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Le frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991


Capitolo 37. ALLAH PROPONE MA L'INGHILTERRA DISPONE

Un colpo di Stato condotto da una parte delle forze armate, con l'appoggio del Partito Socialista della Rinascita Araba Baas (Baas, in lingua araba, significa per l'appunto rinascita) rovesciò 1'8 febbraio 1963 il regime filocomunista del generale Kassem.
È bene aprire qui una parentesi. Suggeriamo al lettore che voglia uscire dal buio, di fare uno sforzo per penetrare la complessità degli elementi che sono intervenuti per formare gli uomini, le forze, le idee che si scontrano attualmente in Medio Oriente.
È divenuto banale dire che per capire il mondo arabo e i suoi movimenti occorre assommare le influenze della politica di dominio delle potenze europee e degli Stati Uniti, la corruzione delle élites locali, le ambizioni delle caste militari, i sentimenti antioccidentali delle masse, la forza dell'Islam e le debolezze della sua frantumazione, l'impeto crescente del nazionalismo arabo e dell'idea di nazione araba, l'avversione universale per Israele, l'ossessione del problema palestinese, il miraggio del petrolio, l'avidità e l'arretratezza delle monarchie e la rivalità dei gruppi di potere locali e nazionali. È ovvio che la situazione attuale risulta dall'interconnessione di tutte queste componenti. Ma ciascuna, nel proprio processo di formazione, ha avuto una sua dinamica peculiare, una sua storia e ha subìto l'influsso combinato delle altre componenti, in modo e misura diversi in ciascuno dei 22 paesi che compongono il quadro. Ogni paese arabo è uguale all'altro, nel fondo, ma ognuno, ad esempio, ha subìto le dominazioni europee in gradi e forme diverse, che hanno lasciato in ciascuno un'impronta differente. Le élites intellettuali di ogni paese arabo sono partite più o meno da un identico livello di isolamento, cent'anni fa, e sono state trascinate in una spinta modernista dal contatto forzato con le democrazie industriali dominanti, ma ciascuna ha trasformato in modo originale gli influssi assimilati, dando luogo a dottrine e partiti politici caratterizzati da grandi diversità. Ciononostante esistono nello stesso tempo grandi comuni denominatori che tendenzialmente fanno di questi 22 paesi una nazione unica, come l'unicità della lingua e della religione.
Lo spettro di questa nazione unica è ciò che sta sullo sfondo della questione d'Oriente dai primi anni del secolo ad oggi. L'Occidente ha orrore dell'idea stessa di «nazione araba», orrore e timore, e dietro a ogni risvolto più o meno misterioso della politica globale occidentale in Medio Oriente si trova sempre l'idea sovrana di soffocare tutto ciò che potenzialmente conduce all'unità della nazione araba. Una politica che ha condotto sistematicamente l'Occidente all'uso della forza, ma che non ha mai sortito l'effetto desiderato e semmai ha prodotto l'effetto contrario, perché il panarabismo, che era politicamente una forza insignificante e pacifica nel 1905, è divenuto nel 1991 una forza enorme e minacciosa, dopo 85 anni di errori.
Vano sarebbe cercare di comprendere la natura reale del conflitto che ha insanguinato il Medio Oriente nel 1990-1991 senza analizzare la componente fondamentale che ha governato la società irachena nel corso degli ultimi 22 anni: il suo socialnazionalismo popolare panarabo. Un' analisi nella quale occorre disfarsi di ogni preconcetto ideologico e di ogni pregiudizio, prendendo unicamente atto dei fatti, se si desidera giungere a una percezione realistica della situazione.
La storia dei primi anni del partito Baas si confonde con quella del suo principale teorico, Michel Aflak, un cristiano greco-ortodosso uscito dalla borghesia di Damasco e formatosi alla Sorbona di Parigi. Figlio di militanti nazionalisti, nel corso della sua permanenza in Francia fra il 1928 e il 1932, fondò la prima «Unione degli studenti arabi», che raggruppava giovani di tutti i paesi arabi presenti nella capitale francese, fortemente influenzati dal marxismo.
Tornato a Damasco per insegnare storia, Aflak fin dall'inizio ostentò interessi nazionalisti e sociali. In una prima fase gli interessi sociali furono prevalenti, e Aflak collaborò alla rivista di tendenza comunista Al Talia (L'avanguardia), ma nel 1936 si sentì tradito come nazionalista siriano dal governo francese di Fronte popolare. In questo, la rivolta di Aflak fu comune a quella di molti altri intellettuali siriani e iracheni. È un dato di fatto che l'appoggio dato dai socialisti francesi alla dura repressione del nazionalismo siriano fu il punto di partenza dell'allontanamento progressivo dei movimenti popolari arabi da quelli europei, accusati sempre più esplicitamente di essere «asserviti all'imperialismo». Più tardi questa contraddizione sarà confermata dalla guerra di Algeria e la frattura si approfondirà.
Se la delusione per la condotta dei marxisti europei nei confronti delle aspirazioni di libertà dei popoli arabi lo allontanò dalla sinistra europea, fu invece la questione palestinese che fece di Michel Aflak l'ideologo di un partito violentemente antioccidentale. La grande rivolta palestinese contro l'invasione sionista del 1936-1939 fu il momento di maturazione di questa svolta. Unendosi con il musulmano Salah Eddine Bitar qualche anno più tardi, nel 1943, Michel Aflak radunò una decina di intellettuali siriani, libanesi, giordani e iracheni, animati dalla volontà di «rigenerare» il mondo arabo, formando il nucleo originario di quello che tre anni più tardi diventò, a Damasco, il partito Baas. Dal 1943 Aflak e i suoi amici si impegnarono a fondo nella lotta contro la presenza francese in Siria e poi, nel momento del raggiungimento dell'indipendenza, lanciarono il programma per l'unificazione di Siria, Irak, Palestina, Libano e Giordania in un'unica grande nazione.
