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Indice

  1. Il bombardamento come filosofia
  2. Il Piano Totality
  3. Il messaggio di Hiroshima
  4. Un'idea che veniva da lontano
  5. Mister Baruch e il buon uso dell'Onu
  6. Quando piacerà al presidente
  7. Relatività dell'arma assoluta
  8. Riportateci a casa La rivolta delle truppe Usa
  9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo
  10. In attesa della terza invasione
  11. Il boomerang rosso

I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.
Altre informazioni riportate provengono da personaggi a vario titolo coinvolti negli avvenimenti o da studiosi che hanno svolto indagini. Quindi nei testi è stato dato ampio spazio alle note che documentano la provenienza delle fonti d'informazione.

La digitalizzazione per l'inserimento in queste pagine è stata prodotta utilizzando un apposito programma di elaborazione e riconoscimento testi che potrebbe avere introdotto alcuni errori nella conversione. I testi digitalizzati sono stati riletti e corretti ma se necessitasse una esatta verifica dei nomi e dei dati più significativi è consigliabile affidarsi al volume originale "Il Secolo Corto" di Filippo Gaja, Maquis Editore.

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La filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere

4. Un'idea che veniva da lontano

Quando era nata realmente l'idea di usare l'arma atomica per annientare il bolscevismo? Questo non è più un interrogativo almeno dal 1984. Converrà aprire una parentesi per ricordare un episodio significativo. Sul finire di quell'anno il principe Saddrudin Aga Khan, presidente del "Gruppo di Bellerive", convocò a Ginevra una conferenza con la partecipazione di 200 scienziati, accademici e diplomatici chiamati a discutere sulla guerra nucleare, la proliferazione e le sue conseguenze. Per gli Stati Uniti era presente Richard Perle, vice ministro della Difesa incaricato dei problemi della sicurezza nazionale, e strenuo difensore della supremazia nucleare americana (nel 1984 il monopolio nucleare americano era da tempo finito). L'ultimo giorno della conferenza Perle prese la parola e fece una tirata antisovietica di quelle che non si sentivano spesso a Ginevra, città della diplomazia. Per parte sovietica erano presenti Georgiy Arbatov, celebre scienziato membro dell' Accademia delle Scienze di Mosca, e Anatoly Gromyko, figlio di Andreij Gromyko che in quel momento era presidente dell'URSS. Arbatov prese la parola per rispondere a Perle, lanciando un'accusa di fuoco: «Lo scopo del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki non è stato tanto la sconfitta del nemico, il Giappone, quanto l'intimidazione dell'alleato, l'Unione Sovietica». Fin qui, nulla di nuovo: normale polemica da guerra fredda. Ma dopo Arbatov prese la parola Joseph Rotblatt, uno degli scienziati che sotto la guida di Robert Oppenheimer avevano costruito la bomba atomica, autorità, quindi, indiscutibile. Rotblatt, fra lo stupore degli astanti, compresi i rappresentanti sovietici, raccontò che nel marzo del 1944, quando ancora la bomba era solo formule e calcoli, il generale Groves lo aveva informato che lo scopo finale della costruzione dell'arma nucleare era l'Unione Sovietica. Rotblatt riferì le parole esatte di Groves: «Voi capite benissimo, ovviamente, che l'obiettivo reale della fabbricazione della bomba è quello di soggiogare i nostri nemici principali, i Russi» (1).

L'idea di attaccare l'URSS veniva dunque da lontano.

Il piano Totality sviluppava pertanto una tendenza quasi naturale dei militari americani. L'idea che l'URSS dovesse diventare il nuovo nemico degli Stati Uniti era corrente negli alti comandi statunitensi già prima che la seconda guerra mondiale terminasse. Nel suo Preparing for the Next War Michael S. Sherry riferisce che nel corso della stessa Conferenza di Potsdam il generale Henry Arnold, che era al seguito di Truman come consigliere, «riteneva che il nostro primo nemico dovesse essere la Russia» (2). Numerosi generali nelle loro discussioni interne giungevano a invocare una immediata prova di forza contro l'Unione Sovietica. La decisione di avviare lo studio per il piano Totality andava nella direzione auspicata dagli Stati Maggiori. Costituì il primo approccio al problema. L'era atomica era appena iniziata, non esistevano esperienze precedenti alle quali fare riferimento. Non vi erano ancora studi specifici sulla reale capacità distruttiva della bomba e tantomeno sugli effetti differenziati dell'arma nucleare sui vari tipi di materiali e sulle persone. Vi erano delle differenze notevoli fra i due obiettivi giapponesi colpiti e quelli che sarebbero stati eventualmente gli obiettivi sovietici. Nelle città giapponesi molte delle abitazioni erano costruite in legno, le città sovietiche erano invece in cemento armato, pietra e ferro.

