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Indice

Prefazioni


Introduzione


Prima Sezione: Filosofia


Seconda Sezione: Economia Politica


Terza Sezione: Socialismo

 

 

Testo trascritto per Internet da Dario Romeo, Settembre-Ottobre 1999

 

Anti-Dühring

Friedrich Engels

Prima Sezione: Filosofia

V. Filosofia della natura. Tempo e spazio

Passiamo ora alla filosofia della natura. Qui Dühring ha ancora una volta tutte le ragioni di essere insoddisfatto dei suoi predecessori. La filosofia della natura "è caduta così in basso da essere diventata un'arida pseudopoesia fondata sull'ignoranza" e "da esser toccata in sorte alla prostituita filosofastreria di uno Schelling e simili piccoli barattieri del sacerdozio dell'assoluto e mistificatori del pubblico". La stanchezza ci ha salvato da queste "deformità", ma sino ad ora essa ha fatto posto solo all'"inconsistenza"; "e per quel che concerne il gran pubblico, è notorio che la scomparsa di un ciarlatano più grande spesso non è stata, per un successore minore, ma più esperto negli affari, che l'occasione per ripetere, sotto mutata insegna, le produzioni dell'altro". Gli stessi naturalisti sentono poco "gusto per una escursione nel regno delle idee che abbracciano l'universo" e perciò non compiono, in campo teorico, che delle "improvvisazioni sconclusionate". C'è qui da fare un urgente salvataggio, e fortunatamente è presente Dühring.

Per apprezzare giustamente le rivelazioni che ora seguiranno sul dispiegamento del mondo nel tempo e sulla sua limitazione nello spazio, dobbiamo rifarci ad alcuni passi della "schematizzazione del mondo".

In perfetta concordanza con Hegel ("Enciclopedia", par. 93) all'essere viene attribuita l'infinità, quella che Hegel chiama la cattiva infinità, e questa infinità viene ora sottoposta a indagine.

"La forma più evidente di una infinità che debba essere pensata senza contraddizioni è l'indefinito accumularsi dei numeri nella serie matematica (...) come ad ogni numero noi possiamo sempre aggiungere un'altra unità, senza mai esaurire la possibilità di un'ulteriore numerazione, così anche ad ogni stato dell'essere succede uno stato ulteriore; e nell'illimitato prodursi di questi stati consiste l'infinità. Anche questa infinità, pensata con esattezza, non ha perciò che una sola forma fondamentale con una sola direzione. Cioè, sebbene per il nostro pensiero sia indifferente tracciare una direzione opposta nell'accumulazione degli stati, tuttavia l'infinità regressiva non è, con precisione, che una affermazione ideale concepita affrettatamente. Invero. Poiché essa dovrebbe aver percorso la realtà in direzione inversa, in ognuno dei suoi stati avrebbe dietro di sé una serie infinita di numeri. Ma con ciò si andrebbe incontro alla contraddizione inammissibile di una serie numerica infinita e numerata; e così si dimostra assurdo il postulare ancora una seconda direzione dell'infinità".

La prima conclusione che si trae da questa concezione dell'infinità è che il concatenamento di cause ed effetti nel mondo deve, una volta, aver avuto un principio: "un numero infinito di cause, che debbano essersi già allineate in serie una accanto all'altra, è impensabile, non fosse altro per il fatto che esso postula come numerato l'innumere". Quindi l'esistenza di una causa ultima è dimostrata.

La seconda conclusione è "la legge del numero determinato: l'accumulazione di ciò che hanno di identico cose indipendenti di qualsiasi genere reale è pensabile solo come formazione di un numero determinato". Non solo il numero attuale dei corpi celesti deve in ogni istante essere un numero in sé determinato, ma lo deve essere anche il numero reale di tutte le più piccole parti di materia esistenti nel mondo. Quest'ultima necessità è la vera ragione per cui non può pensarsi nessun composto senza atomi. Ogni divisione reale ha sempre un limite finale, e deve averlo se non ha da presentarsi la contraddizione dell'innumere numerato. Per la stessa ragione, non solo il numero delle rivoluzioni che sino ad ora la terra ha compiuto intorno al sole deve essere un numero determinato, sebbene non possa essere indicato, ma tutti i processi naturali periodici debbono avere avuto un qualche principio, e tutte le forme differenti e le varietà della natura che si susseguono devono avere le loro radici in uno stato eguale a se stesso. Questo stato può, senza contraddizione, essere esistito sin dall'eternità, ma anche quest'idea sarebbe esclusa se in sé il tempo stesso fosse costituito da parti reali e non fosse invece diviso in modo meramente arbitrario mediante le possibilità ideali che il nostro intelletto pone. La cosa è diversa quando si tratta del contenuto reale ed in se stesso differenziato del tempo; questo tempo realmente riempito di fatti per loro natura distinguibili e le forme di esistenza di questa sfera appartengono precisamente, per via del loro essere distinto, all'ambito del numerabile. Immaginiamo uno stato che sia senza cambiamenti e che, nella sua eguaglianza con se stesso, non offra alcuna distinzione e alcuna successione di nessun genere; in questo caso anche il concetto più specifico di tempo si trasforma nell'idea più generale di essere. Che cosa possa significare l'accumularsi di un durare vuoto, non si può assolutamente pensare. Sin qui Dühring: ed egli è non poco entusiasta dell'importanza delle sue scoperte. Dapprima spera che esse "almeno non saranno prese per una verità di poco conto"; ma più tardi dice:

"Ci si ricordi di quei procedimenti della più grande semplicità con i quali noi abbiamo reso possibile ai concetti di infinità e alla loro critica di raggiungere una portata sinora sconosciuta (...) gli elementi della concezione universale dello spazio e del tempo che, dalla precisazione e dall'approfondimento presenti, hanno avuto una forma tanto semplice".

Noi abbiamo reso possibile! Precisazione e approfondimento presenti! Ma chi siamo noi, e quando ha luogo il nostro presente? Chi approfondisce e precisa?

"Tesi. Il mondo ha un principio nel tempo e, per quanto concerne lo spazio, è anche incluso in limiti. Dimostrazione: Infatti, se si ammette che il mondo non abbia un principio nel tempo, fino ad ogni istante dato sarà trascorsa una eternità, e conseguentemente nel mondo sarà trascorsa una serie infinita di stadi successivi delle cose. Ma ora, l'infinità di una serie consiste precisamente nel fatto che essa non può mai essere completata da una sintesi successiva. Dunque una serie infinita di mondi passati è impossibile, e con ciò un principio del mondo è condizione necessaria della sua esistenza; come dovevasi dimostrare. Riguardo al secondo punto, si ammetta, ancora una volta, il contrario; il mondo sarà un tutto dato e infinito di cose coesistenti. Ora, noi non possiamo pensare la grandezza di un quantum, che non sia dato ad ogni intuizione entro certi limiti, in nessun'altra maniera che mediante la sintesi delle due parti e non possiamo pensare la totalità di un tale quantum se non per mezzo della sintesi completa o per mezzo del ripetuto aggiungersi dell'unità a se stessa. Di conseguenza, per pensare il mondo che riempie tutti gli spazi, come un tutto, la sintesi successiva delle parti di un mondo infinito dovrebbe ritenersi completata, cioè dovrebbe ritenersi trascorso, nella enumerazione di tutte le cose coesistenti, un tempo infinito, il che è impossibile. Per conseguenza un aggregato infinito di cose reali non può ritenersi come un tutto dato e conseguentemente nemmeno come dato nello stesso tempo. Ne consegue che un mondo, per quel che concerne l'estensione nello spazio, non è infinito, ma incluso nei suoi limiti; ciò che era il secondo punto" (da dimostrare).

Queste proposizioni sono copiate letteralmente da un libro ben noto, che apparve per la prima volta nel 1781 ed è intitolato "Critica alla ragion pura", di Immanuel Kant, dove ognuno può leggerle nella prima parte, seconda sezione, secondo libro, secondo capitolo, secondo paragrafo: Prima antinomia della ragion pura. A Dühring spetta perciò solamente la gloria di avere applicato il nome di legge del numero determinato ad un'idea espressa da Kant e di avere fatto la scoperta che una volta c'era un tempo nel quale non c'era tempo, sebbene ci fosse un mondo. Per tutto il resto, quindi per tutto ciò che nella disquisizione di Dühring ha ancora qualche senso, "noi" è Immanuel Kant e il "presente" non ha che novantacinque anni. "Semplicissimo", in verità! Notevole "portata sinora sconosciuta"!