Il primo congresso del Baas nell'aprile del 1947 definì gli statuti e il programma del partito della «resurrezione araba» che ha «il diritto naturale di vivere in un solo Stato». Sul piano economico e sociale il Baas si definì un partito «socialista», proclamando la proprietà pubblica delle ricchezze naturali, della grande industria, dei servizi pubblici e dei mezzi di trasporto. La proprietà privata della terra fu ammessa entro i limiti nei quali «ciascuno può sfruttare la terra senza sottoporre altri allo sfruttamento», la sanità e l'insegnamento gratuiti furono indicati come «un dovere dello Stato» e la proprietà e l'eredità garantiti e protetti «nei limiti dell'interesse nazionale».
Sul piano internazionale, il programma del Baas assegnava agli arabi uniti il compito di «lottare con tutte le loro forze per distruggere alle fondamenta il colonialismo e l'occupazione straniera e per sopprimerne ogni influenza, sia politica che economica, nei paesi arabi». Per conseguenza i membri del Baas si proclamarono antibritannici perché la Gran Bretagna occupava l'Egitto, l'Irak, la Palestina, la Giordania e la Libia; antifrancesi perché la Francia occupava Tunisia, Algeria e Marocco; antispagnoli perché la Spagna era in Marocco; antiturchi, a causa dell'annessione di Alessandretta e antiamericani a causa delle interferenze delle grandi compagnie petrolifere statunitensi in Medio Oriente.
Ma mentre si proclamavano antioccidentali, i baasisti si definivano anche antisovietici. Per Michel Aflak il comunismo «trattava il male col male» e non era adatto agli arabi. Nel corso del congresso Salah Eddine Bitar propose di fare pressione sui paesi colonialisti e imperialisti, cessando di rifornirli di petrolio. Aveva inventato così «l'arma del petrolio» che trent'anni dopo, nel 1973, giunse effettivamente a scuotere l'Occidente. Il Baas è uno dei pochi partiti del mondo arabo ad avere una struttura partitica moderna: ha una sua ideologia ben definita, un preciso programma politico, una organizzazione effettiva a livello centrale e periferico, e un rapporto diretto con le masse. L'estrazione dei suoi quadri dirigenti è stata, per necessità di cose, all'origine prevalentemente piccolo-borghese, con una forte influenza dell'elemento militare. In seguito, con il rapido progresso dell'istruzione di massa, la base dei quadri direttivi è andata allargandosi. La caratteristica più importante del Baas resta comunque la sua concezione rigidamente panaraba: il mondo arabo, nel suo insieme, costituisce per il Baas una nazione unica e indivisibile, anche se attualmente articolata in diverse realtà statali per ragioni di carattere storico e soprattutto per le divisioni imposte dal colonialismo; pertanto la struttura organizzativa del partito comporta l'esistenza di un unico «comando (o direzione) nazionale», su scala interaraba, e di tanti «comandi (o direzioni) regionali» quanti sono gli Stati arabi; ed è in questa logica che vengono usati, nella terminologia del Baas, gli aggettivi «nazionale» e «regionale». Il Baas -si può leggere in uno dei suoi documenti congressuali- «ha collegato strettamente, per la prima volta nella storia araba moderna, la lotta nazionale per l'unità con la lotta di classe per il socialismo. Il socialismo è così diventato un fattore essenziale del cammino verso la liberazione e l'unificazione della nazione araba».
In Irak, la comparsa del Baas coincise con la sconfitta araba nella prima guerra arabo-israeliana nel 1948. La nascita dello Stato di Israele risvegliò i giovani nazionalisti iracheni e impose la necessità di una rivoluzione interna, tanto in Irak come nel resto del mondo arabo. Si possiedono informazioni molto scarse sui primi passi del Baas in Irak e si sa soltanto che cominciò a radicarsi nella società irachena per l'attivismo dei primi rifugiati palestinesi e di studenti iracheni che avevano frequentato l'Università di Damasco in Siria. Questi fondarono una sezione irachena del Baas i17 aprile 1949. I primi interventi del partito sulla scena pubblica si ebbero nel febbraio e nel novembre del 1952, con l'organizzazione di manifestazioni di strada a Baghdad contro il rinnovo delle concessioni petrolifere all'Irak Petroleum Company. Il programma repubblicano e nazionalista fece subito del Baas il nemico più pericoloso per il regime monarchico iracheno appoggiato dagli inglesi. Durante i ministeri diretti da Nuri Said, la repressione giunse a livelli di estrema violenza. Tutti i partiti anti inglesi furono dichiarati illegali. A più riprese i detenuti politici furono massacrati nelle prigioni, come a Baghdad alla fine del 1952 e a Kut, all'inizio del 1953.
Per reazione, l'abbattimento del regime monarchico e di Nuri Said divenne l'obiettivo prioritario per le forze di opposizione e con questo obiettivo si costituì un fronte nazionale fra tutti i partiti (il partito nazional-democratico, il partito comunista, il Baas e l'Istiqlal).
