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Indice

Prefazioni


Introduzione


Prima Sezione: Filosofia


Seconda Sezione: Economia Politica


Terza Sezione: Socialismo

 

 

Testo trascritto per Internet da Dario Romeo, Settembre-Ottobre 1999

 

Anti-Dühring

Friedrich Engels

Seconda Sezione: Economia

IX. Leggi naturali dell'economia. Rendita fondiaria

Sinora con tutta la buona volontà non abbiamo potuto scoprire se Dühring arrivi "a presentarsi" nel campo dell'economia "pretendendo di avere apportato un nuovo sistema non solo adeguato all'epoca, ma di valore decisivo per l'epoca". Ma ciò che non siamo riusciti a vedere né nella teoria della violenza né a proposito del valore e del capitale, forse ci salterà agli occhi con solare evidenza quando considereremo le "leggi naturali dell'economia" stabilite da Dühring. Infatti, esprimendosi con quell'originalità e quell'accuratezza che gli sono abituali, egli dice che

"il trionfo dei più elevati procedimenti scientifici consiste nel sorpassare le semplici descrizioni e suddivisioni della materia per così dire in quiete e arrivare alle conoscenze vive che illuminano la genesi delle cose. La conoscenza delle leggi è perciò la più perfetta, perché ci mostra come un fenomeno sia condizione dello svolgersi di un altro".

Subito, la prima legge naturale di tutta l'economia è stata scoperta proprio da Dühring.

Adam Smith "stranamente non solo non ha assegnato una funzione preminente al fattore più importante di ogni sviluppo economico, ma ha anche del tutto trascurato di darne una formulazione particolare, abbassando così involontariamente ad una funzione di secondo piano quella forza che aveva impresso la sua impronta sul moderno sviluppo dell'Europa".

Questa "legge fondamentale che deve avere una funzione preminente è quella dell'equipaggiamento tecnico, anzi si potrebbe dire dell'armamento della forza economica naturale dell'uomo". Questa "legge fondamentale" scoperta da Dühring è così formulata:

Legge n° 1: "La produttività dei mezzi economici, delle risorse della natura e della forza dell'uomo, viene accresciuta da invenzioni e scoperte."

Siamo sbalorditi. Dühring ci tratta come in Molière quel celebre capo ameno tratta il neoblasonato cui annunzia la novità che costui aveva per tutta la vita parlato in prosa senza saperlo [72]. Che invenzioni e scoperte accrescano in molti casi la forza produttiva del lavoro (in molti casi però non lo accrescono affatto, come prova la gran quantità di carta straccia negli uffici di tutti gli uffici brevetti del mondo) lo sappiamo da un pezzo; ma che questa vecchissima banalità sia la legge fondamentale di tutta l'economia, questa luminosa spiegazione la dobbiamo a Dühring. Se "il trionfo dei più elevati procedimenti scientifici", nell'economia come nella filosofia, consiste solo nel dare un nome roboante al primo luogo comune che capita e strombazzarlo come legge di natura o addirittura legge fondamentale, allora il "fondare su basi profonde" e rivoluzionarie la scienza sarà possibile a chiunque, anche alla redazione della "Volks-Zeitung" di Berlino [116]. Saremmo allora costretti "con ogni rigore" ad applicare allo stesso Dühring il giudizio di Dühring su Platone: "Se questa ha da essere scienza economica, l'autore delle" fondazioni critiche [117] "la condivide con ogni persona che in genere abbia occasione di pensare" o anche solo di dire qualcosa "su ciò che gli capita tra le mani". Se per es. diciamo che gli animali mangiano, nella nostra innocenza pronunciamo con tutta calma una grande parola; infatti basta che diciamo che il mangiare è una legge fondamentale di tutta la vita animale, e abbiamo rivoluzionato tutta la zoologia.

Legge n° 2. Divisione del lavoro: "La separazione dei rami professionali e la divisione delle attività eleva la produttività del lavoro". Nella misura in cui è esatto, questo principio dopo Adam Smith è ugualmente un luogo comune. La misura in cui è esatto sarà mostrata nella terza sezione.

Legge n° 3: "Distanza e trasporto sono le cause principali che ostacolano o favoriscono la cooperazione delle forze produttive."

