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Indice

Prefazioni


Introduzione


Prima Sezione: Filosofia


Seconda Sezione: Economia Politica


Terza Sezione: Socialismo

 

 

Testo trascritto per Internet da Dario Romeo, Settembre-Ottobre 1999

 

Anti-Dühring

Friedrich Engels

Terza Sezione: Socialismo

IV. Distribuzione

Abbiamo già visto precedentemente che l'economia politica dühringiana sbocca nella seguente formulazione: il modo di produzione capitalistico va bene e può continuare a esistere, mentre il modo di distribuzione capitalistico è del maligno e deve sparire. Troviamo ora che la "socialità" di Dühring non è altro che l'attuazione di questo principio nella fantasia. In effetti si è visto che Dühring non ha quasi assolutamente niente da eccepire contro il modo di produzione, come tale, della società capitalistica; che egli vuol conservare la vecchia divisione del lavoro in tutti i rapporti essenziali e che perciò a stento ha da dire una sola parola anche riguardo alla produzione in seno alla sua comunità economica. La produzione è certo un campo in cui si tratta di fatti concreti e in cui perciò la "fantasia razionale" può dare solo poco spazio al colpo d'ala della sua anima libera [194], perché il periodo di fare una figuraccia è troppo vicino. Per contro la distribuzione, che, secondo il modo di vedere di Dühring, non ha assolutamente nessun rapporto con la produzione e che, secondo lui, non è determinata dalla produzione, ma da un puro atto della volontà, la distribuzione è il campo predestinato alla sua "alchimia sociale".

All'eguale dovere di produzione corrisponde l'eguale diritto di consumo, organizzato nella comunità economica e nella comunità commerciale che comprende un maggior numero di comunità economiche.

Qui il "lavoro viene scambiato con altro lavoro secondo il principio dell'eguale valutazione (...) Prestazione e controprestazione rappresentano qui eguaglianza reale delle quantità di lavoro".

E precisamente questa "parificazione delle forze umane" vige "se gli individui hanno potuto produrre più o meno o, per caso, anche niente"; infatti si può riguardare come prestazione di lavoro ogni occupazione che esiga tempo e forze e quindi anche il giocare a birilli e il passeggiare. Ma questo scambio non ha luogo tra i singoli, perché è la collettività quella che possiede tutti i mezzi di produzione e quindi anche tutti i prodotti: esso ha luogo invece da una parte tra ogni comunità economica e i suoi membri e dall'altra fra le diverse comunità economiche e commerciali stesse. "specialmente le singole comunità economiche entro il proprio ambito sostituiranno il piccolo commercio con uno smercio completamente pianificato." Del pari il commercio viene organizzato all'ingrosso:

"Il sistema della libera società economica (...) resta dunque una grande istituzione di scambio, le cui operazioni si compiono per mezzo delle basi fornite dai metalli nobili. La conoscenza della imprescindibile necessità di questa qualità fondamentale distingue il nostro schema da tutte quelle nebulosità cui sono affette anche le forme più razionali delle idee socialiste oggi correnti".

La comunità economica, in quanto è la prima ad appropriarsi i prodotti sociali, deve, in vista di questo scambio, fissare "un prezzo unitario per ogni genere di articoli" secondo i costi medi di produzione.

"Ciò che ora per il valore e il prezzo (...) significano i così detti costi naturali di produzione" (nella socialità) "(...) sarà indicato dal calcolo della quantità di lavoro da erogare. Questi calcoli che, secondo il principio dell'eguale diritto di ogni persona, anche nel campo dell'economia, si possono ridurre in definitiva alla considerazione del numero delle persone che partecipano al lavoro, forniranno il rapporto dei prezzi corrispondente ad un tempo alle condizioni naturali della produzione e al diritto sociale di valorizzazione. La produzione dei metalli nobili resterà, come oggi, decisiva per la determinazione del valore del denaro (...) Si vede da qui che, nella mutata costituzione della società, la base determinante e, anzitutto, la misura dei valori e quindi dei rapporti con cui i prodotti si scambiano tra loro, non solo non vengono perdute, ma per la prima volta prendono il loro giusto posto."

Il famoso "valore assoluto" è finalmente divenuto realtà.

Ma ora, d'altra parte, la comunità dovrà anche porre i singoli in condizione di comprare da essa gli articoli prodotti, pagando a ciascuno una certa somma giornaliera, settimanale, mensile, che per ciascuno dovrà essere eguale, come contropartita per il suo lavoro. "È perciò indifferente dal punto di vista della socialità il dire che il salario deve sparire o che deve diventare la forma esclusiva di reddito economico." Ma eguali salari e eguali prezzi formano l'"eguaglianza quantitativa, se non qualitativa, del consumo" e con ciò il "principio universale di giustizia" è realizzato sul piano dell'economia. Sulla determinazione del tasso di questo salario dell'avvenire Dühring ci dice solo che anche qui, come in tutti gli altri casi, si scambia "eguale lavoro con eguale lavoro". Per un lavoro di sei ore deve essere pagata una somma di denaro che incorpora in sé parimente sei ore lavorative.