I Sovietici ebbero il primo rapporto dettagliato diretto sulle capacità devastanti di una bomba atomica dal giornalista australiano Wilfred Burchett, che seguiva la guerra in Estremo Oriente come corrispondente del giornale inglese Daily Express e che giunse a Hiroshima alla fine di agosto. Conosciamo il tenore delle cose che Burchett fece sapere a Mosca dall'articolo che parallelamente questi scrisse per il Daily Express , che lo pubblicò il 5 settembre 1945 con il titolo "The Atomic Plague", La peste atomica, e un sottotitolo che rifletteva la sua emozione: «Ciò che scrivo è un avvertimento per il mondo intero».

«A Hiroshima - raccontava Burchett - poco meno di un mese dopo lo scoppio della prima bomba atomica che distrusse la città e fece tremare il mondo, gente non toccata direttamente dal cataclisma sta morendo ancora, misteriosamente, orribilmente, per un male sconosciuto per il quale non trovo altro nome che quello di peste atomica. Hiroshima non assomiglia a una città bombardata. Fa pensare a una città sulla quale sia passato un enorme rullo compressore che l'abbia stritolata, annientata per sempre (...) Negli ospedali ho scoperto persone che, pur non avendo ricevuto alcuna ferita al momento dell'esplosione, stavano tuttavia morendo per i suoi misteriosi effetti. Senza apparente ragione cominciano a sentirsi male, perdono l'appetito, gli cadono i capelli, sui loro corpi appaiono macchie bluastre. Quindi cominciano a sanguinare, dalle orecchie, dal naso e dalla bocca. All'inizio i medici attribuivano questi sintomi a una debolezza generale dell'organismo e somministravano ai pazienti della vitamina A per mezzo di iniezioni. L'effetto era orribile. La carne prendeva a marcire attorno al buco fatto dall'ago della siringa. Ogni volta tutto ciò è terminato con la morte della vittima. Questo è uno degli effetti a distanza della prima bomba atomica lanciata dall'uomo sull'uomo, e quello che ho visto mi è bastato (...)». Burchett terminava con un calcolo approssimativo delle perdite prodotte da un solo ordigno, secondo le incerte informazioni fornitegli dai Giapponesi sul posto: «(...) Sono stati contati 53.000 morti, 30.000 altre persone sono date come scomparse, il che significa senza dubbio possibile che sono anch'esse morte. Durante la giornata che ho trascorso a Hiroshima 100 persone sono morte per gli effetti della bomba: facevano parte dei 13.000 feriti gravi fatti dall'esplosione. Muoiono al ritmo di circa un centinaio al giorno e verosimilmente sono tutti condannati. Ce ne sono altri 40.000 che risultano feriti (...)» (3).