Ma invero Kant non sostiene affatto che i teoremi surriferiti siano esauriti dalla sua dimostrazione. Al contrario: nella pagina di fronte egli afferma e dimostra l'opposto: che il mondo non ha un principio nel tempo e non ha un termine nello spazio; e fa consistere l'antinomia, la contraddizione insolubile, proprio nel fatto che delle due proposizioni l'una è altrettanto dimostrabile quanto l'altra. Gente di minore statura sarebbe probabilmente rimasta perplessa vedendo come "un Kant" trova qui una difficoltà insolubile. Non così il nostro valoroso manipolatore "di conclusioni e di vedute originali sin dalle fondamenta": di una antinomia di Kant costui copia intrepidamente ciò che gli può servire e il resto lo butta via.

Il problema per se stesso si risolve in modo molto semplice. Eternità nel tempo e infinità nello spazio consistono, già originariamente e secondo il semplice senso letterale delle parole, nel non aver un termine in nessuna direzione, né avanti né indietro, né su né giù, né a destra né a sinistra. Questa infinità è una cosa assolutamente diversa da quella di una serie infinita, infatti questa comincia a priori sempre da uno, da un primo membro. L'inapplicabilità di questa idea della serie al nostro oggetto diviene immediatamente evidente se la applichiamo allo spazio. La serie infinita, tradotta in linguaggio spaziale, è la linea tirata da un punto determinato, in una direzione determinata e prolungata all'infinito. È con ciò espressa, sia pure solo lontanamente, l'infinità dello spazio? Al contrario; per concepire le dimensioni dello spazio, si devono avere giusto sei linee tirate da questo unico punto in tre dimensioni opposte; e conseguentemente di queste dimensioni ne avremmo sei. Kant comprese così bene tutto questo, che solo indirettamente, per una via traversa, trasportò la sua serie numerica anche nella spazialità del mondo. Dühring, invece, ci costringe ad ammettere sei dimensioni nello spazio e subito dopo non trova parole sufficienti per esprimere la sua indignazione contro il misticismo matematico di Gauss, che non intendeva accontentarsi delle solite tre dimensioni dello spazio [30].

Applicata al tempo, la linea, o serie di unità, infinita nelle due direzioni ha un certo senso metaforico. Ma se ci rappresentiamo il tempo come numerato a partire da uno, o come una linea che parta da un punto determinato, con ciò diciamo in anticipo che il tempo ha un principio: diamo come presupposto precisamente ciò che dobbiamo dimostrare. Diamo all'infinità del tempo un carattere unilaterale, dimezzato; ma un'infinità unilaterale, un'infinità dimezzata, è una contraddizione anche in se stessa, il contrario esatto di una "infinità pensata senza contraddizioni". Da questa contraddizione possiamo venir fuori solo se ammettiamo che l'uno con cui cominciamo a numerare la serie, che il punto dal quale partiamo per misurare la linea, sia un qualunque uno della serie, un punto qualunque nella linea, riguardo ai quali, per la linea o per la serie, non ha alcuna importanza dove li poniamo.

Ma la contraddizione della "serie numerica infinita e numerata"? Saremo in grado di indagarla da vicino non appena Dühring ci avrà esibito il pezzo di bravura di numerarla. Ne riparleremo quando sarà riuscito a contare da -∞ (meno infinito) a zero. È chiaro invero che dovunque egli comincerà a contare, si lascerà sempre alle spalle una serie infinita e con essa il compito che doveva assolvere. Si provi solo a rovesciare la sua serie infinita 1 + 2 + 3 + 4... e tenti di contare da capo, partendo dal termine infinito sino ad uno: sarà evidentemente il tentativo di un uomo che non capisce affatto di che cosa si tratta. Ma c'è di più. Dühring, affermando che la serie infinita del tempo trascorso è numerata, afferma conseguentemente che il tempo ha un principio; infatti, diversamente non potrebbe, di certo, nemmeno cominciare a "numerare". Quindi ancora una volta introduce di soppiatto come presupposto ciò che deve dimostrare. L'idea della serie infinita e numerata, in altri termini, la legge dühringiana del numero determinato, legge che abbraccia l'universo, non è quindi che una contradictio in adjecto, contiene in se stessa una contraddizione, e invero una contraddizione assurda.

È chiaro che l'infinità che ha una fine, ma non ha un principio, non è più né meno infinita di quella che ha un principio ma non ha una fine. L'intuito dialettico più modesto avrebbe dovuto suggerire a Dühring che principio e fine sono necessariamente legati l'uno all'altra, come il polo nord e il polo sud, che, se si omette la fine, il principio diventa precisamente la fine, l'unica fine che la serie ha, e viceversa. Tutta l'illusione sarebbe impossibile senza la consuetudine propria della matematica di operare con serie infinite. Poiché nella matematica si deve partire dal determinato, dal finito, per arrivare all'indeterminato, all'infinito, tutte le serie matematiche, positive o negative, devono cominciare da uno, altrimenti sarebbe impossibile servirsene per calcolare. Ma l'esigenza ideale del matematico è molto lontana dall'essere una legge obbligatoria per il mondo reale.