Tuttavia il "principio universale di giustizia" non si deve in nessun modo scambiare con quel rozzo livellamento che tanto spesso fa irritare il borghese contro ogni comunismo e specialmente contro ogni comunismo spontaneo degli operai. La cosa non è poi così tremenda come vorrebbe apparire.

"L'eguaglianza di principio delle rivendicazioni economico-giuridiche non esclude che spontaneamente si aggiunga a quello che la giustizia esige, anche una espressione di riconoscimento e di onore particolari (...) La società onora se stessa, contrassegnando le prestazioni di specie superiore con una possibilità moderatamente superiore di consumo."

E anche Dühring onora se stesso allorché, fondendo l'innocenza della colomba e l'astuzia del serpente, dimostra una premura così commovente per il moderato sovraconsumo dei Dühring dell'avvenire.

Con ciò tutto il modo di distribuzione capitalistico è definitivamente eliminato. Infatti

"posto che, presupponendosi un tale stato di cose, qualcuno avesse realmente un'eccedenza di mezzi privati a sua disposizione, non potrebbe per essi trovare il modo di usarli in forma di capitale. Nessun individuo e nessun gruppo potrebbe acquistare da lui questi mezzi per la produzione, tranne che per via di scambio o di compra e non sarebbe mai in condizione di pagargli interessi o profitti".

Di conseguenza è ammissibile "un'ereditarietà adeguata al principio di eguaglianza". Essa è inevitabile: infatti "una certa ereditarietà accompagnerà sempre necessariamente il principio familiare". Neanche il diritto ereditario potrà "portare ad una accumulazione di fortune considerevoli, infatti qui la formazione di proprietà (...) in specie, non potrà mai più avere il fine di creare mezzi di produzione ed esistenze fondate su pure rendite".

E così la comunità economica sarebbe felicemente sistemata. Vediamo ora come funziona amministrativamente.

Ammetteremo che tutte le supposizioni di Dühring siano completamente realizzate; supporremo quindi che la comunità economica paghi a tutti i suoi membri per un lavoro di sei ore una somma di denaro nella quale siano del pari incorporate sei ore di lavoro, mettiamo dodici marchi. Ammetteremo egualmente che i prezzi corrispondano con esattezza ai valori, e che quindi nei nostri presupposti abbraccino solo i costi delle materie prime, l'usura delle macchine, il consumo dei mezzi di lavoro e il salario pagato. Una comunità economica di cento membri che lavorano, produce allora generalmente merci per un valore di 1.200 marchi e nell'anno, in 300 giorni lavorativi, merci per 360.000 marchi e paga questa stessa somma ai suoi membri, ciascuno dei quali fa quello che crede della sua parte di 12 marchi giornalieri o 3.600 annui. Alla fine dell'anno o alla fine di cento anni la comunità non è più ricca di quanto era al principio. Durante questo tempo essa non sarà mai in condizione di fornire la possibilità moderatamente superiore di consumo di cui parla Dühring, a meno che non voglia intaccare il suo fondo di mezzi di produzione. L'accumulazione è stata totalmente dimenticata. Ma c'è ancora di peggio: poiché l'accumulazione è una necessità sociale e nella conservazione del denaro si ha una comoda forma di accumulazione, l'organizzazione della comunità economica spinge direttamente i suoi membri all'accumulazione privata e conseguentemente alla propria distruzione.

Come ovviare a questo dissidio nella natura della comunità economica? Essa potrebbe rifugiarsi nel suo diletto "tributo", nel rialzo dei prezzi e vendere la sua produzione annua anziché per 360.000 marchi per 480.000 marchi. Ma poiché tutte le altre comunità economiche sono nella stessa condizione, e dovrebbero quindi fare la stessa cosa, ciascuna nello scambio con le altre dovrebbe pagare un "tributo" pari a quello che incassa e il "tributo" cadrebbe quindi solo sui propri membri.

O invece essa taglia la testa al toro, pagando ad ogni membro per il lavoro di sei ore il prodotto di meno di sei ore di lavoro, poniamo di quattro ore di lavoro, quindi invece di 12 marchi solo 8 marchi al giorno, lasciando però sussistere i prezzi delle merci al vecchio livello. In questo caso fa direttamente e scopertamente ciò che nel caso precedente faceva nascostamente e per via indiretta: essa costituisce un plusvalore, secondo Marx, del valore di 120.000 marchi annui, pagando i suoi membri in maniera assolutamente capitalistica al di sotto del valore della loro prestazione e inoltre computando loro le merci che essi possono comprare solo da essa al pieno valore. La comunità economica può dunque arrivare ad un fondo di riserva solo svelandosi quale un truksystem [*13] "nobilitato" sulla base comunista più larga.

