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Le frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991


Capitolo 40. PIANI DI RICONQUISTA

Nelle sfere più elevate del sistema economico tornò a farsi strada l'idea che soltanto il controllo fisico dei giacimenti petroliferi, esercitato con la forza militare, avrebbe potuto garantire la sua sopravvivenza.
Negli stati maggiori si riprese a lavorare attorno a piani di conquista, o per meglio dire, di riconquista. I fautori di un intervento militare e dell'occupazione dei campi petroliferi arabi si manifestarono numerosi, un po' in tutti gli ambienti: nel mondo universitario, fra gli analisti dei problemi di difesa, fra i membri del mondo politico e del governo americano.
Già a metà degli anni '70 il professore Robert W. Tucker della John Hopkins University, in un famoso lavoro intitolato "Petrolio: il problema dell'intervento americano" (Oil: The Issue oJ American Intervention), comparso nel numero del gennaio 1975 della rivista Commentary, aveva proposto l'occupazione da parte degli Stati Uniti di un'area del Golfo Persico «dal Kuwait giù fino alle regioni costiere dell' Arabia Saudita e del Qatar», area contenente, nelle valutazioni di allora, il 50 per cento delle riserve provate di petrolio dell'OPEC. A causa del suo territorio desertico e della scarsa densità della sua popolazione, si valutava che fosse necessaria una forza irrisoria per mantenerne l'occupazione. Con Tucker, membro di rilievo del famigerato CSIS (Center for Strategic and Iternational Studies) di Washington, ispiratore della politica dell'estrema destra americana, si schierò tutto il gruppo degli esperti strateghi di quell'istituto, fra cui quell'Edward Luttwak, metà inglese e metà israeliano, che spesso compare sui nostri teleschermi, e che fin dal 1980 si dichiarava favorevole alla conquista militare del petrolio arabico.
All'articolo di Tucker fece seguito tutta una serie di analisi simili. "Miles Ignotus" (pseudonimo di un'analista militare di Washington, strettamente legato alle alte sfere politiche americane) si pronunciò esplicitamente a favore dell'occupazione da parte degli Stati Uniti dei campi petroliferi del Golfo Persico. "Ignotus", in un non meno famoso articolo intitolato "Impadronirsi del petrolio arabo" (apparso sul numero del marzo 1975 della rivista Harper's), sostenne che la sola risposta credibile al controllo da parte dell'OPEC delle risorse petrolifere, era l'impiego della potenza militare degli Stati Uniti. "Ignotus" valutava, nel 1975, che sarebbero state necessarie 1'82a divisione aerotrasportata, due divisioni dei Marines, e un'altra divisione dell'esercito per impadronirsi dei campi petroliferi arabi. Le unità terrestri avrebbero avuto bisogno di essere sostenute da quattro portaerei, dieci sommergibili nucleari, e venti fregate e cacciatorpediniere.Un'altro esperto americano, James H. Noyes, inserì un elemento di "moralità" nelle proprie argomentazioni per giustificare l'intervento USA nel Golfo, affermando che la conquista del petrolio arabo sarebbe stata «moralmente giustificata» in quanto le rendite petrolifere degli sceicchi servivano «solo per finanziare i jets privati degli sceicchi e i cacciabombardieri dei dittatori». Gli Stati Uniti stavano già cercando una auto-legittimazione per l'intervento nel Golfo Persico.
Ma i problemi logistici inerenti alla conquista dei campi petroliferi del Golfo presentavano un ostacolo insormontabile. Gli analisti riconoscevano che nessuna accumulazione di forza militare poteva cambiare la realtà fisica delle installazioni petrolifere della regione. La vasta estensione dell'area nella quale erano localizzati i campi e le installazioni petrolifere avrebbe creato un incubo strategico per qualunque forza di invasione. L'area identificata per il primo intervento americano comprendeva circa 700 pozzi petroliferi sparsi in una superficie della misura dell'Europa Occidentale. In più, non solo i pozzi petroliferi, ma anche gli oleodotti colleganti i pozzi, le stazioni di pompaggio, le raffinerie, le installazioni per il carico, e tutto il resto erano (e sono tuttora) vulnerabili al sabotaggio e avrebbero potuto essere fatti saltare con grande facilità. Esisteva un altro impedimento decisivo all'occupazione militare da parte degli Stati Uniti dei campi petroliferi del Golfo Persico. Se anche gli USA fossero riusciti con facilità a conquistare le installazioni petrolifere e a neutralizzare l'opposizione delle forze nazionaliste locali e regionali, i costi del presidio della regione, nel lungo termine, sarebbero stati proibitivi per gli Stati Uniti. Un analista scriveva allora: «Per proteggere circa 700 pozzi petroliferi e 11.000 chilometri di oleodotti dal pericolo di sabotaggio sarebbe necessaria una forza di occupazione permanente costituita da numerose divisioni -forse 200.000 soldati a anche più- che dovrebbe essere rifornita a partire da basi lontane migliaia di chilometri. Petroliere dirette a porti lontani dovrebbero essere scortate attraverso possibili campi minati nello stretto di Hormuz e nel Mare Arabico, e avrebbero bisogno di una continua protezione».
L'evidente difficoltà di un intervento militare unilaterale americano nella regione del Golfo Persico non scoraggiò il presidente Jimmy Carter, che ordinò uno studio sulle capacità USA di intervento nel Medio Oriente. Lo studio fu commissionato ai generali del Pentagono dall'allora ministro della Difesa, Harold Brown, e produsse, tra le altre cose, il "Presidential Review Memorandum" N. 10, dell'agosto 1977.
Brown rivelò alcuni importanti particolari del memorandum numero dieci in un discorso tenuto presso l'Associazione Industriale per la Sicurezza Nazionale il 15 settembre 1977. Nella sostanza questo confermava l'esigenza assoluta degli Stati Uniti di prepararsi a compiere operazioni militari a difesa del petrolio in Medio Oriente. Per conseguenza i comandi militari cominciarono a elaborare la creazione di una forza di rapido impiego adatta allo scopo.
L'esercito USA fu il primo a far conoscere che si era passati alla realizzazione pratica della forza terrestre per interventi rapidi a distanza. Nella conferenza stampa del 22 giugno 1979 il capo di stato maggiore dell'esercito, generale Bernard Rogers, annunciò l'imminente creazione di un «Unilateral Corps» (ULC) destinato ad operare come forza d'attacco in conflitti nel Terzo Mondo, adatto ad agire «in zone mancanti delle forme fondamentali di infrastruttura logistica», vale a dire nei deserti.
