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Indice

  1. Il bombardamento come filosofia
  2. Il Piano Totality
  3. Il messaggio di Hiroshima
  4. Un'idea che veniva da lontano
  5. Mister Baruch e il buon uso dell'Onu
  6. Quando piacerà al presidente
  7. Relatività dell'arma assoluta
  8. Riportateci a casa La rivolta delle truppe Usa
  9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo
  10. In attesa della terza invasione
  11. Il boomerang rosso

I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.
Altre informazioni riportate provengono da personaggi a vario titolo coinvolti negli avvenimenti o da studiosi che hanno svolto indagini. Quindi nei testi è stato dato ampio spazio alle note che documentano la provenienza delle fonti d'informazione.

La digitalizzazione per l'inserimento in queste pagine è stata prodotta utilizzando un apposito programma di elaborazione e riconoscimento testi che potrebbe avere introdotto alcuni errori nella conversione. I testi digitalizzati sono stati riletti e corretti ma se necessitasse una esatta verifica dei nomi e dei dati più significativi è consigliabile affidarsi al volume originale "Il Secolo Corto" di Filippo Gaja, Maquis Editore.

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La filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere

9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo

Come abbiamo detto la conseguenza più importante del movimento "Riportateci a Casa" fu quella di far intendere chiaramente che i coscritti americani non avrebbero potuto essere utilizzati né in guerre coloniali né in una guerra contro l'Unione Sovietica. Quando si ricerca un perché razionalmente accettabile della fredda determinazione con cui la classe dirigente yankee perseguì nel dopoguerra l'eliminazione del bolscevismo con qualsiasi mezzo, compreso il fuoco atomico, occorre far riferimento alle condizioni reali del 1945. Nel momento in cui i cannoni tacquero sui fronti, una situazione rivoluzionaria restava aperta nelle Filippine, in Indonesia, nel Vietnam, in Thailandia, in Malesia, in Birmania, a Ceylon, in Cina, in India, in Iran, in Siria, in Irak, in Libano, in Egitto, in Madagascar, in Sierra Leone, in Ghana, in Nigeria, in Congo, in Marocco, in Algeria e in Tunisia. In America Latina andava parallelamente manifestandosi un vasto movimento democratico che spazzò via i "caudillos" in Guatemala, in Venezuela e in Brasile. Perciò al termine del conflitto l'industria e la finanza statunitensi si trovarono sì nelle mani l'eredità del sistema coloniale costruito nei secoli da Inghilterra, Francia, Olanda, Spagna, Portogallo, Germania, Italia e Giappone, ma era un sistema in piena disgregazione, sull'orlo del crollo.

La rivoluzione anticolonialista era la risultante della combinazione di più fattori di disgregazione dell'ordine stabilito fra i quali conviene mettere in rilievo due forze fondamentali: il nazionalismo emergente delle classi dirigenti indigene, che era stato strumentalizzato e sollecitato durante il conflitto da tutti i belligeranti con promesse di indipendenza, e l'ugualitarismo rivoluzionario dei movimenti popolari democratici, accettato dalle grandi masse come il proprio autentico strumento di liberazione. Per la prima volta nella storia dell'umanità la rivolta dei popoli si manifestava in modo contemporaneo in tutto l'orbe terracqueo; per la prima volta le masse in rivolta non erano inermi ma si trovavano armate con le stesse armi dell'oppressore; per la prima volta in cinque secoli i paesi dominanti si trovavano a non poter far uso di una tecnologia militare di schiacciante superiorità per dominare i paesi dipendenti; per la prima volta i popoli sollevati si ispiravano a una logica d'azione comune basata sulla sintesi delle tre grandi esperienze rivoluzionarie della prima metà del secolo ventesimo, la rivoluzione messicana del 1908-1919, quella sovietica del 1917 e quella spagnola del 1936-1939.

