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Indice

Prefazioni


Introduzione


Prima Sezione: Filosofia


Seconda Sezione: Economia Politica


Terza Sezione: Socialismo

 

 

Testo trascritto per Internet da Dario Romeo, Settembre-Ottobre 1999

 

Anti-Dühring

Friedrich Engels

Introduzione


I. Considerazioni generali

Il socialismo moderno, considerato nel suo contenuto, è anzitutto il risultato della visione, da una parte, degli antagonismi di classe, dominanti nella società moderna, tra possidenti e non possidenti, salariati e borghesi; dall'altra, dell'anarchia dominante nella produzione. Considerato invece nella sua forma teorica, esso appare all'inizio come una continuazione più avanzata, che vuol esser conseguente, dei principi sostenuti dai grandi illuministi francesi del XVIII secolo [b1]. Come ogni nuova teoria, esso ha innanzitutto ricollegarsi al materiale preesistente di idee, per quanto avesse la sua radice nei fatti economici [b2].

I grandi uomini che in Francia, illuminando gli spiriti, li prepararono alla rivoluzione che si avvicinava, agirono essi stessi in un modo estremamente rivoluzionario. Non riconoscevano alcuna autorità esterna di qualsiasi specie essa fosse. Religione, concezione della natura, società, ordinamento dello Stato, tutto fu sottoposto alla critica più spietata; tutto doveva spiegare la propria esistenza davanti al tribunale della ragione o rinunziare all'esistenza. L'intelletto pensante fu applicato a tutto come unica misura. Era il tempo in cui, come dice Hegel, il mondo venne poggiato sulla testa [b3], dapprima nel senso che la testa dell'uomo e i princìpi trovati dal suo pensiero pretendevano di valere come base di ogni azione e d'ogni associazione umana; ma più tardi anche nel senso più ampio che la realtà che era in contraddizione con questi princìpi fu effettivamente rovesciata da cima a fondo. Tutte le forme sociali e politiche che sino allora erano esistite, tutte le antiche concezioni che si erano tramandate furono gettate in soffitta come cose irrazionali; il mondo si era fino a quel momento lasciato guidare unicamente da pregiudizi; il passato meritava solo compassione e disprezzo. Ora per la prima volta spuntava la luce del giorno [b4]; da ora in poi la superstizione, l'ingiustizia, il privilegio e l'oppressione dovevano essere soppiantati dalla verità eterna, dalla giustizia eterna, dall'eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell'uomo.

Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della borghesia idealizzato, che la giustizia eterna trovò la sua realizzazione nella giustizia borghese; che l'eguaglianza andò a finire nella borghese eguaglianza davanti alla legge; che la proprietà borghese fu proclamata proprio come uno dei più essenziali diritti dell'uomo; e che lo Stato secondo ragione, il contratto sociale di Rousseau, si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica borghese. I grandi pensatori del secolo XVIII non poterono oltrepassare i limiti imposti loro dalla loro epoca più di quanto avevano potuto tutti i loro predecessori.

Ma, accanto all'antagonismo tra nobiltà feudale e borghesia [b5], sussisteva l'antagonismo generale tra sfruttatori e sfruttati, tra ricchi oziosi e lavoratori poveri. E precisamente questa circostanza rendeva possibile ai rappresentanti della borghesia di ergersi a rappresentanti non soltanto di una classe particolare, ma di tutta l'umanità sofferente. E c'è di più, sin dalla sua origine la borghesia era affetta dall'antagonismo che le è proprio: non possono esserci capitalisti senza operai salariati, e nella stessa misura in cui il maestro della corporazione medievale evolveva nel borghese moderno, il garzone della corporazione e il giornaliero che non apparteneva a nessuna corporazione evolvevano nel proletario. E sebbene nel complesso la borghesia avesse il diritto di pretendere di rappresentare contemporaneamente, nella lotta contro la nobiltà, gli interessi delle diverse classi lavoratrici di quell'epoca, pure, in ogni grande movimento borghese, scoppiavano dei moti autonomi di quella classe che era la precorritrice più o meno sviluppata del proletariato moderno. Così nell'epoca tedesca della Riforma e della guerra dei contadini [17] si ebbe la corrente di Thomas Münzer [b6]; nella grande rivoluzione inglese i Levellers [18]; nella grande rivoluzione francese Babeuf. Accanto a queste rivoluzionarie levate di scudi di una classe ancora immatura fecero la loro comparsa manifestazioni teoriche ad essa adeguate: nei secoli XVI e XVII descrizioni utopistiche di regimi sociali ideali [19], secolo XVIII già teorie comuniste vere e proprie (Morelly e Mably). La rivendicazione dell'uguaglianza non si limitò più ai diritti politici, essa doveva estendersi anche alla posizione sociale dei singoli; non si dovevano sopprimere semplicemente i privilegi di classe, ma le stesse differenze di classe. La prima forma con cui la nuova dottrina fece la sua comparsa fu così un comunismo ascetico che si ricollegava a Sparta [b7]. Seguirono poi i tre grandi utopisti: Saint-Simon, nel quale le tendenze borghesi conservavano ancora una certa validità accanto alla tendenza proletaria, Fourier e Owen, il quale, nel paese in cui la produzione capitalistica era più sviluppata e sotto l'impressione degli antagonismi che ne risultavano, sviluppò sistematicamente i suoi progetti per l'eliminazione delle differenze di classe ricollegandosi direttamente al materialismo francese.

