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Indice

  1. Il bombardamento come filosofia
  2. Il Piano Totality
  3. Il messaggio di Hiroshima
  4. Un'idea che veniva da lontano
  5. Mister Baruch e il buon uso dell'Onu
  6. Quando piacerà al presidente
  7. Relatività dell'arma assoluta
  8. Riportateci a casa La rivolta delle truppe Usa
  9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo
  10. In attesa della terza invasione
  11. Il boomerang rosso

I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.
Altre informazioni riportate provengono da personaggi a vario titolo coinvolti negli avvenimenti o da studiosi che hanno svolto indagini. Quindi nei testi è stato dato ampio spazio alle note che documentano la provenienza delle fonti d'informazione.

La digitalizzazione per l'inserimento in queste pagine è stata prodotta utilizzando un apposito programma di elaborazione e riconoscimento testi che potrebbe avere introdotto alcuni errori nella conversione. I testi digitalizzati sono stati riletti e corretti ma se necessitasse una esatta verifica dei nomi e dei dati più significativi è consigliabile affidarsi al volume originale "Il Secolo Corto" di Filippo Gaja, Maquis Editore.

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La filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere

5. Mister Baruch e il buon uso dell'ONU

Il possesso esclusivo della bomba atomica collocò gli Stati Uniti nella posizione migliore per trasformare l'idea di supremazia mondiale statunitense in quella di egemonia assoluta.

Dal gennaio 1946 la diplomazia atomica americana si dispiegò a tutto campo in senso offensivo, tanto sul piano segreto che su quello scoperto.

Sul piano segreto, gli Stati Maggiori passarono dall'enunciazione teorica e dagli studi preparatori alla redazione del primo piano operativo per una guerra nucleare totale contro l'Unione Sovietica. Si chiamò piano Pincher. Restava, naturalmente, chiuso ermeticamente nelle casseforti del Pentagono, ma forniva la logica a tutta la politica degli Stati Uniti, costituendone il presupposto occulto. Analizzeremo Pincher in modo particolareggiato più avanti. Sul terreno aperto produsse una manifestazione plateale di ostentazione della forza nucleare militare americana, con esplicito intendimento intimidatorio verso l'Unione Sovietica. Fu l"'Operazione Crossroads", operazione crocevia, messa in atto nelle isole della Micronesia, nel Pacifico.

Nell'autunno del 1944 gli Stati Uniti avevano intrapreso l'occupazione dell'arcipelago della Micronesia, che gli atlanti geografici fino a quel momento riportavano come "Isole sotto mandato giapponese". Prima della fine della guerra vi costruirono cinque grandi basi aero-navali a Peleliu, Angaur, Saipan, Tinian e Kwajalein. Tinian divenne il più grande aerodromo del mondo, con 200.000 militari addetti. Da qui l'aviazione americana lanciò 29.000 attacchi di bombardieri B-29 sul Giappone, compresi quelli per sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Dopo la resa del Giappone gli Stati Uniti estesero la loro autorità su tutte le 2.100 isole dell'arcipelago, comprendenti le Marianne del Nord, Belau, gli Stati Federati della Micronesia (Yap, Truk, Pohnpei, Kostrae) e le isole Marshall, e sui loro 150.000 abitanti. Al suo ritorno dalla Conferenza di Potsdam, Truman aveva già annunciato con assoluta chiarezza: «Non vogliamo trarre da questa guerra nessun guadagno territoriale, né profitto, né vantaggio egoistico, ma manterremo le basi militari necessarie per la completa salvaguardia dei nostri interessi (...) Le basi che i nostri esperti militari valuteranno come indispensabili per la nostra sicurezza, quelle le acquisiremo» (1).

I militari sarebbero stati favorevoli a una pura e semplice annessione di tutta la regione oceanica comprendente la moltitudine di isole. Il Dipartimento di Stato preferì, nel 1947, dare una parvenza legale all'occupazione mediante un semplice accordo con il Consiglio di Sicurezza dell'ONU che concesse le isole agli Stati Uniti in amministrazione fiduciaria sotto teorica supervisione internazionale ma con il permesso di "fortificarle", cioè di utilizzarle a scopi militari. Il trattamento riservato dagli Americani agli abitanti indigeni divenne in seguito una questione spinosa che suscitò a Washington più irritazione che preoccupazione. Celebre è rimasta la frase del "premio Nobel per la pace" Henry Kissinger che infastidito sbottò: «Ci sono soltanto 90.000 persone laggiù. E chi se ne fotte!» (2). Secondo l'articolo 6 dell'accordo di amministrazione fiduciaria gli Stati Uniti si impegnavano a «proteggere gli abitanti contro la perdita delle loro risorse» e la loro salute (3).

