Ritorna alla pagina iniziale Ritorna alla pagina iniziale

Indice

  1. Il bombardamento come filosofia
  2. Il Piano Totality
  3. Il messaggio di Hiroshima
  4. Un'idea che veniva da lontano
  5. Mister Baruch e il buon uso dell'Onu
  6. Quando piacerà al presidente
  7. Relatività dell'arma assoluta
  8. Riportateci a casa La rivolta delle truppe Usa
  9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo
  10. In attesa della terza invasione
  11. Il boomerang rosso

I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.
Altre informazioni riportate provengono da personaggi a vario titolo coinvolti negli avvenimenti o da studiosi che hanno svolto indagini. Quindi nei testi è stato dato ampio spazio alle note che documentano la provenienza delle fonti d'informazione.

La digitalizzazione per l'inserimento in queste pagine è stata prodotta utilizzando un apposito programma di elaborazione e riconoscimento testi che potrebbe avere introdotto alcuni errori nella conversione. I testi digitalizzati sono stati riletti e corretti ma se necessitasse una esatta verifica dei nomi e dei dati più significativi è consigliabile affidarsi al volume originale "Il Secolo Corto" di Filippo Gaja, Maquis Editore.

Scarica il testo completo degli 11 capitoli e della conferenza in formato .rtf e zippato
(140 Kb)

La filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere

7. Relatività dell'arma assoluta

I piani per un attacco preventivo contro l'Unione Sovietica cui abbiamo fin qui fatto cenno, elaborati dagli Stati Maggiori su richiesta del presidente Truman, si basavano su due presupposti strategici e avevano due obiettivi. Il primo presupposto era l'invulnerabilità del territorio americano. In quegli anni non esisteva alcuna forza al mondo capace di colpire il territorio nazionale degli Stati Uniti. Il secondo presupposto era il monopolio nucleare. Nessuno, oltre agli Stati Uniti possedeva bombe atomiche.

Gli obiettivi erano non meno chiari: c'era un obiettivo storico. la distruzione del bolscevismo, e un obiettivo strategico implicito. impedire all'URSS di arrivare a fabbricare armi atomiche.

Se i Sovietici fossero riusciti a loro volta a produrre bombe nucleari. l'obiettivo di eliminare il bolscevismo si sarebbe complicato e si sarebbe trasformato in un problema di lunga prospettiva. L'impossibilità di ritorsione da parte avversaria e l'immenso potere distruttivo della bomba atomica conferivano ai progetti di bombardamento preventivo. almeno sul piano teorico, la più alta probabilità di successo pieno.

Poiché l'attacco nucleare preventivo sull'URSS non si è verificato, si affaccia una domanda ovvia: perché gli Stati Uniti non colpirono nel momento in cui possedevano il monopolio atomico e l'invulnerabilità? La documentazione storica ci offre oggi la possibilità di dare una risposta esauriente al quesito. Una risposta che, come abbiamo accennato nell'introduzione, sconvolge tutto ciò che si è saputo e pensato fin qui sulla cosiddetta guerra fredda, e che obbliga a una revisione della storia. a profonde riflessioni e a un esame di coscienza.

La stragrande maggioranza dei lettori correrà con la mente all'idea che a impedire il bombardamento siano state considerazioni di ordine morale. L'annientamento atomico di milioni di cittadini sovietici inermi sarebbe stato evidentemente un atto immorale. L'effetto psicologico negativo era preso in considerazione anche nei piani degli Stati Maggiori americani, benché solo in relazione ai riflessi che il bombardamento avrebbe potuto avere sul comportamento della popolazione statunitense. In uno di questi piani si leggeva: «Un attacco di sorpresa contro l'Unione Sovietica (...) sarebbe ripugnante per molti Americani. Anche se la popolazione americana sosterrebbe probabilmente unita lo sforzo bellico, lo shock della responsabilità per un attacco di sorpresa sarebbe moralmente corrosivo. Molti dubiterebbero che si possa trattare di una "guerra giusta" e che tutte le ragionevoli possibilità per una soluzione pacifica fossero state esplorate in buona fede. La vittoria in una guerra con tali caratteristiche ci avvicinerebbe ben poco, se non per nulla, al trionfo nel fondamentale conflitto ideologico con i Sovietici» (1).

