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Indice

  1. Il bombardamento come filosofia
  2. Il Piano Totality
  3. Il messaggio di Hiroshima
  4. Un'idea che veniva da lontano
  5. Mister Baruch e il buon uso dell'Onu
  6. Quando piacerà al presidente
  7. Relatività dell'arma assoluta
  8. Riportateci a casa La rivolta delle truppe Usa
  9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo
  10. In attesa della terza invasione
  11. Il boomerang rosso

I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.
Altre informazioni riportate provengono da personaggi a vario titolo coinvolti negli avvenimenti o da studiosi che hanno svolto indagini. Quindi nei testi è stato dato ampio spazio alle note che documentano la provenienza delle fonti d'informazione.

La digitalizzazione per l'inserimento in queste pagine è stata prodotta utilizzando un apposito programma di elaborazione e riconoscimento testi che potrebbe avere introdotto alcuni errori nella conversione. I testi digitalizzati sono stati riletti e corretti ma se necessitasse una esatta verifica dei nomi e dei dati più significativi è consigliabile affidarsi al volume originale "Il Secolo Corto" di Filippo Gaja, Maquis Editore.

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La filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere

2. Il piano "Totality"

Dopo la Conferenza di San Francisco si aprì il 17 luglio 1945 quella di Potsdam, la conferenza dei vincitori della guerra in Europa. Il conflitto continuava in Asia, contro i Giapponesi.

Un mondo stremato dalle perdite umane e dalle distruzioni della lunga guerra guardava con ansia ai tre "grandi" intenti, in apparenza, a consolidare la vittoria sulla Germania nazista e a costruire una pace durevole. Sui giornali di tutto il mondo comparivano le fotografie dei soldati sovietici e americani che fraternizzavano sulle rive dell'Elba. I rapporti fra Stati Uniti e Unione Sovietica si presentavano come calorosi e sembravano preludere a un'era di armonia.

Un Truman esultante e prodigo di larghi sorrisi strinse la mano a Stalin e a Churchill nel castello di Cecelienhof, a Potsdam, qualche chilometro fuori Berlino. In quel momento il presidente americano aveva già ricevuto il famoso telegramma «Il bimbo è nato in modo soddisfacente» che annunciava l'avvenuta esplosione ad Alamogordo, nel Nuovo Messico, alle 5,10 del 16 luglio, della prima carica nucleare della storia.

Molte cose erano accadute prima che si giungesse al telegramma fatidico, fatti di importanza decisiva per interpretare il senso della storia.

Nell'economia della presente trattazione non è possibile affrontare l'argomento per esteso e dobbiamo limitarci a una cronologia indicativa.

Dalla fine del 1942 erano in funzione negli Stati Uniti tre grandi centri nucleari per la realizzazione della bomba, denominati in codice Centro X, Centro Y e Centro W. "X" era situato nella valle del Tennessee a Oak Ridge, "W" era quello di Hanford nello Stato di Washington, presso la Du Pont, cui abbiamo fatto cenno nel primo capitolo, e "Y", sorta di campo di concentramento per premi Nobel, dove erano riuniti tutti i maggiori scienziati sottoposti a stretto controllo, sorgeva a Los Alamos, nel Nuovo Messico.

Il 19 agosto 1943, quando i lavori erano giunti al punto di dare la certezza scientifica che il risultato finale sarebbe stata un'arma di tremenda potenza, Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada sottoscrissero il "patto atomico" di Québec per un suo uso comune. Fu un patto segreto e non ne fu data comunicazione alcuna all'alleata URSS.

Nell'ottobre dello stesso anno Niels Bohr, uno dei più grandi fisici del secolo, riuscì a fuggire dalla Danimarca e a raggiungere l'Inghilterra e nel maggio del 1944 incontrò Churchill per tentare di convincerlo della necessità di informare il governo sovietico dello stato di avanzamento degli studi per la fabbricazione della bomba. A seguito di questo colloquio, Bohr ritenne necessario mettere nero su bianco il suo punto di vista con un memorandum indirizzato a Roosevelt e allo stesso Churchill, nel quale sottolineava: «(...) Si sta mettendo a punto una nuova arma di potenza ineguagliata che modificherà completamente i dati futuri della guerra». Il 16 agosto 1944 Bohr ebbe un colloquio riservato con Roosevelt e sollecitò anche lui a informare ufficialmente Stalin delle ricerche in corso e a concordare con i Sovietici un programma per il controllo internazionale dell'energia atomica.