In questo complesso fenomeno, benché tutti coloro che manifestavano idee rinnovatrici, in qualsiasi parte del mondo, fossero automaticamente definiti "comunisti", in realtà l'influenza diretta dei partiti legati al Comintern e all'Unione Sovietica era limitata. Molto spesso i partiti comunisti erano entità numericamente trascurabili e la loro maggiore funzione era quella di rappresentare una costante critica e, talvolta, ma non sempre, un esempio organizzativo. I collegamenti fra Mosca e la periferia del mondo erano d'altronde rari e difficili. L'influenza che l'URSS esercitava sul movimento rivoluzionario mondiale era soprattutto rappresentata dall'immagine della sua forza vittoriosa. Il grande Stato socialista degli operai e dei contadini simboleggiava la capacità di vittoria delle masse organizzate sulle forze dell'oppressione coloniale.

L'essenza della rivoluzione anticolonialista era costituita, alla fine della seconda guerra mondiale, non da un "centro direttivo" ma da una idea dirigente, liberamente interpretata da ciascun popolo. Da questo derivava l'ossessione antibolscevica del grande capitale e la sua disperata ricerca del mezzo per "estirpare" alla radice l'idea della via rivoluzionaria accettata dalle masse di tutto il mondo.

Nel 1945 l'élite al potere negli Stati Uniti si trovò, con la bomba atomica, nella condizione di ripristinare in pieno e definitivamente la superiorità tecnologica militare che poteva assicurarle il dominio su tutte le ricchezze della Terra e si dimostrò prontissima ad usarla. Tale visione della situazione costituiva una semplificazione della realtà, ma ne parleremo più avanti.

Le risoluzioni, le lettere e i telegrammi scritti dai soldati statunitensi che sollecitavano il ritorno a casa, danno un'indicazione chiara di quello che era uno stato d'animo generalizzato fra la truppa. I soldati si opponevano fermamente all'idea di essere impiegati per sostenere quello che essi stessi definivano «l'imperialismo americano» e rifiutavano il ruolo di protettori degli interessi affaristici all'estero.

Quanto stava accadendo in Indocina aveva, ad esempio, un significato lampante agli occhi dei soldati americani che si trovavano in Oriente. Secondo gli accordi fra gli Alleati il Vietnam doveva essere diviso in due. Il governo cinese del Kuomintang avrebbe dovuto accettare la capitolazione giapponese a nord del 16° parallelo, e gli Inglesi avrebbero dovuto fare altrettanto a sud. "Accettare la capitolazione" significava in pratica stabilire il controllo del territorio e decidere sulle legittimità future.

Ma si verificò un imprevisto. Al momento della resa del Giappone, le forze della guerriglia vietnamita antigiapponese guidate dal movimento di liberazione Viet Minh arrivarono al potere sull'onda di una sollevazione popolare. Ciang Kai-shek non riuscì a ristabilire la sua autorità sul Vietnam settentrionale. Nel settembre del 1945, fu proclamato il Vietnam indipendente, con Ho Chi Minh come presidente e Hanoi come capitale.

Quando le forze di occupazione britanniche arrivarono nel sud del Vietnam, nel settembre del 1945, il nuovo governo di Ho Chi Minh le accolse senza ostilità, ma dovette ben presto prendere atto che gli Inglesi non avevano alcuna intenzione di permettere al paese di divenire una nazione indipendente. Essendo già impegnato a cercare di mantenere il controllo dell'India, della Birmania, della Malesia e della Thailandia, il governo britannico prese rapidamente la decisione di ritirarsi dal Vietnam e di restituire l'ex colonia francese al governo di Parigi. I Francesi fecero allora affluire in Indocina truppe trasportate dalle navi americane e lanciarono una campagna militare nel tentativo di sopprimere il Viet Minh e la Repubblica Popolare nel nord.

Ai soldati statunitensi di stanza in Estremo Oriente non poteva sfuggire il fatto che Washington stava dando il suo aiuto al tentativo di riportare il Vietnam alla condizione coloniale. Molte navi statunitensi per il trasporto truppe erano usate, invece che per riportare negli Stati Uniti i soldati americani, per trasportare rinforzi francesi in Indocina. Il giornale PM il 12 novembre 1945 pubblicò la seguente notizia: «Le navi di tipo "Victory" Taos e Pauchag hanno lasciato Marsiglia il 31 ottobre, con più di mille soldati francesi ciascuna, dirette in Indocina. L'equipaggio della Taos era stato inizialmente ingaggiato a New York per condurre in India le navi destinate a riportare in patria soldati americani. Soltanto all'arrivo a Marsiglia si è appreso che le navi sarebbero state usate anche per trasportare soldati francesi in Oriente. In precedenza altre tre navi "Victory" statunitensi sono partite dalla Francia facendo rotta sull'Indocina con truppe francesi a bordo».

