Ritorna alla pagina iniziale Ritorna alla pagina iniziale

Indice

  1. Il bombardamento come filosofia
  2. Il Piano Totality
  3. Il messaggio di Hiroshima
  4. Un'idea che veniva da lontano
  5. Mister Baruch e il buon uso dell'Onu
  6. Quando piacerà al presidente
  7. Relatività dell'arma assoluta
  8. Riportateci a casa La rivolta delle truppe Usa
  9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo
  10. In attesa della terza invasione
  11. Il boomerang rosso

I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.
Altre informazioni riportate provengono da personaggi a vario titolo coinvolti negli avvenimenti o da studiosi che hanno svolto indagini. Quindi nei testi è stato dato ampio spazio alle note che documentano la provenienza delle fonti d'informazione.

La digitalizzazione per l'inserimento in queste pagine è stata prodotta utilizzando un apposito programma di elaborazione e riconoscimento testi che potrebbe avere introdotto alcuni errori nella conversione. I testi digitalizzati sono stati riletti e corretti ma se necessitasse una esatta verifica dei nomi e dei dati più significativi è consigliabile affidarsi al volume originale "Il Secolo Corto" di Filippo Gaja, Maquis Editore.

Scarica il testo completo degli 11 capitoli e della conferenza in formato .rtf e zippato
(140 Kb)

La filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere

8. Riportateci a casa: la rivolta delle truppe Usa

Sommergere l'Unione Sovietica sotto un diluvio di bombe atomiche avrebbe potuto provocarne il collasso; ma sarebbe sempre rimasto il problema di occuparla. Con quali truppe? In ogni caso nel 1946 gli Stati Uniti non avrebbero avuto le forze per attuare concretamente il controllo territoriale dell'URSS vagheggiato dai piani degli Stati Maggiori. Un impedimento decisivo allo scatenamento di un attacco venne dalle rivolte dei soldati dell'esercito americano all'indomani della seconda guerra mondiale, un capitolo quasi sconosciuto della lotta contro la guerra e pochissimo dibattuto. Anche chi ha partecipato alla seconda guerra mondiale ignora in genere che la più grande rivolta di soldati mai avvenuta nelle file di un esercito vittorioso si è verificata tra la fine del 1945 e l'inizio del 1946 (1).

La questione centrale era se le truppe statunitensi dovevano essere smobilitate, o se invece dovevano essere mantenute in armi per proteggere gli interessi dell'Occidente di fronte alla rivoluzione anti-colonialista che si stava sviluppando impetuosamente. Sull'argomento i testi di storia sorvolano. Nella migliore delle ipotesi fanno un riferimento incidentale al movimento definito dallo slogan "Riportateci a Casa". In The American Republic degli autori americani Hofstadter, Miller e Aaron, per esempio, si legge: «Alla fine della guerra, si manifestò una forte pressione all'interno dell'esercito e tra i civili per un ritorno dei soldati americani da oltreoceano. Per un certo periodo sembrò addirittura che si potesse non essere in grado di occupare gli stessi paesi che avevamo sconfitto» il che danneggiò, affermano gli autori, «gli affari internazionali degli Stati Uniti» (2).

La rivolta della truppa privò in effetti gli Stati Uniti della possibilità di mettere le mani su tutto il bottino di guerra di cui l'élite economica al potere avrebbe voluto impadronirsi se l'esercito fosse stato più docile. I generali sposarono la tesi del mondo economico e dei finanzieri di Wall Street e cercarono di eludere le richieste degli uomini di truppa per una rapida smobilitazione. Ma i soldati volevano tornare a casa. Un pamphlet pubblicato nelle Filippine dal "Comitato dei Soldati" di Manila nel momento culminante delle dimostrazioni proclamava: «Secondo un portavoce del ministero della Guerra, la smobilitazione sta procedendo "con una rapidità allarmante". Allarmante per chi? Allarmante per i generali e per i colonnelli che vogliono continuare a giocare alla guerra e non vogliono ritornare ad essere capitani o maggiori? Allarmante per gli uomini d'affari che hanno intenzione di fare soldi facendo fruttare i propri investimenti a spese dell'esercito? Allarmante per il Dipartimento di Stato, che vuole un esercito per sostenere il suo imperialismo in Estremo Oriente?». Vi era probabilmente qui un non velato riferimento al generale Douglas MacArthur, che nelle Filippine difendeva anche interessi personali, quale maggiore azionista di una serie di società che sfruttavano miniere d'oro nell'arcipelago, come la Acoje Chromite Co., le miniere Antamog e altre miniere d'oro nell'isola di Palawan.

Dallo scontro fra gli interessi in contraddizione dei banchieri e della truppa scaturì un movimento di massa che ha cambiato l'intero corso della storia post-bellica. Quando il 2 settembre 1945 il governo giapponese si arrese formalmente alle "Potenze Alleate" la guerra in Europa era già finita da 118 giorni. Tanto in Europa che in Estremo Oriente i soldati americani si aspettavano di venire riportati rapidamente negli Stati Uniti. Non vedevano la ragione per cui 15 milioni di uomini dovevano essere mantenuti in armi se la guerra era terminata.