Le sollecitazioni di Bohr ottennero però l'effetto contrario a quello desiderato. Roosevelt e Churchill si riunirono segretamente a Hyde Park il 18 e 19 settembre 1944 per discutere sulla questione, ma presero la decisione contraria, sottoscrivendo un promemoria nel quale affermavano l'intenzione di non mettere i Sovietici al corrente delle ricerche atomiche. L'incontro di Hyde Park fu mantenuto segretissimo e nessuno degli scienziati che partecipavano al Progetto Manhattan ne fu informato. I calcoli della immensa potenza distruttrice della nuova arma cominciavano a creare in molti ricercatori problemi di coscienza. All'interno della comunità scientifico-militare già si manifestavano due indirizzi opposti: vi erano i partigiani della politica del segreto e del mantenimento del monopolio angloamericano e i partigiani di un accordo internazionale fondato sulla libertà della ricerca e sulla diffusione universale della scoperta. Se conosciuta, la decisione di escludere i Sovietici avrebbe assunto un esplicito valore politico e avrebbe potuto determinare una opposizione di principio nel gruppo di scienziati di varie nazionalità impegnati a fabbricare la bomba. Questi si sentivano soldati di una guerra contro il nazismo e il fascismo, non necessariamente al servizio dei piani di egemonia angloamericani.

Sul finire del 1944 il dilemma se utilizzare o no, e come utilizzare, la potenza dell'esplosivo nucleare, cominciò a porsi non più come una questione filosofico-morale astratta, ma in termini di decisione politica. Benché se ne discutesse molto anche fra gli scienziati, il vero dibattito si svolgeva fra i pochi politici che erano al corrente del progetto atomico - come il banchiere Alexander Sachs, il consigliere personale del presidente, James F. Byrnes, e il ministro della Guerra Henry Stimson - e i militari rappresentati dal generale Leslie Groves, capo del Progetto Manhattan. Questi attendevano di conoscere i dati tecnici dell'arma ancora sconosciuta e di valutare la sua potenza devastante per formulare una dottrina dell'impiego, ma non avevano dubbi di sorta sull'opportunità di impiegarla. Byrnes sottopose a Roosevelt un memorandum per segnalargli che, dato l'enorme costo della bomba - 2 miliardi di dollari - l'opinione pubblica americana e il Congresso non avrebbero accettato che una tale somma di denaro fosse stata spesa in pura perdita, e perciò l'arma doveva essere utilizzata non appena operativa. Nell'ambito ristretto dei consiglieri che influivano sulle decisioni di Roosevelt non vi erano seri dubbi sull'opportunità di usare sul campo la forza nucleare. Vi fu solo qualche tentativo di razionalizzare l'impiego della nuova arma per evitare agli Stati Uniti le ricadute negative eventuali. Nel dicembre del 1944 Sachs, amico personale di Roosevelt, l'uomo che era servito da tramite fra gli scienziati e la Casa Bianca per convincere il presidente a dare l'avvio al Progetto Manhattan, redasse un memorandum per suggerire un impiego articolato dell'arma atomica. Sachs propose che la bomba fosse fatta esplodere preventivamente, a titolo di dimostrazione della sua potenza, di fronte a un pubblico di testimoni composto di scienziati e dei rappresentanti di tutte le religioni comprese l'islamica e la buddista. All'esplosione dimostrativa sarebbe seguita una dichiarazione ufficiale degli Stati Uniti indirizzata ai nemici, Germania e Giappone, per chiedere loro di liberare da uomini e animali una zona determinata del loro territorio su cui sarebbe stata sganciata l'atomica. A seguito di tale dimostrazione degli effetti reali di un bombardamento atomico, gli Stati Uniti avrebbero lanciato l'ultimatum finale, esigendo la capitolazione immediata del nemico. Gli Stati Uniti avrebbero così usato l'arma, spaventato il mondo, imposto la propria volontà ed evitato ogni ripercussione negativa. Le idee di Sachs incontrarono molto scetticismo in particolare fra gli Stati Maggiori.

Il mito che vuole Roosevelt angosciato e incerto, reticente di fronte alle pressanti richieste di decisione, sembra fabbricato per avvolgere in un alone di umanità il personaggio. Le perplessità espresse dagli scienziati in vari memorandum e documenti di certo furono ininfluenti sulle scelte finali.

La decisione di mantenere il monopolio dell'arma nucleare nell'ambito di Stati Uniti, Inghilterra e Canada era già stata consolidata da due anni - come abbiamo visto - in un patto diplomatico e quella di tenere l'URSS all'oscuro di tutto era già stata oggetto di un accordo segreto da un anno. Nella Conferenza di Yalta, fra i14 e l'11 febbraio 1945, nella quale teoricamente il mondo fu diviso in sfere definite di influenza fra i vincitori, Roosevelt e Churchill incontrarono Stalin, strappandogli l'impegno che l'Unione Sovietica sarebbe entrata in guerra contro il Giappone entro tre mesi dalla fine del conflitto in Europa allo scopo di accelerare il crollo dell'Impero del Sol Levante. Si parlò di molti argomenti. Ma non una sola sillaba fu pronunciata sull'imminente realizzazione dell'arma atomica.

