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Indice

Prefazioni


Introduzione


Prima Sezione: Filosofia


Seconda Sezione: Economia Politica


Terza Sezione: Socialismo

 

 

Testo trascritto per Internet da Dario Romeo, Settembre-Ottobre 1999

 

Anti-Dühring

Friedrich Engels

Seconda Sezione: Economia

IV. Teoria della violenza (conclusione)

"Una circostanza molto importante sta nel fatto che effettivamente l'assoggettamento della natura ha proceduto in generale (!), solo per mezzo dell'assoggettamento dell'uomo" (Un assoggettamento che ha proceduto!). "Lo sfruttamento economico della proprietà terriera in appezzamenti piuttosto grandi non si è compiuto mai e in nessun luogo senza che in precedenza l'uomo fosse stato assoggettato da una qualsiasi forma di prestazioni schiavistiche o servili. Lo stabilirsi di un dominio economico sulle cose ha avuto come presupposto il dominio politico, sociale ed economico dell'uomo sull'uomo. Come si sarebbe potuto pensare ad un grande proprietario terriero senza nello stesso tempo includere in questo pensiero il suo dominio su schiavi, servi o su gente indirettamente priva di libertà? Che cosa mai potrebbe aver significato e significare per un'agricoltura, condotta su scala piuttosto vasta, la forza del singolo che si veda provvisto tutt'al più dell'aiuto delle forze della sua famiglia? Lo sfruttamento della terra o l'estensione del dominio economico su di essa in un ambito che oltrepassi le forze naturali del singolo, nella storia sinora è stato possibile solo per il fatto che, prima o contemporaneamente allo stabilirsi del dominio sul suolo, si è compiuto anche il corrispondente asservimento dell'uomo. Nei periodi posteriori allo sviluppo questo asservimento è stato mitigato (...) la forma che al presente esso ha assunto negli Stati di più alta civiltà è quella di un lavoro salariato più o meno controllato dal dominio della polizia. Sul lavoro salariato poggia dunque la pratica possibilità di quella forma odierna della ricchezza che si presenta nel dominio su zone piuttosto vaste di terreno e (!) nel più vasto possesso fondiario. S'intende senz'altro che tutte le altre forme di distribuzione della ricchezza debbono spiegarsi storicamente in modo analogo e che la dipendenza indiretta dell'uomo dall'uomo, la quale costituisce al presente il fatto fondamentale delle condizioni economicamente più avanzate, non si può intendere e spiegare da se stessa, ma solo come l'eredità al quanto modificata di un assoggettamento e di una espropriazione che nel passato erano diretti."

Così Dühring.

Tesi: La dominazione della natura (per mezzo dell'uomo) presuppone la dominazione dell'uomo (per mezzo dell'uomo).

Prova: Lo sfruttamento economico della proprietà terriera in appezzamenti piuttosto grandi non si è compiuto mai e in nessun luogo altrimenti che per mezzo di servi.

Prova della prova: Come può esserci grande proprietario terriero senza servi, dato che il grande proprietario terriero con la sua famiglia, senza servi, non potrebbe coltivare, invero, che una piccola parte di ciò che possiede?

Dunque: Per provare che l'uomo, per assoggettarsi la natura, ha dovuto precedentemente asservire l'uomo, Dühring trasforma senz'altro "la natura" in "proprietà terriera in appezzamenti piuttosto grandi" e questa proprietà terriera (non è specificato di chi sia) a sua volta la trasforma immediatamente nella proprietà di un grande proprietario terriero, che naturalmente senza servi non può coltivare la sua terra.

In primo luogo "dominazione della natura" e "sfruttamento economico" della proprietà non sono affatto la stessa cosa. La dominazione della natura viene esercitata nell'industria in una misura ben altrimenti grandiosa che nell'agricoltura, che sino ad oggi è costretta a lasciarsi dominare dalle condizioni meteorologiche anziché dominarle.