Quindi una delle due: o la comunità economica scambia "lavoro eguale con lavoro eguale", e allora non essa ma i privati possono accumulare un fondo per il mantenimento e l'estensione della produzione. O invece essa forma un tale fondo e allora non cambia "lavoro eguale con lavoro eguale".

Così nella comunità economica stanno le cose per il contenuto dello scambio. E come stanno per la forma? Lo scambio si effettua mediante moneta metallica e Dühring si dà non poco vanto della "portata storica per l'umanità" di questo miglioramento. Ma nello scambio tra la comunità e i suoi membri il denaro non è affatto denaro, non funge affatto da denaro. Esso serve da puro certificato di lavoro, esso constata, per dirla con Marx, "soltanto la partecipazione individuale del produttore al lavoro comune e il suo diritto individuale alla parte del prodotto comune destinata al consumo", ed in questa funzione esso "è 'denaro' tanto poco quanto è denaro per es. uno scontrino per il teatro" [195]. Esso può essere sostituito da un segno qualsivoglia, come Weitling lo sostituiva con un "libro di commercio", in cui in una pagina venivano registrate le ore di lavoro e nell'altra i godimenti che se ne traggono [196]. In breve il denaro ha nello scambio della comunità economica con i suoi membri la stessa funzione dell'oweniana "moneta dell'ora di lavoro", questa "fantasticheria" che Dühring guardava tanto dall'alto in basso e che tuttavia è costretto egli stesso ad introdurre nella sua economia dell'avvenire. Che il buono che indica la natura in cui il "dovere di produzione" è stato compiuto e il "diritto di consumo" che con ciò si è acquisito, sia un pezzo di carta, una moneta di conto o un pezzo d'oro resta assolutamente indifferente per questo fine. Per altri fini invece, come si dimostrerà, non lo è affatto.

Se quindi la moneta metallica, già nello scambio tra la comunità economica e i suoi membri non funge da denaro, ma da buono di lavoro camuffato, ancora meno adempie la sua funzione monetaria nello scambio tra le diverse comunità economiche. Qui, dati i presupposti di Dühring, la moneta metallica è totalmente superflua. In effetti, basterebbe una semplice registrazione, che, calcolando con il tempo, misura naturale del lavoro, l'unità dell'ora lavorativa, compi lo scambio di prodotti di eguale lavoro con prodotti di eguale lavoro in un modo molto più semplice che non traducendo prima in denaro le ore lavorative. Lo scambio è in realtà un semplice scambio in natura; tutte le richieste in eccedenza sono facilmente e semplicemente compensabili mediante tratte su altre comunità. Ma se una comunità dovesse realmente avere un deficit di fronte ad altre comunità, tutto "l'oro esistente nel mondo", fosse pure "denaro per natura", non potrebbe risparmiare a questa comunità la sorte di coprire questo deficit aumentando il proprio lavoro, a meno che non voglia cadere in una condizione di dipendenza, a causa di debiti, da altre comunità. Il lettore del resto abbia sempre ben presente che noi qui non facciamo affatto delle costruzioni avveniristiche. Noi accettiamo semplicemente i presupposti di Dühring e ne tiriamo solo le inevitabili conseguenze.

Quindi né nello scambio tra la comunità economica e i suoi membri, né in quello tra le diverse comunità, l'oro, che "per natura è denaro", può arrivare a realizzare questa sua natura. Tuttavia Dühring gli prescrive di compiere una funzione monetaria anche "nella socialità". Dobbiamo quindi cercare un altro campo per questa funzione monetaria. E questo campo esiste. Dühring, certo, dà a ciascuno una capacità di "consumo quantitativamente eguale", ma non può costringervi nessuno. Al contrario, egli è fiero che nel suo mondo ciascuno possa fare quello che vuole del suo denaro. Egli non può dunque impedire che gli uni mettano da parte un piccolo peculio, mentre gli altri non possono tirare avanti col salario che vien loro pagato. E rende questo fatto perfino inevitabile, poiché egli riconosce espressamente nel diritto ereditario la proprietà comune della famiglia, da cui discende inoltre il dovere dei genitori di allevare la prole. Ma così il consumo quantitativamente eguale viene compromesso. Lo scapolo vivrà da signore con i suoi otto o dodici marchi giornalieri, mentre il vedovo con otto figli riuscirà a campare con grandi stenti. D'altra parte la comunità economica, accettando senz'altro il pagamento in monete, lascia aperta la possibilità che questo denaro venga guadagnato diversamente che col proprio lavoro. Non olet [Non puzza] [197]. Essa non sa da dove viene. Ma così sono poste tutte le condizioni perché la moneta metallica, che sinora ha avuto solo la funzione di buono di lavoro, possa presentarsi in reale funzione di denaro. Sussistono l'occasione e il motivo, da una parte, per la tesaurizzazione e, dall'altra, per l'indebitamento. Il bisognoso prende a prestito dal tesaurizzatore. Il denaro preso a prestito è accettato dalla comunità in pagamento per mezzi di sussistenza, diventa di nuovo ciò che è nella società odierna: incarnazione sociale del lavoro umano, reale misura del lavoro, mezzo universale di circolazione. Tutte "le leggi e le norme amministrative" del mondo sono altrettanto impotenti contro tutto ciò, quanto contro la tavola pitagorica o la composizione chimica dell'acqua. E poiché il tesaurizzatore è in condizione di estorcere interessi al bisognoso, con la moneta metallica che funge da denaro viene anche ristabilita l'usura.