La rivoluzione del 14 luglio 1958, guidata dai colonnelli Kassem e Aref, rovesciò infine la monarchia instaurando un regime militare repubblicano. Ma il fronte che si era formato per abbattere il regime monarchico era composto da forze troppo diverse tra loro. Kassem, attivamente sostenuto dai comunisti, non riuscì a mantenere la compattezza dello schieramento, che rapidamente si sfaldò, obbligandolo a governare con una altalena di compromessi e di manifestazioni di autoritarismo. Per quante affinità potessero esservi, in molti campi, fra comunisti e baasisti, più forte fu la rivalità. Ben presto si giunse a una rottura fra Kassem, il Baas e la componente del nazionalismo militare più moderata capeggiata da Aref. Kassem allontanò Aref dal comando dell'esercito nel settembre del 1958, e fece arrestare e condannare i capi del Baas, Fuad Rikabi e Rashid Ali Gaylani.
La risposta del Baas fu un attentato contro Kassem. Il 7 ottobre 1959, in pieno centro di Baghdad, un commando apri il fuoco contro di lui, ma riuscì solo a ferirlo. Fra gli attentatori c'era un giovane studente, Saddam Hussein, che iniziava così la sua ascesa politica. Hussein riuscì a sottrarsi alla cattura rifugiandosi in Siria.
Lo sviluppo parallelo e separato dei partiti Baas gemelli di Siria e Irak richiede di essere succintamente ripercorso, giacché ha avuto e continua ad avere un influsso determinante sulla situazione politica della regione. Sul piano generale, in quanto partito panarabo, il Baas svolse inizialmente un ruolo assai attivo nella fusione tra Egitto e Siria, che condusse, il 10 febbraio 1958, alla nascita della Repubblica Araba Unita (RAU). Le speranze del Baas furono però ben presto deluse: lo scioglimento di tutti i partiti, voluto da Nasser, e il rapido processo di "egizianizzazione" della RAU lo spinsero all'opposizione e lo portarono a favorire il colpo di Stato secessionista del 28 settembre 1961, che pose fine all'unità fra Egitto e Siria. Nasser era prima di tutto un nazionalista egiziano e vedeva la supremazia dell'Egitto al centro del processo di unità araba; un punto di vista inaccettabile sia per il nazionalismo siriano, sia per il panarabismo ideologico del Baas.
Procedendo parallelamente, i due partiti Baas si affermarono pressoché contemporaneamente in Siria e in Irak all'inizio del 1963.
L'8 febbraio (come abbiamo già detto all'inizio di questo capitolo) il Baas prese il potere a Baghdad, con un colpo di Stato militare; esattamente un mese dopo, 1'8 marzo, un analogo colpo di Stato portò il Baas al potere a Damasco. Il duplice avvento aprì grandi speranze nei due paesi. Si mise subito in moto un processo unitario siro-iracheno e si vararono programmi riformatori. Ma fu una fiammata di breve durata.
Il 18 novembre dello stesso anno i seguaci di Nasser, con un ennesimo colpo di Stato, rovesciarono a Baghdad il regime baasista. Il Baas siriano restò così il solo partito Baas al potere, notevolmente isolato. Il regime di Damasco avviò un processo di trasformazioni radicali (riforma agraria, nazionalizzazioni) e una politica di collaborazione con i paesi dell'Est; ma questa scelta determinò anche aspre lotte di corrente all'interno. Il 23 febbraio 1966 la corrente di sinistra, diretta da Salah Jedid e Nureddin Atassi, estromise con un colpo di Stato militare incruento la leadership dei capi storici Aflak e Bitar, i quali dovettero lasciare il paese. L'avvento della sinistra segnò una svolta radicale. Nel vocabolario del Baas siriano entrarono termini marxisti, quali «lotta di classe» e «socialismo scientifico», e si accentuò il carattere laico del partito e del regime.
Il 17 luglio 1968 il Baas iracheno prese definitivamente il potere a Baghdad, sempre con un colpo di Stato. Ne parleremo più diffusamente nelle prossime pagine, perché si tratta dell'avvenimento decisivo destinato a costituire la matrice di tutti i drammi successivi. Ma analizzando l'evoluzione dei rapporti fra i due partiti gemelli siriano e iracheno, conviene dire subito che fu a questo punto che si produsse la rottura finale. Il gruppo dirigente di Baghdad era profondamente avverso al dogmatismo marxista che aveva prevalso in Siria con Salah Jedid e Atassi. Gli iracheni si richiamavano piuttosto al filone originale del baasismo.
Michel Aflak, che era stato espulso dalla Siria, fu accolto «come un padre» a Baghdad. Qui fu fondata una nuova direzione «nazionale» che si proclamò quella «unica» e «vera» per tutto il mondo arabo.
Da questo momento si sono avute due direzioni «nazionali», l'una in Siria e l'altra in Irak, ciascuna rivendicante a sé il ruolo di guida autentica del Baas; e il contrasto non sarà solo verbale e ideologico, ma si tradurrà in atti di terrorismo, attentati, persecuzioni.
Nel novembre 1970 si verificò a Damasco quello che nella terminologia ufficiale baasista fu definito il «movimento di rettifica»: il ministro della Difesa, generale Hafez el Assad, estromessa dal potere la sinistra «neomarxista», accusata di avere spinto il regime su posizioni estremistiche e di isolamento nei confronti degli altri settori del movimento progressista arabo più legati alle tradizioni nazionali e islamiche, assunse il potere. Assad introdusse una linea di maggiore moderazione, senza per altro mutare sostanzialmente la natura e i programmi del regime. E i contrasti con Baghdad rimasero inalterati.