In secondo luogo, se ci limitiamo allo sfruttamento economico della proprietà terriera in appezzamenti piuttosto grandi, l'importante è qui sapere a chi appartiene questa proprietà terriera. E troviamo allora al principio della storia di tutti i popoli civili non già il "grande proprietario terriero", che Dühring fa spuntare qui con la sua abituale arte di prestigiatore, che lui chiama "dialettica naturale" [92], ma invece comunità tribali e di villaggio con possesso comune del suolo. Dall'India sino all'Irlanda lo sfruttamento economico della proprietà terriera in appezzamenti piuttosto grandi è avvenuto originariamente mediante tali comunità tribali e di villaggio e, precisamente, ora con la coltivazione in comune della terra arabile per conto della comunità, ora con la distribuzione per un dato periodo di appezzamenti parcellari operata dalla comunità, a beneficio delle famiglie, permanendo l'uso comune del terreno boschivo e prativo. Ancora una volta è caratteristico per "i più profondi studi specialistici" di Dühring "nel campo politico e giuridico", il fatto che di tutte queste cose egli non sappia una parola; che in tutta la sua opera spiri una totale ignoranza degli scritti di Maurer che fanno epoca nel campo della costituzione primitiva della marca tedesca, base di tutto il diritto tedesco, e una totale ignoranza della letteratura, sempre più vasta, che si richiama a Maurer e riguarda le prove della primitiva proprietà comune del suolo nei popoli civili dell'Asia e dell'Europa, l'esposizione delle forme diverse della sua esistenza e della sua dissoluzione. Come nel campo del diritto francese e inglese Dühring si era "guadagnata da se stesso tutta la sua ignoranza", per grande che fosse, così si guadagna da se stesso la sua ignoranza ancora maggiore nel campo del diritto tedesco. L'uomo che si adira così violentemente per la limitatezza di orizzonte dei professori di università, è ancor oggi, nel campo del diritto tedesco, tutt'al più al livello cui erano quei professori vent'anni fa.

È una pura "libera creazione ed immaginazione" di Dühring la sua affermazione che per lo sfruttamento della proprietà terriera in appezzamenti piuttosto grandi siano stati necessari proprietari terrieri e servi. In tutto l'oriente dove proprietario terriero è la comunità o lo Stato, manca nelle lingue perfino la parola proprietario terriero e su questo argomento Dühring può consultare i giuristi inglesi, che sulla questione "Chi è il proprietario?" si sono affaticati in India tanto invano quanto già la buon'anima del principe Enrico LXXII di Reuss-Greiz-Schleiz-Lobenstein-Eberswalde sulla questione "Chi è il guardiano notturno?". In oriente solo i turchi hanno introdotto nelle terre da loro conquistate una forma di proprietà terriera feudale. La Grecia già nell'età eroica fa il suo ingresso nella storia con un'organizzazione in ceti che a sua volta è il prodotto evidente di una preistoria piuttosto lunga e sconosciuta; ma anche qui il suolo viene economicamente sfruttato in prevalenza da contadini indipendenti; le più vaste proprietà dei notabili e dei capi delle tribù costituiscono l'eccezione e del resto scompaiono subito dopo. L'Italia fu dissodata prevalentemente da contadini; quando negli ultimi tempi della repubblica romana i grandi complessi di fondi rustici, i latifondi, cacciarono via i contadini parcellari e li sostituirono con schiavi, nello stesso tempo sostituirono all'agricoltura l'allevamento del bestiame e, come già sapeva Plinio, mandarono in rovina l'Italia (latifundia Italiam perdidere) [93]. Nel medioevo predomina in tutta l'Europa (specialmente nel dissodamento di terre vergini) la coltivazione contadina; e allora, per la questione che stiamo trattando, è indifferente se e quali tributi questi contadini avessero da pagare ad un signore feudale. I coloni della Frisia, della bassa Sassonia, della Fiandra e del basso Reno, che misero a coltura le terre ad oriente dell'Elba, strappate agli slavi, lo fecero come contadini liberi sottoposti a tributi molto favorevoli e non già assolutamente a "prestazioni feudali di qualsiasi genere". Nell'America del nord la parte di gran lunga maggiore del paese fu aperta alla coltura dal lavoro di contadini liberi, mentre i grandi proprietari terrieri del sud, con i loro schiavi e con la loro coltura di sfruttamento, esaurirono il suolo al punto che ormai poteva continuare a dar vita solo ad abeti, cosicché la coltura del cotone dovette emigrare sempre più verso occidente. In Australia e nella Nuova Zelanda tutti i tentativi del governo inglese di istituire artificialmente un'aristocrazia terriera sono andati a monte. In breve se eccettuiamo le colonie tropicali e subtropicali, nelle quali il clima impedisce all'europeo il lavoro dei campi, il grande proprietario terriero che per mezzo dei suoi schiavi e dei suoi servi della gleba assoggetta la natura al suo dominio e dissoda il terreno, appare una pura immagine di fantasia. Al contrario: laddove nell'antichità il grande proprietario terriero fa la sua comparsa, come in Italia, esso non dissoda terre desertiche, ma trasforma in pascoli i terreni arativi dissodati dai contadini, li spopola e rovina interi paesi. Solo nell'età moderna, solo dopo che la maggior densità della popolazione ha fatto salire il valore del suolo, e specialmente da quando lo sviluppo dell'agronomia ha reso più utilizzabili anche terreni di cattiva qualità, solo allora il grande proprietario terriero ha cominciato a partecipare in misura notevole al dissodamento di terre desertiche e di prati, e ciò principalmente rubando ai contadini le terre di proprietà comune, tanto in Inghilterra quanto in Germania. Ma anche questo non è stato senza contropartita. Per ogni acro di terra di proprietà comune che i grandi proprietari terrieri hanno dissodato in Inghilterra, in Scozia hanno trasformato almeno tre acri di terra coltivabile in pascolo per le pecore e infine addirittura in semplice riserva per la caccia del cervo.

