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Indice

Prefazioni


Introduzione


Prima Sezione: Filosofia


Seconda Sezione: Economia Politica


Terza Sezione: Socialismo

 

 

Testo trascritto per Internet da Dario Romeo, Settembre-Ottobre 1999

 

Anti-Dühring

Friedrich Engels

Prima Sezione: Filosofia

IX. Morale e diritto. Verità eterne

Ci asterremo dal dare piccoli saggi del guazzabuglio di insulsaggini e di oracoleggiamenti, in breve delle semplici corbellerie che Dühring per intere cinquanta pagine propina ai suoi lettori, come scienza che va alle radici, sugli elementi della coscienza. Citeremo solo questo: "Chi è capace di pensare solo con l'aiuto del linguaggio, ancora non ha mai appreso cosa significhi un pensiero astratto e puro". Su questa base gli animali sono i pensatori più astratti e puri perché il loro pensiero non è mai turbato dall'intrusione indiscreta del linguaggio. A dire il vero, nei pensieri dühringiani e nel linguaggio che li esprime si può vedere quanto poco questi pensieri siano fatti per una qualsiasi lingua e quanto poco la lingua tedesca sia fatta per questi pensieri.

Alla fine ci salva la quarta sezione che, a prescindere dalla solita molle retorica, almeno qua e là ci offre qualche cosa di comprensibile sulla morale e il diritto. Questa volta, siamo invitati proprio sul principio ad un viaggio sugli altri corpi celesti: gli elementi della morale si debbono

"concordamente (...) ritrovare in tutti gli esseri sovrumani nei quali un intelletto attivo deve occuparsi di ordinare consapevolmente gli elementi istintivi della vita (...) Eppure la nostra partecipazione a tali deduzioni resterà scarsa (...) Ma, a prescindere da ciò, resta sempre un'idea che allarga beneficamente il nostro orizzonte, l'immaginarci che su altri corpi celesti la vita individuale e comune debba partire da uno schema che (...) non può né evitare né sopprimere il fatto fondamentale e generale del costituirsi di un essere che agisce secondo ragione".

Se la validità delle verità duhringiane anche per tutti gli altri mondi possibili, in via eccezionale, è messa qui in cima anziché alla fine del capitolo che ne tratta, questo fatto ha la sua ragione sufficiente. Se si è assodata per la prima volta la validità delle idee dühringiane sulla morale e la giustizia per tutti i mondi, tanto più facilmente la validità di queste idee si potrà estendere beneficamente a tutti i tempi. Ma ancora una volta qui non si tratta di qualcosa meno importante di una verità definitiva di ultima istanza. Il mondo morale ha "come quello del sapere in generale (...) i suoi principi stabili e i suoi elementi semplici", i principi morali stanno

"al di sopra della storia e delle odierne differenze dei caratteri dei popoli (...) Le verità particolari che nel corso dello sviluppo compongono la consapevolezza morale più completa e, per così dire, la coscienza, possono, nella misura in cui le si conoscono fin nei loro ultimi fondamenti, pretendere una validità ed una portata analoga alle conoscenze e alle applicazioni della matematica. Le verità pure in generale sono immutabili (...) cosicché in generale è una sciocchezza supporre che l'esattezza della conoscenza possa essere attaccata dal tempo e dalle alterazioni reali".

Perciò la certezza di un sapere rigoroso e la sufficienza della più comune conoscenza non ci fanno arrivare, se siamo in uno stato di riflessione, a dubitare dell'assoluta validità dei principi scientifici.

"Già lo stesso dubbio permanente è uno stato di debolezza morbosa e non altro che l'espressione di un'assoluta confusione che talvolta cerca, nella consapevolezza sistematica della propria nullità, l'apparenza di un certo carattere. Nelle questioni etiche la negazione dei principi generali si aggrappa alle verità geografiche e storiche dei costumi e dei principi, e si concede al dubbio che ciò che è eticamente malvagio e cattivo è inevitabilmente necessario, più che mai essa crede di essersi sbarazzata del riconoscimento del serio valore e della effettiva efficienza di impulsi morali concordanti. Questa scepsi corrosiva che si svolge non già contro singole dottrine false, ma contro la stessa capacità umana di una moralità cosciente, sbocca finalmente in un vero nulla, anzi propriamente in un qualche cosa che è peggio del puro e semplice nichilismo (...) Essa si illude di dominare a buon mercato nel suo caos confuso di idee morali disarticolate e di poter spalancare tutte le porte al capriccio privo di principi. Ma si inganna fortemente: infatti il semplice richiamo alle inevitabili vicende dell'intelletto nell'errore e nella verità, è sufficiente per far riconoscere già con questa sola analogia che la fallibilità, conforme alle leggi naturali, non esclude di necessità il raggiungimento di ciò che è giusto."