In realtà a impedire l'attacco furono quattro ragioni di carattere eminentemente materiale che esporremo in questo e nei prossimi capitoli.

Nel 1946 la bomba atomica al plutonio poteva essere sganciata soltanto da un bombardiere quadrimotore B-29 capace di volare ad altissima quota. Ma sia l'arma che il vettore erano talmente imprecisi che non sarebbe stato possibile compiere alcuna distinzione fra obiettivi militari e obiettivi civili. Bombardiere e bomba potevano fare solo quello che avevano fatto a Nagasaki: "cancellare" tutto ciò che esisteva entro un determinato perimetro. Erano quindi mezzi rozzi al limite dell'inumano per una guerra d'attacco preventivo su di un nemico privo di qualsiasi difesa. Il bombardamento avrebbe portato allo sterminio di milioni di persone. Tuttavia le cifre delle probabili vittime erano evidenziate nei piani come un fattore positivo che avrebbe potuto indurre il nemico sovietico alla passività e alla resa. Faceva parte del calcolo.

Dopo l'esperienza di Hiroshima e Nagasaki era possibile una valutazione relativamente esatta delle perdite umane che un massiccio bombardamento atomico dell'URSS avrebbe potuto provocare. Nella documentazione militare successiva al 1945 sono rarissimi i riferimenti alla questione morale. Quando si era trattato di lanciare la bomba sui Giapponesi, fra gli scienziati s'era levata qualche rara voce di dissenso come quella di Niels Bohr e di Leo Szilard. Ma l'uso dell'atomica sui comunisti sovietici dopo la fine della guerra era una questione che riguardava solo la Casa Bianca, i ministri della Guerra, della Marina e dell'Aviazione e i generali del Pentagono. Nessuno fra gli autori che si sono occupati della materia ha citato le remore morali come una delle cause che frenarono gli Stati Uniti.

Il mancato bombardamento preventivo fu perciò determinato da altri fattori. Gli Stati Uniti fino a una certa data non possedevano un numero di bombe atomiche pari a quello previsto nei piani di attacco. Questo fu il primo. L'industria nucleare americana non produceva abbastanza bombe. L'atomica al plutonio del tipo Mark-III usata per distruggere Nagasaki, che restò, con qualche miglioramento, la bomba standard dell'arsenale statunitense fino al 1948, era un aggeggio complesso, difficile da costruire, da conservare e da trasportare. Pesava oltre quattro tonnellate e mezzo ed era cosi enorme che il B-29 doveva essere modificato per poterla imbarcare. Era essenzialmente un'arma da laboratorio e dopo l'assemblaggio dei pezzi separati aveva una "vita" di soli due giorni. Ogni bomba doveva essere messa insieme al momento in cui serviva, e occorrevano 48 ore del lavoro di 39 specialisti per completarne il montaggio. Il suo detonatore al plutonio aveva una durata massima di 138 giorni. Per caricare la bomba sull'aereo, occorreva collocare l'ordigno pronto per l'uso in un "pozzo" profondo circa tre metri e largo cinque. L'aereo veniva spinto sulla buca e la bomba era issata sul bombardiere per mezzo di un paranco speciale (2).

Poiché negli Stati Uniti non esistevano strutture adatte per ospitare le bombe in modo sicuro quando erano divise in segmenti separati, per vario tempo le atomiche Mark-III furono immagazzinate a Fort Knox, nel Kentuky, accanto alle riserve d'oro degli Stati Uniti.

Gli storici che hanno studiato a fondo il problema hanno manifestato tutti grande stupore per il fatto, emerso dai documenti, che nessuno a Washington sapeva con esattezza di quante atomiche operative potessero disporre gli Stati Uniti. L'esatto numero di bombe al plutonio Mark-III esistenti era un segreto protetto con grande cura. Era così segreto che non fu mai messo nero su bianco, ma venne sempre comunicato oralmente da un ufficiale addetto. Fino al febbraio del 1947 il ministro della Difesa James Forrestal e l'ammiraglio Chester Nimitz, capo delle operazioni navali, erano entrambi convinti che fosse l'altro a conoscere le dimensioni dell'arsenale nucleare, mentre in realtà nessuno dei due ne era informato esattamente. All'epoca le dispute tra i diversi servizi all'interno del Pentagono erano molto acute, e per evitare fughe di informazioni neppure i Capi di Stato Maggiore delle tre armi sapevano quante bombe atomiche si trovavano nei depositi.