Fu soltanto il 13 settembre che sulla stampa americana apparve la prima risposta alle accuse di Burchett. Sotto il titolo "No Radioactivity in Hiroshima Ruin", Non c'è radioattività nelle rovine di Hiroshima, il New York Times pubblicò una corrispondenza "via radio" a firma William H. Lawrence, inviato speciale che faceva parte del gruppo di giornalisti «accreditati presso le forze americane» sul fronte giapponese. Lawrence era nello stesso tempo responsabile delle relazioni pubbliche del Progetto Manhattan ed era stato il solo giornalista ammesso ad assistere a Los Alamos al primo esperimento atomico e l'unico a presenziare al bombardamento di Nagasaki da bordo dell'aereo che aveva sganciato la bomba Mark-III. Diceva esattamente Lawrence sul New York Times: «Il generale di brigata T. F. Farrel, presidente della Commissione per la bomba atomica del ministero della Guerra ha dichiarato questa sera, dopo aver ispezionato le rovine di Hiroshima, che la potenza esplosiva dell'arma segreta era ancora più grande di quanto i suoi inventori avessero immaginato, ma ha negato categoricamente che la bomba abbia sviluppato una pericolosa radioattività persistente nelle rovine della città o che abbia provocato una specie di gas mortale al momento dell'esplosione. Il generale ha specificato che il 9 settembre, data nella quale l'ispezione era cominciata, il suo gruppo di specialisti non aveva trovato alcuna traccia di radioattività residua nella zona distrutta e che, a suo giudizio, non vi era alcun pericolo a risiedervi, attualmente». In un altro articolo pubblicato nello stesso numero del giornale, ma separatamente, Lawrence, negando ancora la presenza di radiazioni nei luoghi delle esplosioni atomiche, aggiungeva il seguente commento: «I Giapponesi pretendono che vi siano stati dei morti a causa delle radiazioni. Se ciò è vero sono stati molto pochi. E se vi sono state delle radiazioni sono state emesse durante l'esplosione, e non dopo (...) Un esame delle loro dichiarazioni rivela che i Giapponesi mantengono la loro propaganda su questa linea per creare l'impressione cha abbiamo vinto la guerra in maniera sleale e per tentare di ottenere condizioni meno dure» (4).

Oggi, quasi cinquant'anni dopo, ne sappiamo abbastanza sull'energia atomica per comprendere che queste dichiarazioni ingannevoli costituivano non una semplice falsità, ma un delitto contro l'umanità.

A giudicare dalla scarsità delle informazioni pubblicate dai due grandi quotidiani Pravda e Izvestia, l'esplosione della prima bomba atomica su Hiroshima non suscitò alcuna particolare emozione a Mosca. Izvestia, giornale della sera, si accontentò di pubblicare in quarta pagina, senza commenti, il dispaccio dell'agenzia Tass sulla dichiarazione fatta alla radio da Truman la notte del 6 agosto. La stessa cosa fece la Pravda.

Il 9 agosto i due quotidiani annunciarono in prima pagina l'entrata in guerra dell'URSS contro il Giappone, ma non fecero alcuna menzione della seconda bomba atomica lanciata su Nagasaki. Poiché la città era stata bombardata alle 11 del mattino, corrispondenti alle 5 del mattino a Mosca, grazie alla differenza oraria Izvestia, come giornale del pomeriggio, avrebbe avuto la possibilità di dare la notizia, e non la diede.

Soltanto il 16 agosto Izvestia, a proposito del ruolo avuto dall'Armata Rossa per indurre il Giappone alla capitolazione, diede un giudizio sulla bomba atomica: «Certi giornali americani tentano di ridurre l'apporto dell'Unione Sovietica alla causa comune degli Alleati. Il giornale di New York Daily News, ad esempio, si riempie la bocca di parole vuote nei seguenti termini: "Avremmo potuto vincere la guerra con le sole bombe atomiche". La sensazione provocata dalla bomba atomica è stata sicuramente per certi borghesi ottusi il classico albero che nasconde la foresta.

Conviene ricordare loro la sensata riflessione di lord Mountbatten, che in una conferenza stampa a Londra, il 9 agosto, ha dichiarato: "Sarebbe un'assoluta stupidaggine supporre che la bomba atomica possa da sola mettere fine a una guerra"» (5).