abbiamo sinora tranquillamente accettato tutte queste frasi pompose di Dühring riguardanti verità definitive di ultima istanza, sovranità del pensiero, assoluta certezza del conoscere, ecc., perché la cosa poteva essere decisa solamente al punto a cui ora siamo arrivati. Sinora è stato sufficiente indagare sino a che punto le singole affermazioni della filosofia della realtà avessero "valore sovrano" e "diritto incondizionato alla verità"; qui ci troviamo di fronte alla questione di sapere se e quali prodotti dell'umano conoscere possano avere in generale valore sovrano e diritto incondizionato alla verità. Se dico: dell'umano conoscere, lo dico non con qualche intenzione offensiva verso gli abitanti di altri corpi celesti, che non ho l'onore di conoscere, ma solo perché anche gli animali conoscono, ma in un modo che non è affatto sovrano. Il cane riconosce nel suo padrone il suo dio, per quanto questo signore possa essere il più gran mascalzone.

Il pensiero umano è sovrano? Prima di rispondere con un si o con un no, dobbiamo indagare che cosa è il pensiero umano. È il pensiero di un uomo singolo? No. Ma esiste solo come il pensiero singolo di molti miliardi di uomini passati, presenti e futuri. Se ora dico che questo pensiero di tutti questi uomini, compresi i futuri, sintetizzato nella mia rappresentazione, è sovrano, è in condizione di conoscere il mondo quale è, purché l'umanità continui ad esistere abbastanza a lungo ed in quanto non siano posti limiti a questo conoscere negli organi e negli oggetti della conoscenza, dico qualche cosa che è discretamente banale e molto discretamente inutile. Infatti il risultato più valido dovrebbe essere quello di renderci estremamente diffidenti verso ciò che attualmente conosciamo, perché invero con ogni probabilità noi siamo pressappoco all'inizio della storia dell'umanità, e le generazioni che ci correggeranno saranno probabilmente molto più numerose di quelle la cui conoscenza noi -assai spesso con troppo disprezzo- siamo in condizione di correggere.

Dühring stesso dichiara essere una necessità che la coscienza, e quindi anche il pensare e il conoscere, non si possano manifestare se non in una serie di esseri individuali. Noi possiamo attribuire sovranità al pensiero di ciascuno di questi individui, solo in quanto non conosciamo nessun potere che sia capace di imporgli con la forza un qualunque pensiero quando è sano e sveglio. Per quel che concerne il valore sovrano delle conoscenze di ogni pensiero individuale, noi tutti sappiamo che non se ne può parlare affatto e che, per quanto ne sappiamo sinora, esse, senza eccezioni, recano sempre in sé un numero maggiore di elementi suscettibili di correzione piuttosto che di elementi non suscettibili di correzione o giusti.

In altre parole: la sovranità del pensiero si realizza in una serie di uomini che pensano in un modo assolutamente privo di sovranità; la conoscenza che ha incondizionata pretesa di verità, si realizza in una serie di relativi errori; né l'uno né l'altra possono realizzarsi altrimenti che mediante una durata infinita della vita dell'umanità.

Abbiamo qui la stessa contraddizione che si aveva già sopra, tra il carattere, rappresentato necessariamente come assoluto, del pensiero umano ed il suo realizzarsi in singoli individui il cui pensiero è limitato, contraddizione che può risolversi solo nel progredire infinito, nella successione delle generazioni umane che, almeno per noi, è praticamente infinita. In questo senso il pensiero umano è, nella stessa misura, sovrano e non sovrano e la sua capacità conoscitiva è, nella stessa misura, limitata e illimitata. Sovrano e illimitato per la sua disposizione, la sua vocazione, la sua possibilità, la sua meta finale nella storia; non sovrano e limitato nella sua espressione singola e nella sua realtà di ogni momento.