Sin qui noi abbiamo considerato solo gli effetti del mantenimento della moneta metallica all'interno dell'area in cui vige la comunità economica di Dühring. Ma al di là di quest'area il resto del maledetto mondo continua frattanto tranquillamente a camminare come prima. Oro e argento restano sul mercato mondiale moneta universale, mezzo universale di acquisto e pagamento, incarnazione assolutamente sociale della ricchezza. E con questa qualità del metallo nobile appare ai singoli membri della comunità economica una nuova spinta per la tesaurizzazione, per l'arricchimento, per l'usura, la spinta per muoversi liberamente e indipendentemente di fronte alla comunità al di là dei suoi confini e per sfruttare sul mercato mondiale la ricchezza individuale accumulata. Gli usurai si trasformano in uomini che esercitano il commercio col mezzo di circolazione, in banchieri, in dominatori del mezzo di circolazione e del denaro che ha corso in tutto il mondo e conseguentemente in dominatori della produzione e quindi anche dei mezzi di produzione, anche se questi ancora per anni figurano, nominalmente, proprietà della comunità economica e della comunità commerciale. Ma con ciò teusarizzatori e usurai trasformati in banchieri sono sempre i padroni della comunità economica e della comunità commerciale stessa. La "socialità" di Dühring si distingue in effetti in modo molto sostanziale dalla "nebulosità" degli altri giornalisti. Essa non ha altro fine che la rigenerazione dell'alta finanza, sotto il controllo, e per conto della quale, essa valorosamente si ammazzerà di lavoro, posto che in generale si costituisca e si mantenga. La sola salvezza per essa sarebbe che i teusarizzatori preferissero affrettarsi col loro denaro che ha corso in tutto il mondo a... fuggirsene dalla comunità.

Data la diffusa ignoranza, dominante in Germania, sul vecchio socialismo, un innocente giovane potrebbe ora porre la domanda se anche, per es., i buoni di lavoro oweniani non potrebbero dar luogo ad un abuso analogo. Sebbene noi non dobbiamo spiegare qui il significato di questi buoni di lavoro, tuttavia per raffrontare l'"ampio schematismo" di Dühring con le "idee rozze, piatte e meschine" di Owen può non essere fuori luogo quanto segue. Anzitutto per un tale abuso dei buoni di lavoro di Owen sarebbe necessaria la loro trasformazione in moneta reale, mentre Dühring presuppone una moneta reale, ma vuole proibirle di fungere altrimenti che da semplice buono di lavoro. Mentre nel primo caso avrebbe luogo un reale abuso, nel secondo si realizza la natura propria della moneta, indipendentemente dalla volontà umana, e la moneta realizza il suo giusto uso, quello che le è proprio, di fronte all'abuso che Dühring vuole imporre, in virtù della sua propria ignoranza sulla natura della moneta. In secondo luogo in Owen i buoni di lavoro sono solo una forma di transizione alla comunità perfetta e alla libera utilizzazione delle risorse sociali e, accessoriamente, sono tutt'al più anche un mezzo per rendere accettabile il comunismo anche al pubblico britannico. Se dunque un qualche abuso dovesse costringere la società oweniana ad abolire i buoni di lavoro, questa farebbe solo un altro passo avanti verso il suo fine ed entrerebbe in una fase più perfetta di sviluppo. Se invece la comunità economica dühringiana abolisce la moneta, essa distrugge in un colpo la sua "portata storica per l'umanità", elimina la sua bellezza più peculiare, cessa di essere comunità economica dühringiana e affoga in quelle nebulosità per liberarla dalle quali Dühring ha erogato tanto aspro lavoro della sua razionale fantasia [*14].

Ma da dove ora sorgono tutti i singolari errori e tutte le singolari confusioni in cui si aggira la comunità economica dühringiana? Semplicemente dalla nebulosità che sviluppano nella testa di Dühring i concetti di valore e di moneta e che lo conduce finalmente a volere scoprire il valore del lavoro. Ma poiché Dühring non possiede affatto il monopolio di tali nebulosità per la Germania, e trova invece numerosa concorrenza, noi vogliamo "metterci d'impegno per un momento a sbrogliare la matassa" che egli qui ha combinato.