Ma qui abbiamo da fare solamente con l'affermazione di Dühring che il dissodamento di appezzamenti piuttosto grandi di terreno e quindi su per giù di tutta la terra coltivata, "mai e in nessun luogo" è stato compiuto altrimenti che per mezzo di grandi proprietari terrieri e di servi, affermazione che, abbiamo visto, ha "come suo presupposto" un'ignoranza veramente inaudita della storia. Non dobbiamo quindi preoccuparci qui né della misura in cui, in epoche diverse, appezzamenti di terre coltivabili siano stati totalmente o in massima parte per mezzo di schiavi (come avvenne nel periodo in cui fiorì la Grecia) o per mezzo di servi (come è avvenuto nei fondi rustici feudali a partire dal medioevo), né di quale sia stata la funzione dei grandi proprietari terrieri nelle diverse epoche.

E, dopo averci presentato questo magistrale quadro di fantasia in cui non si sa se si debba ammirare maggiormente l'arte del prestigiatore della deduzione o la falsificazione della storia, Dühring esclama trionfante: "Va da sé che tutte le altre forme di distribuzione della ricchezza si debbono spiegare storicamente in maniera analoga!". E così naturalmente si risparmia la fatica di perdere anche una sola parola in più sull'origine, per es., del capitale.

Se Dühring con la sua dominazione dell'uomo per mezzo dell'uomo come condizione preliminare della dominazione della natura per mezzo dell'uomo, ci vuol dire in generale solamente che il nostro ordine economico attuale nella sua interezza, il grado di sviluppo raggiunto oggi dall'agricoltura e dall'industria è il risultato di una storia della società che si è sviluppata in antagonismi di classi, in condizioni di dominio e servitù, dice qualcosa che dopo il "Manifesto comunista" è da lungo tempo diventato luogo comune. Quel che importa è spiegare storicamente l'origine delle classi e dei rapporti di dominio e se a questo fine Dühring ha solamente e sempre la parola "violenza", con ciò siamo precisamente al punto di partenza. Il semplice fatto che i dominati e gli sfruttati in ogni epoca sono molto più numerosi dei dominatori e degli sfruttatori, e che quindi la forza reale poggia sui primi, è sufficiente da solo a chiarire tutta la stoltezza della teoria della violenza. Quindi resta sempre la questione di spiegare i rapporti di dominio e servitù.