Il caso indocinese si ripeté in Indonesia. Dopo la conclusione della guerra contro il Giappone, le forze nazionaliste indonesiane avevano proclamato l'indipendenza. Il governo olandese lanciò una sanguinosa campagna repressiva contro il movimento nazionalista indonesiano. Un dispaccio dell'agenzia di stampa Associated Press del 30 dicembre 1945 metteva in evidenza l'aiuto che gli Stati Uniti stavano fornendo agli Olandesi: «Duemila marines olandesi addestrati ed armati in America sono arrivati a Batavia [oggi Giakarta]. Addestrati a Quantico in Virginia, a Camp Lejeune nella Carolina del Nord, e a Camp Pendleton in California, e muniti di equipaggiamento interamente americano, i marines sono considerati tra i soldati migliori delle forze armate olandesi».

In una lettera diretta al padre, che il3 dicembre 1945 fu fatta inserire nel Congressional Record dal deputato Charles W. Vursell, un marine di stanza in Cina descrisse con estrema amarezza i sentimenti dei soldati riguardo l'aiuto americano agli Olandesi. Il soldato scriveva ai familiari: «La nostra marina deve essere usata per portare rifornimenti agli Olandesi a Giava o per riportare a casa le nostre truppe? (...) Possediamo una grande flotta, ma quando un gruppo di navi che trasportano soldati americani viene bloccata a Hollandia [oggi Djajapura, capitale della provincia indonesiana dell'Irian Occidentale], ai soldati viene ordinato di sbarcare e al loro posto vengono caricati a bordo rifornimenti per Giava, allora è il momento di riflettere. Questa bella storia l'abbiamo appresa dal foglio di notizie della Prima Divisione Marines».

Perché mai il governo degli Stati Uniti era cos’ preoccupato della situazione nelle Indie Olandesi? Il 28 dicembre 1945 l'United States News lo spiegava dicendo: «Se la popolazione dell'isola di Giava dovesse riuscire a prevalere nella sua minaccia contro il dominio olandese, l'effetto potrebbe essere sentito in gran parte dell'Asia. Già a Sumatra, in Malacca, in Thailandia, e nell'Indocina francese, ci sono segni evidenti di agitazione (...) L'esito finale degli avvenimenti di Giava può determinare la sorte della popolazione di razza bianca nelle circostanti regioni».

Era di interesse vitale per il mondo degli affari e per il governo degli Stati Uniti che questi paesi, ricchi di risorse naturali, non sfuggissero alla futura dominazione economica americana. Già diversi mesi prima della fine della guerra, il 15 febbraio 1945, il senatore Tunnel in un discorso al Congresso aveva espresso questo concetto in modo del tutto chiaro: «Sarebbe una situazione anomala se gli Stati Uniti, dopo aver impiegato uomini e denaro, e aver sopportato tutti i sacrifici che il conflitto ha comportato, si vedessero preclusi i mercati che sono stati liberati».

Situazioni simili a quella dell'Indonesia si verificarono in tutta la regione del Pacifico, causando non poco disorientamento tra le truppe americane. Un editoriale del New York Times del 25 novembre 1945 riassumeva la situazione con queste parole: «Dopo la guerra i focolai di nazionalismo sono esplosi e la violenza che ne è risultata ha prodotto il paradosso per cui più di 500.000 soldati giapponesi nel Sud-Est Asiatico sono stati deliberatamente lasciati in armi».

Il generale John Reed Hodge, comandante delle forze americane in Corea, nell'estate del 1945 ammetteva: «Abbiamo dovuto lasciare ai Giapponesi un po' di armi leggere come protezione contro i Coreani poiché è nostro dovere mantenere l'ordine». Gli Americani erano sbarcati nel sud della Corea solo l'8 settembre 1945, un mese dopo Nagasaki, mentre i Sovietici avevano occupato il nord della Corea fin dal 12 agosto, e si erano fermati secondo gli accordi al 38° parallelo. L'intervento sovietico e americano metteva fine a una dominazione giapponese durata ininterrottamente per 35 anni, durante i quali la resistenza popolare non era mai cessata. La brutalità dell'occupazione nipponica era cosa nota a tutti. La collaborazione dei comandanti militari statunitensi con gli odiati Giapponesi allo scopo di "mantenere l'ordine" non poté che attirare sui soldati americani, che si consideravano dei liberatori, una ostilità crescente da parte della popolazione coreana.