Contrariamente alle loro attese, il comando dell'esercito cominciò a trasferire truppe da combattimento dall'Europa al Pacifico. La spiegazione ufficiale era che servivano per disarmare i Giapponesi. In realtà, oltre al Giappone vinto, i comandi americani vagheggiavano di presidiare tutti i territori conquistati dai Giapponesi fra il dicembre del '41 e il settembre del '45, e cioè la Cina, la Manciuria, la Corea, la Thailandia, Hong Kong, le Filippine, Guam, la Malesia, il Borneo, le isole Celebes, la Nuova Guinea, Singapore, la Malacca e l'Indonesia. I Giapponesi avevano trasformato questi territori in colonie di sfruttamento e il capitale americano era attratto dall'idea di sostituirsi a loro.

Il Congresso venne sommerso da petizioni e lettere di soldati che protestavano per il prolungamento del servizio. La Casa Bianca annunciò, il 21 agosto 1945, di aver ricevuto un telegramma di protesta sottoscritto da 580 militari della 95a Divisione di fanteria di stanza a Camp Shelby, nel Mississippi. La 95a, che aveva già trascorso anni nel teatro europeo, era stata assegnata al Pacifico. Durante il tragitto attraverso gli Stati Uniti i soldati esposero ai finestrini dei treni cartelli che dicevano: «Arruolàti di forza per il Pacifico», «Siamo stati venduti», «Dove stiamo andando?». Due giornalisti che cercavano di intervistare i soldati sul treno furono arrestati dalla Polizia Militare con il pretesto che i movimenti delle truppe erano ancora considerati informazioni segrete.

Per tutto l'autunno del 1945 la campagna per il ritorno a casa delle truppe andò aumentando di intensità. Manifestazioni di massa si moltiplicavano per tutta l'America. I soldati invitavano la popolazione a partecipare alle loro assemblee. Il risentimento dilagava a macchia d'olio. Il celebre giornalista Drew Pearson riferì il 15 settembre: «Il generale Harry Lewis Twaddle, comandante della 95a Divisione, ha riunito i suoi soldati per spiegare l'urgenza di occupare militarmente il Giappone. I fischi e le proteste dei soldati sono stati così prolungati e frequenti, che il generale ha impiegato quaranta minuti per portare a termine un discorso che avrebbe dovuto durare, si e no, quindici minuti».

Prima della fine di dicembre il movimento di rivolta nella truppa aveva raggiunto proporzioni esplosive. Il giorno di Natale del 1945 a Manila 4.000 soldati raggiunsero in corteo il quartier generale del 21° Centro Rincalzi con cartelli su cui si leggeva: «Vogliamo navi». La dimostrazione era stata originata dalla cancellazione di un trasporto di truppe previsto per il ritorno di un certo numero di uomini negli Stati Uniti, e durò soltanto pochi minuti. Ma la tensione si riaccese quando il comandante del Centro, colonnello Campbell, tuonò irosamente contro i dimostranti gridando: «Dimenticate che non lavorate per la General Motors. Siete ancora nell'esercito». Il riferimento, fortemente inopportuno, era ai 225.000 lavoratori della General Motors sparsi nei molti stabilimenti su tutto il territorio degli Stati Uniti, che stavano conducendo un duro sciopero contro i licenziamenti e la riduzione dei salari. Nell'esercito americano, in particolare nella fanteria, la truppa era costituita in gran parte da operai che sentivano come propri i problemi dei salariati della General Motors. La dimostrazione dei soldati era venuta a coincidere con la più grande agitazione sindacale della storia degli Stati Uniti. Le analogie tra le azioni dei soldati e le azioni degli operai suscitavano irritazione nei comandi militari.

In Europa le cose non andavano diversamente. il 13 gennaio 1946 il giornale di New York PM pubblicò un servizio del suo corrispondente da Norimberga, che riferiva: «I soldati hanno la febbre dello sciopero. Ognuno di loro a cui rivolgo la parola si mostra pieno di risentimento, di umiliazione e di rabbia (...) Ora sentono di avere una legittima rivendicazione nei confronti del loro datore di lavoro, l'esercito. Che la rivendicazione non comprenda anche un aspetto salariale, è un fatto assolutamente marginale. Ai soldati non piacciono né le condizioni di lavoro, né il prolungamento della durata del contratto, né tantomeno gradiscono i loro capi, i generali».