È comprensibile che tutto ciò possa destare perplessità. Bisogna però considerare che la costruzione del prototipo della bomba era stata circondata per quattro anni da un segreto ossessivo, attraverso un meccanismo compartimentato di suddivisione del lavoro per cui ciascun addetto conosceva soltanto la sua parte. Pochissime persone, in pratica il solo Groves, possedevano una visione globale del Progetto Manhattan e altrettanto poche furono quelle che parteciparono alla decisione finale di usare l'atomica sul Giappone. Questo clima esasperato di segretezza continuò a essere adottato a maggior ragione quando si cominciò a coltivare l'illusione che il mantenimento del monopolio nucleare potesse essere conseguito unicamente con la conservazione di alcuni segreti.

Negli avvenimenti che descriveremo nelle prossime pagine il lettore potrà trovare qualcosa di altrettanto incredibile. La spiegazione si trova nel fatto che le intenzioni dei vertici militari e dei vertici politici americani, nei primi due anni del dopoguerra, si svilupparono più rapidamente di quanto non avanzassero le tecniche e l'organizzazione industriale in campo nucleare. Si trattava, è bene ricordarlo, di un'arma che compariva per la prima volta nella storia militare dell'umanità. Inoltre l'attacco nucleare di primo colpo contro l'Unione Sovietica era anch'esso un progetto che doveva essere protetto da qualsiasi fuga di notizie mediante un irrigidimento e una limitazione rigorosa delle responsabilità. È quindi comprensibile che un ufficio o un generale non sapesse che cosa faceva l'altro, che ciascuno tendesse a sapere il meno possibile e che nessuno chiedesse niente. Per conseguenza è perfettamente plausibile che gli Stati Maggiori possano aver formulato piani senza rendersi conto con precisione che non esistevano tutti i mezzi per metterli in atto.

Nemmeno il presidente degli Stati Uniti conosceva il numero esatto delle bombe "A" operative. Dopo ripetute richieste, solo nell'aprile del 1947 Harry Truman venne informato da David Lilienthal, presidente della Commissione per l'Energia Atomica, che gli Stati Uniti possedevano meno di una dozzina di armi nucleari. «La sorpresa fu evidente sul volto di Truman», raccontò in seguito Lilienthal agli scrittori Hewlett e Duncan (3). Quando, nello stesso anno, il senatore Brouke Hickenlooper, capo della Commissione senatoriale per le questioni atomiche, costrinse Truman a rivelargli l'entità precisa dell'arsenale nucleare, fu anche lui visibilmente sorpreso, e commentò: «Preferirei non averne saputo niente» (4). La verità era che avevano soltanto due bombe atomiche alla fine del 1945, giunsero a possederne nove nel luglio del 1946 e tredici nel luglio del 1947 (5). Gli Stati Uniti stavano a questo punto producendo atomiche al ritmo di una bomba al mese. In sostanza Pincher, il piano operativo più aggiornato e dettagliato elaborato fino a quel momento, che prevedeva un attacco con 50 bombe atomiche, era irrealizzabile.

La situazione era ancora peggiore di quanto lo scarso numero di atomiche diceva in sé, giacché i tre impianti per la produzione di plutonio situati a Hanford, nello Stato di Washington, erano fatti funzionare al di sopra del limite di sicurezza e si trovavano in pericolo di blocco. All'inizio del 1947, in effetti, il più vecchio dei reattori subì un'avaria e fu chiuso. Nel gennaio la produzione di plutonio era diminuita fino a divenire «una frazione rispetto alla media del tempo di guerra» (6).

Lilienthal effettuò un'ispezione segreta nel gennaio del 1947 a Los Alamos per investigare sulla produzione della bomba, e ne tornò profondamente turbato e «triste». Parlando in seguito con il giornalista Gregg Herken, Lilienthal ammise: «Ero sconvolto. In realtà laggiù non ne avevano che una [bomba atomica], veramente operativa, e un'altra che aveva buone possibilità di essere funzionante (...) II fatto politicamente significativo è che in realtà non c'erano bombe in senso militare» (7). Nel 1979, trentadue anni più tardi, Lilienthal confermerà: «(...) Si dava per scontato che avessimo una produzione accumulata [di bombe atomiche] di riserva. In realtà non solo non avevamo una riserva accumulata. non avevamo proprio la produzione». Solo un nucleo ristrettissimo di persone al mondo sapeva che in quel momento gli Stati Uniti erano "una tigre di carta" dal punto di vista nucleare. In realtà non giunsero a possedere una forza d'attacco atomica nel senso militare della parola fino al 1948.