Il nerbo dell'ULC sarebbe stato il 180 Corpo Aerotrasportato, integrato dalla 101A e dalla 82a divisione aerotrasportata, e da altre unità fornite da altre divisioni, se necessario. L'ULC doveva comprendere in tutto più o meno 110.000 uomini e doveva essere una forza destinata ad "andare dappertutto". Il generale Edward Meyer, successore del generale Rogers, stabilì in seguito che la nuova forza avrebbe dovuto condurre esercitazioni «altamente visibili» per far capire al mondo che gli Stati Uniti erano in possesso della «capacità di proiettare la loro potenza». Una forza di intimidazione, quindi. Un ulteriore impulso alla preparazione della forza d'attacco da impiegare nella conquista della regione arabica giunse nell'agosto del 1979 con il nuovo programma definito del «Preposizionamento Marittimo», che prevedeva navi utilizzabili come basi galleggianti per il rifornimento di Brigate marittime anfibie forti di 16.500 uomini.
Ma nel 1979 un fattore imprevisto si inserì nei calcoli del Pentagono e della Casa Bianca. Il 20 novembre di quell'anno, «Al Haram Al Sharif», la Grande Moschea della Mecca, il luogo più santo dell'Islam, che accoglie la sacra Kaaba, fu investita da centinaia di uomini armati. Lo stesso giorno, altri armati occuparono la tomba del profeta a Medina. Si trattava di un'operazione con cui gli sciiti, arabo-sauditi, kuwaitiani e di altre nazionalità, probabilmente ispirati dall'Iran, miravano a dimostrare che la famiglia Saud, regnante in Arabia, non era in grado di proteggere i luoghi santi musulmani. Il re saudita dovette ricorrere a forze esterne per schiacciare la rivolta, con centinaia di morti. La CIA avvertì il presidente Carter che «la sopravvivenza del regime saudita non poteva essere garantita al di là di due anni». I sauditi si risentirono di questa valutazione e il responsabile della CIA a Riyadh fu espulso. Ma Carter e il Pentagono tennero in buon conto l'osservazione della CIA e accelerarono i preparativi relativi al Medio Oriente.
Alla fine del 1979 il Pentagono era pronto per cercare attracchi, strutture e basi avanzate per la forza di rapido intervento. Furono per conseguenza firmati accordi relativi a basi con gli Stati bagnati dall'Oceano Indiano e dal Mare Arabico: Kenya, Somalia, Gibuti e Oman.
Infine, il 18 febbraio 1980, il segretario alla Difesa Brown, emise l'ordine ufficiale per la costituzione della «Rapid Deployment Joint Task Force», che avrebbe operato alle dipendenze del «Readiness Command» della base dell'aeronautica di MacDill. In caso di impiego effettivo in una operazione militare, sarebbe stata posta sotto il comando della «National Command Authority» e perciò sarebbe stata direttamente controllata dallo Stato Maggiore Congiunto.
Quando il presidente Reagan entrò in carica, la macchina per l'intervento militare era già pronta. L'amministrazione Reagan riaffermò subito il principio dell'imperativo strategico dell'«accesso senza ostacoli da parte dell'Occidente al petrolio del Golfo Persico» come base della politica militare americana degli anni '80.
Durante i due mandati presidenziali di Reagan i preparativi segreti per l'intervento nel Golfo raggiunsero la fase operativa. Nell'agosto del 1986 venne inaugurata dagli USA, senza fanfare, la base di Ras Mussandam, a sud dello stretto di Hormuz, nel sultanato di Oman, la più grande e moderna del Medio Oriente, capace di ospitare in modo permanente 250 aerei da combattimento, con le unità tecniche di supporto, e una flotta di 40 navi da guerra. Sia questa base, che le altre due ad essa collegate, quella di Khassab e quella di Dibba, furono dichiarate «zone proibite» anche ai cittadini dell'Oman e protette da ogni genere di osservazione, aerea, marittima e terrestre. Cifre enormi furono spese per ampliare e modernizzare la base arretrata di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, punto di partenza per i bombardieri strategici. Inoltre l'amministrazione Reagan decise di costruire un «consenso strategico» contro le minacce esterne sulla regione, rafforzando la Rapid Deployment Force e appoggiandosi contemporaneamente ad «autorità regionali» filo occidentali, quali Israele, Egitto e Arabia Saudita.
In Arabia Saudita fu portata a termine un'operazione delicata di rafforzamento del regime monarchico, i cui servizi di sicurezza furono rafforzati e sviluppati con l'intervento di numerosi «consiglieri» della CIA e di esperti della Repubblica Federale Tedesca. Molte migliaia di militari americani, inglesi, francesi e pachistani furono impiegati invece per ristrutturare l'esercito e l'aviazione sauditi. Istruttori americani crearono ex novo 4 brigate della «guardia nazionale» saudita specificamente addestrate per la difesa dei campi petroliferi. La CIA organizzò la drastica riduzione della proporzione di sciiti fra i lavoratori impiegati in Arabia Saudita, riducendoli a non più del 25% del totale nell'ambito dell'ARAMCO.
I militari, sia quelli dell'esercito regolare sia quelli della guardia nazionale, il cui reclutamento è tribale, furono colmati di vantaggi materiali, trasformandoli in una casta privilegiata. Gli stipendi furono d'un colpo solo raddoppiati. Nello stesso tempo furono adottate varie misure precauzionali, segno evidente di qualche dubbio sorto fra i dirigenti della CIA. Le forze regolari furono disperse in piccole unità lungo le frontiere, e le forze corazzate vennero mantenute lontane dalle città, mentre le munizioni furono distribuite con molta parsimonia.
A metà degli anni '80 era già pronta la struttura portante della rete di basi destinate ad accogliere il futuro presidio militare statunitense del petrolio arabo. Era concepita come un circuito di vere e proprie «città militari»: la maggiore delle quali, la King Khaled Military City, con una superficie di oltre 400 chilometri quadrati, situata 350 chilometri a nord di Riyadh non distante dai confini dell'Irak e del Kuwait, completamente autosufficiente e destinata ad ospitare 75.000 uomini. Altre città militari furono costruite a Khamis Mishayet (King Feysal Military City) e a Tabuk (King Abdul Aziz Military City), e a difesa dei campi petroliferi di Qasim e Hofuf. Sintomatico il fatto che per costruire queste basi sia stato impiegato in gran parte personale non saudita e i lavori siano stati appaltati a ditte di fiducia dei dipartimenti militari americani.
Tutto era dunque pronto per la guerra almeno quattro anni prima che venisse l'occasione per farla.
Non ci dilungheremo nella descrizione particolareggiata della progressiva preparazione del dispositivo di intervento nel Golfo attuata negli ultimi anni. Ciò che ci interessava mettere in evidenza agli occhi di chi ci ha seguito fin qui, è che la cosiddetta «guerra del Kuwait» è stata l'applicazione di un piano preordinato nei dettagli preparato nel corso di 15 anni secondo una filosofia di intervento, e non la risposta d'emergenza a un'offesa subita dal «diritto internazionale».