Dopo il crollo giapponese, le forze locali avevano formato un governo provvisorio. Ma gli Americani si erano portati al seguito il loro uomo di fiducia, Syngman Rhee, un conservatore di estrema destra che aveva trascorso trent'anni di esilio negli Stati Uniti ed era diventato un americano a tutti gli effetti. Trasportato in Corea da uno degli aerei di MacArthur, Rhee fu subito installato al vertice dell'USAMGIK, il Governo Militare dell'Esercito USA in Corea, mentre veniva soppresso il governo provvisorio che era nato come emanazione diretta di un gran numero di comitati locali di liberazione formati con esponenti di tutti i partiti. Questa autorità popolare aveva già cominciato ad operare concretamente distribuendo cibo alla popolazione. La sua composizione era assai eterogenea, e comprendeva anche numerosi conservatori; non aveva alcun programma rivoluzionario ed era disposta ad accettare Syngman Rhee come presidente. Ma il Governo Militare statunitense non gradì un governo provvisorio che, se pur aveva qualche conservatore al vertice, aveva però alla sua base una militanza tendente a sinistra. Dopo 35 anni di soggezione era inevitabile che un governo intenzionato a cancellare gli effetti del colonialismo giapponese avesse sfumature rivoluzionarie. In ultima analisi, i conservatori, in Corea, avevano collaborato con i Giapponesi, e soltanto la sinistra, assieme ai nazionalisti di diverso orientamento, li aveva combattuti. Gli organismi di base della resistenza non potevano che riflettere questa realtà.

Si possiedono diverse testimonianze di insospettabili autori statunitensi sul modo in cui le autorità americane si adoperarono per instaurare un regime rigidamente conservatore. Alfred Crofts, che era stato membro del Governo Militare americano in Corea, ha scritto ad esempio: «Negando qualsiasi funzione alle nuove autorità locali, il Governo Militare statunitense si arrogò ogni decisione sulla vita politica della Corea come se il paese fosse un nemico sconfitto, e non uno Stato amico liberato da un nemico comune e dotato del diritto di indipendenza e auto determinazione» (1). John Gunther ha riassunto la situazione dicendo: «In tal modo la prima e la migliore possibilità di costruire una Corea unita fu gettata al vento» (2). Le autorità americane puntarono invece tutto esclusivamente su Syngman Rhee, in quanto filo americano e visceralmente anticomunista. Il suo regime rappresentava i proprietari terrieri, i collaborazionisti, i ricchi e i conservatori. Crofts ha sottolineato: «Prima dell'arrivo degli Americani, la destra politica era associata, nella mente della popolazione, al dominio coloniale. Senza Giapponesi non avrebbe potuto esistere. Ma in poco tempo gli Stati Uniti si ritrovarono con almeno tre fazioni conservatrici» (3).

Il Governo Militare americano svendette in grande misura proprietà, case, attività economiche, materie prime per l'industria e altri valori confiscati ai Giapponesi. Solo i collaborazionisti che si erano arricchiti sotto i Giapponesi e i profittatori di vario tipo disponevano del denaro liquido necessario per accedere all'acquisto dei beni messi in vendita. Per conseguenza, come ha notato Crofts, «con la metà della ricchezza della nazione offerta alla rapina il processo di demoralizzazione fu rapido» (4).

Nel nord i Sovietici attuarono una completa epurazione di tutti i Coreani che avevano collaborato con i Giapponesi. Al contrario nel sud il governo militare americano permise a molti collaborazionisti, e in un primo tempo perfino agli stessi Giapponesi, di mantenere posizioni amministrative e di autorità. Nel nord venne attuata subito una effettiva riforma agraria e fu proclamata formalmente l'eguaglianza per la donna. Nel sud il regime di Rhee rimase ostile a ogni cambiamento nella struttura tradizionale della proprietà e dei costumi.