Il 7 aprile 1972 il Baas festeggiò il suo 250 anniversario con due solenni manifestazioni contrapposte, a Damasco e a Baghdad. Benché afflitto da gravi lacerazioni, il Baas era giunto in quel momento al massimo della sua espansione: al potere in Siria e in Irak, presente con un suo ministro nel governo dello Yemen del Sud, attivo in Libano (con un gruppo filosiriano, uno filoiracheno e un terzo che si richiamava alla corrente di Salah Jedid), presente nel movimento palestinese con le organizzazioni di Al Saika (pro-siriana, la seconda per importanza dopo Al Fatah) e del Fronte arabo di liberazione (pro-iracheno). Nello stesso anno si accentuò, sia a Damasco sia a Baghdad, la politica di collaborazione con i partiti comunisti e con gli altri gruppi progressisti.
Si può dunque dire che le due ali, siriana e irachena, del partito Baas hanno avuto una evoluzione parallela e quasi identica, restando però divise da una accanita rivalità e da lotte anche sanguinose. Il pomo della discordia era, e rimase, principalmente costituito dal dilemma su chi dovesse dirigere il movimento panarabo.
Torniamo ora ad occuparci più specificamente dell'Irak e torniamo indietro nel tempo, scusandoci con il lettore per la ripetizione. Come si diceva all'inizio, un colpo di Stato diretto dal Baas rovesciò il regime filo comunista del generale Kassem 1'8 marzo del 1963.
Fu uno sciopero degli studenti liceali guidati dal Baas che, raggiungendo progressivamente l'università e tutto l'Irak, creò il clima di agitazione in cui maturò la deposizione (e l'uccisione) di Kassem, e l'arrivo alla presidenza del generale Abdel Salem Aref. I baasisti costituirono l'anima del movimento, ma non furono in grado di mantenere il controllo della situazione. Il Baas fu indebolito da una nuova lotta interna fra un'ala sinistra favorevole a una socializzazione immediata dell'economia e alla collettivizzazione delle terre (e ostile alla riconciliazione con Nasser), e un'ala moderata filonasseriana.
La situazione caotica favorì il sopravvento di una tendenza autoritaria fra i militari. Il generale Aref si impose come uomo forte assumendo via via atteggiamenti sempre più dittatoriali. La fazione militare di cui Aref era l'esponente nutriva un'avversione violenta per i sottili contrasti dottrinari e per le lotte interne della sinistra nelle quali vedeva, o diceva di vedere, la proiezione di influssi esterni. Aref scatenò una vera e propria caccia ai comunisti, e intraprese nuove operazioni militari contro la minoranza kurda, per soddisfare le richieste dell'estremismo militare di destra.
Il Baas subì a sua volta la repressione dopo essere stato allontanato dal governo. La maggior parte dei dirigenti del partito fu costretta all'esilio, come Saaddum Hamadi, il teorico della riforma agraria, e Tarek Aziz, il caporedattore diAl Jamair (Le masse), mentre altri entrarono in clandestinità, come Saddam Hussein, che fu arrestato a più riprese dalla polizia di Aref, ma restò in Irak assumendo la responsabilità della «riorganizzazione» del partito. Il generale Hassan Bakr, il militare baasista di maggior prestigio, destinato ad assumere un ruolo di primo piano in seguito, fu allontanato dal servizio attivo e spedito all'estero con un incarico di ambasciatore. I cinque anni fra il 1963 e il 1968 furono quelli di una silenziosa ma profonda trasformazione del Baas, dottrinaria e strutturale. Cambiò la natura organizzativa del partito, che divenne uno strumento più idoneo a condurre una strategia offensiva. Dominato dalla triade Bakr-Aziz-Hussein, il nuovo Baas eliminò per prima cosa il burocratismo municipalistico ispirato ai piccoli interessi locali, cercando la mobilitazione delle

masse su tematiche ideali di più ampio respiro. Accentuò ad un tempo i toni nazionalistici, antimperialisti e socialistici, indicando un obiettivo concreto, immediato e facilmente intelleggibile per le masse: la nazionalizzazione del petrolio e l'utilizzazione delle risorse petrolifere per finanziare la rinascita economica del paese sulla base di vasti piani di industrializzazione e di sviluppo agricolo.
Il rafforzamento del Baas fu largamente facilitato dalla politica caotica e fallimentare del generale Abdel Salem Aref (e di suo fratello, altro generale, Abdel Rahman Aref, che salì alla presidenza dopo la sua morte in un oscuro incidente di elicottero nel 1966), che portò l'Irak sull'orlo del crollo economico. Il 17 luglio 1968 un gruppo di generali superiori guidati dal generale Hassan Bakr, appoggiati dai militanti del partito Baas, si impadronì del potere a Baghdad. Il 30 luglio, tredici giorni dopo, un secondo colpo di forza condusse alla liquidazione dei militari di destra che ancora restavano al potere, e i baasisti, militari e civili, restarono soli alle redini del paese. Il generale Bakr cumulò in sé le funzioni di presidente della Repubblica e di primo ministro.
Con l'arrivo al potere del nuovo gruppo dirigente, l'Irak trovò una stabilità politica mai conosciuta prima, tenendo conto che fra il 1936 e il 1958 aveva avuto ben 8 colpi di Stato militari. Una stabilità che, al momento in cui scriviamo, è durata per oltre 22 anni.