L'unico valore che l'economia conosca è il valore delle merci. Che cosa sono le merci? Prodotti creati in una società di produttori privati più o meno individuali, quindi anzitutto prodotti privati. Ma questi prodotti privati diventano merci solo non appena essi vengono prodotti non per il consumo proprio, ma per il consumo di altri e dunque per il consumo sociale; essi entrano nel consumo sociale per mezzo dello scambio. I produttori privati stanno dunque in un nesso sociale, costituiscono una società. I loro prodotti, sebbene prodotti privati di ciascun individuo, sono perciò ad un tempo, ma senza volere e per così dire contro voglia, anche prodotti sociali. Ma in che cosa consiste il carattere sociale di questi prodotti privati? Evidentemente in due proprietà: in primo luogo nel fatto che tutti appagano qualche bisogno umano ed hanno un valore di uso non solo per i produttori ma anche per gli altri; e in secondo luogo nel fatto che essi, sebbene prodotti dei più diversi lavori privati, sono ad un tempo prodotti di lavoro umano puro e semplice, sono lavoro genericamente umano. In quanto hanno un valore di uso anche per altri, essi possono in genere entrare nello scambio; in quanto in tutti è racchiuso lavoro genericamente umano, semplice erogazione di forza-lavoro umano, essi possono, secondo la quantità di questo lavoro che è racchiusa in ciascuno, essere raffrontati l'uno con l'altro nello scambio, essere posti come eguali o diseguali. In due prodotti privati eguali, restando eguali le condizioni sociali, può essere racchiusa una quantità diseguale di lavoro privato, ma sempre solo una quantità eguale di lavoro genericamente umano. Un fabbro incapace può fare cinque ferri da cavallo nello stesso tempo in cui uno capace ne fa dieci. Ma la società non attribuisce un valore alla casuale incapacità dell'uno, essa riconosce come lavoro genericamente umano solo il lavoro che di volta in volta è fornito da capacità media normale. Uno dei cinque ferri di cavallo del primo non ha quindi nello scambio più valore di uno dei dieci forgiati dall'altro nello stesso tempo. Il lavoro privato contiene lavoro genericamente umano solo in quanto è socialmente necessario.

Dicendo che una merce ha questo determinato valore io dico: 1. che essa è un prodotto socialmente utile; 2. che essa è prodotta da una persona privata per conto di privati; 3. che essa, malgrado sia prodotto di lavoro privato, tuttavia, nello stesso tempo e, per così dire, senza saperlo o volerlo, è anche un prodotto di lavoro sociale e precisamente di una quantità determinata di esso, fissata per via sociale, mediante lo scambio; 4. io esprimo questa quantità non in lavoro stesso, in tante e tante ore di lavoro, ma in un'altra merce. Se io dico quindi che questo orologio vale quanto questo pezzo di stoffa e che ognuno dei due vale cinquanta marchi, dico che nell'orologio, nella stoffa e nel denaro è racchiuso altrettanto lavoro sociale. Constato dunque che il tempo di lavoro sociale rappresentato in essi è stato misurato socialmente ed è stato trovato eguale. Ma non direttamente, assolutamente, come altrimenti si misura un tempo di lavoro in ore o giorni di lavoro ecc., bensì indirettamente, per mezzo dello scambio, in modo relativo. Io non posso perciò neanche esprimere questo quantum stabilito di tempo di lavoro in ore di lavoro, il cui numero mi resta ignoto, ma del pari, solo indirettamente, in modo relativo, con un'altra merce che rappresenta il quantum eguale di tempo di lavoro sociale. L'orologio vale quanto un pezzo di stoffa.

Ma poiché la produzione e lo scambio delle merci costringono la società basata su di essi a questa via indiretta, la costringono del pari a raccorciarla il più possibile. Essi scelgono dalla massa di merci comuni una merce sovrana, in cui una volta per sempre è esprimibile il valore di tutte le altre merci, una merce che vale come immediata incarnazione del lavoro sociale e che perciò diventa immediatamente e incondizionatamente scambiabile con tutte le altre merci: il denaro. Il denaro è già contenuto in germe nel concetto di valore, esso è solo il valore sviluppato. Ma poiché il valore delle merci assume nel denaro un'esistenza indipendente di fronte alle merci stesse, un nuovo fattore appare nella società che produce e scambia merci, un fattore con funzioni ed effetti nuovi. Noi per ora dobbiamo stabilire solo questo punto senza occuparcene maggiormente.