È comune a tutti e tre il fatto che essi non si presentano come rappresentanti degli interessi del proletariato, che frattanto si era prodotto storicamente. Come gli illuministi, essi vogliono liberare non una classe determinata, ma tutta l'umanità [b8]. Come quelli, essi vogliono instaurare il regno della ragione e della giustizia eterna; ma il loro regno è infinitamente diverso da quello degli illuministi. Anche il mondo borghese ordinato secondo i princìpi di questi illuministi è irrazionale e ingiusto e trova il suo posto nel secchio dell'immondizia proprio come il feudalesimo e tutti i regimi sociali precedenti. Se la ragione e la giustizia effettive non hanno ancora regnato nel mondo, ciò proviene dal fatto che non se ne è avuta sinora una giusta conoscenza. Mancava proprio quel singolo uomo geniale che ora è apparso ed ha riconosciuto la verità; che esso sia comparso ora, che proprio ora sia stata conosciuta la verità, non è un avvenimento inevitabile che consegue necessariamente dal contesto dello sviluppo storico, ma un puro caso fortunato. Sarebbe potuto nascere ugualmente cinquecento anni prima e avrebbe allora risparmiato all'umanità cinquecento anni di errori, di lotte e di sofferenze.

Questo modo di vedere è sostanzialmente quello di tutti i socialisti inglesi e francesi e dei primi socialisti tedeschi, compreso Weitling. Il socialismo è l'espressione dell'assoluta verità [b9], dell'assoluta ragione, dell'assoluta giustizia e basta che sia scoperto perché conquisti il mondo con la propria forza; poiché la verità è assoluta e indipendente dal tempo, dallo spazio e dallo sviluppo storico dell'uomo, è un semplice caso quando e dove sia scoperta. Inoltre poi la verità, la ragione e la giustizia assolute a loro volta sono diverse per ogni caposcuola; e poiché la forma particolare che la verità, la ragione e la giustizia assolute assumono è a sua volta condizionata dall'intelletto soggettivo, dalle condizioni di vita, dal grado di cognizioni e d'educazione a pensare di ognuno di essi, in questo conflitto di assolute verità non c'è nessuna altra soluzione possibile se non che esse si elidano vicendevolmente. Così stando le cose, non poteva allora venir fuori altro che una specie di socialismo medio eclettico, quale effettivamente regna fino ad oggi nella testa della maggior parte degli operai socialisti in Francia e in Inghilterra, una miscela che ammette un'infinita molteplicità di sfumature, e che risulta da ciò che hanno di meno incisivo le invettive critiche, i princìpi di economia e le rappresentazioni della società futura dei vari fondatori di sette; miscela che si ottiene tanto più facilmente, quanto più ai singoli elementi componenti, nel corso della discussione, vengono smussati gli angoli acuti della precisione, come ciottoli levigati nel torrente. Per fare del socialismo una scienza, bisognava anzitutto farlo poggiare su una base reale.

Frattanto, accanto e dopo la filosofia francese del XVIII secolo, era sorta la filosofia tedesca moderna e aveva trovato la sua conclusione in Hegel. Il suo merito maggiore fu la riassunzione della dialettica come la forma più alta del pensiero. Gli antichi filosofi greci erano stati tutti dei dialettici nati, spontanei, e la mente più universale che vi fu tra loro, Aristotele, aveva già indagato anche le forme più essenziali del pensiero dialettico [b10]. Per contro la filosofia moderna, quantunque la dialettica anche in essa abbia avuto degli splendidi rappresentanti (per es. Descartes e Spinoza), particolarmente per l'influenza inglese si era sempre più arenata nel cosiddetto modo di pensare metafisico, che quasi esclusivamente aveva dominato anche i filosofi francesi del secolo XVIII, almeno in quel che concerne i loro lavori specificamente filosofici. Al di fuori della filosofia propriamente detta, essi erano pure in condizione di dare dei capolavori di dialettica; ricorderemo solo il "Nipote di Rameau" di Diderot e il "Discorso sull'origine dell'ineguaglianza tra gli uomini" di Rousseau. Daremo qui brevemente l'essenziale di questi due metodi di pensiero, su cui dovremo ritornare ancora diffusamente.