Lo stesso si ha per le verità eterne. Se mai l'umanità arrivasse al punto di non operare che su verità eterne, su risultati del pensiero che posseggano il valore sovrano e l'incondizionata pretesa di verità, essa sarebbe pervenuta a quel punto in cui l'infinità del mondo intellettivo sarebbe esaurita tanto in atto che in potenza, e sarebbe compiuto il celeberrimo miracolo dell'innumere numerato.

Ma ci sono, ora, verità così saldamente stabilite che ogni dubbio su esse appaia sinonimo di follia? Due volte due fanno quattro, i tre angoli di un triangolo sono equivalenti a due retti, Parigi è in Francia, un uomo senza cibo muore di fame, ecc.? ci sono quindi verità eterne, verità definitive di ultima istanza?

Certamente. Noi possiamo, alla vecchia e nota maniera, dividere tutto il dominio del conoscere in tre grandi sezioni. La prima comprende tutte le scienze che si occupano della natura non vivente e sono più o meno suscettibili di una trattazione matematica: matematica, astronomia, meccanica, fisica, chimica. Se qualcuno trova gusto ad applicare grandi parole a cose molto semplici, si può dire che certi risultati di queste scienze sono verità eterne, verità definitive di ultima istanza; e per tale ragione queste scienze si sono chiamate anche esatte: ma non per questo tutti i risultati. Con l'introduzione delle grandezze variabili e con l'estensione della loro variabilità fino all'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande, la matematica, altre volte tanto austera, ha commesso il suo peccato originale; ha mangiato il pomo della conoscenza che le ha aperto la carriera dei successi più giganteschi, ma anche quella degli errori. Lo stato verginale dell'assoluta validità e dell'irrefutabile dimostrabilità di tutto ciò che è matematico se ne è andato per sempre; ha fatto irruzione il regno delle controversie e siamo arrivati al punto che la maggior parte della gente fa calcoli differenziali e integrali, non perché intenda ciò che fa, ma per pura fede, poiché sinora questo è sempre riuscito bene. Con l'astronomia e la meccanica le cose vanno ancora peggio, nella fisica e nella chimica ci troviamo in mezzo alle ipotesi come in mezzo ad uno sciame di api. E non è possibile che la cosa sia diversa. Nella fisica abbiamo a che fare con il movimento di molecole, nella chimica con la formazione di molecole da atomi, e se l'interferenza delle onde luminose non è una favola, noi non abbiamo nessuna prospettiva di veder mai queste cose interessanti con i nostri occhi. Col tempo le verità definitive di ultima istanza diventano in questo campo stranamente rare.

Ancora peggio siamo nella geologia che, per sua natura, si occupa principalmente di processi ai quali non solo noi, ma in generale nessun uomo ha mai assistito. Il bottino di verità eterne di ultima istanza comporta perciò in questo campo grandissima fatica e per giunta è straordinariamente scarso.

La seconda classe di scienze è quella che abbraccia l'indagine sugli organismi viventi. In questo campo si sviluppa una tale varietà di relazioni reciproche e di causalità che non solo ogni questione risolta suscita un numero infinito di questioni nuove, ma anche ogni nuova questione può essere risolta per lo più solo parzialmente per via di una serie di indagini che spesso esigono secoli; e così il bisogno di una concezione sistematica dei nessi costringe sempre di nuovo a circondare le verità definitive di ultima istanza di una fitta siepe di ipotesi. Che lunga serie di intermediari è stata necessaria da Galeno a Malpighi per dimostrare una cosa così semplice come la circolazione del sangue nei mammiferi, quanto poco sappiamo della genesi dei globuli rossi e quanti anelli intermedi ci mancano oggi per stabilire, per es., un nesso razionale tra i fenomeni di una malattia e le sue cause! Inoltre avvengono abbastanza spesso scoperte, come quella della cellula, che ci costringono a sottoporre ad una revisione totale tutte le verità definitive di ultima istanza sin qui stabilite nel campo della biologia, e ad eliminarne una volta per sempre delle intere cataste. Quindi chi voglia qui stabilire verità realmente pure ed immutabili, dovrà accontentarsi di banalità come: tutti gli uomini devono morire, tutte le femmine di mammiferi hanno mammelle ecc.; costui non potrà dire neppure che gli animali superiori digeriscono con lo stomaco e l'intestino e non con la testa, poiché l'attività nervosa che ha il suo centro nella testa è indispensabile per la digestione.