L'accordo fu firmato solo nel 1947. Ma in precedenza, il 24 gennaio 1946, gli Stati Uniti avevano annunciato la scelta dell'atollo di Bikini, nelle isole Marshall, per il pubblico spettacolo passato alla storia sotto il nome di Operazione Crossroads, destinato a dimostrare le terrificanti capacità distruttive della nuova arma atomica usando come bersaglio una flotta di navi in disarmo residuate dalla guerra. Il 17 marzo 1946, 166 isolani di Bikini vennero trasportati nell'atollo disabitato di Rongerik, 130 miglia a sud-est, che era disabitato in quanto inabitabile, a causa della limitatezza delle sue risorse (4). Nel momento in cui attuavano la deportazione degli indigeni gli Stati Uniti agivano sulla base del diritto di conquista. È dubbio che avessero qualsiasi titolo legale per imporre l'abbandono dell'isola agli abitanti.

A Bikini, furono concentrati 42.000 tra scienziati e militari, 250 navi, 150 aerei, per la prima serie di test atomici del dopoguerra. Il 1° luglio 1946 un B-29 lanciò una bomba al plutonio Mark-III da 23 chilotoni, denominata in codice "Able", su di un bersaglio costituito dallo schieramento di 93 navi in disarmo della seconda guerra mondiale. "Baker", la prima esplosione nucleare subacquea del mondo, fu fatta detonare il 25 luglio in mezzo alle 25 navi che galleggiavano ancora dopo lo scoppio della prima bomba. La Radiological Safety Section, Sezione Sicurezza Radiologica, diretta dal colonnello Stafford Warren, aveva previsto che se la colonna d'acqua radioattiva prodotta dall'esplosione sottomarina non si fosse innalzata al di sopra di 10.000 piedi, la situazione della radioattività sarebbe stata "estremamente pericolosa" (5).

La colonna d'acqua causata dal test si sollevò in effetti soltanto fino a 6.000 piedi di altezza e l'intera laguna di Bikini fu avvolta in una nebbia altamente radioattiva. La contaminazione fu talmente grave che il terzo test atomico previsto della serie, "Charlie", fu cancellato.

Gli effetti del test atomico "Baker" furono così allucinanti che la relazione finale redatta dai Capi di Stato Maggiore Riuniti sembrava uscita dalla penna di un autore di racconti dell'orrore: «Il test Baker -informava la relazione- ha fornito la prova che l'esplosione di una bomba in una massa d'acqua contigua ad una città potrebbe accrescere in misura enorme i suoi effetti per quanto concerne la radioattività, con il crearsi di una nebbia la quale, essendo contaminata dai prodotti della fissione, e venendo dispersa dal vento su superfici molto estese, non avrebbe soltanto un effetto letale immediato, ma darebbe origine ad un pericolo a lungo termine costituito dalla contaminazione delle strutture a causa del deposito di particelle radioattive».

Nella sua conclusione, la relazione prefigurava uno scenario apocalittico: «Non siamo in grado di formarci un quadro mentale adeguato del disastro di natura molteplice che si abbatterebbe su di una moderna città colpita da una o più bombe atomiche e avvolta da una nebbia radioattiva. Dei sopravvissuti nelle aree contaminate, alcuni sarebbero condannati a morire per gli effetti delle radiazioni nello spazio di ore, altri di giorni, altri di anni. Ma, essendo tali aree irregolari per forma e dimensione, determinate dalla topografia e dai venti, non avrebbero limiti visibili. Nessuno tra i sopravvissuti potrebbe essere certo di non far parte del numero dei condannati, e in questo modo, in aggiunta ad ognuno dei motivi di terrore immediati, migliaia di persone sarebbero colpite da una paura della morte unita all'incertezza del momento del suo arrivo» (6).

Poiché le bombe "Able" e "Baker" erano state fatte scoppiare come ostentazione di potenza, era evidentemente su queste basi che gli Stati Uniti intendevano affermare il proprio predominio sulla scena internazionale postbellica.