Legge n° 4: "Lo Stato industriale ha una capacità di popolazione incomparabilmente maggiore dello Stato agricolo."

Legge n° 5: "Nell'economia niente accade senza un interesse materiale."

Ecco le "leggi naturali" sulle quali Dühring fonda la sua nuova economia. Egli resta fedele al suo metodo già esposto nella filosofia. Pochi trismi, della più sconsolata banalità, spesso anche malamente esposti, formano anche nell'economia gli assiomi che non abbisognano di alcuna dimostrazione, i principi fondamentali, le leggi naturali. Col pretesto di sviluppare il contenuto di queste leggi che non hanno nessun contenuto viene qui sfruttata l'occasione per una lunga chiacchierata di economia sui diversi temi, i cui nomi appaiono in queste pretese leggi, quindi su invenzioni, divisione del lavoro, mezzi di trasporto, popolazione, interesse, concorrenza, ecc., chiacchierata la cui piatta trivialità è solo condita da una magniloquenza degna di un oracolo e qua e là da un'errata interpretazione o da un pretenzioso sofisticare su sottigliezze casistiche di tutti i generi. Dopo, arriviamo finalmente alla rendita fondiaria, al profitto del capitale e al salario, e poiché in ciò che precede abbiamo considerato solo queste due ultime forme di appropriazione, vogliamo ora, a conclusione, indagare brevemente anche la concezione dühringiana della rendita fondiaria.

Lasceremo da parte tutti quei punti nei quali Dühring non fa che trascrivere il suo predecessore Carey; non dobbiamo qui occuparci di Carey, né difendere la concezione ricardiana della rendita fondiaria dalle distorsioni e dalle stoltezze di Carey. A noi interessa solo Dühring, e costui definisce la rendita fondiaria come "quel reddito che il proprietario come tale trae dal fondo". Dühring senz'altro traduce il concetto di rendita fondiaria, che egli deve sottoporre a indagine, dal linguaggio giuridico e in questo modo ne sappiamo quanto prima. Il nostro profondo fondatore, bene o male, deve degnarsi di darci perciò ulteriori schiarimenti. Egli confronta l'affitto di un fondo rustico ad un fittavolo col prestito di un capitale ad un imprenditore, ma presto trova che questo paragone, come parecchi altri, zoppica. Infatti, egli dice,

"se si volesse andare oltre nell'analogia, l'utile che resta al fittavolo, dopo il pagamento della rendita fondiaria, dovrebbe corrispondere a quel residuo di utile del capitale che tocca all'imprenditore che usa il capitale, dopo la corresponsione degli interessi. Ma non si ha l'abitudine di considerare gli utili dei fittavoli come il reddito principale e la rendita fondiaria come un residuo (...) Una prova della diversità della concezione che se ne ha è il fatto che nella dottrina della rendita fondiaria il caso della conduzione in proprio non è contrassegnato particolarmente e che non ha un peso speciale la differenza quantitativa tra la rendita che si produce nella forma di conduzione ad affittanza e una rendita che viene prodotta nella forma della conduzione in proprio. Per lo meno non si è trovato un motivo per pensare che la rendita prodotta dalla conduzione in proprio sia divisa in modo tale che, per così dire, un elemento rappresenti l'interesse dell'apprezzamento della terra e l'altro il profitto supplementare dell'impresa. Prescindendo dal capitale proprio che il fittavolo apporta sembra che il suo utile specifico si debba considerare per lo più come una forma di salario. Pure è pericoloso voler affermare qualche cosa su questo argomento, perché la questione non è stata affatto posta con questa precisione. Dovunque si tratta di aziende piuttosto grandi si potrà vedere con facilità che non è possibile considerare come salario l'utile specifico del fittavolo. Questo utile, cioè, è basato esso stesso sull'antagonismo con la forza-lavoro agricola, il cui sfruttamento soltanto rende possibile questa forma di provento. È evidentemente una porzione di rendita quella che rimane nelle mani del fittavolo e che decurta la rendita integrale che si sarebbe ottenuta con la conduzione in proprio".