Le prime decisioni operative sul lancio di due bombe, una all'uranio e l'altra al plutonio, sul Giappone, furono prese già nella primavera del 1945. La lista dei 10 obiettivi possibili comprendeva le città giapponesi che per la loro dimensione e collocazione si offrivano come bersaglio ideale in quanto potevano essere distrutte con una sola bomba. La base di partenza dei bombardieri nell'isola di Tinian, nell'arcipelago delle Marianne, era già pronta da tempo.

Toccò a Truman, a causa della morte improvvisa di Roosevelt il 12 aprile 1945, impartire l'ordine definitivo come nuovo presidente degli Stati Uniti, ma la "decisone capitale" era già stata presa prima che il successore di Roosevelt entrasse alla Casa Bianca. Prima di accedere al potere Truman non sapeva neppure che esistesse una ricerca nucleare per scopi bellici. L'esistenza del Progetto Manhattan gli fu comunicata dopo il giuramento. La scelta di usare l'atomica sui Giapponesi era già stata presa da Frankin Delano Roosevelt e non tanto per accelerare la fine della guerra, ma come atto iniziale della conquista dell'egemonia americana sul mondo. In un articolo pubblicato su Harpers' Magazine nel febbraio 1947 il ministro della Guerra degli anni di Roosevelt, Stimson, scrisse: «Dal 1941 al 1945 in nessun momento mai ho sentito il presidente Roosevelt o qualunque altro responsabile politico lasciar supporre che l'energia atomica non sarebbe stata impiegata nella guerra». Winston Churchill è stato ancora più esplicito. Nel dodicesimo volume della sua storia della seconda guerra mondiale ha scritto: «Resta storicamente stabilito che il problema di sapere se bisognava o no utilizzare la bomba atomica per costringere il Giappone a capitolare non si è neppure mai posto. L'accordo fu unanime, automatico, incontestato».

All'apertura della Conferenza di Potsdam, il 17 luglio 1945, Stalin mostrò a Truman un messaggio che gli era stato appena recapitato da Mosca. Annunciava l'arrivo nella capitale sovietica dell'ex primo ministro giapponese Fumimaro Konoye, inviato dall'imperatore Hirohito latore della richiesta di mettere fine alla guerra. Nel suo passaggio fondamentale il messaggio diceva testualmente: «(...) Sua Maestà Imperiale è profondamente colpita dal numero di vittime che s'accresce giorno dopo giorno e dai sacrifici sempre più grandi che i cittadini dei diversi paesi impegnati nel conflitto devono affrontare. Il suo cuore desidera la conclusione rapida di questa guerra». Spogliata di tutti i suoi orpelli edificanti, questa era una offerta di capitolazione bella e buona. Stalin chiese a Truman se si dovesse rispondere positivamente al messaggio e il presidente americano si oppose fermamente.

Truman aveva appena ricevuto la notizia che la prima bomba atomica era esplosa "in modo soddisfacente". Ma si era trattato di una esplosione al suolo di componenti nucleari e non dell'esplosione in aria di una vera bomba. Il presidente americano attendeva ancora di conoscere i particolari sul volume di fuoco sprigionato dalla prima "bomba A" e sulla possibilità che potesse essere impiegata sul campo come arma operativa.

Il tono dei rapporti fra la delegazione americana e quella sovietica era stato fino a quel momento cordiale. Tale rimase ancora per qualche giorno. Ma d'improvviso, il 21 luglio, come ricorda lo stesso Churchill, il presidente americano cambiò repentinamente modo di fare nei riguardi dei Sovietici, assumendo toni da dominatore. Nelle discussioni con la parte sovietica, aveva più l'aria di impartire ordini che di cercare punti d'intesa. Il motivo è presto detto: un aereo speciale aveva portato da Washington un rapporto completo segretissimo sull'esplosione atomica sperimentale, in cui il ministro della Difesa Stimson descriveva l'immensa potenza dell'ordigno, risultata molto superiore a quella prevista dai calcoli dei fisici teorici (1).

La politica americana disponeva ora dell'arma assoluta: un'arma talmente distruttiva da mettere il mondo in ginocchio. Gli Stati Uniti, e soltanto gli Stati Uniti, possedevano la bomba atomica.