Del resto Dühring non riuscirà a pensare senza contraddizione la reale infinità. L'infinità è una contraddizione ed è piena di contraddizioni. È già una contraddizione che una infinità debba essere composta puramente di cose finite, eppure questo avviene. La limitatezza del mondo materiale porta a contraddizioni non meno della sua illimitatezza, ed ogni tentativo di eliminare queste contraddizioni porta, come abbiamo visto, a nuove e peggiori contraddizioni. Precisamente perché l'infinità è una contraddizione, essa è un processo infinito che si svolge senza un termine nello spazio e nel tempo. La soppressione della contraddizione sarebbe la fine dell'infinità. Tutto questo Hegel lo aveva già compreso in modo assolutamente giusto e perciò egli tratta con meritato disprezzo anche quei signori che si stillano il cervello intorno a questa contraddizione.

Andiamo avanti. Dunque il tempo ha avuto un principio. Che cosa c'era prima di questo principio? Il mondo che si trovava in uno stato eguale a se stesso, immutabile. E poiché in questo stato non abbiamo mutamenti successivi, anche il concetto più specifico di tempo si trasforma nell'idea più generale dell'essere. In primo luogo, qui a noi non interessa affatto quali concetti si trasformino in testa a Dühring. Non si tratta del concetto di tempo, ma del tempo reale e di questo Dühring non si libererà tanto a buon mercato. In secondo luogo, per quanto il concetto di tempo possa trasformarsi nell'idea più generale dell'essere, non perciò noi faremo un passo avanti. Infatti, le forme fondamentali di tutto l'essere sono spazio e tempo, e un essere fuori del tempo è un assurdo altrettanto grande quanto un essere fuori dello spazio. L'"essere trascorso senza tempo" di Hegel, il neoschellingiano "essere impensabile in precedenza" [31] sono idee razionali in confronto a quest'essere fuori dal tempo. Perciò Dühring si mette all'opera anche con molta cautela: parlando con precisione, probabilmente c'è un tempo, ma è un tempo tale che in fondo non si può chiamare tempo: il tempo, invero, in se stesso, non consta di parti reali, e solo dal nostro intelletto viene arbitrariamente diviso, solo un tempo realmente riempito di parti distinguibili appartiene alla sfera del numerabile: che cosa possa significare l'accumularsi di un vuoto durare è cosa che non si può assolutamente pensare. Che cosa possa significare questo accumularsi è cosa qui assolutamente indifferente; ci si chiede se il mondo, nello stato che qui è presupposto, dura, ha una durata nel tempo. Che a misurare una tale durata priva di contenuto non si ricavi niente, precisamente come a misurare lo spazio vuoto senza scopo e senza meta, è cosa che sappiamo già da lungo tempo, e anzi, proprio per via dell'insulsaggine di questo procedere, Hegel questa infinità la chiama anche cattiva infinità. Secondo Dühring il tempo esiste solo in virtù del cambiamento e non esiste il cambiamento nel tempo e in virtù del tempo. Precisamente perché il tempo è diverso e indipendente dal cambiamento, lo si può misurare per mezzo del cambiamento, infatti il misurare implica sempre una cosa diversa da quella da misurare. E il tempo nel quale non avvengono cambiamenti avvertibili è molto lontano da non essere un tempo; esso è invece il tempo puro, non affetto da mescolanze estranee, e quindi il tempo vero, il tempo come tale. Infatti se noi vogliamo cogliere il concetto di tempo in tutta la sua purezza, separato da ogni mescolanza estranea e indebita, siamo costretti a metter da parte come indebiti tutti i veri avvenimenti che accadono simultaneamente o successivamente nel tempo, e conseguentemente a rappresentarci un tempo nel quale non avviene niente. Con ciò, dunque, noi non abbiamo fatto assorbire il concetto di tempo dall'idea generale dell'essere, ma siamo solo arrivati al concetto puro di tempo.