La conservazione a qualsiasi costo del monopolio nucleare divenne in modo sempre più ossessivo il cardine della politica egemonica degli Stati Uniti. Per diversi anni la convinzione dei dirigenti americani che esistessero le condizioni per la conservazione sine die del monopolio nucleare fu massima e assoluta. Truman aveva chiesto un giorno al fisico Robert Oppenheimer quando i Sovietici avrebbero potuto avere la bomba. Oppenheimer disse che non ne aveva la minima idea, e domandò a sua volta a Truman quando lui pensasse che l'avrebbero avuta. Il presidente rispose: «Mai» (7). Il generale Groves coltivava la certezza che i Sovietici avrebbero impiegato vent'anni per fabbricare un'arma nucleare. Dopo Hiroshima e Nagasaki, i militari avevano fulmineamente sviluppato il culto del monopolio atomico e pretendevano di saperne più degli scienziati. Parlando del generale William Leahy, uno tra quelli che ipotizzavano un monopolio atomico indefinito per gli Stati Uniti, lo scienziato Vannevar Bush scrisse più tardi: «C'è gente cui il comando conferisce la convinzione di essere onniscienti. La loro idea era quella di una parte dell'opinione pubblica e di molti membri del Congresso: c'è un "segreto" della bomba, scritto magari su un unico foglio di carta, una specie di formula magica. Se la conserviamo bene, saremo i soli, indefinitamente, ad avere delle bombe atomiche». Nel settembre del 1945 Bush aveva scritto a Truman per avvisarlo che, dopo che gli Americani avevano provato al mondo che l'atomica funzionava, il solo problema che si poneva ai Sovietici per fabbricarla era di ordine tecnico. «Il segreto -aveva scritto Bush a Truman- risiede principalmente nei particolari della costruzione, nel procedimento di fabbricazione». E aveva predetto che ai Sovietici sarebbero bastati dai tre ai cinque anni per produrre la bomba. Naturalmente la sua opinione fu tenuta in non cale.

James Forrestal era il capofila di coloro che chiedevano che gli Stati Uniti imponessero con ogni mezzo il monopolio atomico al mondo, e condusse all'interno del governo Truman la battaglia per l'eliminazione dei ministri titubanti. In una riunione tenuta alla Casa Bianca il 21 settembre 1945, disse esplicitamente: «(...) La bomba e la sua tecnologia sono proprietà del popolo americano (...) I Russi, come i Giapponesi, hanno una mentalità essenzialmente orientale. Voler guadagnare la loro simpatia e la loro comprensione prima di avere la prova, su un lungo periodo, che manterranno i loro impegni, non serve a niente (...) Non ci si guadagna niente a fare accordi con loro». Forrestal chiese in quell'occasione l'istituzionalizzazione del monopolio nucleare da parte degli Stati Uniti e affermò che gli Americani dovevano «farsi dare dalle Nazioni Unite il mandato sulla bomba atomica» (8).

Fu Bernard Baruch, un importante finanziere di Wall Street, ad essere incaricato di portare la questione del monopolio nucleare americano davanti all'ONU.

Nel marzo del 1946, mentre gli Stati Maggiori stavano mettendo a punto gli ultimi dettagli del primo piano operativo di distruzione dell'URSS, il governo degli Stati Uniti diede inizio a New York a un negoziato sul controllo delle armi atomiche nell'ambito delle Nazioni Unite. Il piano originale era di Dean Acheson e David Lilienthal. Proponeva l'istituzione di un "alto commissiarato dell'ONU per l'energia atomica" che avrebbe esteso la sua autorità di controllo sia sulle materie prime che sulle installazioni industriali necessarie alla produzione di armi nucleari. La questione delle ispezioni era lasciata nel vago, e non prevedeva sanzioni. Ma Truman, con scelta improvvisa, escluse Acheson e Lilienthal dalla guida del negoziato all'ONU e nominò al loro posto Bernard Baruch. Questi assunse l'incarico annunciando, come è stato poi rivelato da Vannevar Bush: «(...) lo sono un duro. Metterò da parte gli scienziati perché so della bomba tutto quello che ho bisogno di sapere: fa bum e uccide milioni di persone. È un problema etico e politico». Fra i suoi stretti collaboratori all'ONU spiccava il banchiere John Hancock. Il primo atto di Baruch nel prendere in mano il negoziato fu quello di consultare i capi militari americani per fare in modo che le proposte che avrebbe presentato all'ONU corrispondessero «alla politica militare degli Stati Uniti e alle esigenze della sicurezza nazionale». Il mandato che Baruch ricevette dai Capi di Stato Maggiore fu univoco: la bomba atomica doveva rimanere monopolio americano, e più specificamente bisognava mettere in piedi un sistema di controllo capace di impedire ai Sovietici di fabbricarla. Dwight Eisenhower scrisse una nota per Baruch: «Noi non possiamo limitare la nostra capacità di produzione o di utilizzazione di quest'arma». Il generale si dichiarava contrario a qualsiasi misura che potesse «mettere in causa l'attuale potenza mondiale degli USA» e sottolineava che «la prima cosa da fare era istituire (...) un sistema di ispezione completo».