Gli osservatori politici predicevano invece nel 1968 vita breve per il governo Baas. Il partito emergeva da un lungo periodo di clandestinità ed era ancora minoritario sia nel paese che in seno all'esercito. Avendo optato esplicitamente per una politica nazionalista e socialista, era condannato, nell'opinione corrente, a urtare contro l'ostilità aperta della destra militare e civile, senza peraltro poter coagulare intorno a sé tutte le formazioni di sinistra. Le lotte precedenti, spesso sanguinose, avevano lasciato in eredità tenaci rancori.
Appoggiandosi a vicenda, Hassam Bakr, Saddam Hussein e Tarek Aziz non arretrarono di fronte ad alcuna durezza per la «ricostruzione della patria irachena». Furono gli anni delle purghe e della scoperta delle «congiure». Processi ed esecuzioni spettacolari si succedettero fra il dicembre 1968 e il gennaio 1970. Civili e militari, accusati di spionaggio a favore di Israele, o dei servizi segreti americani, furono processati e passati per le armi. La repressione brutale, mirò a eliminare in Irak ogni influenza politica della destra filo occidentale. L'estrema sinistra anarcheggiante fu liquidata in seguito con non minore rigore. Nello stesso tempo, i baasisti sottoposero i comunisti a una doppia pressione: da un lato la persecuzione contro coloro che rimasero ostinatamente fedeli alla disciplina del proprio partito, dall'altro una politica di assimilazione per quelli che, più flessibili, si mostrarono disposti a integrarsi nel Baas.
Questo si trasformò rapidamente in partito di massa organizzato capillarmente, con cellule di villaggio, sezioni di quartiere, organizzazioni femminili e giovanili capaci di portare le parole d'ordine baasiste nei punti più reconditi del paese, e, nei momenti opportuni, di riunire folle impressionanti per la celebrazione dei principi dell'indipendenza, dell'unità araba e del «socialismo».
Contemporaneamente il Baas si lanciò in una operazione di ridimensionamento delle forze armate. Non pochi militari di carriera vedevano con ostilità gli orientamenti radicali del regime baasista in economia e in politica estera. Il 15 ottobre 1970, ad esempio, il vice presidente della repubblica Hardane El Takriti fu destituito come conseguenza di un contrasto di fondo sorto all'interno del governo sulla questione palestinese nel momento cruciale del «settembre nero». Il settore più intransigente del partito, guidato da Saddam Hussein, si era dichiarato, in settembre, favorevole a un intervento delle truppe irachene schierate alla frontiera con la Giordania in soccorso alla resistenza palestinese minacciata di sterminio. Ciò avrebbe quasi certamente provocato una ritorsione diretta israeliana e la guerra. Il generale Takriti si trasferì nella base di Mafrak, al confine con la Giordania, e operò affinché le truppe irachene non fossero coinvolte nei combattimenti. La destituzione di Takriti e il suo esilio (fu poi assassinato in circostanze misteriose in Kuwait nel marzo 1971) diedero inizio a un vasto processo di epurazione nelle forze armate.
La componente non militare del Baas, con la destituzione di Takriti volle mostrare la sua determinazione a ridurre il ruolo autonomo dell'esercito nella vita politica. Una prova di questa determinazione fu l'allontanamento successivo anche del generale Saleh Mahdi Ammache, dimesso dalle funzioni di vice presidente della Repubblica e mandato all'estero come ambasciatore. Questo processo di «smilitarizzazione» del Baas, iniziato già nel 1969, divenne evidente nel febbraio del 1970, quando al Congresso nazionale del Baas nessun militare partecipò come delegato. Anche l'ufficio militare della direzione del Baas venne formato interamente con civili.
In realtà era il Baas stesso che si militarizzava. A partire dal 1970 Saddam Hussein assunse infatti la direzione dell'esercito popolare, di fatto una milizia armata del partito Baas, inquadrata per intero da ufficiali baasisti, avente come missione principale la difesa del regime contro ogni eventuale tentativo di reazione o di colpo di Stato.
L'eclissi politica dei militari professionisti, che in buona parte coltivavano simpatie per l'Occidente, contribuì ad accelerare un avvicinamento dell'Irak a quello che all'epoca si chiamava ancora «il campo socialista» e che sfociò nella «alleanza strategica» fra l'Irak e l'URSS (che in realtà si ridusse a un trattato di amicizia e cooperazione firmato fra Mosca e Baghdad nell'aprile del 1972). L'«alleanza» iracheno-sovietica fu un «ripiegamento» dell'Unione Sovietica, conseguente alla morte prematura di Nasser, nel settembre 1970, e alla presa del potere in Egitto da parte del generale filo occidentale Ahnuar Sadat, il 13 maggio 1971, che privò l'URSS del suo punto di forza in Medio Oriente.
L'Irak poté sembrare all'epoca per l'URSS un alleato ideale. Minacciato dalla politica aggressiva dello scià di Persia, che svolgeva con grande energia il ruolo di gendarme del Golfo assegnatogli dagli Stati Uniti e dall'Occidente, isolato nello stesso mondo arabo, e mal visto nel contesto internazionale, l'Irak era in cerca di un'alleanza capace di dissuadere i numerosi nemici vicini e lontani. Benché il patto di «amicizia e cooperazione» con l'URSS non fosse una vera e propria alleanza militare di reciproca assistenza, dopo la sua firma l'Irak si sentì garantito contro pericoli esterni e si accinse a iniziare la «battaglia del petrolio».