Ciononostante, anche in questi anni, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso ripetutamente alla minaccia nucleare nei confronti dell'URSS. Ma almeno nei primi due casi. per i motivi che abbiamo descritto. si trattò di gesticolazioni, di bluff. La prima volta accadde nella primavera del 1946. Lo scontro avvenne a proposito delle regioni settentrionali dell'Iran. Nel corso della seconda guerra mondiale, truppe americane, inglesi e sovietiche avevano occupato l'Iran allo scopo di evitare ogni possibilità che il suo petrolio potesse finire nelle mani di Germania e Italia. Le tre potenze si erano accordate per ritirarsi sei mesi dopo la fine della guerra e per spartirsi il petrolio iraniano sotto forma di concessioni petrolifere. Ma giunti alla fine del conflitto. gli Stati Uniti fecero un brusco voltafaccia e si opposero a tutte le rivendicazioni sovietiche sui pozzi di petrolio iraniani. A loro volta i Sovietici sospesero il ritiro delle truppe dall'Iran settentrionale che si trovava sotto il loro controllo, reclamando concessioni petrolifere pari a quelle ottenute dagli Inglesi. Per dare forza alle loro rivendicazioni, presero a sostenere il movimento rivoluzionario dell'Azerbaigian iraniano, guidato all'epoca da Jafar Pishevari, e concentrarono forze corazzate alla frontiera sovietico-iraniana.

Truman reagì furiosamente. Nel marzo del 1946, il presidente americano convocò l'ambasciatore sovietico a Washington, Gromyko, e gli comunicò il suo ultimatum formale. Vari autori riferiscono i toni drammatici che assunse questo incontro (8). Truman comunicò a Gromyko senza mezzi termini che gli Stati Uniti avrebbero sganciato l'atomica sull'URSS se le truppe sovietiche non fossero state ritirate dall'Iran settentrionale entro 48 ore. «Stiamo per sganciarvela addosso [la bomba]» avrebbe detto Truman a Gromyko. La volontà americana di mettere in pratica la filosofia del bombardamento è stata confermata anche dal Segretario di Stato del momento, James Byrnes, che, come si legge in America, Russia and the Cold War di LaFeber, aveva annunciato: «Adesso gliela spariamo», la bomba, ovviamente. In seguito Truman si vantò di aver ottenuto dai Sovietici l'evacuazione dell'Azerbaigian in 24 ore, anziché in 48 (9).

Otto mesi più tardi, nel novembre dello stesso anno, Truman usò una seconda volta la "diplomazia atomica" contro l'Unione Sovietica, quando un aereo militare statunitense fu abbattuto nei cieli della Jugoslavia. Si trattava di far sapere ai Sovietici che gli Stati Uniti si arrogavano il diritto di far volare i propri aerei ovunque. Una squadriglia di bombardieri B-29 modificati per il lancio di ordigni nucleari fu trasferita in Germania. Di qui, sei velivoli invasero lo spazio aereo jugoslavo, sorvolando tutto il paese. Che ci fossero o meno bombe atomiche sugli aerei. l'ostentazione di forza nucleare conseguì il suo effetto. I Sovietici non reagirono (10).