L'agitazione continuò ad estendersi anche nel Pacifico. Subito dopo la grande dimostrazione di Manila il colonnello Krieger, l'ufficiale addetto al personale del comando generale delle Filippine, diede l'assicurazione a 15.000 uomini del Centro Rincalzi che sarebbero stati riportati negli Stati Uniti senza indugio. Il 4 gennaio successivo il generale Lawton Collins, ufficiale addetto alle informazioni dello stesso comando, ammise che esisteva un numero sufficiente di navi per riportare a casa entro tre mesi tutti gli uomini smobilitati. Ma pochi giorni dopo Stars and Stripes, il giornale dell'esercito letto da tutti i militari americani nel mondo, riproduceva un comunicato del ministero della Guerra secondo cui le smobilitazioni della zona del Pacifico sarebbero state ridotte da 800.000 a 300.000 al mese a causa di imprecisate "difficoltà".

I soldati reagirono con furore. Il loro stato d'animo era descritto molto bene da un militare la cui lettera fu inclusa nel Congressional Record, il bollettino del Congresso americano del 23 gennaio 1946. Il soldato scriveva: «Prima, non c'erano navi, adesso non ci sono i rincalzi; dovremmo starcene qui tranquilli e lasciare che ricattino le nostre famiglie e ci tengano come ostaggi allo scopo di realizzare il loro programma di addestramento militare obbligatorio?».

Qui sta la spiegazione dell'arcano.

L'America non aveva un servizio militare obbligatorio prima del conflitto. Questo fu istituito nel settembre del 1940 e permise l'arruolamento di 1.5 milioni di uomini. Ma si trattava di una coscrizione provvisoria, a termine, di cui la legge fissava la scadenza nel marzo 1947. A quella data gli Stati Uniti si sarebbero trovati senza esercito, il che contrastava evidentemente con i programmi imperiali dei gruppi dirigenti. Era in discussione una legge che prevedeva un nuovo servizio militare obbligatorio "per il tempo di pace" (Selective Service Act) che incontrava una viva ostilità nella società e procedeva con molte difficoltà in Congresso, a tal punto che non poté essere approvata prima del giugno del 1948, in piena "guerra fredda". Ritardando la smobilitazione il Pentagono mirava a conservare sui vari fronti una capacità operativa adeguata ai suoi progetti palesi e segreti.

Cogliere i frutti della guerra aveva, per i banchieri e gli uomini d'affari di Wall Street mimetizzati nelle uniformi militari, un significato preciso: stabilire un solido controllo sulle risorse naturali dei paesi occupati ed eliminare le resistenze popolari sorte dalla guerra antigiapponese e antitedesca.

Nelle Filippine, ad esempio -un paese che gli Stati Uniti occupavano già da 50 anni- l'esercito statunitense aveva già fatto di tutto per soffocare le forze militari della resistenza "Huk" (abbreviazione di Hukbalahap, Esercito Popolare Antigiapponese) mentre ancora era in corso la guerra contro l'occupazione nipponica. Unità speciali miste dell'esercito americano, comandate da ufficiali americani ma composte di soldati statunitensi e filippini, avevano sistematicamente attaccato gli Huk con varie tattiche, cercando di erodere il sostegno di cui godevano tra i contadini.

Ma nei giorni finali della seconda guerra mondiale si passò direttamente, per ordine del generale MacArthur, ad arrestare i dirigenti del movimento Huk e del partito comunista filippino, disarmando tutti i militanti su cui fu possibile mettere le mani, ed estromettendo i rappresentanti del movimento dai governi locali. In questa campagna anti-Huk, gli Stati Uniti utilizzarono molti Filippini che avevano collaborato con i Giapponesi, i proprietari terrieri, i latifondisti, poliziotti e funzionari statali delle strutture amministrative create dai Giapponesi, restituendo loro poteri e cariche, e provocando grande scontento nella popolazione (3).

Per i responsabili della politica americana nelle Filippine, gli Huk erano uno strumento della "cospirazione comunista internazionale" e perciò dovevano essere contrastati spietatamente. Sia a Washington che a Manila dominava in realtà il timore che il movimento potesse condurre a riforme sostanziali della società filippina. L'elemento centrale del programma politico degli Huk era la riforma agraria. Di riforma agraria avevano parlato sporadicamente anche alcune personalità politiche americane negli anni precedenti la guerra, ma in cinque decenni alle loro enunciazioni astratte non era mai seguito nulla di concreto. L'altro obiettivo degli Huk era l'industrializzazione, che gli Stati Uniti avevano ostacolato per lasciare campo libero all'invasione dei prodotti delle industrie americane. Per gli Huk, riforma agraria e industrializzazione costituivano le indispensabili premesse per lo sviluppo del paese. «La ribellione dei comunisti e dell'Hukbalahap», scriveva il New York Times del 19 dicembre 1952, «è generalmente considerata come un prodotto della miseria e dello scontento tra i contadini del centro di Luzon» (4), l'isola maggiore dell'arcipelago filippino.