Fin dalle sue origini, come abbiamo accennato, l'obiettivo politico principale, apertamente dichiarato del Baas, era stato quello di procurare al paese i mezzi finanziari per un processo accelerato di sviluppo economico e sociale mediante la nazionalizzazione dell'industria petrolifera, costituita nel nord dalla Irak Petroleum Company di proprietà anglo-franco-americana e dalla Canaquin Oil Company, filiale della Anglo-Iranian Oil Company, e, nel sud, dalle compagnie Mosul Petroleum Company e Basrah Petroleum Company, ambedue filiali della Irak Petroleum. La nazionalizzazione del petrolio comportava inevitabilmente uno scontro con il capitale internazionale che ne deteneva il controllo e con le potenze d'origine: Inghilterra, Stati Uniti, Francia.
A quattro anni di distanza dalla presa del potere e tre mesi dopo la firma del patto con l'URSS, il 10 giugno del 1972, il governo baasista iracheno nazionalizzò l'Irak Petroleum Company e i suoi giacimenti nel nord dell'Irak.
Ne nacque una crisi difficile, ma il peggio temuto, l'intervento militare occidentale, non si verificò. Quasi certamente ciò fu dovuto ai consigli dei servizi segreti inglesi e americani che manovravano nell'ombra ed erano convinti che il Baas poteva essere destabilizzato in altro modo. In realtà la CIA si dimostrò impotente a rovesciare il Baas, che già aveva affondato profonde radici nella società irachena. Per ripetere l'operazione che nel 1951 aveva permesso il rovesciamento di Mossadeq in Iran, dopo la nazionalizzazione dell' Anglo-Persian Oil Company, i servizi segreti occidentali avrebbero dovuto poter manovrare quei gruppi di potere, quelle fazioni militari, e quei personaggi, di cui il Baas aveva invece fatto radicalmente piazza pulita. Le compagnie e i governi occidentali dovettero rassegnarsi. L'Irak rimborsò all'Irak Petroleum il valore delle installazioni pagando con petrolio, ma in compenso richiese alle compagnie straniere la corresponsione degli arretrati fiscali.
Entro il 1975 la nazionalizzazione di tutta la produzione petrolifera fu completata. L'Irak venne così a trovarsi in possesso di grandi fonti di liquidità che consentirono l'attuazione di un vastissimo piano di sviluppo nazionale: una riforma agraria radicale, la costruzione di migliaia di scuole e ospedali, strade, dighe, reti idriche, l'insegnamento gratuito, e via dicendo. Il livello medio di vita conobbe in pochi anni un aumento considerevole, e in questo soprattutto è da ricercare il motivo del consenso popolare verso la politica del Baas e del suo gruppo dirigente. Nel pieno del programma di sviluppo, l'Irak fu in grado non solo di riassorbire integralmente la disoccupazione, ma di richiamare dai due ai tre milioni di lavoratori da tutto il mondo arabo, dalla Siria, dall'Egitto, dalla Tunisia, dal Marocco, dalla Palestina e da altri paesi musulmani.
Il Baas fece perfino dell'archeologia un'arma rivoluzionaria. Si trattava di fornire un fondamento storico al sentimento nazionale delle masse irachene. Questo «giovane paese» ha, in fondo, diecimila anni di storia; la Mesopotamia, la terra compresa fra i due grandi fiumi Tigri ed Eufrate, che percorrono tutto l'Irak fino al Golfo Persico, è la terra benedetta degli archeologi. Grandi progetti di scavi archeologici furono centrati su Babilonia e Ninive, allo scopo di far rivivere le due città, e sulla prospezione sistematica di tutto il territorio storico al fine di avere un quadro completo delle antiche civiltà. Il regime chiamò a raccolta il fior fiore dell'archeologia mondiale, finanziando le missioni di scavo internazionali. Gli inglesi hanno scavato a Rimah, nella regione di Mossul, e a Umm Dabaghiyah, i tedeschi a Warka e a Babilonia, i francesi nell'antica Larsa, gli italiani a Seleucia, i sovietici a Yarim Tepe, nella regione di Ninive, i Belgi a Ed Deir, a sud di Baghdad, i danesi a Shamshara, gli americani, alla ricerca dell'antica Lagash, a El Hibba.
Ma se la vittoria nella «battaglia del petrolio» consentì il decollo dell'economia ed il rafforzamento dell'entità nazionale, nello stesso tempo sprofondò l'Irak in una serie di contraddizioni sul piano internazionale. Si aprirono, più o meno contemporaneamente, cinque fronti, ciascuno con la potenzialità di trasformarsi, presto o tardi, in un conflitto aperto.
Il primo «fronte» fu quello del prezzo del petrolio. Esso divenne cruciale per il regime baasista, giacché dagli introiti dell'industria petrolifera dipendeva la possibilità di finanziare i piani di sviluppo. Pur accettando le regole del mercato, l'Irak adottò una politica di «protezione»delle riserve nazionali, estraendo ed esportando soltanto le quantità di petrolio corrispondenti ai suoi bisogni finanziari, «e non un barile di più», secondo lo slogan famoso: «L'ultima tonnellata di petrolio estratta
nel Golfo sarà irachena». All'interno dell'OPEC, l'organizzazione dei paesi produttori, l'Irak prese a reclamare insistentemente, appoggiato da altri paesi come la Libia e l'Algeria, una pianificazione dell'estrazione che mediante la riduzione dell'offerta portasse il prezzo del barile a un livello più remunerativo per i produttori. Ciò collocò subito l'Irak in rotta di collisione con gli interessi delle democrazie industriali, la cui opulenza ha come base principale il basso prezzo del petrolio.