Se sottoponiamo alla considerazione del nostro pensiero la natura o la storia umana o la nostra specifica attività spirituale, ci si offre anzitutto il quadro di un infinito intreccio di nessi, di azioni reciproche, in cui nulla rimane quel che era, ma tutto si muove, si cambia, nasce e muore [b11]. Questa visione primitiva, ingenua, ma sostanzialmente giusta del mondo è quella dell'antica filosofia greca e fu espressa chiaramente per la prima volta da Eraclito: Tutto è ed anche non è, perché tutto scorre, è in continuo cambiamento, è in continuo nascere e morire. Ma questa concezione, sebbene colga giustamente il carattere generale del quadro d'insieme dei fenomeni, pure non è ancora sufficiente per spiegare i particolari di cui questo quadro d'insieme si compone, e fino a quando non sappiamo far questo [b12], non siamo chiaramente edotti neppure del quadro stesso. Per conoscere questi particolari dobbiamo staccarli dal loro contesto naturale e storico ed esaminarli ciascuno per sé, nella sua natura, nelle sue cause, nei suoi effetti particolari ecc. Questo è anzitutto il compito della scienza della natura e della ricerca storica, campi d'indagine che per ragioni molto valide non ebbero presso i greci dell'antichità classica che una posizione di secondo piano, perché questi dovevano prima di tutto raccogliere il materiale [b13]. Gli inizi dell'indagine scientifica della natura sorsero solo con i greci del periodo alessandrino [20] e, più tardi, nel medioevo, furono ulteriormente sviluppati dagli arabi; una vera scienza della natura data, però, solo dalla seconda metà del secolo XV e da allora ha progredito con celerità sempre crescente. L'analisi della natura nelle sue singole parti, la ripartizione dei diversi fenomeni e degli oggetti della natura in classi determinate, l'analisi dell'interno dei corpi organici nelle loro molteplici conformazioni anatomiche sono state la condizione principale dei progressi giganteschi che nella conoscenza della natura gli ultimi quattrocento anni ci hanno portato. Ma questo metodo ci ha del pari lasciata l'abitudine di concepire le cose e i fenomeni della natura nel loro isolamento, al di fuori del loro vasto contesto complessivo; di concepirli perciò non nel loro movimento, ma nel loro stato di quiete, non come essenzialmente mutevoli, ma come entità fisse e stabili, non nella loro vita, ma nella loro morte. E poiché questa maniera di vedere le cose, come è accaduto con Bacone e con Locke, è passata dalla scienza della natura nella filosofia, ha prodotto la limitatezza specifica degli ultimi secoli, cioè il modo di pensare metafisico.