Le operazioni contro i Giapponesi non erano ancora terminate che gli Stati Uniti cominciarono ad armare e addestrare una prima forza di 50.000 soldati filippini in funzione anti-Huk (5). Testimoniando di fronte alla Commissione Affari Esteri del Congresso il generale William Arnold, Vice Capo di Stato Maggiore addetto alle operazioni, dichiarò il 7 giugno 1946 in modo esplicito che tale programma era «essenziale per il mantenimento dell'ordine interno, e non aveva alcun riferimento a difficoltà esterne». Si trattava cioè di forze speciali addestrate specificamente per la repressione del "nemico interno". La guerra e i Giapponesi non vi avevano più nulla a che vedere.

Per questa ragione i soldati americani venivano trattenuti alle armi. Una divisione di fanteria ebbe l'ordine di riprendere l'addestramento al combattimento. Questo fatto provocò clamorose proteste e dimostrazioni da parte dei soldati che volevano tornare a casa in quanto consideravano la loro guerra ormai finita. Il ripristino dell'addestramento al combattimento, rivelava il New York Times dell'8 gennaio 1946 sotto il titolo "Proteste di soldati americani nelle Filippine", fu «interpretato dai soldati e da alcuni giornali filippini come la preparazione della repressione di possibili sollevazioni da parte di gruppi di contadini scontenti». Nei mesi che seguirono le elezioni politiche dell'aprile 1946 un'ondata di brutalità condotta dai militari, dalla polizia, e dalle squadracce dei proprietari terrieri si abbatté sui villaggi degli Huk. Centinaia di contadini furono assassinati e migliaia imprigionati. L'ex resistenza filippina antigiapponese non ebbe altra scelta che quella di riprendere le armi e trasformarsi in resistenza antiamericana.

Gli Stati Uniti concessero infine l'indipendenza formale alle Filippine il4 luglio del 1946, ma solo dopo aver imposto ai Filippini un protocollo che assicurava loro l'uso di 23 basi militari per 99 anni e che in pratica perpetuava l'occupazione. Nel solenne discorso di proclamazione dell'indipendenza, l'Alto Commissario statunitense McNutt, senza la più pallida intenzione di fare dell'umorismo, disse testualmente: «A qualche mese di intervallo il mondo avrà visto nel Pacifico l'esplosione della bomba atomica e il grazioso dono della libertà a un popolo dipendente. Queste due azioni sono state compiute dalla stessa nazione, gli Stati Uniti: la prima è l'espressione di una potenza illimitata, la seconda è la manifestazione di una comprensione infinita» (6). L'esercito americano continuerà poi a condurre operazioni militari contro i ribelli di sinistra fino a tutto il 1954.

Era questa la situazione di fondo in cui si collocavano le agitazioni dei soldati americani.

Manila divenne il centro propulsore del movimento di protesta della truppa. Il 6 gennaio 1946 migliaia di militari manifestarono in punti diversi della città. Un gruppo venne disperso dalla Polizia Militare mentre si avvicinava alla sede del quartier generale dove erano gli uffici del generale William D. Styer. Le dimostrazioni continuarono il 7 gennaio. più di 2.500 uomini in uniforme marciarono inquadrati fino al quartier generale portando striscioni che dicevano: «Servizio sì, servitù mai», e «Siamo stanchi di promesse». Nei volantini ciclostilati che i soldati distribuivano al passaggio del corteo, la politica di riarmo propugnata dal Pentagono per il dopoguerra veniva attaccata esplicitamente: «Il rimpatrio delle truppe viene deliberatamente rallentato in modo da forzare l'approvazione del nuovo servizio militare obbligatorio per il tempo di pace (...) Il Dipartimento di Stato vuole l'esercito per sostenere il suo imperialismo».

Il movimento andava via via assumendo un carattere più marcatamente politico. Il 7 gennaio 1946 furono non meno di 20.000 i soldati che si accalcarono all'interno di ciò che rimaneva del palazzo del Congresso Filippino di Manila per ascoltare oratori che denunciavano energicamente l'aggressione degli Stati Uniti nel nord della Cina contro l'Armata Rossa di Mao Tse-tung, e chiedevano che alle Filippine fosse concessa una indipendenza reale. Dai ranghi inferiori dell'esercito americano saliva spontanea la denuncia del fatto che i Giapponesi erano stati sconfitti, ma le Filippine "liberate" restavano una colonia degli Stati Uniti.

Il fermento era vivo in tutto il Pacifico. Seimila soldati che si trovavano sull'isola di Saipan, nella Micronesia, inviarono a Washington una protesta collettiva contro il rallentamento della smobilitazione. A Guam 3.500 militari del 315° Stormo da Bombardamento diedero inizio ad uno sciopero della fame. Sempre a Guam, 18.000 uomini presero parte a due grandi raduni di protesta. Dalle Hawaii, dall'Alaska, dall'Europa e dal Giappone, migliaia di telegrammi sommersero gli Stati Uniti, diretti ad amici, alle famiglie, al Congresso, alle Chiese, alle organizzazioni di reduci, e ai sindacati. Tutti chiedevano che si esercitasse una pressione nei confronti del ministero della Guerra perché riportasse a casa le truppe.