Ma per le verità eterne va ancora peggio nel terzo gruppo di scienze, le scienze storiche, che indagano le condizioni di vita degli uomini, i rapporti sociali, le forme giuridiche e statali con le loro sovrastrutture ideali di filosofia, religione, arte, ecc., nella loro successione storica e nei loro risultati attuali. Nella natura organica almeno si ha da fare ancora con una serie di fenomeni che, per quanto concerne la nostra osservazione diretta, entro limiti molto vasti, si ripetono con discreta regolarità. Le specie degli organismi dal tempo di Aristotele sono rimaste pressappoco le stesse. Nella storia della società, invece, appena oltrepassiamo lo stato primitivo dell'umanità, l'età della pietra, le ripetizioni delle condizioni sono l'eccezione e non la regola; e laddove tali ripetizioni si presentano, esse non accadono mai precisamente nelle medesime circostanze. Così per es. accade per il fenomeno dell'originaria proprietà comune del suolo presso tutti i popoli civili e per la forma della sua dissoluzione. La nostra scienza è perciò nel campo della storia umana di gran lunga più indietro che nel campo della biologia. Ma c'è di più: se una volta, in via eccezionale, si riconosce il legame intimo tra forme di esistenza sociali e forma di esistenza politiche di un periodo storico, questo di regola succede allorché queste forme hanno già fatto in parte il loro tempo e vanno incontro alla decadenza. La conoscenza, quindi, è qui essenzialmente relativa perché essa si limita a penetrare il nesso e la successione di certe forme di società e di Stato che vigono solo per una dato tempo e per dati popoli e che per loro dunque transuenti. Chi dunque in questo campo dà la caccia a verità definitive di ultima istanza, a verità pure e in generale immutabili, poco porterà a casa, tranne banalità e luoghi comuni della peggior specie, per es. che gli uomini in generale non possono vivere senza lavorare, che sinora essi si sono per lo più divisi in dominatori e dominanti, che Napoleone morì il 5 maggio 1821, ecc.

Ora, è curioso il fatto che proprio questo campo è quello in cui più spesso ci imbattiamo nelle pretese verità eterne, nelle verità definitive di ultima istanza e così via. Che due volte due fanno quattro, che gli uccelli hanno un becco o cose simili, sono dichiarate verità eterne solo da chi mira ad arguire, dall'esistenza di verità eterne, che anche nel campo della storia umana ci sono verità eterne, una morale eterna, una giustizia eterna e così via, che esigono una validità e una portata analoga a quella delle conoscenze e delle applicazioni della matematica. E allora possiamo aspettarci senz'altro che, alla prima occasione, questo stesso filantropo ci dichiarerà che tutti i precedenti fabbricanti di verità eterne, sono stati più o meno degli asini e dei ciarlatani, che tutti quanti sono caduti in errore ed hanno sbagliato; ma che il fatto del loro errore e della loro fallibilità è conforme alle leggi di natura e prova che in lui esistono la verità e il giusto e che egli, il profeta che ora è sorto, porta in tasca bella e pronta la verità definitiva di ultima istanza, la morale eterna, la giustizia eterna. Tutto questo è accaduto cento e mille volte, tanto che ci si deve stupire solo che esistano ancora uomini abbastanza creduloni da credere tutto questo non di altri, no, ma di se stessi. Eppure abbiamo qui davanti a noi almeno un altro di siffatti profeti che, infatti, cade anche lui, come al solito, in un profondo sdegno morale se altri negano che qualche individuo sia in grado di fornirci la verità definitiva di ultima istanza. Una tale negazione, anzi il semplice dubbio, è uno stato di debolezza, è confusione assoluta, nullità, scepsi corrosiva, peggiore del semplice nichilismo, confusione caotica e altre categorie del genere. Come in tutti i profeti, non si indaga e non si giudica in modo criticamente scientifico, ma senz'altro si condanna in nome della morale.