Il risentimento nei confronti dell'amministrazione filo americana di Syngman Rhee, alimentato anche da elezioni discutibili e dalla soppressione del governo provvisorio, si manifestò sotto forma di frequenti ribellioni dopo il 1946, liquidate in modo spietato dal Governo Militare come «ispirate dai comunisti». Come ha osservato John Gunther, «si può dire senza timore di sbagliare che agli occhi del generale John Reed Hodge, comandante delle forze statunitensi in Corea, e di Syngman Rhee, praticamente ogni Coreano che non fosse un estremista di destra era un comunista o un potenziale traditore» (5).

Ciò che più di ogni altra cosa suscitava stupore e risentimento fra i soldati americani era il fatto che il generale Hodge utilizzava truppe americane per la repressione. Mark Gayn, inviato speciale in Corea, scrisse sul Chicago Sun che i soldati americani «sparavano sulle folle, eseguivano arresti, setacciavano le colline alla ricerca di sospetti, e organizzavano drappelli di Coreani civili di destra, poliziotti e gendarmi per rastrellamenti di massa» (6). Descrivendo la campagna governativa anti-guerriglia, il professore coreano di scienze politiche John Kie Chiang Ho, di idee peraltro filo-occidentali, nel suo studio Korea, Democracy on Trial ha scritto: «Nel corso di queste campagne, (...) spesso contadini sventurati, sospettati di aiutare i guerriglieri, furono giustiziati sommariamente» (7).

Era inevitabile che i soldati americani si chiedessero per quale segreto motivo gli antichi alleati erano diventati nemici, mentre l'esercito giapponese, che fino ad allora era stato il nemico di entrambi, d'improvviso era divenuto l'alleato degli Stati Uniti. Un mistero più apparente che reale, di cui la coscienza dei combattenti individuava perfettamente la natura.

Ma l'uso più scoperto delle truppe americane per soffocare la rivoluzione anticolonialista si verificò in Cina. Alla fine della guerra le forze di liberazione nazionale inquadrate nell'Armata Rossa cinese erano sostenute dalla grande maggioranza della popolazione. Le truppe di Ciang Kai-shek controllavano solo parte della Cina meridionale. Gli Stati Uniti fecero affluire in Cina truppe americane per sostenere Ciang e per contenere la rivoluzione guidata da Mao Tse-tung. La Cina era il grande mercato, il vero "bottino di guerra" nel Pacifico, e gli Stati Uniti non volevano esserne esclusi. Il Foreign Policy Bulletin del 30 novembre 1945 informava: «Le truppe nazionaliste di Ciang Kai-shek sono rafforzate dalla presenza nella Cina settentrionale di 50.000 marines statunitensi».

Un pilota dell'aviazione americana di stanza a Kumning scrisse un'amara lettera pubblicata dal giornale PM il 2 dicembre 1945, nella quale spiegava che ai piloti americani era stato ordinato di cancellare i contrassegni dei loro aerei prima delle missioni di bombardamento sui "ribelli comunisti": «Ascoltiamo ogni giorno servizi radiofonici sulla guerra cinese e sentiamo sentenziare che gli Stati Uniti hanno l'intenzione di "restarne fuori". Non è vero. Il nostro paese mente agli Americani almeno quanto mentiva il nazismo al popolo tedesco».

Il marine che aveva scritto la lettera al deputato Vursell fatta inserire nel Congressional Record del 3 dicembre 1945 di cui abbiamo già riportato un passaggio, lamentava anche: «Oggi il generale Wedemeyer ha dichiarato che i marines sarebbero rimasti nel nord della Cina fino a che le "questioni non risolte saranno risolte". Questo significa che stiamo impedendo ai comunisti di controllare questa regione fino a quando non saranno arrivati i nazionalisti. In poche parole, stiamo decidendo quale governo deve avere la Cina. Stiamo facendo esattamente quello che diciamo alla Russia di non fare. Nessuna meraviglia che non si fidino di noi, in Russia».

L'inchiostro del trattato di resa del Giappone non si era ancora asciugato quando gli Stati Uniti cominciarono a utilizzare i soldati giapponesi che si trovavano ancora in Cina contro i comunisti cinesi.