Via via che le notizie delle proteste di massa dei soldati nel Pacifico si diffondevano, l'ondata delle manifestazioni cominciò a toccare l'Europa. IL 7 gennaio 1946, nel secondo giorno delle dimostrazioni di Manila, 2.000 militari di truppa diedero vita ad un raduno di massa anche a Camp Boston, in Francia, chiedendo un'accelerazione della smobilitazione in Europa. A Reims, 1.500 militari di truppa manifestarono contro le "spiegazioni illogiche" che i comandi fornivano per il rallentamento dei congedi. Sui muri di Parigi comparvero manifesti di solidarietà con i militari in rivolta a Manila. Partendo dall'Arco di Trionfo, più di un migliaio di soldati sfilò lungo i Campi Elisi. In Germania, un centinaio di soldati sottoscrisse un telegramma indirizzato alle autorità militari di Washington chiedendo: «Si deve consentire agli ufficiali superiori di costruire imperi? Perchè?».

Da Londra, 1.800 soldati e ufficiali dell'aviazione chiesero «(...) una spiegazione per il rinvio della smobilitazione» accusando di falsità il New York Times il quale aveva scritto che tutti i soldati statunitensi che non erano stati mandati a casa, erano stati trattenuti in Europa perché avevano delle malattie veneree o si erano offerti volontari. Una giustificazione che offendeva il buon senso oltre che la verità. Ai soldati non erano piaciute neppure le spiegazioni ambigue sui ritardi della smobilitazione che erano state date loro da una delegazione del Congresso giunta in Europa per tentare di tranquillizzare la truppa.

La protesta continuò ad allargarsi: a Francoforte, in Germania, una dimostrazione di 5.000 soldati fu affrontata con le baionette in canna dalla Polizia Militare e furono compiuti venti arresti. Cinquemila soldati dimostrarono a Calcutta, in India, e 15.000 a Hickam Field, a Honolulu, nelle Hawaii. A Seul, in Corea, diverse migliaia di soldati resero pubblica una risoluzione in cui si affermava: «Non riusciamo a capire l'insistenza del ministero della Guerra a mantenere all'estero in tempo di pace un esercito sovradimensionato. A che cosa deve servire?»

Per tornare alle Filippine, 4.000 soldati di stanza a Batangas raccolsero i fondi necessari per pagare inserzioni a pagina intera sui giornali statunitensi nelle quali si chiedevano le dimissioni del ministro della Guerra. Contemporaneamente, il giornale militare pubblicato nelle Hawaii uscì col seguente titolo di prima pagina: «Il ministro della Guerra è il nemico Numero Uno».

La protesta si fece più profonda anche all'interno degli Stati Uniti. Per mesi i soldati avevano stampigliato sulla posta che spedivano a casa slogan come: «Scrivi al tuo deputato: riportaci a casa» e «Niente navi niente voti». Nel periodo culminante della rivolta dei soldati, il senatore Elbert D. Thomas, che era capo della Commissione per gli Affari Militari, si sfogò con la stampa: «Gli elettori incalzano giorno e notte. La pressione è incredibile. La posta inviata dalle mogli, dalle madri e dalle fidanzate che chiedono che i loro uomini siano riportati a casa, sta arrivando a una media di 100.000 lettere al giorno», senza contare quella spedita direttamente dai soldati.

La protesta dei militari di truppa giunse infine a toccare una tematica allarmante per gli alti comandi militari. Il 1° gennaio 1946, a Parigi 500 militari fecero proprie una serie di rivendicazioni definite da un dispaccio dell'agenzia di stampa United Press lnternational come «un programma rivoluzionario per la riforma dell'esercito».

"La Magna Charta degli Arruolati", come fu chiamato questo programma, reclamava l'abolizione delle mense ufficiali, l'apertura dei circoli per ufficiali di ogni caserma, campo o centro a tutti i sottufficiali e soldati semplici senza distinzione, l'abolizione delle sezioni riservate agli ufficiali in occasione delle manifestazioni ricreative e l'abolizione degli alloggiamenti speciali riservati agli ufficiali. Si avanzava inoltre la richiesta che tutti gli ufficiali dovessero trascorrere un anno nei ranghi come soldati semplici prima di ottenere i gradi, e si richiedeva la riforma della composizione delle giurie nelle corti marziali dell'esercito, includendovi anche soldati semplici. I soldati presentarono ufficialmente la loro "Magna Charta" a una Commissione di inchiesta del Senato in visita a Parigi. Si costituì anche un "Comitato per la Liberazione dei Soldati" che lanciò un invito a tutte le unità americane di stanza in Francia a organizzare ulteriori azioni di protesta. La macchina militare statunitense minacciava di sgretolarsi. La rivolta di soldati costituiva un'interferenza più che seria sui piani dei Capi di Stato Maggiore Riuniti.