L'economia della produzione di merci non è affatto l'unica scienza che deve fare i conti con fattori solo relativamente noti. Anche nella fisica noi non sappiamo quante singole molecole gassose sono presenti in un volume determinato di gas, di cui siano date anche pressione e temperatura. Ma sappiamo che, nei limiti in cui la legge di Boyle è esatta, un volume determinato di gas contiene un numero di molecole eguale a quello che contiene un pari volume di un altro gas qualsivoglia a pari pressione e temperatura. Noi possiamo perciò paragonare, quanto al loro contenuto molecolare, i più diversi volumi dei più diversi gas alle più diverse condizioni di pressione e di temperatura e se ammettiamo come unità un litro di gas a 0° centigradi e 760 di pressione, possiamo con questa unità misurare quel contenuto molecolare. Nella chimica i pesi atomici assoluti dei singoli elementi ci sono egualmente ignoti, ma li conosciamo in modo relativo poiché conosciamo i loro rapporti reciproci. Come quindi la produzione di merci e la sua economia ottengono un'espressione relativa per le quantità di lavoro, ad esse sconosciute, racchiuse nelle singole merci, mettendo a raffronto queste merci sulla base del lavoro relativamente contenuto in esse, così la chimica si procura un'espressione relativa per la grandezza dei pesi atomici ad essa sconosciuti, mettendo a raffronto i singoli elementi sulla base del loro peso atomico ed esprimendo il peso atomico dell'uno in multipli e sottomultipli dell'altro (zolfo, ossigeno, idrogeno). E come la produzione di merci eleva l'oro a merce assoluta, a universale equivalente delle altre merci, a misura di tutti i valori, così la chimica eleva l'idrogeno a moneta della chimica ponendo il suo peso atomico = 1, riducendo i pesi atomici di tutti gli altri elementi a idrogeno ed esprimendoli in multipli del peso atomico dell'idrogeno.

Tuttavia la produzione di merci non è affatto la formaesclusiva di produzione sociale. Nell'antica comunità indiana, nella comunità familiare degli slavi del sud, i prodotti non si trasformano in merci. I membri della comunità sono direttamente riuniti in società per la produzione, il lavoro viene diviso a seconda della tradizione e dei bisogni ed egualmente i prodotti, nella misura in cui arrivano al consumo. La produzione immediatamente sociale, così come la distribuzione diretta, escludono ogni scambio di merci, quindi anche la trasformazione dei prodotti in merci (almeno all'interno della comunità) e conseguentemente escludono anche la loro trasformazione in valori.

Non appena la società entra in possesso dei mezzi di produzione e, socializzandoli immediatamente, li usa per la produzione, il lavoro di ciascuno, per quanto possa essere diverso il suo carattere specifico di utilità, diventa a priori direttamente lavoro sociale. La quantità di lavoro sociale racchiusa in un prodotto non ha bisogno allora di essere fissata solo indirettamente; l'esperienza giornaliera indica direttamente quanto lavoro è necessario in media. La società può semplicemente calcolare quante ore di lavoro sono contenute in una macchina a vapore, in un ettolitro di frumento dell'ultimo raccolto, in cento metri quadrati di stoffa di una qualità determinata. Né potrebbe quindi venirle in mente di esprimere le quantità di lavoro depositate nei prodotti e che essa conosce direttamente e assolutamente con una misura inoltre solo relativa, oscillante, insufficiente, precedentemente inevitabile come espediente, con un terzo prodotto e cioè non con la misura naturale adeguata, assoluta, il tempo. Egualmente non verrebbe in mente alla chimica di esprimere i pesi atomici ancora in modo relativo, passando per l'atomo di idrogeno non appena essa fosse in condizione di esprimerli nella loro misura adeguata, ossia in pesi reali, in bilionesimi o quadrilionesimi di grammo. Date le premesse sopracitate, la società non assegna neppure dei valori ai prodotti. Essa non esprimerà il fatto semplice che i cento metri quadrati di stoffa hanno richiesto per es. mille ore di lavoro per la loro produzione, dicendo in una maniera sciocca e assurda che essi hanno il valore di mille ore di lavoro. Certo anche allora la società dovrà sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione. Essa dovrà organizzare il piano di produzione secondo i mezzi di produzione, ai quali appartengono, in modo particolare, anche le forze-lavoro. Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso considerati in rapporto tra di loro e in rapporto della quantità di lavoro necessaria alla loro produzione. Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice senza l'intervento del famoso "valore" [*15].

Il concetto di valore è l'espressione più generale e perciò più comprensiva delle condizioni economiche della produzione di merci. Nel concetto di valore è perciò contenuto il germe non solo del denaro, ma anche di tutte le forme più sviluppate della produzione e dello scambio di merci. Nel fatto che il valore è l'espressione del lavoro sociale contenuto nei prodotti privati risiede già la possibilità della differenza tra il lavoro sociale e il lavoro privato contenuto nel prodotto stesso. Se dunque un produttore privato continua a produrre alla vecchia maniera, mentre la produzione sociale progredisce, questa differenza gli diventa sensibilmente tangibile. Lo stesso accade non appena la totalità di coloro che producono privatamente un genere determinato di merci, produce una quantità eccedente il bisogno sociale. Nel fatto che il valore di una merce può essere espresso solo con un'altra merce e può essere realizzato solo nello scambio con essa, risiedela possibilità che lo scambio in generale non abbia luogo oppure che non realizzi il giusto valore. Finalmente se appare sul mercato la merce specifica forza-lavoro, il suo valore si determina, come quello di ogni altra merce, mediante il tempo di lavoro socialmente necessario per la sua produzione. Perciò nella forma di valore che assumono è già racchiusa tutta quanta la forma di produzione capitalistica, l'antagonismo di capitalisti e salariati, l'esercito di riserva industriale, le crisi. Voler sopprimere la forma di produzione capitalistica mediante la creazione del "vero valore" significa perciò voler sopprimere il cattolicesimo mediante la creazione del "vero" papa, o volere creare una società in cui i produttori finalmente dominano il loro prodotto, dando vita, con ciò stesso, ad una categoria economica che è l'espressione più piena dell'asservimento dei produttori mediante il proprio prodotto.