La teoria della rendita fondiaria è una parte dell'economia specificamente inglese e non potrebbe non esserlo perché solo in Inghilterra è esistito il modo di produzione nel quale la rendita si è separata anche effettivamente dal profitto e dall'interesse. È noto che in Inghilterra domina la grande proprietà e la grande coltivazione agricola. I proprietari terrieri affittano le loro terre in grandi e spesso grandissimi appezzamenti ad affittuari che sono provvisti di capitale sufficiente per la loro conduzione e che non lavorano essi stessi come i nostri contadini, ma, come veri e propri imprenditori capitalistici, impiegano il lavoro di servi della fattoria e di giornalieri. Qui abbiamo dunque le tre classi della società borghese e il reddito peculiare di ciascuna di esse: il proprietario terriero che percepisce la rendita fondiaria, il capitalista che percepisce il profitto e l'operaio che percepisce il salario. Non è mai accaduto ad un economista inglese di ritenere che, come sembra a Dühring, l'utile del fittavolo sia una forma di salario; e tanto meno ancora poteva essere pericoloso per questo economista affermare che il profitto del fittavolo sia ciò che irrefutabilmente, evidentemente e concretamente esso è, cioè profitto del capitale. È addirittura ridicolo il dire qui che la questione sul che cosa propriamente sia l'utile del fittavolo non sia mai stata posta con questa precisione. In Inghilterra non c'è neanche bisogno di porsi questa questione: la questione così come la sua soluzione esistono già nella realtà da lungo tempo e dopo Adam Smith non è mai sorto alcun dubbio in proposito.

Il caso della conduzione in proprio, come dice Dühring, o piuttosto della conduzione effettuata da amministratori per conto del proprietario terriero, come in realtà accade in molte parti della Germania, non modifica affatto la cosa. Se il proprietario terriero fornisce anche il capitale e fa coltivare per suo conto, intasca, oltre alla rendita fondiaria, anche il profitto del capitale, come è ovvio e non può affatto essere diversamente, dato il modo di produzione odierno. E se Dühring afferma che sinora non si è trovato il motivo di pensare di dividere in due parti la rendita proveniente dalla conduzione in proprio (si dovrebbe dire reddito), questa affermazione è semplicemente falsa e nel migliore dei casi dimostra ancora una volta solo la sua ignoranza. Per esempio:

"Il reddito che si ricava dal lavoro si chiama salario, quello che ricava chi impiega capitale si chiama profitto (...) il reddito che proviene esclusivamente dal suolo si chiama rendita e appartiene al proprietario terriero (...) Se queste diverse forme di reddito toccano a persone diverse, è facile distinguerle, se invece toccano alla stessa persona, vengono spesso, almeno nel linguaggio comune, confuse l'una con l'altra. Un proprietario terriero che conduca in proprio una parte del suo terreno, sottratte le spese di produzione, dovrebbe ricevere sia la rendita del proprietario terriero che il profitto del fittavolo. Invece egli, almeno nel linguaggio comune, è portato a chiamare profitto tutto il suo utile, e così a confondere la rendita con il profitto. La maggior parte dei nostri piantatori dell'America del nord e dell'India occidentale sono in questa condizione; i più coltivano i propri possedimenti e così accade che raramente sentiamo parlare della rendita di una piantagione, e frequentemente invece del profitto che essa rende (...) Un giardiniere che coltivi con le sue mani il proprio giardino, è in una sola persona proprietario terriero, fittavolo e giornaliero. Il suo prodotto deve pagargli perciò la rendita del primo, il profitto del secondo e il salario del terzo. Il tutto però passa abitualmente per il guadagno del suo lavoro. Rendita e profitto, in questo caso, vengono confusi col salario".

Questo passo si trova nel capitolo sesto del primo libro di Adam Smith [118]. Il caso della conduzione in proprio è stato indagato quindi già da cento anni e i pericoli e le incertezze che qui suscitano tante preoccupazioni in Dühring sorgono unicamente dalla sua propria ignoranza.