Per il metafisico le cose e le loro immagini riflesse nel pensiero, i concetti, sono oggetti isolati di indagine, da considerarsi successivamente e indipendentemente l'uno dall'altro, fissi, rigidi, dati una volta per sempre. Egli pensa per antitesi assolutamente immediate. Il suo parlare è: sì, sì, no, no. Quello che c'è di più viene dal maligno. Per lui una cosa esiste o non esiste; ugualmente è impossibile che una cosa sia nello stesso tempo se stessa ed un'altra. Positivo e negativo si escludono reciprocamente in modo assoluto; causa ed effetto stanno dal pari in rigida opposizione reciproca. Questa maniera di pensare ci appare a prima vista estremamente plausibile per il fatto che essa è proprio quella del cosiddetto senso comune. Solo che il senso comune, per quanto sia un compagno tanto rispettabile finché sta nello spazio compreso fra le quattro pareti domestiche, va incontro ad avventure assolutamente sorprendenti appena si arrischia nel vasto mondo dell'indagine scientifica; e la maniera metafisica di vedere le cose, giustificata e perfino necessaria in campi la cui estensione è più o meno vasta a seconda della natura dell'oggetto, tuttavia, ogni volta, urta prima o poi contro un limite, al di là del quale diventa unilaterale, limitata, astratta e si avvolge in contraddizioni insolubili, giacché, per le cose singole, dimentica il loro nesso, per il loro essere, dimentica il loro sorgere e tramontare, per il loro stato di quiete, dimentica il loro movimento, giacché, per vedere gli alberi, non vede la foresta. Per es., per i casi della vita quotidiana, sappiamo e possiamo dire con precisione se un animale esiste o meno; ma se indaghiamo con maggiore precisione, troveremo che alle volte questa è una cosa estremamente complessa, come sanno molto bene i giuristi, che invano si sono tormentati per scoprire un limite razionale a partire dal quale la soppressione del feto dal seno materno è un assassinio; e del pari è impossibile stabilire l'istante della morte, poiché la fisiologia dimostra che la morte non è un avvenimento unico ed istantaneo, ma un fenomeno la cui durata è molto lunga. Parimenti ogni corpo organico, in ogni istante, è e non è il medesimo; in ogni istante elabora materie tratte dall'esterno e ne secerne delle altre, in ogni istante cellule del suo corpo muoiono e se ne formano di nuove; dopo un tempo più o meno lungo la materia di questo corpo si è completamente rinnovata, sostituita da altri atomi, cosicché ogni essere organizzato è costantemente il medesimo e pure un altro. Considerando le cose con precisione, noi troviamo anche che i due poli di un'opposizione, il positivo e il negativo, sono tanto inseparabili l'uno dall'altro quanto contrapposti e che malgrado tutta la loro contrarietà si compenetrano vicendevolmente; troviamo del pari che causa ed effetto sono concetti che hanno validità come tali solo se li applichiamo ad un caso singolo, ma che, nella misura in cui consideriamo questo fatto singolo nella sua connessione generale con la totalità del mondo, queste rappresentazioni si confondono e si diffondono nella visione dell'universale azione reciproca, in cui cause ed effetti si scambiano continuamente la loro posizione, ciò che ora o qui è effetto, là o poi diventa causa e viceversa.

Tutti questi fenomeni e metodi di pensiero non rientrano nel quadro del pensiero metafisico. Per la dialettica invece, che considera le cose e le loro immagini concettuali essenzialmente nel loro nesso, nel loro concatenamento, nel loro movimento, nel loro sorgere e tramontare, fenomeni come quelli che abbiamo riferiti sopra sono altrettante conferme della maniera con cui essa peculiarmente procede. La natura è il banco di prova della dialettica e noi dobbiamo dire a lode della moderna scienza della natura che essa ha fornito a questo banco di prova un materiale estremamente ricco che va accumulandosi giornalmente e che di conseguenza essa ha dimostrato che, in ultima analisi, la natura procede dialetticamente e non metafisicamente [b14]. Ma poiché sino ad ora i naturalisti che hanno appreso a pensare dialetticamente si possono contare sulle dita, la confusione senza limiti che domina oggi nella scienza teorica della natura e che porta alla disperazione maestri e scolari, scrittori e lettori, si spiega con questo conflitto tra i risultati che sono stati scoperti e la maniera tradizionale di pensare.

Una rappresentazione esatta della totalità del mondo, del suo sviluppo e di quello dell'umanità, nonché dell'immagine di questo sviluppo quale si rispecchia nella testa degli uomini, può quindi effettuarsi solo per via dialettica, prendendo costantemente in considerazione le azioni reciproche del nascere e del morire, dei mutamenti progressivi o regressivi. E in questo senso ha proceduto la filosofia tedesca moderna sin dal suo principio. Kant iniziò la sua carriera scientifica risolvendo la stabilità del sistema sbarre newtoniano, e la sua eterna durata, una volta dato il famoso impulso iniziale, in un fenomeno che ha una storia: nella formazione, cioè, del sole e di tutti i pianeti da una massa nebulosa rotante. E ne trasse già la conseguenza che, posta questa formazione, era data del pari necessariamente la futura fine del sistema solare [12]. Le sue vedute un mezzo secolo più tardi ricevettero da Laplace una base matematica, e ancora un altro mezzo secolo più tardi lo spettroscopio dimostrò l'esistenza nello spazio cosmico di queste tali masse gassose incandescenti a diverso grado di condensazione [21].

Questa filosofia tedesca moderna trovò la sua conclusione nel sistema hegeliano, nel quale, per la prima volta, e questo è il suo grande merito, tutto quanto il mondo naturale, storico e spirituale venne presentato come un processo, cioè in un movimento, in un cambiamento, in una trasformazione, in uno sviluppo che mai hanno tregua, e fu fatto il tentativo di dimostrare il nesso intimo esistente in questo movimento e in questo sviluppo [b15]. Mettendosi da questo punto di vista, la storia dell'umanità appariva non più come un groviglio confuso di violenze insensate che sono tutte ugualmente condannabili davanti al tribunale della ragione filosofica, ora divenuta matura, e che la cosa migliore è dimenticare al più presto possibile, ma come il processo di sviluppo dell'umanità stessa. E ora il compito del pensiero consiste nel seguire, attraverso tutte le deviazioni, la marcia graduale di tale processo che si compie a poco a poco e dimostrarne, attraverso tutte le accidentalità apparenti, l'intima regolarità.