I comunisti in Cina avevano operato durante la guerra in stretto collegamento con i militari americani fornendo informazioni importanti sugli occupanti giapponesi, e soccorrendo e curando aviatori statunitensi abbattuti. Molti autori americani, come David Barret o R. Harris Smith, hanno descritto l'esemplare collaborazione che si era sviluppata fra i militari americani e i comunisti cinesi (8).

Ma al termine del conflitto altri interessi avevano prevalso. Il "generalissimo" Ciang Kai-shek, come fiduciario di Washington, fu mantenuto alla testa di un traballante governo centrale cinese. L'Office of Strategic Services (OSS), cioè il servizio segreto americano del periodo bellico, nei suoi rapporti non aveva nascosto durante il conflitto che la maggior parte dello sforzo militare prodotto da Ciang Kai-shek e dalle sue truppe era stato diretto più contro l'Armata Rossa di Mao Tse-tung che contro gli occupanti nipponici e che il "generalissimo" aveva fatto tutto quanto era in suo potere per ostacolare la cooperazione fra i "rossi" e gli Americani. Tuttavia anche Ciang fu tenuto in piedi a tutti i costi in funzione anticomunista. Sul finire del 1945 il suo esercito era una accozzaglia di mercenari; comprendeva anche unità giapponesi ingaggiate sulla base di una specie di contratto a termine in attesa del rimpatrio. Il suo regime definito "nazionalista" era pieno di ufficiali e funzionari che avevano fatto parte del governo fantoccio filogiapponese. Il generalissimo aveva però agli occhi degli strateghi di Washington un merito indiscutibile: era anticomunista. In più, era un perfetto cliente per l'America.

Il presidente Truman fu assolutamente esplicito quando descrisse ciò che lui stesso definì «usare i Giapponesi per tenere lontani i comunisti». «Ci era perfettamente chiaro -ha scritto Truman nelle sue memorie- che se avessimo detto ai Giapponesi di cedere le armi e di avviarsi verso le coste, l'intero paese sarebbe stato preso in mano dai comunisti. Perciò dovemmo prendere l'insolita decisione di usare il nemico come presidio del territorio fino al momento in cui fummo in grado di trasportare con i nostri aerei le truppe nazionaliste Cinesi [di Ciang Kai-shek] nella Cina meridionale e inviare i marines a presidio dei porti» (9).

Il dispiegamento dei marines americani ebbe conseguenze immediate e fondamentali. Due settimane dopo la resa del Giappone, Pechino era già circondata dalle forze comuniste. Soltanto l'arrivo dei marines nella città ne impedì la conquista, come ha spiegato Harris Smith (10). Nello stesso momento l'Armata Rossa cinese puntava sulla periferia di Shangai. Ma gli aerei da trasporto americani prevennero l'offensiva comunista sbarcando unità nazionaliste perché potessero presidiare e difendere la città dalle truppe di Mao.

In una sorta di gara per raggiungere le città di maggiore importanza strategica prima dei comunisti, gli aerei e le navi americane trasportarono circa 500.000 soldati nazionalisti in ogni parte della Cina e della Manciuria. 150.000 marines inviati in Cina da Truman dopo la fine della guerra furono impiegati per impedire ai comunisti di impadronirsi di linee ferroviarie, miniere di carbone, porti, ponti, e altri punti strategici, e furono inevitabilmente coinvolti nei combattimenti. Le truppe statunitensi arrivarono ad attaccare zone che erano già controllate dall'Armata Rossa, ad arrestare i responsabili militari, e a disarmare i soldati "rossi". Secondo la dichiarazione di un marine fatta al deputato Hugh De Lacy e inserita nel Bollettino del Congresso del gennaio 1946, gli Americani distrussero un piccolo villaggio cinese «senza alcuna pietà», senza neppure sapere «quanti innocenti venivano massacrati».

Come riferiva il New York Times del 6 novembre 1945 l'aviazione degli Stati Uniti fu utilizzata sistematicamente per compiere voli di ricognizione sul territorio controllato dai comunisti al fine di individuarne le posizioni, mitragliarli e bombardarli.

