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Le frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991


Capitolo 39. RITORNO AL PUNTO DI PARTENZA

La storia del petrolio è la storia dell'imperialismo occidentale nel Golfo Persico e nel Medio Oriente. Le grandi società petrolifere internazionali ne sono state, e ne sono tuttora, l'anima. Impiantate progressivamente nella regione a seguito delle vicende che abbiamo delineato in queste pagine, le compagnie entrarono in possesso delle ricchezze nazionali dei paesi produttori sulla scia degli interventi militari delle rispettive potenze d'origine: un esempio classico della interdipendenza fra pubblico e privato. Le compagnie trapiantarono nel deserto un'economia capitalista internazionale di rapina impadronendosi, a un costo estremamente basso, di un prodotto rivenduto a prezzi molto più elevati a scala mondiale, e in quantità costantemente e rapidamente crescenti.
Sole padrone, fino al momento in cui i paesi produttori non si ribellarono, del mercato petrolifero, dalla produzione al consumo, le grandi compagnie hanno formato per decenni un gruppo compatto noto come le «Sette sorelle», coalizzate nella difesa intransigente del loro monopolio contro ogni intrusione. Abbiamo già incontrato ciascuna delle «sorelle» nel corso della nostra storia, ma ricordiamo qui ugualmente la composizione del gruppo per comodità del lettore: la Standard Oil of New Jersey, americana, a noi nota come Esso (Exxon negli Stati Uniti); la Shell, anglo-olandese; la British Petroleum, inglese, che nel corso della narrazione abbiamo incontrato prima sotto il nome di Anglo-Persian Oil Company, e poi di Anglo-Iranian Oil Company; la Gulf, americana; la Texaco, americana; la Standard Oil of California, americana; la Mobil, americana. Le sette sorelle avevano cinque filiali comuni: la Irak Petroleum Company (IPC), l'Arabian American Company (ARAMCO), la Kuwait Oil Company (KOC) , la Bahrein Oil Company (BAPCO) e l'Anglo-Iranian Oil Company (AIOC). Fino al 1955 queste cinque filiali realizzarono quasi tutta la produzione petrolifera nel Medio Oriente. I contratti strappati ai paesi arabi davano alle compagnie un vero e proprio diritto di extraterritorialità e consegnavano alloro sfruttamento incontrollato superfici enormi, il più delle volte corrispondenti alla totalità del territorio dello Stato, per periodi lunghissimi (da 60 a 75 anni), e con royalties bassissime (al massimo una percentuale del 12,50 per cento sul prezzo di vendita della tonnellata esportata).
Fino alla seconda guerra mondiale le somme versate dalle compagnie ai governi dei paesi produttori erano più delle mance che dei prezzi d'acquisto. Non fu che lentamente che i paesi produttori giunsero a prendere coscienza della loro condizione di sfruttati.
La svolta venne nel 1949. In quell'anno, l'Anglo-Iranian Oil Company propose allo scià dell'Iran un «accordo supplementare», tentando di assicurarsi il monopolio di tutto il petrolio iraniano, scoperto e da scoprire, per un lungo periodo di tempo. La trattativa giunse in un momento in cui l'Iran era percorso da intense agitazioni popolari antioccidentali, conseguenza dell'occupazione alleata subita nel corso della guerra mondiale, cui l'opinione corrente attribuiva le difficoltà economiche del paese. La polemica sulle pretese dell' Anglo-Iranian si trasformò rapidamente in una accesa battaglia contro la rapina imperialista, battaglia di cui divenne vessillifero Mohamed Hedayat Mossadeq, capo del fronte nazionalista, che, fra lo sgomento dei petrolieri internazionali, avanzò la proposta di nazionalizzare il petrolio.
L'eco della polemica travalicò le frontiere dell'Iran e contagiò tutti i paesi petroliferi del Medio Oriente. Emiri e re cominciavano a comprendere quali ricchezze avrebbero potuto accumulare con il petrolio. Per anticipare una rivolta generalizzata, le compagnie petrolifere furono costrette a modificare le condizioni di sfruttamento dei giacimenti aumentando le percentuali spettanti ai governi locali.