Un secondo fronte di antagonismo dichiarato si aprì verso le monarchie del Golfo Persico, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Oman, Qatar, integrate ormai anima e corpo nel sistema economico occidentale. A partire dallo choc del 1973, questi paesi non furono più soltanto produttori di petrolio, ma divennero allo stesso tempo provveditori di immense quantità di petrodollari al sistema finanziario internazionale. Le monarchie petrolifere cominciarono a ricavare in proporzioni sempre maggiori i loro profitti dall'impiego delle loro eccedenze di liquidità sui mercati finanziari mondiali. Avendo tutto l'interesse a mantenere attivo il dinamismo delle economie occidentali nelle quali avevano investito il loro denaro, praticavano la politica di inondare i mercati di petrolio a basso prezzo, certe di potere recuperare largamente dall'integrazione nell'economia occidentale, con investimenti e prestiti, ciò che perdevano sul prezzo del greggio all'origine. La presenza di un regime repubblicano, per di più socialista, critico, stabile e militarmente possente nel Golfo veniva perciò a costituire un fattore di destabilizzazione potenziale non solo per tutte le monarchie, ma indirettamente anche per il sistema bancario e finanziario internazionale ormai tributario, per la propria sopravvivenza, di un flusso continuo di petrodollari dal Medio Oriente. Questa contrapposizione fu mantenuta a lungo sul piano della schermaglia polemica verbale ma potenzialmente era pronta a trasferirsi dalle sedi diplomatiche quali l'ONU, l'OPEC o la Lega Araba, al terreno dello scontro diretto, giacché alla lunga la politica dei bassi prezzi attuata dalle monarchie petrolifere finiva per trasformarsi in un pericolo mortale per l'economia pianificata dell'Irak.
Il confronto con Israele costituì il terzo «fronte», in questo caso, di vera guerra. Tutti i governi succedutisi a Baghdad dal 1948 in poi, di qualunque natura fossero, rifiutarono sempre di sottoscrivere un armistizio o un patto qualsiasi con i sionisti. Essendo riuscito con l'aiuto del presidente americano Carter a neutralizzare l'Egitto mediante gli accordi di Camp David, lo Stato ebraico vedeva ridotta praticamente a zero la possibilità di una nuova guerra da parte di una coalizione degli Stati arabi confinanti. Ma il rafforzamento industriale, politico e militare dell'Irak, riapriva la questione in altra forma. L'Irak non ha frontiere comuni con Israele, ma ne è separato solo da qualche centinaio di chilometri di deserto giordano. All'attrito terrestre si sostituì l'attrito missilistico e il timore di una guerra distruttiva a distanza. La corsa all'armamento missilistico scatenata negli anni ottanta, un campo nel quale sia Israele che l'Irak hanno cercato di dotarsi di una autonomia industriale nella produzione dei vettori, delle ogive e degli esplosivi, ha progressivamente aggravato il pericolo di uno scontro diretto fra i due Stati.
Il 7 giugno 1981 d'improvviso Israele condusse un attacco aereo distruttivo contro «Osirak», il reattore nucleare nei pressi di Baghdad che gli israeliani sospettavano dovesse fornire il materiale fissile necessario alla fabbricazione della prima bomba atomica irachena. Fu un episodio clamoroso, ma solo uno dei tanti di una più vasta guerra calda e occulta fatta essenzialmente di colpi di mano, uccisioni, attentati, rapimenti, affondamenti, combattuta in tutto il mondo dai rispettivi servizi segreti.
Infine altri due «fronti» si aprivano per l'Irak proprio come conseguenza naturale e inevitabile della sua vittoria nella «battaglia del petrolio», l'uno con l'Iran e l'altro con il Kuwait. Il problema dello sbocco al mare veniva a porsi ai dirigenti di Baghdad come un imperativo strategico vitale. Senza sbocco al mare lo sviluppo economico dell'Irak minacciava di essere soffocato.
Il petrolio iracheno poteva infatti essere esportato per quattro vie. La prima, mediante un oleodotto lungo più di 1.000 chilometri, che attraverso tutta la Turchia arriva al porto di Dortyol, nel golfo di Iskendurum. La Turchia non è esattamente, per tradizione, un paese amico dell'Irak, che ha dominato per secoli; inoltre è integrata nell'alleanza occidentale, è governata da forze politiche di orientamento nettamente conservatore, e ospita basi militari americane sul proprio territorio. Per questa strada l'Irak non poteva sentirsi garantito al cento per cento nello smaltimento continuo della sua produzione petrolifera. La seconda via è un altro oleodotto, di lunghezza più o meno analoga, che scorre attraverso tutta la Siria e il Libano per giungere al porto libanese di Tripoli. È vero che Siria e Libano sono paesi arabi, ma sono ambedue esposti alla minaccia diretta di Israele. L'invasione israeliana del Libano nel 1982 si arrestò di fronte a Beirut, ma avrebbe potuto anche raggiungere Tripoli, pochi chilometri più a nord, e tagliare le esportazioni irachene. Neppure con questo oleodotto l'Irak era garantito di poter esportare il suo greggio in qualsiasi condizione. Inoltre l'esistenza di contrasti politici con la Siria comporta un certo grado di incertezza sulla utilizzabilità piena di questo oleodotto.
Esiste un altro oleodotto, quello costruito dagli inglesi, che attraverso la Giordania e Israele sbocca nel Mediterraneo ad Haifa, ma è chiuso dal 1948. Non vi è alcuna possibilità che possa diventare operante fino a che esisterà lo stato di guerra fra Irak e Israele.