Questi rapporti sono sorti per due vie.

Gli uomini, appena nelle origini emergono dal mondo animale (in senso stretto), fanno il loro ingresso nella storia: ancora mezzo animali, rozzi, ancora impotenti di fronte alle forze della natura, ancora ignari delle proprie; perciò poveri come gli animali e di poco più produttivi di essi. Domina una certa eguaglianza delle condizioni di vita, e per i capifamiglia anche una specie di eguaglianza della condizione sociale: in ogni caso un'assenza di classi sociali, che perdura ancora nelle comunità naturali agricole dei popoli civili del periodo posteriore. In ognuna di tali comunità esistono sin dal principio certi interessi comuni, la cui salvaguardia deve essere delegata a singoli, se anche sotto il controllo della comunità: decisioni di litigi, repressione di prepotenze di singoli che vanno al di là dei loro diritti, controllo di acque, particolarmente in paesi caldi e, finalmente, data la loro primitività, attribuzioni religiose. Siffatti incarichi si trovano in ogni epoca nelle comunità primitive, per es., nelle antichissime marche tedesche e ancor oggi in India. Sono ovviamente dotati di una certa autonomia di poteri e costituiscono i primi rudimenti del potere dello Stato. A poco a poco le forze produttive si accrescono; la maggiore densità crea interessi, comuni in un luogo, contrastanti in un altro, tra le singole comunità il cui raggruppamento in complessi maggiori provoca a sua volta una nuova divisione del lavoro e la creazione di organi per la salvaguardia degli interessi comuni e la difesa contro gli interessi contrastanti. Questi organi, che già come rappresentanti degli interessi comuni di tutto il gruppo hanno di fronte ad ogni singola comunità una posizione particolare e, in certe circostanze, perfino antagonistica, si rendono ben presto ancor più indipendenti, in parte per quella ereditarietà delle funzioni ufficiali che si presenta quasi ovviamente in un mondo in cui tutto procede in modo spontaneo, in parte per la loro indispensabilità crescente con l'aumento del numero dei conflitti con altri gruppi. Come questo rendersi indipendente dalla funzione sociale di fronte alla società abbia potuto accrescersi col tempo sino ad arrivare al dominio della società, come l'originario servitore, presentandosi l'occasione favorevole, a poco a poco si sia trasformato nel signore, come, a seconda delle circostanze, questo signore si sia presentato come despota o satrapo orientale, come capotribù greco, come capo del clan celtico, ecc., in che misura in questa trasformazione costui si sia servito infine anche della violenza, come da ultimo anche le singole persone che esercitavano il dominio si siano riunite in una classe dominante; tutte queste sono cose nelle quali non abbiamo qui bisogno di addentrarci. Quello che qui importa stabilire è che dappertutto il dominio politico ha avuto a suo fondamento l'esercizio di una funzione sociale, e che il dominio politico ha continuato ad esistere per lungo tempo solo laddove ha mantenuto l'esercizio di questa sua funzione sociale. Per quanto numerosi siano stati i governi dispotici che si sono formati e che sono caduti in Persia e in India, ognuno di essi sapeva in modo assolutamente preciso di essere l'imprenditore generale dell'irrigazione delle vallate fluviali, senza di che laggiù non sarebbe stata possibile l'agricoltura. Era riservato solo agli illuminati inglesi non tener conto di ciò in India; essi lasciarono andare in rovina i canali d'irrigazione e le cateratte e, finalmente, con le carestie che si ripetono con regolarità, scoprono oggi di aver trascurato quell'unica attività che poteva legittimare il loro dominio nell'India almeno nella stessa misura di quello dei loro predecessori.