Wilfred Burchett fu autore di uno dei più grandi scoop di tutta la storia del giornalismo, arrivando avventurosamente a Hiroshima due giorni dopo la capitolazione del Giappone (che firmò la resa il 2 settembre 1945) e prima dei generali americani. Se avesse tardato, non avrebbe mai potuto raggiungere Hiroshima. I primi reparti di soldati americani giunsero a occupare fisicamente Hiroshima e Nagasaki solo il 3 ottobre 1945, otto settimane dopo il bombardamento. I resoconti diretti sugli effetti della bomba atomica giunsero all'opinione pubblica americana soltanto nel tardo autunno di quell'anno e, benché fossero tutti di inviati speciali sotto tutela dell'esercito, produssero una reazione d'orrore. L'uso di un'arma di sterminio indiscriminato così distruttiva suscitò una tale avversione nel senso comune della gente che i militari si sentirono obbligati a prendere delle misure per impedire la circolazione delle informazioni sugli effetti dell'arma nucleare. Sul duplice bombardamento atomico calò la politica dell'oblio. Le due città furono rese inaccessibili a qualunque visitatore non appartenente ai corpi statunitensi specializzati. Tra l'ottobre e il novembre 1945 tutti gli ospedali e le cliniche giapponesi che ospitavano vittime "atomizzate" furono censiti dalle autorità di occupazione. Il 14 ottobre 1945 una speciale autorità militare fece chiudere anche l'ospedale giapponese per lo studio e il trattamento delle malattie atomiche di Ujina. Tutto il materiale di studio fu requisito; furono confiscati i reperti anatomici ricavati dai cadaveri delle vittime, e tutte le fotografie, i film, i documenti. I medici giapponesi ricevettero l'imposizione di non parlare neanche con i cittadini americani dei risultati delle loro osservazioni sulle conseguenze dei bombardamenti atomici sull'uomo. I primi trattati di studiosi giapponesi sulle patologie provocate dalle atomiche uscirono pressoché clandestini. Fino alla fine dell'occupazione americana del Giappone, nel 1951-1952, neppure a Hiroshima fu possibile avere un quadro preciso delle malattie croniche da radiazioni e delle malattie postume imputabili alla bomba.

Un distaccamento speciale dei corpi medici militari era stato costituito da tempo e aveva cominciato a operare fin dai primi studi sulla bomba, seguendo il lavoro degli scienziati, ed era stato attivo a Los Alamos durante la costruzione dell'atomica. Il reparto giunse in forze ad Hiroshima con i primi soldati destinati al presidio della zona, con un duplice scopo, prodigare cure ai sopravvissuti ed effettuare ricerche precise sugli effetti patologici a breve, medio e lungo termine del bombardamento nucleare. In seguito venne formata una Commissione mista di ricerca nippo-americana di medici e biologi, che nel 1947 si trasformò in un organismo permanente, l'Atomic Bomb Casualty Commission (ABCC), Commissione sulle vittime della bomba atomica, trasformatasi più tardi nella Radiation Effects Research Foundation, Fondazione per la ricerca sugli effetti delle radiazioni. Tale servizio, che possiede importanti laboratori di ricerca, è sostenuto dall' Accademia delle Scienze di Washington e dall'Istituto Nazionale della Sanità di Tokio e lavora in collaborazione con l'Hiroshima Atomic Bomb Hospital, Ospedale della Bomba Atomica di Hiroshima che ancor oggi, a distanza di 49 anni, continua a curare gente affetta dalle conseguenze del bombardamento. I ricercatori stranieri sono stati ammessi solo raramente ai lavori di queste istituzioni, il cui scopo fu quello di monopolizzare, fino agli anni '50, a beneficio degli Stati Uniti le informazioni sugli effetti delle radiazioni sprigionate dalle bombe atomiche e soffocare la loro diffusione negli Stati Uniti, in Giappone e nel mondo.