Quando la società produttrice di merci ha sviluppato ulteriormente la forma di valore inerente alle merci come tali, solo a farle raggiungere la forma di denaro, molti dei germi ancora nascosti nel valore vengono alla luce. L'effetto più prossimo e più essenziale è la generalizzazione della forma di merce. Il denaro impone la forma di merce anche agli oggetti prodotti per il proprio consumo diretto, li trascina nello scambio. Così la forma di merce e di denaro penetrano nell'economia interna della comunità associata direttamente per la produzione, rompono uno dopo l'altro tutti i legami della comunanza e dissolvono la comunità in una schiera di produttori privati. Il denaro dapprima, come si può vedere in India, mette al posto della coltivazione comune del suolo la coltura individuale; più tardi dissolve la proprietà comune del suolo coltivabile, che si presenta ancora nelle ripartizioni periodicamente ripetute, mediante una ripartizione definitiva (il che per es. è accaduto nelle Gehöferschaften [comunità di villaggio] della Mosella e comincia ad accadere anche nella comunità russa); e infine spinge alla ripartizione del possesso comune, ancora residuato, dei boschi e dei prati. Quali che siano le altre cause basate sullo sviluppo della produzione che anche qui collaborano, il denaro rimane sempre il mezzo più potente della loro azione sulla comunità. E con la stessa necessità naturale, a dispetto di tutte "le leggi e le norme amministrative", il denaro dissolverebbe la comunità economica dühringiana, se mai essa venisse alla luce.

Abbiamo già visto (Economia, VI) che è una contraddizione in termini parlare di valore del lavoro. Poiché il lavoro, in certe condizioni sociali, crea non solo prodotti, ma anche valore, e questo valore viene, misurato dal lavoro, tanto poco è possibile che il lavoro abbia un valore particolare, quanto poco è possibile che la pesantezza come tale abbia un peso particolare o il calore una temperatura particolare. Ma è caratteristico di tutta la confusione socialista che va stillandosi il cervello intorno al "vero valore", immaginare che l'operaio non riceva nella società odierna il pieno "valore" del suo lavoro, e che il socialismo sia chiamato a porvi rimedio. Perciò è necessario anzitutto che cosa sia il valore del lavoro e lo si trova tentando di misurare il lavoro non con la misura ad esso adeguata, il tempo, ma col suo prodotto. L'operaio dovrebbe ricevere il "provento integrale del lavoro" [100]. Non solo il prodotto del lavoro, ma il lavoro stesso dovrebbe essere direttamente scambiabile col prodotto: un'ora di lavoro con il prodotto di un'altra ora di lavoro. Ma ciò crea subito una difficoltà molto "seria". Il prodotto totale viene ripartito. La più importante funzione sociale progressiva della società, l'accumulazione, viene sottratta alla società e rimessa nelle mani e all'arbitrio dei singoli. I singoli possono fare quello che vogliono dei loro "proventi", la società resta ricca o povera come era prima. Si sarebbero quindi accentrati nelle mani della società i mezzi di produzione accumulati nel passato solo perché tutti i mezzi di produzione che si saranno accumulati nel futuro vengano sparpagliati di nuovo nelle mani dei singoli. Si fa a pugni con i propri presupposti e si perviene ad una pura assurdità.

Lavoro fluido, forza-lavoro attiva dovrebbero esser scambiati con prodotto di lavoro. Allora questa forza-lavoro è una merce così come il prodotto con cui viene scambiata. Allora il valore di questa forza-lavoro non viene determinato affatto secondo il suo prodotto, ma secondo il valore sociale che vi è incorporato, quindi secondo la legge attuale del lavoro salariato.

Ma questo è proprio ciò che non deve essere. Il lavoro fluido, la forza-lavoro deve essere scambiabile col suo pieno prodotto. Ciò significa che deve essere scambiabile non col suo valore, ma col suo valore di uso; la legge del valore dovrebbe esser valida per tutte le altre merci ma essere soppressa per la forza-lavoro. E questa confusione che distrugge se stessa è ciò che si nasconde dietro il "valore del lavoro".