Accanto a questo sviluppo delle classi ne procedeva però anche un altro. La divisione naturale del lavoro in seno alla famiglia agricola permetteva, ad un certo livello di benessere, di introdurre una o più forze-lavoro estranee. Questo fatto avveniva particolarmente in paesi in cui l'antico possesso comune del suolo era già scomparso o almeno l'antica coltivazione in comune aveva ceduto il posto alla coltivazione separata di appezzamenti parcellari del suolo per opera delle rispettive famiglie. La produzione si era tanto sviluppata che ora la forza-lavoro dell'uomo poteva produrre di più di quanto era necessario per il suo semplice mantenimento; i mezzi per mantenere più forze-lavoro c'erano e del pari quelli per impiegarle; la forza-lavoro acquistò un valore. Ma la comunità in sé e l'aggregato di cui essa faceva parte non fornivano forze-lavoro eccedenti disponibili. Le forniva invece la guerra e la guerra era antica quanto la coesistenza simultanea di più gruppi di comunità. Sinora non si sapeva che fare dei prigionieri di guerra che quindi venivano semplicemente uccisi e, in un periodo ancora anteriore, mangiati. Ma al livello raggiunto ora dall'"ordine economico" essi acquistarono un valore, furono quindi lasciati vivere e si utilizzò il loro lavoro. E così la violenza, anziché dominare l'ordine economico, fu costretta invece a servire l'ordine economico. La schiavitù era stata scoperta. Presto essa diventò la forma dominante di produzione presso tutti i popoli che si sviluppavano superando la vecchia comunità, ma in definitiva divenne anche una delle cause principali della loro decadenza. Solo la schiavitù rese possibile che la divisione del lavoro tra agricoltura ed industria raggiungesse un livello considerevole e con ciò rese possibile il fiore del mondo antico: la civiltà ellenica. Senza la schiavitù non sarebbero esistiti né lo Stato, né l'arte, né la scienza della Grecia; senza la schiavitù non ci sarebbe stato l'impero romano. Ma senza le basi della civiltà greca e dell'impero romano non ci sarebbe stata l'Europa moderna. Non dovremmo mai dimenticare che tutto il nostro sviluppo economico, politico e intellettuale ha come suo presupposto una stato di cose in cui la schiavitù era tanto necessaria quanto generalmente riconosciuta. In questo senso abbiamo il diritto di dire che senza l'antica schiavitù non ci sarebbe il moderno socialismo.

È molto facile inveire con frasi generali contro la schiavitù e cose simili e sfogare un elevato sdegno morale contro siffatta infamia. Disgraziatamente non si dice niente di più di ciò che ognuno sa, cioè che queste antiche istituzioni non sono più adeguate alle condizioni odierne ed ai nostri sentimenti, che da queste condizioni sono determinati. Ma così non veniamo a sapere proprio nulla intorno all'origine di queste istituzioni, alla ragione per le quali esse sussistettero e alla funzione che ebbero nella storia. E, se ci addentriamo in questo argomento, dobbiamo dire, per quanto ciò possa suonare contraddittorio ed eretico, che l'introduzione della schiavitù nelle circostanze di allora fu un grosso progresso. Ormai è un fatto che l'umanità ebbe principio dagli animali e che perciò ha avuto necessità di mezzi barbarici e quasi bestiali per trarsi fuori dalla barbarie. Le antiche comunità, dove hanno continuato a sussistere, dall'India alla Russia, costituiscono da millenni la base della forma più rozza di Stato, il dispotismo orientale. Solo dove esse si sono dissolte, i popoli sono diventati padroni di se stessi e il loro ulteriore progresso è consistito nell'incremento e nel progresso della produzione per mezzo del lavoro degli schiavi. È chiaro: sino a quando il lavoro umano era ancora così poco produttivo da non fornire che una piccola eccedenza oltre ai mezzi necessari all'esistenza, l'incremento delle forze produttive, l'estensione del traffico, lo sviluppo di Stato e diritto, la creazione dell'arte e delle scienze erano possibili solo per mezzo di un'accresciuta divisione del lavoro che doveva avere, come sua base, la grande divisione del lavoro tra le masse occupate nel semplice lavoro manuale e quei pochi privilegiati che esercitavano la direzione del lavoro, il commercio, gli affari di Stato e più tardi la professione dell'arte e della scienza. La forma più semplice, più naturale di questa divisione del lavoro fu precisamente la schiavitù. Dati i presupposti storici del mondo antico, e specialmente del mondo ellenico, il progresso verso una società fondata sugli antagonismi delle classi si poté compiere solo nella forma della schiavitù. E questo fu un progresso anche per gli schiavi: ora i prigionieri di guerra, dai quali si reclutava la massa degli schiavi, conservarono almeno salva la vita, mentre precedentemente venivano uccisi e, ancor prima, addirittura arrostiti.