Avremmo potuto menzionare sopra anche le scienze che indagano le leggi del pensiero umano, cioè la logica e la dialettica. Ma qui per le verità eterne le cose non vanno meglio. La dialettica propriamente detta, Dühring la dichiara un puro assurdo, e i molti libri che si sono scritti e ancora si scrivono sulla logica, dimostrano a sufficienza che anche in questo campo le verità definitive di ultima istanza sono molto più rare di quanto più d'uno non creda.

Del resto noi non abbiamo nessun motivo di spaventarci del fatto che il livello di conoscenza al quale noi oggi siamo, sia tanto poco definitivo quanto lo sono stati tutti i precedenti. Questo livello abbraccia già un materiale enorme di conoscenze ed esige una specializzazione molto grande degli studi da parte di chi voglia familiarizzarsi in qualche specialità. Chi invece misura col metro di verità pure, immutabili, di ultima istanza, conoscenze che, per la natura delle cose, restano relative per lunghe serie di generazioni e debbono essere portate a compimento passo a passo, o conoscenze tali che, come nella cosmogonia, nella geologia, nella storia umana, già per la deficienza del materiale storico, rimarranno sempre lacunose e incomplete, costui dimostra in ciò solo la sua ignoranza e la sua confusione, se anche, come avviene qui, lo sfondo vero e proprio non sia costituito dalla pretesa all'infallibilità personale. Verità ed errore, come tutte le determinazioni del pensiero che si muovono su un piano di opposizioni antitetiche, hanno validità assoluta solo in campo estremamente limitato; cosa questa che abbiamo appunto già veduto e che anche Dühring dovrebbe sapere, se avesse una qualche familiarità coi primi elementi della dialettica che trattano precisamente dell'insufficienza di tutte le opposizioni antitetiche. Non appena applichiamo l'antitesi verità-errore al di fuori di questo ristretto campo che abbiamo indicato sopra, essa diventa relativa e conseguentemente inutilizzabile per l'esatta maniera di esprimersi della scienza; e se poi cerchiamo di applicarla come assolutamente valida al di fuori di quel campo, più che mai andiamo incontro al fallimento; i due termini dell'antitesi si cambiano rispettivamente nel loro contrario, la verità diventa errore e l'errore verità. Prendiamo come esempio la nota legge di Boyle, secondo la quale a temperatura costante il volume dei gas varia in misura inversamente proporzionale alla pressione a cui sono sottoposti. Ragnault trovò che questa legge in certi casi non è giusta. Se fosse stato un filosofo della realtà si sarebbe sentito in dovere di dire: la legge di Boyle è soggetta a mutabilità, quindi non è una verità pura, quindi in generale non è verità e dunque è un errore. Ma così avrebbe commesso un errore molto più grande di quello contenuto nella legge di Boyle; nel mucchio di sabbia dell'errore il suo granellino di verità sarebbe svanito; egli avrebbe quindi trasformato il suo risultato originariamente giusto in un errore di fronte al quale la legge di Boyle con quel po' di errore che vi è inerente, sarebbe apparsa come verità. Ma Ragnault, da uomo di scienza, non si abbandonò a tali puerilità, invece continuò le sue indagini e trovò che la legge di Boyle è in generale giusta solo approssimativamente, e in particolare perde la sua validità in gas che possono essere liquefatti mediante pressione, e precisamente la pressione si avvicina al punto in cui sopraggiunge lo stato di fluidità. La legge di Boyle si dimostra così giusta entro limiti determinati. Ma, entro questi limiti, è poi assolutamente, definitivamente vera? Nessun fisico lo affermerà. Ma dirà che essa ha validità entro certi limiti di pressione e di temperatura e per certi gas; ed entro questi limiti ancora più ristretti non escluderà la possibilità di una limitazione ancora più stretta o di una modificazione della formulazione, determinata da future indagini [*2]. Così stanno le cose per le verità definitive di ultima istanza, per es. nella fisica. Lavori effettivamente scientifici evitano perciò di solito espressioni dogmatiche e morali, quali errore e verità, che invece incontriamo dappertutto nelle opere di filosofia della realtà, dove una vuota tiritera ci si vuole imporre come il più sovrano risultato del pensiero sovrano.