Baruch diede più peso all'opinione dei militari che a quella degli scienziati, e fece sua l'idea che i Sovietici sarebbero stati incapaci per molti anni di fabbricare l'arma atomica, e anche di procurarsi l'uranio necessario. Partendo da questo presupposto, il 13 giugno del 1946 Baruch presentò alle Nazioni Unite il suo progetto per il controllo delle armi nucleari e in generale dell'energia atomica.

La base di partenza sottintesa del "Piano Baruch" era che, a quella data, soltanto gli Stati Uniti avevano prodotto bombe atomiche e possedevano una industria nucleare capace di fabbricarne. Il piano proponeva la creazione di un commissariato internazionale per l'energia atomica che gradualmente avrebbe assunto il controllo assoluto di tutte le materie prime e di tutte le industrie atomiche del mondo. Fra i poteri di tale organismo dovevano esserci la direzione o la proprietà di tutti gli impianti atomici ritenuti potenzialmente pericolosi per la sicurezza mondiale, il potere di controllare, ispezionare e autorizzare tutte le altre applicazioni dell'energia atomica, l'incarico di promuoverne le applicazioni vantaggiose e la responsabilità delle ricerche e dei loro concreti sviluppi. Qualunque paese avesse tentato di sottrarsi all'autorità del Commissariato sarebbe stato sanzionato. Il piano prevedeva tremende punizioni per la nazione che avesse comunque tentato di giungere a fabbricare bombe atomiche, fra cui anche la possibilità di un bombardamento nucleare. Evidentemente l'introduzione di questo principio tendeva a precostituire una forma di "legalizzazione" dell'eventuale bombardamento dell'URSS che nel frattempo gli Stati Maggiori stavano segretamente pianificando.

Particolare di grande importanza, la proposta di Baruch conteneva la sensazionale richiesta che in tutte le questioni relative all'energia atomica non fosse applicato il principio della unanimità delle grandi potenze, ossia il principio del diritto di "veto", che costituisce il fondamento della Carta delle Nazioni Unite (9).

Rimanevano vaghi i dettagli circa il modo in cui il mondo avrebbe potuto beneficiare della conoscenza tecnica accumulata dagli Stati Uniti, ma risultava evidente che questi non avevano intenzione di distruggere o di cedere i loro impianti atomici militari e le bombe già fabbricate prima che le fonti delle materie prime nucleari e i risultati raggiunti dalle altre nazioni fossero passati sotto il controllo dell'autorità internazionale per lo sviluppo atomico, cioè sotto il loro controllo.

Per comprendere il significato del piano americano, è necessario tener presente che in tutti gli organismi delle Nazioni Unite una proposta degli Stati Uniti, nella maggior parte dei casi, aveva all'epoca automaticamente la maggioranza dei voti. Quindi, per un indefinito numero di anni nel futuro, l'autorità internazionale per lo sviluppo atomico avrebbe sempre più teso ad essere uno strumento della politica americana. Poiché tale organismo avrebbe dovuto avere il potere di decidere ogni questione relativa alla dislocazione e alla potenza di tutti gli impianti per la produzione di energia atomica, il progresso economico dei paesi socialisti, già esistenti o che fossero divenuti tali in futuro, avrebbe potuto essere impedito o ritardato da uomini che non facevano un segreto delle loro ostilità verso il socialismo. L'unica e relativa possibilità di ricorso per gli Stati socialisti sarebbe stato l'appello al Consiglio di Sicurezza, ma tale possibilità veniva esclusa dall'ultima delle proposte avanzate da Baruch, secondo la quale il diritto di veto non era applicabile alle questioni riguardanti l'energia atomica, che sarebbero quindi state decise sempre mediante la semplice maggioranza dei voti, di cui gli Stati Uniti detenevano uno stretto controllo.

Per non lasciare dubbi sulle reali intenzioni degli Stati Uniti, Baruch dichiarò esplicitamente: «Perché una nazione sia pronta a rinunciare a delle armi che garantiscono la vittoria in caso di guerra, essa deve avere come garanzia qualcosa di più che delle parole».

Gli Stati Uniti conservavano per se stessi un diritto di veto mascherato in quanto il sistema internazionale di controllo proposto da Baruch cominciava con lo stilare un inventario completo e obbligatorio delle materie prime e delle industrie nucleari detenute da ciascun paese, e con lo stabilire la facoltà illimitata e senza ostacoli di ispezione sullo stato di avanzamento degli studi e di tutte le attività atomiche. In tal modo mentre gli Americani avrebbero potuto conservare indefinitamente l'arsenale atomico che già avevano fabbricato, i Sovietici sarebbero stati obbligati a rivelare a quale livello si trovavano le loro riserve di materie prime di uranio e plutonio, e a quale stadio erano giunte le loro ricerche teoriche e applicate.