L'offerta di un accordo sulla base del «fifty-fifty» (50%) non bastò però ai nazionalisti iraniani, il cui motto era «il petrolio alla patria». Le pressioni delle masse popolari elettrizzate da questa parola d'ordine, condussero, il 15 marzo 1951, il Parlamento iraniano a votare la nazionalizzazione dell'industria petrolifera, vale a dire a nazionalizzare l'Anglo-Iranian Oil Company. Lo scià non poté fare altro che ratificare la legge e l'onda dell' entusiasmo popolare portò Mossadeq alla guida del governo.Ma, come ci è noto, l'Anglo-Iranian era fin dall'inizio della prima guerra mondiale sotto il controllo diretto del governo britannico. L'iniziativa iraniana costituiva un colpo mortale per il prestigio inglese in Medio Oriente e un «attentato» al predominio britannico nell'ambito petrolifero. La reazione fu quindi violentissima.
Allo scoppio della crisi, l'Anglo-Iranian chiese la solidarietà di tutte le società petrolifere del mondo per il boicottaggio del petrolio iraniano nazionalizzato. E il boicottaggio fu in effetti totale. Quando la petroliera Rosemary, battente bandiera panamense lasciò il porto di Abadan con il primo carico di petrolio "nazionale" iraniano, gli aerei della Royal Air Force costrinsero la nave a entrare nel porto di Aden, base militare britannica nel Golfo, dove fu sequestrata. La direzione dell'Anglo-Iranian arrestò lo sfruttamento dei pozzi, paralizzando di fatto l'economia iraniana. Il governo di Mossadeq minacciò di intervenire con la forza per riaprire i pozzi, ma gli inglesi lo anticiparono, inviando navi da guerra ad Abadan e prendendo possesso del porto con il pretesto di evacuare i residenti britannici. L'Iran denunciò l'atto di aggressione e tentò di investire della questione la Corte Internazionale dell'Aia, che si dichiarò incompetente. Il governo di Teheran ruppe allora, nel novembre del 1952, le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna.
Di fronte a una situazione economica già disastrosa che andava deteriorandosi di giorno in giorno, il governo Mossadeq, nell'impossibilità di giungere a una composizione con l'Occidente, diede segno di voler ricorrere alla protezione dell'Unione Sovietica. Ciò segnò la sua sorte.
Il Dipartimento di Stato americano incaricò Herbert Hoover Junior di elaborare un piano per risolvere la crisi. Gli americani fino a quel momento erano rimasti ai margini dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi dell'Iran. Si presentava ora agli Stati Uniti l'occasione per obbligare gli inglesi ad «aprire la porta persiana». Gli americani avevano i mezzi e gli strumenti per rovesciare Mossadeq, ma volevano parte del petrolio. Un accordo segreto fu raggiunto sulla base della formazione di un consorzio internazionale denominato Iranian Oil Company, più noto come «Consortium», nel quale figuravano l'ex Anglo-Iranian, trasformatasi in British Petroleum, la Shell, due gruppi americani l'uno formato dalle 5 grandi società petrolifere statunitensi e l'altro da 9 compagnie «indipendenti», e infine la Compagnie Française des Pétroles. Le società del «cartello» rifiutarono categoricamente di far posto all'ENI. L'egemonia britannica fu sostanzialmente mantenuta perché la British Petroleum e la Shell ebbero insieme il 54% delle azioni.