Ma tutte queste contraddizioni e impossibilità sono ancora un puro giuoco da bambino di fronte alla confusione in cui cade Dühring col suo stato iniziale eguale a se stesso del mondo. Se una volta il mondo era in uno stato in cui non avveniva assolutamente nessun cambiamento, come ha potuto passare da questo stato al cambiamento? Ciò che è assolutamente privo di cambiamento e che inoltre è in questo stato dall'eternità, non può da se stesso uscire da questo stato e passare a quello di movimento e di cambiamento. È necessario quindi che dall'esterno, dal di fuori del mondo, sia venuto un primo impulso che lo abbia posto in movimento. Ma è noto che il "primo impulso" non è che un'altra espressione per dire dio. Quel dio e quell'al di là che Dühring nella sua schematizzazione del mondo pretendeva di aver così bellamente liquidato, egli stesso li riporta tutti e due, precisati e approfonditi, nella filosofia della natura.

Inoltre Dühring dice:

"Laddove un elemento costante dell'essere ha una grandezza, questa rimarrà immutata nella sua determinatezza. Questo vale (...) per la materia e per l'energia meccanica".

Detto di passaggio, la prima proposizione fornisce un esempio prezioso della magniloquenza assiomatico-tautologica di Dühring: laddove una grandezza non cambia, resta la stessa. Quindi la quantità di energia meccanica che c'è nel mondo resta eternamente la stessa. Noi prescinderemo dal fatto che, nella misura in cui tutto questo è giusto, nella filosofia Descartes lo aveva già saputo e detto circa trecento anni fa [32], e che nella scienza della natura la dottrina della conservazione dell'energia da vent'anni è in voga dappertutto; prescinderemo anche dal fatto che Dühring, limitandola all'energia meccanica, non migliora in nessun modo questa dottrina. Ma dov'era l'energia meccanica al tempo dello stato d'immutabilità? A questa domanda Dühring ci rifiuta ostinatamente ogni risposta.

Signor Dühring, dov'era allora quell'energia meccanica che resta eternamente eguale a se stessa, e che cosa faceva? Risposta:

"Lo stato originario dell'universo o, più chiaramente, di un essere della materia privo di cambiamenti, non includente nessun accumularsi di cambiamenti nel tempo, è una questione che può essere respinta solo da quell'intelligenza che vede l'apice della saggezza nell'accumularsi della propria forza di procreazione".

Dunque: o accettate ad occhi chiusi il mio stato originario di immutabilità o io, il valido procreatore Eugen Dühring, vi dichiaro spiritualmente eunuchi. Certo più d'uno si spaventerà di tutto questo. Noi, noi che abbiamo visto qualche esempio della forza di procreazione di Dühring, potremo permetterci provvisoriamente di lasciare senza risposta l'elegante ingiuria e domandare ancora una volta: Ma, signor Dühring, per favore, come la mettiamo con l'energia meccanica?

Il sig. Dühring si confonde subito. In effetti, balbetta,

"l'assoluta identità di quello stato-limite iniziale non fornisce in se stessa nessun principio di transizione. Richiamiamoci tuttavia alla memoria che la situazione è, in fondo, eguale in ogni nuovo anello, per piccolo che sia, della catena delle esistenze che noi ben conosciamo. Chi, dunque, solleva difficoltà nel caso principale che ci sta davanti, stia attento a non dispensarsene in occasioni meno appariscenti. Inoltre la possibilità di inserire stati intermedi in gradazione progressiva sussiste, e con ciò si apre quel ponte della continuità che ci fa arrivare regressivamente sino all'estinzione del processo di cambiamento. In verità in sede puramente concettuale questa continuità non ci aiuta a superare la difficoltà dell'idea principale, ma essa è per noi la forma fondamentale di ogni regolarità e di ogni processo di transizione altrimenti noto, cosicché noi abbiamo il diritto di servircene come di un anello di congiunzione tra quel primo stato di equilibrio e la sua rottura. Invece, se noi pensassimo l'equilibrio cosiddetto (!) immobile secondo quei concetti che nella nostra meccanica odierna sono ammessi senza nessuna particolare presa di posizione (!), non sarebbe assolutamente possibile indicare in che modo la materia sia potuta arrivare al processo di cambiamento".

Oltre alla meccanica delle masse ci sarebbe ancora una trasformazione del movimento delle masse in movimento delle particelle più piccole, ma riguardo al modo in cui questo accade,

"per questo noi non abbiamo a disposizione sino ad ora nessun principio generale e non dobbiamo perciò affatto meravigliarci se questi fenomeni vanno a perdersi un po' nell'oscurità".