Aggiungiamo a questo punto che tutti gli antagonismi storici sinora esistiti tra classi sfruttatrici e classi sfruttate, classi dominanti e classi oppresse, trovano la loro spiegazione nella stessa produttività, relativamente poco o nulla sviluppata, del lavoro umano. Sino a quando la popolazione effettivamente lavoratrice è stata tanto impegnata nel suo lavoro necessario da non aver tempo di occupasi degli affari comuni della società, direzione del lavoro, affari di Stato, questioni giuridiche, arte, scienze, ecc., ha sempre dovuto esistere una classe dominante che, libera dall'effettivo lavoro, si occupasse di questi affari; ma così facendo, in effetti, questa classe non ha mai mancato di addossare alle masse lavoratrici un fardello di lavoro sempre crescente per il proprio profitto. Solo l'enorme incremento delle forze produttive, raggiunto mediante la grande industria, permette di distribuire il lavoro fra tutti i membri della società senza eccezioni, e perciò di limitare il tempo di lavoro per ciascuno in tal misura che per tutti rimanga un tempo libero sufficiente per partecipare, sia teoricamente che praticamente, agli affari generali della società. Quindi solo oggi ogni classe dominante e sfruttatrice è diventata superflua, anzi è diventata un ostacolo allo sviluppo della società e solo ora essa sarà anche inesorabilmente eliminata, per quanto possa essere in possesso della "violenza immediata".

Se quindi Dühring storce il naso di fronte alla civiltà ellenica perché era fondata sulla schiavitù, con lo stesso diritto potrà rimproverare ai greci di non aver avuto la macchina a vapore e il telegrafo elettrico. E se afferma che il nostro asservimento salariale moderno è un'eredità alquanto trasformata e mitigata della schiavitù e che non si può spiegare per esso (cioè con le leggi economiche della società moderna), ciò vuol dire solamente che il lavoro salariato, come la schiavitù, sono forme della servitù e del dominio di classe, cosa che sanno tutti i bambini, o è falso. Infatti con lo stesso diritto potremmo dire che il lavoro salariato deve spiegarsi come la forma attenuata del cannibalismo, oggi universalmente considerato come la prima forma di impiego dei nemici vinti.

È chiaro, di conseguenza, quale funzione abbia la violenza nella storia di fronte allo sviluppo economico. In primo luogo, ogni forza politica è fondata originariamente su una funzione economica, sociale e si accresce nella misura in cui, con la dissoluzione delle comunità primitive, i membri della società vengono trasformati in produttori privati e quindi vengono estraniati ancor più da coloro che amministrano le funzioni sociali comuni. In secondo luogo dopo che la forza politica si è resa indipendente di fronte alla società, si è trasformata da serva a padrona, essa può agire in duplice direzione. O agisce nel senso e nella direzione del regolare sviluppo economico. In questo caso tra i due non sussiste alcun conflitto e lo sviluppo economico viene accelerato. O invece agisce nel senso opposto, e in questo caso, con poche eccezioni, soggiace regolarmente allo sviluppo economico. Queste poche eccezioni sono casi isolati di conquista, in cui i conquistatori, più rozzi, hanno sterminato o cacciato via la popolazione di un paese e ne hanno guastate o distrutte le forze produttive di cui non sapevano che fare. Così fecero i cristiani nella Spagna moresca distruggendo la massima parte di quelle opere di irrigazione sulle quali poggiavano l'agricoltura e la floricoltura altamente sviluppate dei mori. Ogni conquista operata da un popolo più rozzo turba ovviamente lo sviluppo economico e distrugge numerose forze produttive. Ma nell'enorme maggioranza dei casi di conquista durevole il conquistatore più rozzo deve adattarsi all'"ordine economico" superiore quale risulta dalla conquista, e viene assimilato dai conquistati e per lo più deve perfino accettarne il linguaggio. Laddove invece -prescindendo dai casi di conquista- il potere statale interno di un paese è entrato in opposizione col suo sviluppo economico, come ad un certo grado di sviluppo è occorso sinora ogni potere politico, la lotta ogni volta è finita con la caduta del potere politico. Senza eccezione ed ineluttabilmente lo sviluppo economico si è aperta la via; abbiamo già ricordato l'ultimo e più lampante esempio di questo fenomeno: la grande Rivoluzione francese. Se l'ordine economico e con esso la costituzione economica di un determinato paese dipendessero semplicemente, secondo la dottrina di Dühring, dal potere politico, non si capirebbe affatto perché Federico Guglielmo IV dopo il 1848 non potesse riuscire, malgrado il suo "magnifico esercito" [94], ad innestare le corporazioni medievali ed altre ubbie romantiche nelle strade ferrate, nelle macchine a vapore e nella grande industria del suo paese che erano appunto in fase di sviluppo; o perché lo zar di Russia, che eppure è ancora molto più potente, non solo non possa pagare i suoi debiti, ma non possa neppure tenere in piedi la sua "forza" senza continuamente attingere all'"ordine economico" dell'Europa occidentale.