All'inizio del 1946, circa 100.000 militari americani operavano in Cina per sostenere Ciang Kai-shek. La giustificazione fornita ufficialmente da Washington al mantenimento di truppe americane in territorio cinese era che si trovavano là per "disarmare i Giapponesi". Ma ciò contrastava con la realtà. Un tenente dei marines rispondendo alle domande di un giornalista del New York Times osservava nel dicembre del 1945: «I soldati mi domandano perché sono trattenuti qui. Come ufficiale dovrei rispondere in un certo modo, ma non si può dire a un uomo che è qui per disarmare i Giapponesi, nel momento in cui sta presidiando la stessa ferrovia al fianco di un giapponese armato».

Gli Stati Uniti cominciarono a ritirare parte delle loro unità militari solo nel 1947. Circa nello stesso periodo, in sostituzione dell'aviazione che si ritirava, cominciarono a operare contro i comunisti le famose Flyng Tigers, "Tigri Volanti". Questa celebre squadriglia aerea americana al comando del generale Claire Chennault aveva combattuto per i Cinesi contro i Giapponesi prima e durante la guerra mondiale. Chennault, ex consigliere di Ciang Kai-shek per l'aviazione militare, riattivò la squadriglia con piloti mercenari per rifornire le città nazionaliste assediate dall'Armata Rossa avanzante.

L'aiuto fornito dagli Stati Uniti ai nazionalisti cinesi nel dopoguerra raggiunse i due miliardi di dollari, oltre a materiale militare per il valore di un miliardo di dollari; 39 divisioni dell'esercito nazionalista furono armate e addestrate dagli Americani, secondo le cifre fornite dal Segretario di Stato Acheson alla Commissione per gli Affari Esteri del Senato (11). Il generalissimo, la sua corte e i suoi soldati incalzati dai "rossi" dovettero infine fuggire a Taiwan. Ma il loro arrivo nell'isola era stato preparato portandone gli abitanti alla sottomissione con il terrore. Un numero imprecisato di isolani, tra i 5.000 e i 20.000 secondo i calcoli di Fleming (12), fu ucciso per soffocare preventivamente una resistenza contro le truppe di Ciang Kai-shek.

Il Pentagono dunque fu impedito di usare l'intera forza militare per realizzare i programmi del Dipartimento di Stato e di Wall Street dal fatto che i soldati rifiutarono di combattere le guerre del loro capitalismo. Ciò accadde per diversi motivi: in primo luogo, gli Americani erano puramente e semplicemente stanchi di combattere. Ne avevano avuto abbastanza e volevano uscirne. Non erano persuasi della necessità di schiacciare le rivoluzioni anticolonialiste. Cinque anni di guerra antifascista non potevano essere cancellati in poche ore. La seconda guerra mondiale era stata presentata come condotta in nome del principio di libertà contro il giogo nazifascista e per distruggere un sistema che praticava il genocidio. Alla fine della guerra, quando le potenze europee cercarono di riconquistare le loro vecchie colonie, i soldati americani dissero: «non è la nostra guerra». Uno psichiatra militare segnalò in una lettera aperta al presidente Truman la possibilità di un «crollo psicologico» nella truppa come risultato del fatto di «essere usata per reprimere gli elementi democratici che avevano sperato di liberare».

C'era infine un'altra ragione per cui i soldati americani rifiutarono di continuare a combattere dopo il '45: la "grande paura del comunismo" non era ancora stata radicata in loro. Nel 1945-1946 le grandi masse non accettavano questo concetto. L'Unione Sovietica era stata un alleato nella lotta contro il fascismo. I soldati americani non erano disposti a combattere contro chi fino a quel momento era stato un amico e un alleato.

Infine, nelle rivolte delle truppe alla fine della guerra vi fu anche una componente antirazzista. Il carattere razzista della politica estera statunitense era evidente. L'esercito stesso era razzista. Nell'esercito americano della seconda guerra mondiale i soldati di colore avevano le mansioni più dure, più sporche e più servili. Molti dei battaglioni del genio assegnati alla regione del Pacifico dopo la guerra erano unità di soli neri.