* * *

Il lettore troverà che esiste una perfetta continuità fra la storia che ha formato l'oggetto della nostra ricerca e gli avvenimenti correnti. Nel riverbero delle luci della storia, fatta di un numero inverosimile di interventi militari in Medio Oriente nel corso di un secolo, è impossibile credere nell'operazione militare di "sgombero" del Kuwait come a un intervento compiuto in difesa della "legalità internazionale", né tantomeno a una guerra combattuta in esecuzione di un "mandato" delle Nazioni Unite la cui legittimità del resto viene contestata dai giuristi e perfino dai magistrati militari. Si è trattato della prosecuzione di una vecchia, vecchissima politica, con nuovi strumenti.
In realtà non c'è stata una vera guerra. C'è stata la più grande, la più distruttiva, la più mostruosa operazione di polizia coloniale della storia dell'umanità, in linea perfetta con la repressione della rivolta del Bengala, o con il massacro dei Sioux da parte del settimo cavalleria a Wounded Knee, di cui cadeva il centenario giusto nel 1991 quando è cominciata la grande irrorazione di bombe sull'Irak e sul Kuwait. L'analisi del significato e delle conseguenze di questa constatazione porterebbe molto lontano. Occorrerebbero altre centinaia di pagine. Perciò il nostro libro finisce qui. Ma qui deve cominciare la riflessione.

 


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