della storia, della fisica - può essere creduta quando si passa alla filosofia.  Perché?  Per la stessa ragione per la quale neppure una parola di nemmeno uno dei professori di economia politica - capaci di produrre le opere più preziose nel campo delle indagini particolari condotte sui fatti - può essere creduta quando si passa alla teoria generale dell’economia politica.  Poiché quest’ultima, nella società contemporanea, è una scienza di parte, come la gnoseologia»5.

1 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, vol.  V.  Roma, Editori Riuniti, p.  47.

2 V.  I.  Lenin, Opere complete, vol.  38.  Roma, Editori Riuniti, p.  366.

3 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol.  XXV, p.  20.

4 V.  I.  Lenin, op.  cit., vol.  14, p.  352.

5 Ibidem, pp.  336-337.

 

 


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