Alla fine della seconda guerra mondiale l'esercito americano era organizzato ancora su schemi e regolamenti rigidamente burocratici che non prevedevano critiche provenienti dai ranghi inferiori. I soldati che protestavano rivolgendosi al loro deputato o che partecipavano ad azioni come quelle descritte si esponevano a punizioni severe. Ma il carattere di massa delle proteste dei soldati assunse tali proporzioni da non lasciare spazio alla repressione. Sarebbe stato impossibile prendere di mira i capi del movimento senza scatenare proteste ancora più violente. D'altra parte non esistevano le forze per reprimere centinaia di migliaia di militari. La situazione era critica e il processo di rapida dissoluzione della disciplina pareva inarrestabile. I graduati e i soldati semplici avevano cominciato a requisire aerei e camionette per condurre i rappresentanti eletti della truppa ad incontri con le commissioni di inchiesta senatoriali per discutere sul come organizzare i trasporti verso casa.

In un primo momento la gerarchia militare usò metodi morbidi. Si limitò a ordinare che tutte le lagnanze passassero attraverso i normali canali gerarchici e imposero la censura alla stampa dei militari, come si deduce dalla notizia pubblicata l'11 gennaio 1946 dal Daily Pacifican, un giornale dell'esercito stampato a Manila. Il quotidiano informava i suoi lettori: «Nuove restrizioni alla libertà di espressione imposte dall'alto non ci permetteranno più di far conoscere tutte le notizie e tutta la verità ai soldati nostri lettori».

Gli Stati Maggiori passarono infine alla repressione. Il 17 gennaio 1946 l'allora Capo di Stato Maggiore Dwight Eisenhower emise un ordine che proibiva qualsiasi ulteriore dimostrazione da parte dei soldati. Un ordine analogo fu anche emesso dal generale Joseph McNarney, comandante delle forze statunitensi in Europa. Il generale Robert Richardson Ir. ordinò il deferimento alla corte marziale di qualsiasi soldato o ufficiale appartenente a unità di stanza nel Pacifico centrale che continuasse le agitazioni. Tre dei militari che avevano preso la testa del movimento di protesta a Honolulu furono inquisiti dalla polizia militare. Altre rappresaglie furono messe in atto principalmente sotto la forma di trasferimenti. Due giornalisti furono rimossi dalla redazione di Stars and Stripes e trasferiti nell'isola di Okinawa -considerata la "Siberia" dell'esercito americano- per aver firmato una protesta contro l'imbavagliamento ufficiale del giornale.

Anche alcuni esponenti del movimento dei soldati di Manila furono trasferiti a Okinawa. Uno dei suoi promotori era il sergente Emil Mazey, ex presidente della sezione 212 dell'United Auto Workers (UAW), Lavoratori Uniti dell'Auto, aderente al Congress of Industrial Organizations (CIO), Congresso delle Organizzazioni Industriali. Mazey era un sindacalista combattivo che aveva guidato all'interno dell'UAW, nel 1943, la lotta contro il divieto di sciopero in tempo di guerra e aveva lavorato per la creazione di un partito dei lavoratori negli Stati Uniti. Come Mazey altri ex sindacalisti ebbero una parte importante nell'organizzazione della protesta della truppa e contribuirono alla fine della guerra alla saldatura fra il movimento "Riportateci a Casa" e l'ala più radicale del movimento sindacale americano.

Molti degli uomini inquadrati nelle forze armate statunitensi durante la seconda guerra mondiale avevano partecipato alle grandi lotte sindacali della fine degli anni '30 e ne erano stati profondamente influenzati. Migliaia e migliaia di loro avevano appreso i metodi e le tattiche della lotta di massa; avevano acquisito capacità di organizzazione e conoscevano il potere dell'azione unitaria. Queste lezioni furono utilizzate con grande efficacia per organizzare la truppa in agitazione. In quasi tutte le basi militari in cui vi erano soldati che dimostravano, cominciò a formarsi una organizzazione. Le notizie secondo cui «i soldati eleggevano rappresentanti delegati a esporre le loro richieste» o «nominavano comitati per pianificare le ulteriori azioni» si succedevano senza posa. Il livello organizzativo più alto fu raggiunto dal Comitato dei Soldati di Manila come sviluppo dell'azione iniziata il 6 gennaio. Il 10 gennaio 1946, 156 delegati, ognuno eletto da un differente reparto della regione di Manila, in rappresentanza di 139.000 soldati, tennero la loro prima riunione, elessero all'unanimità un presidente e un comitato centrale composto di otto membri, che -come riferiva il New York Times dell'11 gennaio 1946- comprendeva anche due ufficiali, ed era «largamente rappresentativo delle varie fedi e delle diverse provenienze». C'erano un soldato nero della Carolina del Nord, un soldato bianco dell'Alabama, un soldato ebreo e un altro di origine italiana. I delegati adottarono anche un programma d'azione.