Una volta che l'accordo fu definito, la CIA ebbe via libera per abbattere il governo Mossadeq. Si chiamò «operazione Aiax». L'intervento occulto fu affidato per l'esecuzione politica a Kermit Roosevelt, professore di storia di 37 anni, nipote del defunto presidente degli Stati Uniti, Theodore. Circa 6.000 «oppositori» furono reclutati fra il sottoproletariato di Teheran dagli agenti della CIA. Questi ultimi agivano sotto la copertura della missione militare USA presso lo scià. Il 13 agosto 1953, i mercenari della CIA entrarono in azione e il 18 si impadronirono del palazzo del governo, catturando Mossadeq. L'operazione coinvolse una ventina di americani in tutto e costò 20 milioni di dollari: un prezzo veramente basso per le immense riserve petrolifere iraniane. più tardi Kermit Roosevelt diede le dimissioni dalla CIA e divenne vicepresidente della Gulf Oil Corporation.
A Teheran prese il potere un governo dittatoriale diretto dal generale Zahedi, che riallacciò prontamente le relazioni con l'Inghilterra e sottoscrisse un accordo che concedeva al «Consortium» lo sfruttamento dei giacimenti già in esercizio per 25 anni, rinnovabili per altri 15. In omaggio alla politica americana della «porta aperta» fu lasciata al governo di Teheran la libertà di rilasciare nuove concessioni di ricerca (e per questa porta, qualche anno più tardi, entrò finalmente in Iran l'ENI di Enrico Mattei).
L'affare Mossadeq portò all'evidenza che la Gran Bretagna era ormai incapace di controllare da sola il Medio Oriente. Il ruolo assunto dagli Stati Uniti nel destabilizzare Mossadeq, accelerò nello stesso tempo la penetrazione americana nel Golfo e in Medio Oriente e la graduale assunzione di posizioni egemoniche da parte degli Stati Uniti nella regione, e il declino relativo della potenza britannica.
Lo scacco subito da Mossadeq riaffermò brutalmente la supremazia delle grandi potenze e delle grandi compagnie petrolifere. Il mondo ebbe la conferma che i padroni del petrolio si trovavano a Londra e a Washington. Fino al 1971 nessun altro governo arabo si arrischiò a nazionalizzare la produzione petrolifera; farlo avrebbe significato essere destabilizzato.
Ma la nazionalizzazione del petrolio iraniano aveva ormai messo in moto un processo irreversibile che condusse gradualmente al ridimensionamento del potere delle compagnie. Già nel gennaio del 1951 il governo saudita pretese un accordo per dividere in modo diverso i profitti con la sua concessionaria ARAMCO, in luogo di una quota fissa sul petrolio estratto. Il compromesso si generalizzò rapidamente; il Kuwait lo adottò nello stesso 1951, il Bahrein nel 1952, gli emirati della costa di Oman nel 1961, l'Abu Dhabi nel 1965. Il cartello delle Sette sorelle perdette il monopolio della ricerca e nuove compagnie, americane, europee e giapponesi, si affacciarono in Medio Oriente proponendo ai paesi produttori formule più vantaggiose per lo sfruttamento dei giacimenti. I produttori (intendendosi per produttori soprattutto le famiglie dominanti di ciascun paese produttore) vollero essere interessati anche ai benefici tratti dalle diverse fasi industriali di sfruttamento del petrolio che si svolgevano al di fuori del territorio di produzione: trasporto, raffinazione e distribuzione. La compagnia italiana ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), fu storicamente la prima che mise i rapporti con i paesi produttori su un nuovo piano. Nel 1957 fu annunciato un accordo fra l'ENI e la National Iranian Oil Company per lo sfruttamento in comune di nuove concessioni. Venne creata una società mista con un iraniano come presidente del consiglio di amministrazione; in caso di scoperta del petrolio gli iraniani avrebbero ricevuto i175% dei benefici e non più soltanto il 50%. L'accordo assumeva il valore di una sfida perché, come abbiamo detto, nel momento della formazione del «Consortium» dopo il rovesciamento di Mossadeq, le grandi compagnie internazionali avevano categoricamente rifiutato all'ENI la partecipazione allo sfruttamento del petrolio in Iran.