Che Hegel non abbia assolto questo compito, qui non ha importanza [b16]. Il suo merito, che fa epoca, è quello di averlo posto, tanto più che questo è un compito che nessun individuo da solo potrà mai assolvere. Se Hegel, con Saint-Simon, la mente più universale della sua epoca, pure egli era limitato in primo luogo dall'ambito necessariamente ristretto delle sue conoscenze specifiche e in secondo luogo dalle conoscenze e dalle concezioni della sua epoca che, del pari, erano ristrette per ambito e profondità. Ma a tutto ciò si aggiungeva anche una terza cosa. Hegel era un idealista, cioè per lui i pensieri della sua testa non erano le immagini riflesse, più o meno astratte, delle cose e dei fenomeni reali, ma invece le cose e il loro sviluppo erano immagini riflesse realizzate dall'"idea", esistente già prima del mondo in qualche luogo. Conseguentemente tutto veniva poggiato sulla testa, e il nesso reale del mondo veniva completamente rovesciato. E per quanto [b17] alcuni nessi singoli venissero concepiti da Hegel in modo giusto e geniale, pure, per le ragioni che sono state addotte, molto, anche nei dettagli, doveva riuscire rabberciato, artificioso, architettato di sana pianta, in breve, sovvertito. Il sistema di Hegel fu come tale un colossale aborto, ma fu anche l'ultimo nel suo genere. Il fatto è che esso era affetto da un'altra contraddizione interna insanabile: da una parte aveva come suo presupposto iniziale la visione storica delle cose, secondo la quale la storia umana è un processo di sviluppo che, per sua natura, non può trovare la sua conclusione intellettuale nella scoperta di una verità cosiddetta assoluta, mentre dall'altra afferma di essere la quintessenza proprio di questa verità assoluta. Un sistema che abbracci completamente e concluda una volta per sempre la conoscenza della natura e della storia è in contraddizione con le leggi fondamentali del pensiero dialettico; la qual cosa tuttavia non esclude affatto, ma invece implica, che la conoscenza sistematica di tutto il mondo esterno possa fare di generazione in generazione dei passi da gigante [b18].

La convinzione della completa assurdità dell'idealismo tedesco quale era esistito fino allora condusse necessariamente al materialismo, ma, si noti bene, non al materialismo puramente metafisico, esclusivamente meccanicistico, del secolo XVIII. Anziché rigettare semplicemente, in modo ingenuamente rivoluzionario, tutta la storia precedente, il materialismo moderno vede nella storia il processo di sviluppo dell'umanità ed è suo compito scoprirne le leggi di movimento. In contrasto con la rappresentazione dominante tanto nei francesi del XVIII secolo [b19] quanto in Hegel, secondo la quale la natura è un tutto che si muove in orbite ristrette e che rimane [b20] eguale a se stessa, con i suoi eterni corpi celesti, come aveva insegnato Newton, e con le sue specie immutabili di esseri organici, come aveva insegnato Linneo, il materialismo moderno riassume i moderni progressi della scienza della natura, secondo cui la natura ha anch'essa la sua storia svolgentesi nel tempo, i corpi celesti nascono e muoiono così come le specie degli organismi, dalle quali vengono abitati se si presentano circostanze favorevoli, e le orbite, nella misura in cui sono [b21] in generale ammissibili, assumono delle dimensioni infinitamente più grandiose. In entrambi i casi il materialismo moderno è essenzialmente dialettico e non ha più bisogno di una filosofia che stia al di sopra delle altre scienze. Dal momento in cui si esige da ciascuna scienza particolare che essa si renda conto della sua posizione nel nesso complessivo delle cose e della conoscenza delle cose, ogni scienza particolare che abbia per oggetto il nesso complessivo diventa superflua. Ciò che resta quindi ancora in piedi, autonomamente, di tutta quanta la filosofia che si è avuta fino ad ora è la dottrina del pensiero e delle sue leggi, cioè la logica formale e la dialettica. Tutto il resto si risolve nella scienza positiva della natura e della storia.