Scioperi e dimostrazioni contro le pratiche segregazioniste all'interno dell'esercito americano erano stati frequenti durante il conflitto. Nel marzo del 1945, il 35° Battaglione del Genio "Seabee", costituito da soli neri, intraprese uno sciopero della fame contro la discriminazione razziale. In un'altro caso, una unità nera di WACs, il corpo femminile dell'esercito, Women's Army Corps, scioperò a Fort Devons contro l'assegnamento a lavori servili. Le donne furono tutte deferite alla corte marziale, condannate ad un anno di lavori forzati e congedate con disonore. Il disastro di Port Chicago è passato alla storia come una delle più orribili conseguenze delle pratiche di segregazione nelle forze armate. Port Chicago, in California, era un importante deposito di rifornimenti sulla costa atlantica. Il personale della marina che lavorava al carico e scarico delle navi era quasi interamente costituito da soldati di colore. Il 17 luglio 1944 una delle navi di munizioni che si stava scaricando nel porto esplose, e morirono 327 uomini, per la maggior parte marinai neri. Quando fu ordinato ai sopravvissuti di riprendere l'attività, la maggioranza rifiutò a causa delle condizioni di lavoro evidentemente non sicure. Come misura di ritorsione, la marina ne spedì centinaia nel Pacifico. Nel più grande processo di massa della storia della marina degli Stati Uniti, cinquanta marinai di pelle nera furono deferiti alla corte marziale con imputazioni che andavano dalla cospirazione all'ammutinamento. Ogni "ammutinato" ebbe otto anni di lavori forzati, alcuni furono condannati a quindici anni (13). Il razzismo era istituzionalizzato nelle forze armate statunitensi e ciò contribuì al fatto che i soldati neri non fossero entusiasti di essere usati per sottomettere l'Asia.

Nel momento in cui i soldati americani si ribellavano all'idea di dover combattere contro l'Armata Rossa cinese e contro i movimenti democratici popolari di liberazione di paesi coloniali appariva evidente che per ottenere un rovesciamento dell'atteggiamento dell'opinione pubblica sarebbe stata necessaria una campagna psicologica lunga e di grandi proporzioni. Gli slogan antifascisti avrebbero dovuto essere sostituiti con slogan anticomunisti; le lotte dei popoli soggetti al colonialismo dovevano essere trasformate nella psicologia delle masse in "cospirazioni comuniste".

La rivolta della truppa costrinse a rimandare l'intera tabella di marcia prevista dal presidente Truman per la guerra contro l'Unione Sovietica.

Ci volle del tempo per montare la "crociata" contro il bolscevismo e la caccia alle streghe della guerra fredda.

Una conseguenza di valore storico inestimabile. Questo fu il terzo motivo per cui il monopolio nucleare e l'invulnerabilità non furono sufficienti per distruggere il bolscevismo. Parleremo più avanti del quarto motivo.

NOTE

1. Alfred Crofts, «The Case of Korea: Our Falling Ramparts», The Nation, New York, 25 Giugno 1960, pagg. 544-8.

2. John Gunther, The Riddle of Mac Arthur, Londra, 1951. pag. 165

3. A. Crofts, Op. cit., pag. 545.

4. lbid., pag. 546.

5. J. Gunther, Op. cit., pagg. 166-167 e pag. 171.

6. Mark Gayn, Japan Diary, New York, 1948, pag. 388.

7. John Kie-Chiang Ho, Korea, Democracy on Trial, New York, 1968, pag. 35.

8. David Barrett, Dixie Mission: The United States Army Observers Group in Yennan, 1944, Berkeley, 1970; R. Harris Smith, 05S: The Secret Story of America's First CIA, Berkeley, 1972, pagg. 262-3; The New York Times, 9 Dicembre 1945, pag. 24.

9. H. S. Truman, Memoirs, Vol. Two: Years of Trial and Hope, 1946-1953, Londra, 1956, pag. 66.

10. R. Harris Smit, Op. cit., pag. 282.

11. Audizioni di fronte alla Commissione per gli Affari Esteri del Senato degli Stati Uniti 1949-1950, Economic Assistance to China and Korea 1949-50, testimonianza di Dean Acheson, pag. 23, resa pubblica nel gennaio del 1974 (Historical Serie&).

12. Denna Frank Fleming, The Cold War and It's Origins, 1917-1960, New York, 1961, pag. 578; vedi anche «Parade Magazine» (Washington Post), 27 Febbraio 1966.

13. Per un resoconto settimana per settimana di queste lotte, tratto dalle pagine del Militant, vedi C. R. L. James. FightingRacism in World War II. New York. 1980.


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