La filosofia del bombardamento aveva ormai conquistato le menti dei generali e dei banchieri in uniforme americani. Che gli Stati Uniti avessero o non avessero tutta la forza atomica che ostentavano, questo è in fondo un problema secondario. Truman, Stimson, Forrestal e gli Stati Maggiori facevano piani d'attacco e agivano come se disponessero di bombe bastanti per tradurre la superiorità nucleare in un vantaggio politico immediato. E ciò era sufficiente per ottenere realmente l'esito politico. L'uso concreto dell'arma nucleare su coloro che si fossero opposti alla supremazia americana era entrato, dopo Hiroshima e Nagasaki, nella logica reale della politica statunitense. Truman era convinto che l'atomica avrebbe portato a un "nuovo ordine mondiale", e definì enfaticamente la potenza distruttiva dell'arma nucleare «la cosa più grande della storia» (11). Stimson portò l'accento su ciò che si poteva ottenere sul piano pratico con il monopolio atomico, e scrisse che la bomba era «una carta vincente, una "scala reale" e noi non dovremmo giocarcela malamente». Forrestal arrivò a scrivere più esplicitamente: «Gli anni che ci separano dal momento in cui una qualsiasi potenza possa ottenere la capacità di attaccarci efficacemente con armi di distruzione di massa [cioè l'atomica] sono anni per noi ricchi di potenzialità» (12). In parole povere Forrestal vedeva la necessità e l'urgenza di sfruttare a fondo gli anni del monopolio nucleare per affermare definitivamente il ventesimo secolo come "il secolo americano".

L'impreparazione dell'aviazione per il bombardamento atomico costituiva per lui una ossessione. Per l'attacco, occorrevano non. soltanto centinaia di bombardieri, ma anche centinaia di equipaggi addestrati per la guerra aerea nucleare. Questo problema organizzativo si rivelò un ostacolo quasi insormontabile per la messa in atto dei piani d'attacco nucleare contro l'URSS. Nella primavera del 1947 il Comando Aereo Strategico simulò un attacco di sorpresa su New York. più della metà degli aerei (erano 101 in tutto) non furono nemmeno in grado di decollare. Un altro attacco simulato sulla città di Daytona, nell'Ohio, andò anche peggio: nemmeno uno dei bombardieri impiegati riuscì a portare a termine la missione. L'aeronautica militare americana fu umiliata dall'avvilente prestazione. Ma soprattutto apparve lampante ai comandi che in quelle condizioni un attacco sull'URSS avrebbe potuto trasformarsi in una catastrofe (13).

I dubbi che gli Stati Uniti non fossero tecnicamente in grado di mettere in pratica i piani messi a punto dagli Stati Maggiori continuavano a essere molti. Forrestal e il presidente Truman chiedevano ai generali certezze matematiche che questi non erano in grado di dare.

Le città dell'URSS che i piani prevedevano di dover distruggere si trovavano tutte a grande distanza dagli aeroporti che l'aviazione americana avrebbe potuto utilizzare in Europa, in Africa, in Medio Oriente o in Asia come basi di partenza per l'attacco. Tutti i piani evidenziavano la necessità che la forza aerea di attacco potesse disporre di aeroporti militari il più possibile vicini ai confini sovietici. I piani operativi affermavano: «(...) Dal punto di vista offensivo è essenziale trasportare la bomba fin nelle aree interne vitali della nazione nemica. più vicine sono le nostre basi a tali aree, più efficacemente ciò sarà fatto».

L'acquisizione delle basi di partenza divenne pertanto uno degli obiettivi essenziali della diplomazia americana. In tale ottica gli aeroporti dell'Inghilterra divenivano decisivi. Fino a quando Churchill era rimasto al potere in Gran Bretagna gli Stati Uniti avevano potuto contare su di una piena unità di intenti e di vedute con il governo inglese. Ma fin dal luglio del 1945 Churchill aveva perso le elezioni e il potere. Gli Americani non erano affatto sicuri che il governo laburista guidato da Clement Attlee sarebbe stato altrettanto disponibile dei conservatori a concedere gli aeroporti inglesi per i B-29. Dai documenti si apprende che nell'ottobre del 1945 i Capi di Stato Maggiore statunitensi progettavano addirittura di «(. ..) conquistare e mantenere, se necessario» le basi aeree in Gran Bretagna, dalle quali far partire gli attacchi atomici sull'URSS (14). I generali americani erano arrivati a ipotizzare l'uso della forza contro gli stessi alleati inglesi, pur di impadronirsi delle basi per i B-29 se i laburisti le avessero negate. Ciò induce anche a concludere che nei mesi che seguirono il primo impiego dell'arma sulle due città giapponesi, i vertici militari statunitensi furono presi da una sorta di euforia nucleare e che i loro progetti di attacco erano del tutto reali e concreti.