Ma, potrebbe chiedere un lettore ingenuo, dove dunque Dühring ha detto espressamente che il contenuto della sua filosofia della realtà è una verità definitiva, e precisamente di ultima istanza? Dove? Ebbene, per es., nel ditirambo del suo sistema (p. 13), che abbiamo riportato parzialmente nel II capitolo. O allorché, nella proposizione citata sopra, dice: Le verità morali, nella misura in cui le si conoscono fin nei loro ultimi fondamenti, pretendono una validità analoga a quella delle conoscenze della matematica. E non afferma Dühring che, partendo dal suo punto di vista veramente critico e per mezzo della sua indagine che si profonda sino alle radici, egli si è spinto sino a questi ultimi fondamenti, agli schemi fondamentali, e che quindi ha conferito alle verità morali una validità definitiva di ultima istanza? Ovvero, se Dühring non accampa questa pretesa né per sé né per la sua epoca, se vuol dire solamente che un giorno, nel nebuloso futuro, potranno essere stabilite verità definitive di ultima istanza, se dunque non vuol fare altro che ripetere all'incirca, soltanto con maggiore confusione, ciò che dicono la "scepsi corrosiva" e la "assoluta confusione", allora, in questo caso, perché tutto questo chiasso? Che cosa desidera il signore?

Se già con verità ed errore non siamo andati molto avanti, ancora meno andremo avanti con male e bene. Questa antitesi si muove esclusivamente sul piano morale e quindi su un piano appartenente alla storia umana, e qui le verità di ultima istanza sono estremamente rare. Da popolo a popolo, da epoca a epoca, le idee di bene e di male si sono cambiate in tal misura da essere arrivate spesso addirittura a contraddirsi. Ma, qualcuno obietterà, pure il bene non è male e il male non è bene; se male e bene vengono confusi insieme, cessa ogni moralità e ciascuno può fare o non fare ciò che vuole. Questa, spogliata di tutta la sua forma oracolare, è anche l'opinione di Dühring. Ma, tuttavia, la cosa non si spiega così facilmente. Se la cosa fosse così semplice, non ci sarebbe davvero nessuna disputa sul bene e sul male, ciascuno saprebbe cosa è il bene e cosa è il male. Ma come stanno oggi le cose? Quale morale ci si predica oggi? C'è anzitutto la morale cristiano-feudale, tramandata dai tempi passati della fede, che, a sua volta, si divide in cattolica e protestante, e non ci mancano ancora altre suddivisioni, dalla gesuitica cattolica e dalla ortodossa protestante sino a una duttile morale illuminata. Accanto vi figura la morale borghese moderna e a sua volta, accanto a questa, la morale proletaria dell'avvenire, cosicché passato, presente e futuro, solo nei paesi più progrediti d'Europa, offrono tre grandi gruppi di teorie morali che vigono contemporaneamente e l'una accanto all'altra. Ora, qual è la vera? Quanto a validità assoluta, nessuna singolarmente presa; ma certo sarà in possesso del maggior numero di elementi che permettono di essere duraturi, quella morale che rappresenta nel presente il rovesciamento del presente, il futuro, e quindi la morale proletaria.

Ma ora, se noi vediamo che le tre classi della società moderna, l'aristocrazia feudale, la borghesia e il proletariato, hanno ciascuna la propria morale particolare, possiamo trarne la conclusione che gli uomini, consapevolmente o inconsapevolmente, in ultima analisi traggono le loro concezioni dai rapporti pratici sui quali è fondata la loro condizione di classe, dai rapporti economici in cui producono e scambiano.

Ma nelle tre teorie morali menzionate c'è pure qualcosa di comune a tutte e tre: non sarebbe almeno questo una parte di quella morale fissata una volta per sempre? Quelle teorie morali rappresentano tre diversi gradi dello sviluppo storico, hanno quindi uno sfondo storico comune, e già per questo hanno necessariamente molto in comune. Ma c'è di più: dati dei gradi di sviluppo economico eguali o approssimativamente eguali, le loro teorie morali necessariamente devono più o meno concordare tra loro. A partire dal momento in cui si sviluppò la proprietà privata dei beni mobili, a tutte le società in cui vigeva questa proprietà privata dovette essere comune il comandamento morale: Non rubare. Questo comandamento diventa perciò una legge morale eterna? Niente affatto. In una società in cui i motivi per rubare sono eliminati, in cui a lungo andare soltanto i pazzi potrebbero rubare, quanto si riderebbe del predicatore di morale che proclamasse solennemente la verità eterna: Non rubare!