Truman affrontò con i Sovietici il tema della nuova arma solo a conferenza pressoché conclusa, lasciando cadere l'annuncio quasi incidentalmente e senza nominare la parola "atomo". Come lo stesso Truman racconta nelle sue memorie: «Il 24 menzionai con aria noncurante a Stalin che noi avevamo un'arma nuova di potenza distruttiva inusitata. Il "premier" russo non manifestò alcun interesse particolare. Tutto ciò che disse fu che era contento di saperlo e che si augurava che ne avremmo fatto buon uso contro i Giapponesi».

Il presidente impartì l'ordine di sganciare le atomiche sul Giappone lo stesso giorno 24, cioè poco dopo o poco prima della sua conversazione con Stalin. Dal testo dell'ordine si ricava indirettamente il perché Truman aveva chiesto a Stalin di non rispondere all'offerta di resa dell'imperatore giapponese: voleva il tempo per poter dare al mondo, e prima di tutto ai Sovietici, una dimostrazione pratica dell'efficacia terroristica della nuova arma. L'ordine esecutivo comprendeva una rigorosa raccomandazione al generale Carl Spaatz, comandante delle forze armate strategiche, sul mantenimento del più assoluto segreto relativamente all'arma atomica e ai suoi effetti (2).

L'indifferenza di Stalin al velato annuncio di Truman era solo apparente. Il leader sovietico sapeva benissimo che si trattava dell'arma atomica e forse ne sapeva di più dello stesso Truman. I servizi segreti sovietici seguivano da presso gli esperimenti americani fin dal 1942.

Perché Stalin lasciò deliberatamente cadere l'argomento? è probabile che ritenesse di avere già sufficienti informazioni. Ciò che voleva evitare era di dover affrontare con il presidente americano l'argomento del punto in cui erano giunte le ricerche atomiche sovietiche. Non voleva fornire informazioni. Il lettore ne scoprirà il motivo leggendo più avanti il capitolo dedicato alla bomba sovietica.

Si era già entrati nell'era della "diplomazia atomica". In definitiva si può dire che quell'ambiguo annuncio di Truman a Stalin conteneva già in sé la prima minaccia nucleare rivolta all'Unione Sovietica. Stalin colse fulmineamente il messaggio. Subito dopo l'incontro con Truman convocò il maresciallo Zhukov e gli ordinò: «Bisogna accelerare» (3).

Subito dopo essere tornato a Washington, Truman ordinò al generale Eisenhower di predisporre un piano ultra segreto per una possibile guerra totale contro l'Unione Sovietica. Eisenhower assegnò al piano d'attacco americano contro l'URSS la denominazione in codice di piano Totality (4). Lo storico militare inglese John Bradley ha commentato in seguito che forse questa era la prima volta nella storia in cui un membro di una alleanza concepiva un piano di attacco contro uno dei suoi alleati nel momento stesso in cui celebravano una comune vittoria. Una delle riserve mentali con cui erano state concepite da Roosevelt e da Churchill le Nazioni Unite cominciava a manifestarsi in chiaro: i gendarmi dovevano possibilmente ridursi da cinque a quattro mediante l'eliminazione chirurgica del gendarme sovietico. L'arma atomica apriva potenzialità impreviste alla filosofia del bombardamento.

NOTE

1. Michael Blow, The History of the Atomic Bomb, New York, 1968, pag. 89.

2. Harry S. Truman, Mémoires 1: l'année des décisions (1945-1946). De Potsdam à Hiroshima, Parigi, 1955, pag. 105. L'ordine operativo affermava esattamente: «La pubblicazione di qualsivoglia informazione concernente l'uso di quest'arma contro il Giappone è riservata al ministro della Guerra e al Presidente degli Stati Uniti. Nessun comunicato su questo argomento, nessuna informazione, saranno resi pubblici in mancanza di una preliminare autorizzazione speciale. Tutti gli articoli di stampa saranno sottoposti al ministero della Guerra per permesso speciale».

3. Tad Szulc, «Como consiguiò la Uniòn Soviética la bomba atomica», El Pais, Madrid, 26 agosto 1984 (rapporto della CIA).

4. Dato ottenuto grazie alla ‘Legge per la libertà di informazione’ (Freedom of information Act); citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 31; vedi anche John Bradley, World War III: Strategies, Tactics and Weapons, New York, 1982, pag. 78; e Anthony Cave Brown, Dropshot: The American Plan far World War III with Russia in 1957, New York, 1978, pag. 3.

5. Dato ottenuto ai sensi della Freedom of Information Act; vedi anche John Bradley, World War III: Strategies, Tactics, and Weapons, New York, 1982, pag. 78; e Anthony Cave Brown (a cura di), Dropshot: The American Plan far World War III with Russia in 1957, New York, 1978, pag. 3.


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