In ultimo con un colpo ardito si tira fuori dall'impaccio: l'utile del fittavolo è basato sullo sfruttamento della "forza-lavoro agricola", ed è perciò evidentemente una "porzione di rendita" della quale "viene decurtata" la "rendita integrale" che precisamente doveva fluire nelle tasche del proprietario terriero. Con ciò veniamo a sapere due cose. In primo luogo che il fittavolo "decurta" la sua rendita del proprietario terriero, cosicché per Dühring non è il fittavolo che come si è pensato sinora, paga la rendita al proprietario terriero, ma è il proprietario terriero che la paga al fittavolo... certo un'"idea originale dalle fondamenta". E in secondo luogo veniamo a sapere finalmente che cosa secondo Dühring sia la rendita fondiaria; ossia il plusprodotto totale dell'agricoltura ottenuto mediante lo sfruttamento del lavoro agricolo. Ma, poiché sinora questo plusprodotto nell'economia, tranne che in taluni economisti volgari, si divide in rendita fondiaria e profitto del capitale, dobbiamo constatare che neanche per la rendita fondiaria Dühring "accetta il concetto comunemente corrente".

Quindi, rendita fondiaria e profitto del capitale si distinguono per Dühring solo per il fatto che la prima si realizza nell'agricoltura e l'altro nell'industria o nel commercio. Ad una tale concezione acritica e confusa Dühring arriva necessariamente. Abbiamo visto che egli è partito da quella "concezione veramente storica" per la quale il dominio sul suolo si costituisce solo mediante il dominio sull'uomo. Quindi, appena il suolo viene coltivato per mezzo di una qualche forma di lavoro servile, sorge un'eccedenza per il proprietario terriero, e questa eccedenza è precisamene la rendita, come nell'industria l'eccedenza del prodotto del lavoro sull'utile del lavoro è il profitto del capitale.

"in primo luogo è chiaro che la rendita fondiaria esiste in notevole misura sempre e dovunque l'agricoltura sia condotta mediante una delle forme di assoggettamento del lavoro."

Con questa rappresentazione della rendita come il complesso dell'intero plusprodotto ottenuto nell'agricoltura, Dühring urta da una parte contro il profitto del fittavolo inglese e, dall'altra, contro il concetto tratto da questo, accettato dall'economia classica, della divisione di quel plusprodotto in rendita fondiaria e profitto del fittavolo, e quindi contro alla pura e precisa concezione della rendita. Che cosa fa Dühring? Si comporta come se non sapesse una sola parola della divisione del plusprodotto agricolo in profitto del fittavolo e in rendita fondiaria e quindi tutta la teoria della rendita dell'economia classica, come se in tutta l'economia la questione di che cosa puramente sia il profitto del fittavolo non fosse mai stata posta "con questa precisione", come se si trattasse di un argomento assolutamente inesplorato di cui non si conoscono che parvenze e punti oscuri. E fugge dalla fastidiosa Inghilterra dove il plusprodotto dell'agricoltura, assolutamente senza l'intervento di qualsiasi scuola teorica, viene così spietatamente diviso nei suoi elementi costitutivi: rendita fondiaria e profitto del capitale; fugge verso le contrade care al suo cuore, nelle quali vige il Landrecht prussiano, nelle quali la conduzione in proprio è nella sua piena fioritura patriarcale, dove "il proprietario terriero intende per rendita gli introiti dei suoi terreni" e dove l'opinione che i signori Junker hanno della rendita pretende ancora di essere decisiva per la scienza, dove quindi Dühring può ancora sperare di farsi largo con le sue idee confuse sulla rendita e il profitto e perfino di trovar credito per la sua recentissima scoperta che la rendita fondiaria non viene pagata dal fittavolo al proprietario terriero, ma dal proprietario terriero al fittavolo.

Note

72. Vedi la commedia di Molière "Il borghese gentiluomo", atto II, scena 4.

116. La "Volks-Zeitung", quotidiano democratico, uscì a Berlino a partire dal 1853. Nella sua lettera a Marx del 15 settembre 1860 Engels scrive dei "noiosi pettegolezzi" e della "idiota seccanteria" di questo giornale.

117. Allusione alla "Kritische Grundelgung der Wolkswirthschaftslehre" di Dühring, il quale si riferisce a questo suo scritto nell'introduzione alla seconda edizione della qui citata "Kritische Geschichte...".

118. Adam Smith, "An inquiry...", volume 1, pp. 63-65, I corsivi sono di Engels.

 

 


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