Nel 1960 fu creata l'OPEC (le iniziali stanno per Organization of the Petroleum Exporting Countries, ovvero Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), con il compito istituzionale di coordinare la politica petrolifera dei paesi aderenti sia in materia di quantità prodotte che di prezzi. La nascita dell'OPEC fu percepita come un potenziale pericolo per l'Occidente e per le Compagnie, poiché al suo interno assumevano importanza decisiva paesi che si sottraevano al controllo politico occidentale. In se stessa, l'esistenza di una manifestazione organizzata della volontà dei paesi produttori annunciava il declino del controllo monopolistico occidentale sull'oro nero. Più tardi, la creazione dell'OPAEC, organizzazione dei soli paesi arabi esportatori di petrolio, che poneva gli arabi nella condizione di incidere pesantemente sul mercato mondiale di questa materia prima, aumentò l'allarme nelle sfere dirigenti del sistema capitalista.
Quando sir Alec Douglas Hume, ministro britannico degli affari esteri, annunciò alla Camera dei Comuni, nel marzo del 1971, che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate dal Golfo Persico all'inizio del 1972, dando esecuzione definitiva a una decisione già presa dal governo laburista nel 1968, proclamava non soltanto la fine della supremazia britannica nella regione e del dispositivo di «sicurezza» instaurato da più di 170 anni, ma insieme apriva la strada alla rivolta degli arabi contro il potere delle compagnie petrolifere fino ad allora protette dalle armi britanniche. Tutti gli schemi tradizionali andarono in frantumi.
La strategia delle nazionalizzazioni riprese infatti ben presto. Già nel 1971 l'Algeria prese il controllo del 51 % delle sue due concessionarie francesi, la Compagnie Française des Pétroles e l'ERAP; nel dicembre dello stesso anno la Libia nazionalizzò tutti i pozzi della British Petroleum sul suo territorio; nel giugno del 1972 l'Irak nazionalizzò l'Irak Petroleum Company. Nel maggio del 1973 l'Iran ottenne il controllo dell'Iranian Oil Participants, il «Consortium» delle compagnie operanti sul suo territorio (premessa alla nazionalizzazione completa operata più tardi dall'Imam Khomeini). Anche le petromonarchie più strettamente vincolate agli interessi inglesi e americani, pur senza giungere alla nazionalizzazione, avanzarono maggiori pretese.
Tentando di anticipare il peggio, l'americano George Piercy, vice presidente della Exxon, negoziò con Ahmed Zaki Yamani, all'epoca ministro del petrolio saudita, la trasformazione delle «concessioni» in un accordo di «partecipazione» nel quale i governi di Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi ricevevano il 25 per cento dei profitti. Il Kuwait nel gennaio del 1974 ottenne una ripartizione degli utili al 60 per cento a favore del governo e più tardi, nel dicembre 1975, ebbe il controllo totale, al 100 per cento, della Kuwait Oil Company, il che equivaleva a dire che la famiglia Sabah assumeva nelle proprie mani tutta l'enorme ricchezza petrolifera dell'emirato. Si inaugurava una nuova era nei rapporti fra gli sceicchi e l'Occidente industrializzato, basata sulla integrazione a pieno titolo dei monarchi petroliferi nei grandi affari della finanza e della banca internazionali.
Uno dopo l'altro tutti i paesi del Golfo ebbero il possesso formale dei pozzi e degli impianti, cioè dell'estrazione, con il diritto, più apparente che reale, di partecipare liberamente al giuoco del mercato.
Pompando a più non posso e inflazionando il mercato, le petromonarchie parteciparono a mantenere ai minimi livelli il prezzo del grezzo, favorendo lo sviluppo accelerato della società dei consumi in Occidente, e nello stesso tempo rovesciarono le montagne di petrodollari di profitto nel sistema finanziario internazionale, incentivando la speculazione e moltiplicando ulteriormente le proprie fortune.