Lo "scambio di lavoro con lavoro secondo il principio della valutazione eguale", nella misura in cui ha un significato, e quindi la reciproca scambiabilità di prodotti di eguale lavoro, e quindi la legge del valore, è la legge fondamentale precisamente della produzione di merci e perciò anche della forma più alta di essa, la produzione capitalistica. Essa si afferma nella società attuale nella stessa maniera in cui unicamente possono realizzarsi leggi economiche in una società di produttori privati: come legge naturale insita nelle cose e nelle circostanze, indipendente dal volere e dall'agire dei produttori, ciecamente operante. Dühring, elevando questa legge a legge fondamentale della comunità economica ed esigendo che questa comunità economica debba attuarla con piena coscienza, fa, della legge fondamentale della società vigente, la legge fondamentale della sua società fantastica. Egli vuole la società vigente, ma senza i suoi inconvenienti. Si muove quindi completamente sullo stesso terreno di Proudhon. Come lui, egli vuole eliminare gli inconvenienti che sono sorti dall'evoluzione della produzione mercantile alla produzione capitalistica, facendo valere di fronte ad essa la legge fondamentale della produzione di merci la cui azione ha precisamente prodotto questi inconvenienti. Come Proudhon egli vuole sopprimere le conseguenze reali della legge del valore con delle conseguenze fantastiche.

Ma per quanto fieramente il nostro moderno don Chisciotte porta in groppa la sua nobile Ronzinante, "il principio universale di giustizia", seguito dal suo valente Sancio Panza, Abraham Enss, sul suo cammino di cavaliere errante, alla conquista dell'elmo di Mambrino, il "valore del lavoro", ahimè, temiamo che non porterà a casa altro che il vecchio, noto catino da barbiere.

Note

194. Espressione usata da Georg Herwegh nella poesia "Aus den Bergen" ("Dai monti"), appartenente alla sua raccolta "Poesie di un uomo vivo", 1841: "... largo, signori, al colpo d'ala / Di un'anima libera!".

195. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., p. 127, nota 50

196. Il "libro di commercio" è descritto da Wihlelm Weitling nelle sue "Garntien del Harmonie und Freiheit", Vivis, 1842, sezione II, capitolo10, p. 155 sgg. Secondo il suo piano utopistico, nella società futura ogni persona abile al lavoro è obbligata a lavorare ogni giorno un numero determinato di ore, per ricevere i prodotti necessari al sostentamento. Inoltre a ciascuno è data la libertà di "esercitare anche ore di commercio, oltre al tempo stabilito per il lavoro", per "godere di questo o di quel bene voluttuario". Il piano di Weitling prevede che queste ore di commercio e i "piaceri e i prodotti voluttuari" ricevuti in cambio siano registrati nel libro di commercio.

*13. Trucksystem si chiama in Inghilterra il sistema ben noto anche in Germania nel quale gli stessi fabbricanti tengono dei magazzini e costringono i loro operai a fornirsi di merci da essi.

197. Secondo la tradizione, l'imperatore Vespasiano avrebbe detto queste parole ("non puzza") al figlio Tito, che lo rimproverava per una tassa da lui imposta sugli orinatoi, mostrandogli il denaro ricavatone. L'espressione è passata in proverbio per dire che riguardo all'origine del denaro guadagnato non bisogna guardare troppo per il sottile.

*14. Tra parentesi, la funzione che hanno nella società comunista oweniana i buoni di lavoro è completamente ignota a Dühring. Egli conosce questi buoni di lavoro da quel che ne dice Sargant, e cioè solo in quanto figurano nei Labour Exchange Bazaars [176] che naturalmente furono un fallimento: tentativo di passare, mediante uno scambio diretto di lavoro, dalla società vigente alla società comunista.

176. Il 31 gennaio 1849 Proudhon fondò a Parigi la Banque du peuple (Banca del popolo); essa esistette per circa due mesi, e solo sulla carta.

*15. Sin dal 1844 io avevo detto ("Deutsch-Französische Jahrbücher" 198.) che questa valutazione dell'effetto utile e dell'erogazione di lavoro nelle decisioni concernenti la produzione è tutto ciò che in una società comunista rimane del concetto di valore dell'economia politica. Ma solo il "Capitale" di Marx, come si vede, ha reso possibile fondare scientificamente questo principio.

100. La concezione di Ferdinand Lassalle sul "provento pieno del lavoro" o "integrale" è criticata a fondo da Marx nella prima sezione delle "Glosse marginali al programma del Partito operaio tedesco" ("Critica del programma di Gotha", trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1976).

198. Engels rinvia al suo articolo "Lineamenti di una critica all'economia politica". I "Deutsch-Französische Jahrbücher" furono pubblicati in tedesco a Parigi sotto la redazione di Marx e Arnold Ruge. Ne uscì un solo numero doppio nel febbraio 1844. Vi apparvero "Sulla questione ebraica" e "Per una critica della filosofia hegeliana del diritto. Introduzione" di Marx, e "La situazione dell'Inghilterra. "Past and Present" by Thomas Carlyle", oltre all'articolo sopra citato, di Engels.

 

 


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