La politica dell'oblio funzionò perfettamente. Gradualmente la questione passò in secondo piano agli occhi dell'opinione pubblica. L'allora Capo di Stato Maggiore generale Dwight Eisenhower contribuì ad arginare le paure delle masse americane con una dichiarazione solenne, resa alla fine dell'estate del 1945, secondo la quale gli Stati Uniti non avrebbero mai più usato per primi l'arma atomica. Sebbene gli storici abbiano per lunghi anni sostenuto che questa dichiarazione di Eisenhower rifletteva la politica militare ufficiale degli Stati Uniti, la verità era diametralmente opposta. I documenti segreti del Pentagono ora resi pubblici ci dicono che già il 19 luglio 1945, subito dopo lo scoppio dell'ordigno sperimentale di Alamogordo, diciotto giorni prima dello sganciamento della bomba operativa su un obiettivo giapponese prestabilito, i Capi di Stato Maggiore avevano elaborato un documento segreto, classificato JCS 1496, che segnalava in modo estremamente chiaro l'adozione di una politica di "primo colpo" come il rovesciamento rivoluzionario di ogni precedente politica militare degli Stati Uniti. Il documento costituì la premessa dottrinaria al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. Un mese più tardi, il 29 agosto 1945, cioè venti giorni dopo che Nagasaki era stata cancellata dalla carta geografica, sulla base delle documentazioni fotografiche delle devastazioni prodotte dalla bomba Mark-III i Capi di Stato Maggiore definirono meglio tale direttiva. Nel documento segreto Minute Joint Staff Planner's 216th Meeting (6) si leggeva: «(...) Questo punto deve essere sottolineato. Deve essere chiaro che questo è un nuovo concetto di politica, che differisce dall'atteggiamento americano del passato rispetto alla guerra». Numerose riunioni segretissime si susseguirono quell'estate al Pentagono, e il 19 settembre 1945 i Capi di Stato Maggiore Riuniti adottarono formalmente la politica del "primo colpo" in caso di guerra nucleare. Nel documento JCS 149/3, i Capi di Stato Maggiore precisavano: «Nel passato, gli USA hanno potuto attenersi ad una tradizione di non colpire mai fino a che non fossero attaccati. Per il futuro, la nostra forza militare dovrà essere capace di sopraffare il nemico e di annientare la sua volontà e capacità di fare guerra prima che possa infliggerci un danno significativo» (7).

Il 20 settembre 1945, gli stessi Capi di Stato Maggiore produssero una versione riveduta del documento JCS 1496 che sosteneva: «(...) Non ci si può permettere, a causa di idee forvianti e azzardate sull'opportunità che gli USA evitino ogni atteggiamento aggressivo, di lasciare che un primo colpo possa venire sferrato contro di noi». In caso di crisi, gli Stati Uniti avrebbero dovuto premere per una sua soluzione diplomatica, ma nello stesso tempo dovevano «attuare tutti i preparativi per sferrare il primo colpo se necessario» (8). Tutta una serie di altri documenti segretissimi dei Capi di Stato Maggiore confermano che al Pentagono si riteneva l'attacco di primo colpo atomico come una politica militare realistica. Il 30 ottobre 1945 i Capi di Stato Maggiore scrissero nel documento JCS 1477 che «l'avvento della bomba atomica esalta come mai in precedenza l'importanza della sorpresa nell'inizio di una guerra (...) Cosa che mette in rilievo l'importanza non soltanto della preparazione per la difesa immediata, ma anche di colpire per primi, se necessario, contro la fonte del minacciato attacco (...) In futuro il fattore sorpresa sarà (...) la sola garanzia di successo» (9).

Queste enunciazioni di assoluta chiarezza sgomberano il campo da qualsiasi ipotesi di distorsione della realtà nella valutazione dei successivi piani di attacco atomico contro l'URSS.

Nel novembre del 1945 i Capi di Stato Maggiore Riuniti commissionarono.,al "Joint Intelligence Committee", cioè ai servizi segreti militari riuniti, uno studio segretissimo sulla realizzabilità di un attacco nucleare sull'Unione Sovietica. Il primo piano in assoluto per un attacco atomico sull'URSS fu approvato tre mesi soltanto dopo Hiroshima e Nagasaki. Il suo nome in codice era JIC 329/ Z Strategic Vulnerability of the URSS to a Limited Air Attack, Vulnerabilità strategica dell'Unione Sovietica a un attacco aereo limitato. Tenuto conto della potenza devastante constatata in Giappone, il piano Strategic Vulnerability prevedeva il bombardamento di sorpresa di 20 città sovietiche con il lancio da 20 a 30 atomiche del tipo Mark-III usato per distruggere Nagasaki. Strategic Vulnerability individuava 20 città sovietiche da annientare con il primo colpo, e cioè: Mosca, Gorki, Kuibyshev, Sverdlovak, Novosibirsk, Omsk, Saratov, Kazan, Leningrado, Baku, Tashkent, Chelyabinsk, Nizhni, Tagil, Magnitogorsk, Molotov, Tbilisi, Stalinsk, Grozny, Irkutsk e Yaroslavl (10).

Lo studio raccomandava un attacco atomico di sorpresa contro i Sovietici, non solo per fermare un'aggressione, ma anche se fosse risultato evidente che l'URSS era sul punto di ottenere la capacità di attaccare gli Stati Uniti, o, più semplicemente, che i Sovietici fossero sul punto di acquisire la capacità di respingere un attacco americano.