I protagonisti delle proteste erano perfettamente consapevoli di avere negli Stati Uniti degli alleati nei sindacati. Il presidente dell'Unione Lavoratori dell'Auto, Thomas, rese pubbliche le richieste di appoggio ricevute dai soldati con una dichiarazione ripresa dalla stampa: «Nutro la più assoluta simpatia per i sentimenti offesi di questi soldati. (...) Quali soldati e quali marinai possono mai servirci per occupare le pacifiche Filippine, se le Filippine sono un paese che ha già conquistato con la lotta la propria indipendenza?».

Il Consiglio della CIO di Los Angeles convocò nel gennaio del 1946 una dimostrazione pubblica di fronte al consolato cinese a sostegno delle richieste dei soldati americani contrari all'appoggio americano al Kuomintang di Ciang Kai-shek. I soldati di stanza nel Pacifico si opponevano all'impiego di unità militari statunitensi nella guerra contro la sollevazione rivoluzionaria che stava percorrendo la Cina. Il Consiglio della CIO della città di Akron approvò una mozione, subito ripresa e fatta propria da altri sindacati, che diceva: «Premesso che comitati di soldati delle zone di occupazione hanno chiesto l'aiuto del movimento dei lavoratori per accelerare il ritorno alle loro case e alle loro famiglie, il Consiglio Sindacale Industriale di Akron si associa alle loro proteste contro il rallentamento della smobilitazione e dà il suo appoggio ai milioni di lavoratori in uniforme che desiderano la pace e il ritorno alla vita normale. Il Consiglio Sindacale Industriale di Akron si dichiara assolutamente solidale con i soldati che protestano perché non vogliono essere usati per proteggere le ricchezze e le proprietà all'estero di società private ostili ai lavoratori, come la Standard Oil e la General Motors».

Sarebbe sorprendente sentir pronunciare oggi simili parole da un movimento sindacale non solo in America ma in qualsiasi altro paese industrializzato. Ma nel 1946, mentre le truppe dimostravano all'estero, i sindacati erano impegnati sul fronte interno in una lotta per la loro stessa esistenza. Tra il 1941 e il 1945 il movimento sindacale negli Stati Uniti aveva operato sotto severe restrizioni imposte dal governo Roosevelt con la collaborazione della burocrazia sindacale. Ogni conflitto veniva regolato con un arbitraggio obbligatorio dal ministero della produzione bellica. Le ore di lavoro erano state aumentate e i salari congelati al livello anteguerra. La "Commissione di Guerra per la Manodopera", istituita con un decreto legge all'inizio del conflitto, estendeva il suo potere di controllo e regolazione non solo sui 2.300.000 dipendenti federali, ma anche sui milioni di lavoratori delle industrie classificate "essenziali" per la guerra. Anche le libertà civili erano state limitate. Chi si opponeva apertamente alla guerra, come i dirigenti della Sezione 544 dei General Drivers di Minneapolis e i membri del Socialist Workers Party, il Partito Socialista dei Lavoratori, era stato arrestato e internato ai sensi della "Legge Smith".

Tutte le forze politiche e sindacali di una certa rilevanza nel paese avevano accettato la logica della guerra. Sia l'American Federation of Labour (AFL) che la CIO avevano rinunciato all'arma dello sciopero per tutta la durata della guerra. Ma questo eccesso di identificazione negli interessi bellici del grande capitale venne presto punito. Le classi padronali americane non si lasciarono sfuggire l'occasione del conflitto per condurre un attacco senza esclusione di colpi contro le conquiste fatte dai lavoratori con le lotte degli anni '30. La posizione degli industriali americani si riassumeva perfettamente nelle parole dell'ammiraglio Ben Moreel, capo dell'Ufficio Cantieri e Magazzini, che in un convegno a Toronto dichiarò: «Ammetto che nessuno può vivere senza lavoro, ma si può vivere benissimo senza sindacati. Stanno vivendo senza sindacati in Germania, in Italia e in Giappone, e, secondo me, si vivrebbe dannatamente bene anche qui in America senza sindacati».

A conflitto concluso, la rivolta dei lavoratori contro le restrizioni imposte ai loro diritti nella logica della guerra raggiunse proporzioni di massa. Sei mesi dopo la resa del Giappone, 1.700.000 tra uomini e donne erano già in lotta negli Stati Uniti per chiedere la diminuzione delle ore di lavoro e aumenti salariali. Gli industriali americani, memori di quel che era successo dopo la prima guerra mondiale nel 1919, puntavano sulla possibilità che l'ondata di disoccupazione conseguente ai tagli della produzione bellica, aggravata dall'arrivo sul mercato del lavoro di milioni di reduci, avrebbe potuto essere sfruttata per condizionare sindacati e lavoratori. Ma la situazione del 1945 era molto differente da quella del 1919. Le battaglie condotte dai sindacati industriali durante gli anni della grande depressione avevano trasformato il movimento sindacale americano e avevano favorito l'eliminazione delle divisioni al suo interno, compresa la segregazione razziale all'interno dei sindacati.