Questo è tutto ciò che Dühring ha da dire. E in effetti per farci pascere di questi sotterfugi e di queste circonlocuzioni veramente miserevoli, dovremmo vedere il culmine della saggezza non solamente nell'autolimitarsi della propria forza di procreazione, ma anche nella più cieca superstizione. Da se stessa, lo conferma Dühring, l'assoluta identità non può pervenire al cambiamento. Non esiste di per sé nessun mezzo per cui l'equilibrio assoluto possa passare nel movimento. Che cosa c'è allora? Ci sono tre argomentazioni false e miserevoli.

Primo: si afferma che è altrettanto difficile dimostrare il passaggio da ogni anello, per piccolo che sia, della catena dell'esistenza a noi ben nota, al successivo. Sembra che Dühring ritenga i suoi lettori dei lattanti. La dimostrazione dei singoli passaggi e dei singoli nessi dei più piccoli anelli della catena dell'esistenza costituisce appunto il contenuto della scienza della natura, e se qualche cosa non va, nessuno pensa, neanche Dühring, di spiegare dal nulla il movimento avvenuto, ma solo dalla trasmissione, dalla trasformazione o dalla propagazione di un movimento precedente. Qui invece si tratta, come ammette egli stesso, di far sorgere il movimento dall'immobilità e quindi dal nulla.

Secondo: abbiamo il "ponte della continuità". Questo, certamente, in sede puramente concettuale non ci aiuta a vincere la difficoltà, ma noi abbiamo pure diritto di usarlo come anello di congiunzione tra l'immobilità e il movimento. Disgraziatamente la continuità dell'immobilità consiste nel non muoversi; rimane più misterioso che mai. Il modo con cui si possa così generare il movimento. Dühring frazioni pure in particelle infinitamente piccole il suo passaggio dal nulla di movimento al movimento universale e attribuisca a questo nulla una durata temporale lunga quanto vuole, non avremo progredito comunque neppure di un decimillesimo di millimetro. Dal nulla non possiamo mai arrivare a qualcosa senza un atto creativo, fosse anche questo qualche cosa piccolo come una differenziale matematica. Il ponte della continuità non è quindi neppure un ponte dell'asino, è un ponte che solo Dühring può passare.

Terzo: sino a quando la meccanica odierna avrà validità, ed essa secondo Dühring è una delle leve essenziali per la formazione del pensiero, non si potrà assolutamente indicare come si arriva dalla immobilità al movimento. Ma la teoria meccanica del calore ci mostra che un movimento di masse si trasforma, in circostanze determinate, in un movimento molecolare (sebbene anche qui un movimento proceda da un altro movimento e mai da uno stato d'immobilità) e questo, accenna timidamente Dühring, potrebbe fornirci, eventualmente, un ponte tra ciò che è strettamente statico (in equilibrio) e ciò che è dinamico (in movimento). Ma questi processi "vanno a perdersi un po' nell'oscurità". Ed è proprio nell'oscurità che Dühring ci lascia.

Con tutto questo approfondimento e con tutta questa precisazione siamo arrivati al punto di esserci sempre più sprofondati in un assurdo sempre più precisato e di avere toccato terra alla fine dove necessariamente dovevamo toccar terra: "nell'oscurità". Ma tutto questo preoccupa poco Dühring. Proprio alla pagina seguente ha la faccia tosta di affermare che egli ha potuto "concordare il concetto del permanere immutabile di un contenuto reale tratto immediatamente dal comportamento della materia e dalle forze meccaniche". E quest'uomo dà del "ciarlatano" ad altri!

Fortunatamente in tutto questo disperato smarrimento, in tutta questa disperata confusione nell'"oscurità", resta ancora una consolazione, ed è certo edificante: "La matematica degli abitanti di altri corpi celesti non può poggiare su assiomi diversi da quelli della nostra!".

Note

30. Il grande matematico Karl Friedrich Gauss fu un precursore della geometria non euclidea.

31. Cfr. Hegel, "Wissenschaft der Logik", libro secondo: "Das Wesen". Della categoria schellinghiana dell'"essere impensabile in precedenza" Engels parla nel suo opuscolo "Schelling e la Rivelazione" (1842).

32. La concezione del movimento come un quanto costante (conservazione della qualità di movimento) fu sviluppata da Cartesio nella sua trattazione sulla luce (parte prima dell'opera "De Mundo", scritta negli anni 1630-1633 ma pubblicata nel 1664, quattordici anni dopo la morte di Cartesio) e nella sua lettera a de Beaune del 30 aprile 1639. Più ampiamente essa è esposta nei suoi "Principia philosophiae", Amsterdam, 1644, parte seconda, par 36.

 

 


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