Il diario segreto di Forrestal riflette la sua preoccupazione riguardo all'incognita se gli Inglesi avrebbero permesso o meno agli Stati Uniti di usare le loro basi: «L'importanza di questa decisione -annotava Forrestal- consiste nel fatto che mostrerà la serietà delle intenzioni inglesi, poiché la messa a disposizione di questi campi comporta implicitamente l'accettazione dello scopo per cui saranno usati (...) Rivelerà l'ampiezza e la profondità della serietà degli Inglesi, in altre parole, se hanno realmente intenzione di combattere oppure no» (15).

Nel giugno-luglio del 1946 il generale Spaatz, comandante dell'aviazione americana, fece un primo viaggio in Inghilterra per concordare con la Royal Air Force (RAF), l'aeronautica militare inglese, l'uso di basi britanniche per missioni di bombardamento atomico sull'URSS «in caso di emergenza». Spaatz ottenne dal Capo di Stato Maggiore dell'aviazione inglese, lord Tedder, l'autorizzazione a usare cinque basi della RAF (Lakenheath, Mildenhall, Scampton, Marham e Bassingbourn). L'accordo Spaatz-Tedder fu un accordo segreto e tacito fra i due corpi militari, senza apparente intervento dei rispettivi governi (16). I lavori presero inizio rapidamente, e nell'agosto dello stesso anno il colonnello Kirkpatrik, un tecnico delle armi atomiche già appartenente al Progetto Manhattan, ispezionò la costruzione degli edifici per l'assemblaggio, e dei pozzetti per il caricamento delle bombe sugli aerei.

Le installazioni per le basi inglesi dei B-29 furono completate entro la fine del 1947. Il 16 luglio 1948 i cinque aeroporti della RAF passarono sotto il comando diretto degli Americani, e il giorno successivo le prime sei squadriglie di bombardieri provenienti dagli Stati Uniti atterrarono nelle basi di Marham, Waddington e Scampton.

Ma gli aerei non erano armati di alcuna bomba atomica e non erano nemmeno i bombardieri "Silverplate" modificati per poterle trasportare. Erano normali superfortezze da bombardamento che potevano imbarcare solo bombe convenzionali. L'aviazione militare degli Stati Uniti possedeva, a quella data, solamente 32 bombardieri modificati per il trasporto di bombe al plutonio Mark-III, e questi aerei erano tutti in forza al 5090 Gruppo da Bombardamento con base a Roswell, nel Nuovo Messico (17).

Gli Americani bluffavano. Erano ancora molto lontani dall'essere pronti per lanciare un attacco nucleare sull'URSS. Malgrado l'acquisizione delle basi inglesi la questione dell'insufficienza del raggio d'azione dei bombardieri rimaneva irrisolta.

Ma gli Stati Maggiori insistevano perché il primo attacco sull'URSS fosse condotto sull'insieme del territorio sovietico e con grande potenza di fuoco. Le insufficienze del sistema bellico statunitense rispetto alla strategia nucleare continuarono a tormentare a lungo generali e politici a Washington. I pianificatori non furono in grado di proporre nuovi piani per molti mesi, e quando poterono farlo non trovarono che soluzioni immaginifiche e di ripiego, al limite dell'assurdità, per i problemi tecnici irrisolti.

Il piano successivo a Pincher fu il piano Brailer, approvato verso la metà del 1948. Ne parleremo diffusamente a suo tempo. Ne anticipiamo soltanto quegli elementi che confermano la supposizione che gli strateghi americani avessero fatto delle pentole senza coperchio.

Secondo la teoria esposta in Brailer, «(...) il vantaggio di poter rendere massiccio l'attacco iniziale, e di includervi tutti gli obiettivi di importanza maggiore (...) avrebbe abbondantemente compensato la perdita di un certo numero di aerei». Ciò in quanto il piano prevedeva di dare soluzione alla questione del raggio d'azione dei B-29 nel modo più elementare: si proponeva puramente e semplicemente che i piloti, dopo aver sganciato l'unica bomba che avevano a bordo sull'obiettivo, raggiungessero il mare piu vicino e vi facessero inabissare gli aerei (18). Il Pentagono esprimeva in Broiler la convinzione che i Sovietici si sarebbero arresi «a causa del massimo effetto psicologico della bomba atomica». Il piano faceva conto su «fattori imponderabili», come un «improvviso collasso morale», per costringere i Sovietici ad arrendersi: «È logico prevedere che questo effetto psicologico, abilmente sfruttato, possa divenire un fattore importante per determinare la cessazione delle ostilità». Per ottenere il massimo effetto i generali chiedevano perciò che fosse distrutto «il massimo numero di città». Una volta che i Sovietici avessero capitolato. non avrebbe avuto più alcuna importanza la perdita di qualche centinaio di velivoli. Tuttavia queste tesi avventuristiche non ottennero l'unanimità. e le perplessità si riflettevano nell'indecisione del ministro della Difesa e del Presidente.