Questa formula portò ad alcuni anni di straordinaria euforia economica e, nel Golfo, a uno dei più folgoranti momenti di evoluzione economica che il mondo abbia mai conosciuto, con un proliferare di iniziative, grandi progetti, enormi investimenti e giganteschi sprechi. Ma il sistema di controllo del mercato mondiale concentrato in poche mani, condusse a una eccessiva diminuzione del prezzo del greggio, e il periodo delle vacche grasse prese termine all'incirca a partire dall'inizio degli anni Ottanta. In diversa misura e per diversi motivi i paesi produttori di petrolio entrarono in difficoltà. I paesi a regime socialisteggiante perché danneggiati dal prezzo troppo basso del barile, le petromonarchie perché toccate dalla crisi di esaurimento del mercato capitalistico e dalla crisi del sistema finanziario e bancario internazionale.
La divaricazione di interessi fra i paesi arabi produttori e le nazioni industrializzate occidentali cominciò ad apparire nella sua piena luce. Se il basso prezzo del petrolio si manifestò come la condizione essenziale per la sopravvivenza stessa dell'economia del benessere generalizzato in Occidente, al contrario un aumento del prezzo del barile si presentò come il fattore indispensabile per lo sviluppo economico e sociale dei paesi arabi più popolosi.
Le contraddizioni fra il sistema economico occidentale e le petromonarchie a debole densità demografica furono risolte facilmente mediante una più profonda integrazione degli sceicchi nei grandi meccanismi di riproduzione del capitale finanziario. Ma l'antagonismo con i regimi arabi a base popolare rimase inalterato e durissimo.
Una evoluzione decisiva si era comunque prodotta. Alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, in virtù dei termini dei contratti di concessione, le compagnie avevano ancora il diritto assoluto di trivellare, ricercare, estrarre, costruire oleodotti, detenevano la proprietà di tutto il petrolio prodotto, a partire dal momento in cui usciva dai pozzi, avevano il diritto di portarlo fuori dal paese senza pagare imposta, tassa o diritto di dogana. I governi locali non avevano alcun controllo sulle quantità estratte o esportate. Nei territori sotto concessione le compagnie si attribuivano un'autorità quasi coloniale. Il prezzo di vendita finale era questione che riguardava solo le compagnie e non aveva alcuna incidenza sul reddito dei governi. All'epoca, un barile di petrolio portava ai paesi produttori da 8 a 20 centesimi di dollaro. Il costo reale di estrazione per le compagnie era di circa 10 centesimi di dollaro.
Con le nazionalizzazioni, gli espropri e le partecipazioni di maggioranza, la situazione era cambiata.
Certo le compagnie non erano ridotte alla mendicità. Restava.loro il mercato mondiale di miliardi di consumatori, la speculazione sui prezzi, l'alleanza con gli emiri, l'integrazione dei capitali petroliferi, la diplomazia segreta per contenere le spinte dei paesi arabi più intransigenti nella difesa degli interessi nazionali. Ma a conti fatti, la pur ampia armatura di mezzi di intervento e di pressione rimasti nelle mani delle potenze occidentali e delle loro Compagnie, se poteva ancora garantire grandi profitti, non poteva più fornire una garanzia di continuità del controllo totale del petrolio dalla produzione al consumo. Finché il problema era limitato a garantire i guadagni di principi ed emiri e di qualche centinaio di famiglie con loro imparentate per ottenerne l'acquiescenza, questi mezzi potevano bastare. Ma non avevano più alcuna efficacia quando gli interlocutori divenivano governi autenticamente rappresentativi di interessi nazionali.
Il problema petrolifero cambiava perciò natura. Fino a quando le compagnie petrolifere avevano avuto la proprietà dei pozzi e degli impianti, garantita dal presidio militare britannico, l'Occidente aveva potuto basare i propri calcoli e i propri programmi di espansione su una disponibilità illimitata di energia a costo praticamente nullo, o bassissimo. Ora l'aleatorietà del controllo rendeva incerto l'avvenire. La perdita del controllo diretto delle fonti petrolifere doveva fatalmente trasformarsi in un problema strategico che riportava in primo piano l'intervento militare delle grandi potenze che dirigono il giuoco nel campo imperialista. Dopo una breve parentesi di meno di vent'anni la questione tornava al punto di partenza.

 


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