Per Dühring la violenza è il male assoluto, il primo atto di violenza è per lui il peccato originale, tutta la sua esposizione è una geremiade sul fatto che la violenza, questa potenza diabolica, ha infettato tutta la storia fino ad ora con la tabe del peccato originale, ed ha vergognosamente falsificato tutte le leggi naturali e sociali. Ma che la violenza abbia nella società ancora un'altra funzione, una funzione rivoluzionaria, che essa, seguendo le parole di Marx, sia la levatrice della vecchia società gravida di una nuova [95], che essa sia lo strumento con cui si compie il movimento della società, e che infrange forme politiche irrigidite e morte, di tutto questo in Dühring non si trova neanche una parola. Solo con sospiri e con gemiti egli ammette la possibilità che per abbattere l'economia dello sfruttamento sarà forse necessaria la violenza... purtroppo! Infatti ogni uso di violenza avvilisce colui che la usa. E questo di fronte all'elevato slancio morale e intellettuale che è stato il risultato di ogni rivoluzione vittoriosa! E questo in Germania, dove la violenta collisione, che potrebbe anche essere imposta al popolo, avrebbe almeno il vantaggio di estirpare lo spirito servile che, a causa dell'avvilimento conseguente alla guerra dei trent'anni [44], ha permeato la coscienza nazionale. E questa mentalità da predicatore, fiacca, insipida e impotente, ha la pretesa di imporsi al partito più rivoluzionario che la storia conosca?

 

Note

92. Dühring definì "naturale" la sua "Dialettica" in contrapposto alla dialettica hegeliana, per "ricusare esplicitamente ogni comunanza con le confuse manifestazioni della parte decaduta della filosofia tedesca", cioè con la "innaturale" dialettica hegeliana.

93. Gajus Plinius Secundus, "Historiae naturalis libri XXXVII", lib. XVIII, 35.

94. L'espressione "magnifico esercito" fu usata il 1° gennaio 1849 da Federico Guglielmo IV nel suo messaggio augurale di capodanno all'esercito prussiano.

95. K. Marx, "Il Capitale", I, trad. it. cit., p. 814.

44. La guerra dei trent'anni (1618-1648) fu una guerra europea che cominciò in Boemia con una rivolta contro la monarchia asburgica e l'avanzare della reazione cattolica. Essa si sviluppò in un conflitto tra il campo cattolico-feudale (il papa, gli Asburgo di Spagna e d'Austria, i principi cattolici tedeschi) e i paesi protestanti (Boemia, Danimarca, Olanda e vari Stati tedeschi riformati) appoggiati dai re francesi, rivali degli Asburgo. La Germania fu uno dei teatri principali della guerra, oggetto di saccheggi e rivendicazioni da parte dei partecipanti. La pace di Westfalia, del 1648, sancì lo smembramento politico della Germania.

 

 


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