I giornali di Mosca pubblicarono il testo di un commento ufficioso che rifletteva il giudizio negativo del Cremlino sul piano Baruch: «(...) Nessun paese interessato a possedere una forza atomica e capace di procurarsela con i propri mezzi accetterà l'esistenza di un commissariato all'energia atomica che grazie a un sistema di ostacoli successivi può ritardare il fatto di molti anni». Qualche giorno più tardi l'allora ambasciatore sovietico all'ONU Andrej Gromyko presentò alle Nazioni Unite un piano sovietico totalmente differente: proponeva una convenzione per l'interdizione della fabbricazione e dell'utilizzo delle armi atomiche, e per la distruzione delle armi già esistenti. Ogni paese avrebbe conservato la propria sovranità e il diritto di veto era mantenuto.

Il 10 luglio 1946, giusto mentre i negoziati sul controllo delle armi nucleari erano in corso a New York, gli Stati Uniti procedettero all'esperimento atomico nell'atmosfera, con la bomba "Able" sganciata da un aereo ad alta quota sulla verticale dell'atollo di Bikini, ed eseguirono il secondo esperimento nucleare sottomarino con la bomba "Baker", di cui abbiamo già parlato. Gli Americani riaffermavano in tal modo platealmente la realtà del loro monopolio e la volontà di mantenerlo.

Il 17 settembre 1946 Baruch informò Truman che il negoziato all'ONU era fallito. In realtà date le posizioni di partenza così ineguali, era praticamente impossibile che si potesse pervenire a un accordo. Ognuna delle due potenze aveva affrontato la trattativa con un secondo fine. Il piano Baruch avrebbe collocato l'URSS in una posizione di inferiorità permanente e avrebbe permesso nello stesso tempo agli Americani di venire a conoscenza dei segreti più importanti: la ricchezza reale dell'URSS in uranio e lo stato dei suoi piani di sviluppo nucleare. Gli Americani avevano sperato, attraverso le discussioni tecniche, di poter avere qualche indizio concreto per calcolare quando i Sovietici avrebbero raggiunto la parità atomica. Il piano Gromyko avrebbe invece bloccato il vantaggio americano al più basso livello possibile, interdicendo agli Stati Uniti di accrescere il numero delle bombe atomiche disponibili per un attacco all'URSS.

Con il fallimento del negoziato, l'ONU divenne inutilizzabile per gli Stati Uniti come strumento di preservazione del loro monopolio nucleare.

La filosofia del bombardamento doveva quindi subire un'evoluzione forzata.

NOTE

1. Donald F. McHenry, Micronesia: Trust Betrayed, Washington, D.C., 1975 (citato in Jane Dibblin, Day of Two Suns: US Nuclear Testing and the Pacific Islanders, Londra, 1988, pag. 19).

2. Ibid..

3. Carl Heine, Micronesia at the Crossroads, Honolulu, 1974, pag. 189.

4. Glenn Alcalay, «The Aftermath of Bikini», in The Ecologist, Londra, 1980, vol. 10 n. 10, pag. 347.

5. Camera dei Rappresentanti USA, «Audizione della Commissione sui problemi dei reduci», 980 Congresso, 2° Sessione, WashingtonD.C., 24 Maggio 1983, pag. 326.

6. Rapporto finale del Gruppo di Valutazione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale per l'Operazione Crossroads, Joint Chiefs of Staff, 30 Giugno 1947, «The Evaluation ofthe Atomic Bomb as a Military Weapon», pag. 84.

7. M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 58.

8. La pretesa di riservare agli Stati Uniti ‘la proprietà’ delle scoperte scientifiche connesse alla bomba atomica è una tipica manifestazione dell'arroganza del mondo degli affari americano di cui Forrestal era il rappresentante. Era considerato il più duro fra i fautori della linea dura. L'idea di cedere ai Sovietici i segreti atomici come base per un accordo generale era da lui considerata un tradimento verso la nazione americana. Truman lo scelse per sostituire il possibilista Stimson mostrando di condividerne i principi e i programmi. Forrestal riteneva che una ‘guerra globale’ con l'Unione Sovietica fosse inevitabile. Citato in Amold A. Rogow, James Forrestal, New York, 1963, pag. 174.

9. E. H. S. Burhop, Op. cit., pagg. 138-142.


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