Tuttavia, mentre il rovesciamento della concezione della natura non si poteva compiere che nella misura in cui l'indagine forniva l'adeguato materiale di conoscenze positive, già molto prima si erano verificati dei fatti storici che determinarono una svolta decisiva nella concezione della storia. Nel 1831 a Lione era avvenuta la prima sollevazione di operai; dal 1838 al 1842 aveva raggiunto il suo culmine il primo movimento operaio nazionale, quello dei cartisti inglesi. La lotta di classe tra il proletariato e la borghesia si presentava in primo piano nella storia dei paesi più progrediti d'Europa, nella stessa misura in cui in quei paesi si sviluppavano da una parte la grande industria e dall'altra il dominio politico che la borghesia aveva di recente conquistato. Le dottrine dell'economia borghese sull'identità di interessi tra capitale e lavoro, sull'armonia universale e sul benessere universale del popolo come conseguenza della libera concorrenza venivano smentite dai fatti in modo sempre più convincente [b22]. Tutte queste cose non potevano più essere respinte, come non si poteva respingere il socialismo francese ed inglese che ne era l'espressione teorica, anche se estremamente imperfetta. Ma la vecchia concezione idealistica della storia, che non era stata ancora soppiantata, non conosceva lotte di classi poggianti su interessi materiali e, in generale, non conosceva interessi materiali; la produzione e tutti i rapporti economici non facevano in essa la loro comparsa che incidentalmente, come elementi subordinati della "storia della civiltà".

I nuovi fatti costrinsero a sottoporre ad una nuova indagine tutta la storia precedente e si vide allora che tutta la storia precedente [b23] era la storia delle lotte delle classi, che queste classi sociali che si combattono vicendevolmente sono di volta in volta risultati dei rapporti di produzione e di scambio, in una parola dei rapporti economici della loro epoca; che quindi di volta in volta la struttura economica della società costituisce il fondamento reale della società partendo dal quale si deve spiegare in ultima istanza tutta la sovrastruttura delle istituzioni giuridiche e politiche, così come gli orientamenti religiosi, filosofici e di altro genere di ogni periodo storico. Conseguentemente l'idealismo [b24] veniva cacciato dal suo ultimo rifugio, la concezione della storia; veniva data una concezione, materialistica della storia e veniva trovata la via per spiegare la coscienza dell'uomo col suo essere, invece di spiegare, come si era fatto sino allora, il suo essere con la sua coscienza [b25].

Ma con questa concezione materialistica della storia era altrettanto incompatibile il socialismo che era esistito fino allora, quanto la concezione della natura del materialismo francese con la dialettica e con la moderna scienza della natura. Il socialismo precedente criticava, è vero, il vigente modo di produzione capitalistico e le sue conseguenze, ma non poteva darne una spiegazione né quindi venirne a capo: non poteva che respingerlo semplicemente come un male [b26]. Si trattava invece di presentare da una parte questo modo di produzione capitalistico nel suo nesso storico e nella sua necessità nell'ambito di un determinato periodo storico, e quindi anche la necessità del suo tramonto, dall'altra, invece, di svelarne anche il carattere interiore, che ancora era rimasto celato, perché sinora la critica si era appuntata più sulle cattive conseguenze che sul processo della cosa stessa. Questo si ebbe con la scoperta del plusvalore. Fu dimostrato che l'appropriazione di lavoro non pagato è la forma fondamentale del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento dell'operaio che con esso viene compiuto; che il capitalista, anche se compra la forza lavoro del suo operaio secondo il pieno valore che essa, come merce, ha sul mercato, ne trae tuttavia un valore maggiore di quello che per essa ha pagato, e che in ultima istanza questo plusvalore costituisce la somma di valore per cui la massa di capitale continuamente crescente si accumula tra le mani delle classi possidenti. Il processo tanto della produzione capitalistica quanto della produzione del capitale era spiegato.

Entrambe queste grandi scoperte: la concezione materialistica della storia e la rivelazione del segreto della produzione capitalistica mediante il plusvalore, le dobbiamo a Marx. Con queste due grandi scoperte il socialismo è diventato una scienza che ora si tratta innanzitutto di elaborare ulteriormente in tutti i suoi particolari e nessi.

Così press'a poco stavano le cose nel campo del socialismo teorico e della defunta filosofia, quando Dühring, non senza un baccano notevole, irruppe nella scena e annunziò di aver compiuto una rivoluzione perfetta e totale della filosofia, dell'economia politica e del socialismo.

Vediamo che cosa Dühring ci promette e che cosa mantiene.

Note

17. La guerra dei contadini divampò nella Germania centro-meridionale negli anni 1525-1526; i motivi a base della rivolta delle popolazioni delle campagne contro i nobili e i borghesi delle città erano sia economici, sia spirituali e teologici: di grande importanza furono le richieste comunistiche, divenute presto generali, che ebbero il principale assertore in Thomas Münzer. Cfr. F. Engels "La guerra dei contadini in Germania" (1850).