L'idea di fare inabissare in mare i bombardieri che non avevano autonomia per tornare alla base. supponeva perdite enormi per la forza aerea offensiva degli Stati Uniti, e un indebolimento pericoloso per la fase successiva della guerra. Forrestal scrisse a Truman: «Non credo nella teoria che un'offensiva atomica farà estinguere in una settimana nei Sovietici la volontà di battersi. Ma disponendo di più tempo e di maggiore potenza convenzionale, in questo caso e solo in questo caso, il tremendo potere d'urto della guerra aerea sarà determinante» (19).

La prospettiva si allungava. Nell'estate del 1945, nell'enfasi del possesso esclusivo della bomba, la distruzione dell'URSS e la liquidazione del bolscevismo erano apparsi come obiettivi a portata di mano. Ma a distanza di tempo molte incognite strategiche restavano aperte. Una in particolare: che cosa sarebbe accaduto dopo?

NOTE

1. M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 62.

2. Duncan Campbell, The Unsinkable Aircraft Carrier: American Military Power in England, Londra, 1986, pag. 28.

3. R. G. Hewlett e F. Duncan, The Atomic Shield: A History of the United States Atomic Energy Commission, vol. 2,1939-1946,1969, pagg.47-48.

4. Harry S. Truman, Year sof Trial and Hope: Memoirs, New York, 1956, pag. 297.

5. Dato ottenuto grazie alla legge ‘Freedom of Information Act’ (citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 43); vedi anche David Alan Rosenberg, «The Origins of Overkill», International Security, Primavera 1983, pag. 14.

6. R. G. HewletteF. Duncan, Op. cit., pagg. 624-33 e 641-2 (citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 44). Le autorità hanno in seguito riconosciuto che gli impianti di Hanford hanno rilasciato dell'atmosfera nei primi anni della loro esistenza da 500.000 a 1.000.000 di curie di iodio e chili di plutonio (Le Monde del 14 luglio 1990, pag. 7). La produzione di bombe atomiche ha impiegato negli Stati Uniti 90.000 persone.

7. Gregg Herken, intervista a David Lilienthal del febbraio 1979; vedi anche G. Herken, Op. cit., pagg. 196-7.

8. Daniel Ellsberg, «Call to Mutuny», in E. P. Thompson e D. Smith (a cura di). Protest and Sumve, New York, 1981, pag. ii; vedi anche Sidney Lens, The Bomb, New York, 1982, pag. 23.

9. Walter La Feber, America, Russia and the Cold War, 1945-1984, New York. 1985, pagg.34-35.

10. Barry Blechman e Stephen S. Kaplan, Force Without War, Washington D. C., 1978, pag. 48.

11. Henry L. Stimson, Diary, annotazione del 15 Agosto 1945.

12. James V. Forrestal, The Forrestal Diaries, New York, 1951, annotazione del dicembre 1947.

13. Curtis Le May e Mac Kinlay Kantor, Mission with Le May, New York, 1965, pagg. 429-33.

14. Joint Chiefs of Staff Documents, JCS 1496/3 e JCS 1518 del 19 Settembre 1945; in JCS files CCS373.11 e JCS 1477/1,30 Ottobre 1945, US National Archives, Washington D. C. (citato in D. Campbell, Op. cit., pag. 27).

15. J. V. Forrestal, Op. cit., annotazione del 16 Settembre 1948.

16. D. Campbell, Op. cit., pag. 28.

17. Ibid., pag. 29.

18. M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 54.

19. lbid., pag. 54.


Puoi stampare la presente pagina facendo click sulla stampante

[pagina contenuta nel sito http://www.homosapiensplus.altervista.org]