Anche durante la guerra, d'altronde, vi era stata lotta sindacale. I sindacati avevano ottenuto la garanzia del mantenimento del posto di lavoro e dei diritti di anzianità per chi era stato chiamato alle armi e inviato sui vari fronti all'estero, in Europa e in Asia. La saldatura fra la sollevazione dei soldati oltreoceano e la lotta dei lavoratori sindacalizzati fu perciò un fatto naturale. Una volta tornati a casa i reduci non poterono essere mobilitati come forza lavoro di riserva per far fallire gli scioperi. Si unirono invece ai lavoratori in agitazione, e lottarono assieme ai sindacati per ottenere aumenti salariali e un livello di vita decente. Reduci e operai dimostravano uniti.

Le manifestazioni di massa da parte dei soldati con lo slogan "Riportateci a Casa", per quanto brevi siano state ebbero conseguenze di vasta portata. In primo luogo, costrinsero il governo degli Stati Uniti a smobilitare le truppe. più di 12 milioni di uomini e donne erano sotto le armi al momento della fine della guerra. Entro la metà dell'estate del 1946 si ridussero a 3 milioni. Entro il giugno del 1947 scesero a un milione e mezzo. La forza della rivolta, la sua dimensione e la sua profondità, e l'imponente sostegno ricevuto all'interno degli Stati Uniti, provocarono la quasi completa disintegrazione della macchina militare americana. Il governo non ebbe altra scelta che quella di sciogliere il grande esercito di coscritti.

In secondo luogo, la rivolta fece comprendere in modo inequivocabile all'apparato militare che non sarebbe stato facile ottenere un esercito di leva disciplinato a tal punto da essere buono per tutti gli usi. La resistenza alla manovra dei vertici militari per imporre il servizio militare obbligatorio portò all'evidenza che il popolo degli Stati Uniti non voleva essere coinvolto in un programma i cui scopi erano molto nebulosi. Una guerra vittoriosa era appena finita. A quale altra guerra avrebbe dovuto servire il nuovo grande esercito che i militari volevano a tutti i costi mettere in piedi? La resistenza popolare ritardò in tal modo l'approvazione della legge che istituiva il servizio militare universale in tempo di pace e che fu varata anni più tardi con molte limitazioni. Le tecniche della propaganda dovettero essere applicate a un ritmo molto più intenso prima di riuscire a "vendere" agli Americani l'idea della coscrizione obbligatoria.

In terzo luogo, le dimostrazioni all'insegna dello slogan "Riportateci a casa" fecero comprendere alla classe dominante statunitense che sarebbe stata necessaria una grande operazione di propaganda politica per convincere i lavoratori degli Stati Uniti dell'esistenza di una "minaccia comunista" a livello mondiale. Per servire le idee che i pianificatori del Pentagono andavano elaborando occorreva un altro esercito americano. Ma sarebbe più corretto dire che agli alti strateghi di Washington occorrevano altri eserciti, non necessariamente nuovi. Per i nuovi compiti sarebbe stato utile riesumare certi vecchi eserciti che sembravano sepolti sotto le rovine della guerra.

NOTE

1. Mary-Alice Walters, «1945: When US Troops Said ‘No’'», New lnternational, New York, 1991, pagg. 279-300.

2. Hofstadter, Miller e Aaron, The American Republic. pag. 461 (citato da M. A. Walters, Op. cit., pag. 279).

3. Sulle azioni degli Stati Uniti contro gli Huk durante la seconda guerra mondiale. vedi Luis Taruc, Born of the People, New York, 1953, pagg. 147-62 e 186-211 (è l'autobiografia del comandante degli Huk che si arrese al governo nel 1954); William J. Pomeroy, An American Made Tragedy, New York, 1974, pagg. 74-77 (Pomeroy è un americano che ha combattuto nelle Filippine durante la guerra e lì ha conosciuto gli Huk. Dopo la guerra è ritornato a combattere al loro fianco fino a che non è stato catturato nel 1952); George E. Taylor, The Philippines and the United States: Problems of Parternship. New York, 1964, pag. 122; The New York Times. 30 Ottobre 1945. pag. 3; 12 Maggio 1946, pag. 22.

4. The New York Times. 19 Dicembre 1952, pag. 13.

5. The New York Times, 5 Gennaio 1946. pag. 15.

6. George Fischer, nella «Presentazione» del testo di William J. Pomerov Les Huks dans la foret des Philippines, Parigi, 1968, pag. 15.


Puoi stampare la presente pagina facendo click sulla stampante

[pagina contenuta nel sito http://www.homosapiensplus.altervista.org]