18. Engels si riferisce ai "veri Levellers" (Livellatori) o "Diggers" (Scavatori) che durante la rivoluzione inglese del XVII secolo costituirono l'estrema ala sinistra dei Levellers e poi si separarono da essi. Nell'interesse degli strati rurali e urbani più poveri, i Diggers chiedevano che il popolo potesse coltivare le terre comunali senza pagare l'affitto. In alcuni villaggi occuparono terreni incolti e li dissodarono per la semina. Dispersi dai soldati di Cromwell, essi non opposero resistenza perché nella lotta volevano impiegare solo mezzi pacifici e confidavano nella loro forza della persuasione.

19. In particolare le opere dei comunisti utopisti Tommaso Moro ("De optimo republicae statu deque nova insula Utopia") e Tommaso Campanella ("Civitas solis", pubblicata nel 1623 come parte della "Philosophia realis", e separatamente nel 1643).

20. Nei secoli successivi alla morte di Alessandro Magno (323 a.c.) la città di Alessandria d'Egitto fu il centro della vita culturale; vi fiorirono la matematica e la meccanica, la geografia, l'astronomia, l'anatomia, la fisiologia, ecc.

21. Laplace sviluppò la sua ipotesi sull'origine del sistema solare nell'ultimo capitolo della sua "Exposition du sistème du monde" (1795-96). Nell'ultima edizione di questo scritto da lui curata, apparsa postuma nel 1835, l'ipotesi è esposta nella nota VII. La natura gassosa delle nebulose diffuse e planetarie fu scoperta nel 1864 dall'astronomo inglese William Huggins con l'ausilio dell'analisi spettroscopica ideata nel 1859 da Gustav Kirchhoff e Robert Bunsen. Engels si vale qui dell'opera di Angelo Secchi "Die Sonne...", pp. 787, 189-190.

Note b (nell'opuscolo "L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza")

b1. (nel primo abbozzo dell'"Introduzione") Il socialismo moderno, benché nei fatti sia sorto dalla visione degli antagonismi di classe, già esistenti nella società, tra possidenti e non possidenti, lavoratori e sfruttatori, nella sua forma teorica appare tuttavia dapprima come una continuazione più conseguente, più avanzata, dei princìpi sostenuti dai grandi illuministi francesi del XVIII secolo; tra questi infatti si trovano i suoi primi rappresentanti, Morelly e Mably.

b2. (nell'opuscolo "Il socialismo...") nei fatti economici materiali

b3. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [nota aggiunta] Il passo sulla Rivoluzione francese è il seguente: "Il pensiero, il concetto del diritto, si fece valere di punto in bianco, né l'antico edificio dell'ingiustizia poté opporre resistenza alcuna. In nome del diritto è stata proclamata adesso una Costituzione sulla quale tutto deve poggiare. Da che il sole sta nel firmamento e i pianeti gli girano intorno, non si era mai visto che l'uomo si rizzasse sulla testa, cioè sul pensiero, e che su questo costruisse la realtà. Anassagora aveva detto per primo che il nous, la ragione, dirige il mondo; ma solo ora, per la prima volta, l'uomo è pervenuto a riconoscere che tocca al pensiero dirigere la realtà spirituale. È stato un meraviglioso levar del sole. Tutti li esseri pensanti hanno solennizzato quest'epoca. Una sublime commozione ha regnato in quell'età, un entusiasmo dello spirito ha scosso il mondo, quasi si fosse per la prima volta venuti alla conciliazione del divino con il mondo." (Hegel, "Filosofia della storia", 1840, pag. 535). Non sarebbe tempo di mettere in moto la legge contro i socialisti nei riguardi di queste pericolose dottrine sovversive del defunto professor Hegel?

b4. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Ora per la prima volta spuntava la luce del giorno, il regno della ragione

b5. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Ma, accanto all'antagonismo tra nobiltà feudale e la borghesia che si presentava come rappresentante di tutto il resto della società

b6. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Così nell'epoca tedesca della Riforma e della guerra dei contadini gli anabattisti e Thomas Münzer

b7. (nell'opuscolo "Il socialismo...") La prima forma con cui la nuova dottrina fece la sua comparsa fu così un comunismo ascetico che si ricollegava a Sparta e vietava ogni gioia della vita

b8. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Come gli illuministi, essi non vogliono liberare dapprima una classe determinata, ma tutta l'umanità ad un tempo

b9. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Il modo di vedere degli utopisti ha dominato a lungo le idee socialiste del XIX secolo ed in parte le domina ancora. Ad esso, fino a pochissimo tempo fa, si inchinavano ancora tutti i socialisti francesi ed inglesi, ad esso appartiene anche il comunismo degli inizi, compreso quello di Weitling. Il socialismo è per tutti loro l'espressione dell'assoluta verità

b10. (nel primo abbozzo dell'"Introduzione") Gli antichi filosofi greci erano stati tutti dei dialettici nati, spontanei, e Aristotele, l'Hegel del mondo antico, aveva già indagato anche le forme più essenziali del pensiero dialettico.