Per conseguenza noi respingiamo ogni pretesa di imporci una qualsiasi morale dogmatica come legge etica eterna, definitiva, immutabile nell'avvenire, col pretesto che anche il mondo morale avrebbe i suoi principi permanenti, che stanno al di sopra della storia e delle differenze tra i popoli. Affermiamo per contro che ogni teoria morale sinora esistita è, in ultima analisi, il risultato della condizione economica della società di quel tempo. E come la società si è mossa sinora sul piano degli antagonismi di classe, così la morale è sempre stata una morale di classe; o ha giustificato il dominio e gli interessi della classe dominante, o, diventando la classe oppressa sufficientemente forte, ha rappresentato la rivolta contro questo dominio e gli interessi futuri degli oppressi. Che così all'ingrosso si sia avuto un progresso tanto per la morale quanto per tutti gli altri rami della conoscenza umana, è cosa su cui non è possibile nessun dubbio. Ma non abbiamo ancora superato la morale di classe. Una morale che superi gli antagonismi delle classi e le loro sopravvivenze nel pensiero, una morale veramente umana è possibile solo a un livello sociale in cui gli antagonismi delle classi non solo siano completamente superati, ma siano anche dimenticati per la prassi della vita. E ora si valuti la presunzione di Dühring che, dal bel mezzo della vecchia società classista, alla vigilia di una rivoluzione sociale, pretende di imporre alla futura società senza classi una morale eterna, indipendente dal tempo e dai mutamenti della realtà! E questo presupponendo, ciò che sinora ci è ignoto, che egli conosca, almeno nelle sue grandi linee, la struttura di questa società dell'avvenire.

Per finire, ancora una rivelazione "originale sin dalle radici": per quel che concerne l'origine del male

"il fatto che il tipo del gatto, con la falsità che gli è propria, si presenti sotto forma di animale che poi è sullo stesso piano della circostanza che una analoga configurazione caratteristica si ritrova anche nell'uomo (...) Il male non è perciò qualche cosa di misterioso, a meno che non si abbia, diciamo, il gusto di fiutare qualche cosa di mistico anche nell'esistenza del gatto e in generale dell'animale da preda".

Il Male è il gatto. Quindi il diavolo non ha coda né piedi equini, ma artigli e occhi verdi. E Goethe commise un errore imperdonabile quando presentò Mefistofele come un cane nero anziché come il gatto suddetto. Il Male è il gatto! Questa è la morale non solo per tutti i mondi ma anche... per il gatto! [42]

 

Note

*2. Quanto sopra, da quando io lo scrissi, sembra aver già trovato conferma. Secondo le indagini più recenti condotte da Mendeleiev e da Boguski con apparecchi più perfezionati [41], tutti i gas perfetti mostrano un rapporto variabile tra pressione e volume; nell'idrogeno il coefficiente di dilatazione è stato positivo per tutte le pressioni sinora applicate (la diminuzione del volume è stata più lenta dell'incremento della pressione); nell'aria atmosferica e negli altri gas sottoposti ad indagine si è trovato per ciascuno un punto di pressione zero in cui, a pressione più debole, si ha un coefficiente positivo, e a pressione più forte negativo. La legge di Boyle, sinora sempre praticamente utilizzabile, dovrà quindi essere integrata da tutta una serie di speciali leggi. (Ora, nel 1885, noi sappiamo anche che non ci sono gas "perfetti". I gas sono stati tutti ridotti allo stato fluido.)

41. Qui Engels espone il contenuto di una notizia apparsa sulla rivista "Nature" del 16 novembre 1876. Essa informava sul discorso tenuto da D. I. Mendeleiev il 3 settembre 1876 al V Congresso degli scienziati e medici russi, a Varsavia, in cui Mendeleiev riferiva i risultati degli esperimenti da lui compiuti nel 1875 e 1876, insieme a J. J. Boguski, per verificare la legge Boyle-Mariotte.

L'ultima frase della nota, chiusa tra parentesi, fu aggiunta da Engels nella seconda edizione (1885) dell'"Anti-Dühring".

42. "Per il gatto" si dice in tedesco di una cosa perfettamente inutile.

 

 


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