Una quarta via, la più sicura perché sotto suo totale controllo, è per l'Irak quella che sbocca nel Golfo Persico. La natura, in linea di principio, lo ha provvidenzialmente fornito in questo senso. I due grandi fiumi che lo percorrono, il Tigri e l'Eufrate, a 120 chilometri dal Golfo si uniscono per formare un letto unico, lo Chatt EI Arab, sufficientemente profondo per poter essere navigato. Bassora è sempre stata, storicamente, il porto dell'Irak. Ma l'unico ancoraggio in acque abbastanza profonde da consentire il carico di petroliere di medio tonnellaggio è nell'isola di Abadan, che sorge nel bel mezzo dello Chatt EI Arab. La disputa fra Irak e Iran relativa a chi appartenga la navigabilità dello Chatt El Arab è una questione secolare, dibattuta fin dal 1639.
Secondo gli accordi di Erzurum del 1847 fra l'Impero Ottomano e l'Iran, confermati nel 1913, la frontiera turca andava a lambire la riva iraniana dello Chatt El Arab, la cui acqua era interamente sotto giurisdizione ottomana. Il fiume era quindi una via d'acqua interna irachena. Nel 1913, la Turchia concesse all'Iran uno spazio di 7 chilometri nelle acque del fiume, davanti all'attracco di Abadan, per facilitare le operazioni di carico delle petroliere. Anche i successivi accordi del 1937 fra Iran e Irak confermarono quasi interamente i protocolli di Costantinopoli, per cui il confine continuò a correre lungo la riva iraniana. Ma, a richiesta inglese, furono concessi ulteriori attracchi per le petroliere e l'Irak si impegnò a rispettare la libera navigazione del fiume per le navi inglesi e iraniane. Queste variazioni delle acque territoriali furono imposte dagli inglesi per favorire lo sviluppo della grande raffineria dell'Anglo-Persian Oil Company e il terminale per l'esportazione del petrolio estratto dalla compagnia britannica in territorio iraniano. In questa decisione gli interessi diretti dell'Inghilterra furono evidentemente determinanti. La navigazione dello Chatt EI Arab era praticamente riservata all'esportazione del petrolio estratto in Iran, mentre veniva a mancare la possibilità fisica di costruire un porto per l'esportazione di quello estratto dai pozzi dell'Irak, privato così del suo sbocco naturale sul Golfo Persico. Una situazione paradossale, sempre più insopportabile a mano a mano che la crescita dell'economia irachena andava imponendo di riflesso un grande aumento dei traffici.
Restava all'Irak sul Golfo Persico solo il piccolo ancoraggio di Umm Qasr, del tutto inadatto a essere trasformato in porto commerciale; esso è per di più chiuso dalle isole Warbah e Bubiyan che l'alto commissario britannico Percy Cox nel 1922 aveva attribuito alla sovranità del Kuwait, assieme a quell'unico tratto di meno di dieci chilometri di costa in acque profonde su cui l'Irak avrebbe potuto costruire un ancoraggio attrezzato per petroliere fino a 350.000 tonnellate.
Nella disperata lotta contro il soffocamento, l'Irak tentò con il Kuwait la via di una soluzione concordata, anche sotto forma di affitto, per ottenere il diritto di costruire l'agognato porto sul Golfo, cozzando contro la negativa intransigenza della famiglia Sabah. L'Irak tentò allora di forzare la mano al vicino. La prima grave crisi fra Kuwait e Irak si ebbe nel marzo del 1973, quando unità militari irachene attaccarono il posto di frontiera kuwaitiano di Umm Qasr e occuparono alcuni chilometri quadrati del territorio del Kuwait, in corrispondenza di quel tratto di acque profonde in cui l'Irak progettava di costruire il suo grande porto. Ma il Kuwait negò qualsiasi concessione. Accondiscese a intraprendere trattative per la definizione dei confini alla condizione che gli iracheni si ritirassero. Gli iracheni eseguirono il ripiegamento e le trattative iniziarono effettivamente a Baghdad, ma non giunsero mai in porto.
La questione restò a lungo congelata su questo niente di fatto perché in seguito la situazione politica del Medio Oriente si catalizzò intorno ad avvenimenti maggiori: dapprima la guerra arabo-israeliana dell'ottobre 1973, poi l'intervento militare iraniano contro la guerriglia di sinistra in Oman, quindi l'assunzione del ruolo di «gendarme del Golfo» da parte dello scià di Persia, sostenuta dagli Stati Uniti, che portò a una scalata continua di scontri di frontiera fra Irak e Iran; infine intervenne la rivoluzione khomeinista in Iran, la caduta dello scià e il conflitto fra gli integralisti islamici iraniani e gli Stati Uniti, che modificò profondamente la situazione nel Golfo e nel Medio Oriente. Più che probabile, è certo che nell'indebolimento militare dell'Iran come conseguenza del crollo del regime imperiale, l'Irak vide l'occasione per conquistare con la forza la navigabilità dello Chatt EI Arab e il tanto desiderato sbocco al mare. Questo fu l'obiettivo strategico reale della guerra scatenata dall'Irak contro l'Iran nel 1980 e durata otto anni. Questa portò temporaneamente in secondo piano i contrasti fra Irak e Kuwait. Ma quando il conflitto Iran-Irak prese termine con un nulla di fatto, nel 1988, il governo di Baghdad si ritrovò al punto di partenza.
Da molti anni si discute in Medio Oriente, e soprattutto in Irak, se quella di privare questo Stato dello sbocco al mare fosse in origine la volontà di Allah. Ma il fatto è che, in Medio Oriente, per almeno 170 anni, Allah ha proposto, ma è l'Inghilterra che ha disposto.

 


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