b11. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] Noi, quindi, in un primo tempo vediamo il quadro d'insieme nel quale i particolari passano più o meno in seconda linea e badiamo più al movimento, ai passaggi, ai nessi, che a ciò che si muove, passa e sta in connessione.

b12. (nell'opuscolo "Il socialismo...") e sino a quando non conosciamo questi

b13. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] Solo dopo che una certa quantità di dati naturali e storici è stata accumulata, può cominciare il vaglio critico, il raffronto e rispettivamente la divisione in classi, ordini e specie.

b14. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] che non si muove nell'eterna uniformità di un circolo che di continuo si ripete, ma percorre una vera storia. Qui bisogna far menzione, prima di ogni altro, di Darwin che ha assestato alla concezione metafisica della natura il colpo più vigoroso con la sua dimostrazione che tutta quanta la natura organica, quale oggi esiste, piante e animali, e conseguentemente anche l'uomo, è il prodotto di un processo di sviluppo che è durato milioni di anni.

b15. (nel primo abbozzo dell'"Introduzione") Il sistema hegeliano fu l'ultima, la più compiuta forma della filosofia, intesa come scienza particolare, superiore a tutte le altre scienze. Con esso naufragò tutta la filosofia. Ma ciò che rimase fu il modo di pensare dialettico e la concezione del mondo naturale, storico e intellettuale visto come un mondo che si muove e si trasforma all'infinito, in un processo continuo di divenire e di trapassare. Non solo alla filosofia, ma a tutte le scienze ora si poneva l'esigenza di mettere in luce, nel proprio campo particolare, le leggi del movimento di questo continuo processo di trasformazione. E questa era la parte di eredità che la filosofia hegeliana lasciò ai suoi successori.

b16. (nell'opuscolo "Il socialismo...") Che il sistema hegeliano non abbia assolto il compito che esso si era posto, qui non ha importanza.

b17. (nell'opuscolo "Il socialismo...") E per quanto, quindi,

b18. (nell'opuscolo "Il socialismo...") progressi da gigante.

b19. (nell'opuscolo "Il socialismo...") quanto ancora

b20. (nell'opuscolo "Il socialismo...") che rimase sempre

b21. (nell'opuscolo "Il socialismo...") nella misura in cui rimangono

b22. (nel primo abbozzo dell'"Introduzione") [di seguito] In Francia l'insurrezione lionese del 1834 aveva proclamato altresì la lotta del proletariato contro la borghesia. Le teorie socialiste inglesi e francesi acquistarono importanza storica e dovettero suscitare eco e critica anche in Germania, benché là la produzione cominciasse soltanto allora ad aprirsi la strada partendo dalle piccole attività. Il socialismo teorico, quale ora si formava non tanto in Germania quanto fra tedeschi, doveva dunque importare tutto il suo materiale...

b23. (nell'opuscolo "Il socialismo...") che tutta la storia precedente, ad eccezione delle condizioni primitive,

b24. (nell'opuscolo "Il socialismo...") di ogni periodo storico. Hegel aveva liberato la concezione della storia dalla metafisica, l'aveva resa dialettica, ma la sua concezione della storia era essenzialmente idealistica. Ora l'idealismo

b25. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] Conseguentemente il socialismo appariva adesso non più come scoperta accidentale di questa o quella testa geniale, ma come il risultato necessario della lotta tra due classi formatesi storicamente: il proletariato e la borghesia. Il suo compito non era più quello di apportare un sistema quanto più possibile perfetto della società, ma quello di indagare il processo storico economico da cui necessariamente sono sorte queste classi e il loro conflitto, e scoprire nella situazione economica, così creata, il mezzo per la soluzione del conflitto.

b26. (nell'opuscolo "Il socialismo...") [aggiunta] Quanto più violentemente esso inveiva contro lo sfruttamento della classe operaia, inseparabile dal modo di produzione capitalistico, tanto meno era in grado di spiegare chiaramente in che cosa consista e come sorga questo sfruttamento.

 


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