I servizi segreti militari ammettevano tra l'altro che l'URSS non costituiva alcuna immediata minaccia, e affermavano esplicitamente: «L'Unione Sovietica non è in grado di attaccare il territorio continentale degli Stati Uniti nel prossimo futuro. Senza una marina militare degna di questo nome e con una marina commerciale di seconda categoria, operazioni sovietiche al di là degli oceani sono da escludere».

La filosofia del bombardamento aveva fatto dunque in poche settimane un ulteriore considerevole balzo in avanti. Non si trattava più del fatto che nessuno doveva poter attaccare gli Stati Uniti, ma nessuno doveva neppure essere in condizione di potersi difendere da un attacco americano. Tutti gli Stati del mondo, dal più grande al più piccolo, dovevano essere inermi di fronte agli USA, disponibili a subire passivamente qualsiasi attacco punitivo.

Scopo dichiarato di Strategic Vulnerability era quello di impedire che l'URSS potesse giungere a fabbricare armi atomiche. Nel gennaio del 1946 il generale Groves estese ulteriormente la filosofia del bombardamento, introducendo nel suo rapporto, allora segretissimo, Our Army of the Future as Influenced by Nuclear Weapons, Come il nostro esercito del futuro sarà influenzato dalle armi nucleari, l'idea dell'uso sistematico del bombardamento atomico su qualunque nazione fosse sul punto di sviluppare una propria arma atomica. Groves accusava senza mezzi termini i dirigenti degli Stati Uniti di eccesso di "idealismo" e li invitava a una maggiore concretezza: «Se fossimo veramente realisti, e non idealisti come dimostriamo di essere, non dovremmo permettere a nessuna potenza straniera (...) di fabbricare o di possedere armi nucleari. Dovremmo distruggere la sua capacità di realizzarle prima che sia progredita abbastanza da minacciarci (...) Noi e i nostri alleati fidati [lo ricordiamo: solo Canada e Inghilterra] dovremo avere la supremazia esclusiva in questo campo, il che significa che a nessuna altra nazione può essere permesso di avere armi atomiche» (11).

Il limite di ciò che poteva giustificare un bombardamento preventivo, o per meglio dire un bombardamento nucleare preventivo su di un paese qualsiasi da parte degli Stati Uniti, era stato arretrato da Groves al semplice «progresso negli studi o nei progetti» che potevano condurre uno Stato a possedere l'arma atomica.

La filosofia del bombardamento sembrava essere giunta al suo limite estremo. Ma era veramente così?

NOTE

1. Ataf Gauhar, «Who Wants the Bomb?», in South, Londra, Settembre 1985, pagg. 14-23.

2. MichaelS. Sherry, Preparing Jorthe Next War, New Haven, 1977, pag. 189.

3. Wilfred Burchett, «The Atomic Plague», Daily Express , Londra, 5 Settembre 1945.

4. William H. Lawrence, The New York Times, New York, 13 Settembre 1945 (citato in Wilfred Burchett, Hiroshima maintenant, Parigi, 1984, pagg. 20-22).

5. lzvestia, Mosca, 16 Agosto 1945 (citato in M. Ferro, Op. cit., pag. 16).

6. Minutes of Joint Staff Planner's 216th Meeting, Top Secret, 29 Agosto 1945, file CCS 381 (5-13-45), Sec. 1, JCS (citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 30).

7. JCS 1496/3, Top Secret, 19 Settembre 1945, JCS (citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pagg. 29-30).

8. lbid., pag. 30.

9. JCS 1477/1, Top Secret, file ABC 471.4 Atom (17 Ago. 1945) Sec. 2 OPD, JCS (citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 30).

10. nc 329, ‘Strategic Vulnerability of the URSS to a Limited Air Attack’, Top Secret, Novembre 1945, file ABC 336 Russia (22 Ago 1945), OPD, JCS (citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pagg. 31-32).

11. Leslie R. Groves, «Our Army of the Future -As Influenced by Nuclear Weapons», FRUS 1946, Confidential, Vol. 1,2 Gennaio 1946, pagg. 1197-1203 (citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 31).


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