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Indice

  1. Il bombardamento come filosofia
  2. Il Piano Totality
  3. Il messaggio di Hiroshima
  4. Un'idea che veniva da lontano
  5. Mister Baruch e il buon uso dell'Onu
  6. Quando piacerà al presidente
  7. Relatività dell'arma assoluta
  8. Riportateci a casa La rivolta delle truppe Usa
  9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo
  10. In attesa della terza invasione
  11. Il boomerang rosso

I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.
Altre informazioni riportate provengono da personaggi a vario titolo coinvolti negli avvenimenti o da studiosi che hanno svolto indagini. Quindi nei testi è stato dato ampio spazio alle note che documentano la provenienza delle fonti d'informazione.

La digitalizzazione per l'inserimento in queste pagine è stata prodotta utilizzando un apposito programma di elaborazione e riconoscimento testi che potrebbe avere introdotto alcuni errori nella conversione. I testi digitalizzati sono stati riletti e corretti ma se necessitasse una esatta verifica dei nomi e dei dati più significativi è consigliabile affidarsi al volume originale "Il Secolo Corto" di Filippo Gaja, Maquis Editore.

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La filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere

11. Il boomerang rosso

C'era un punto debole nei piani di attacco nucleare sull'URSS, e gli Stati Maggiori americani lo conoscevano. Il piano Pincher prevedeva che l'offensiva atomica potesse mettere fuori gioco la dirigenza dell'Unione Sovietica. Ma prevedeva anche che l'Armata Rossa, per ritorsione, in una disperata controffensiva, partendo dalle basi dell'est europeo protette da ogni ipotesi di attacco nucleare, avrebbe travolto l'Europa occidentale. Esattamente il piano Pincher osservava: «L'Armata Rossa potrebbe avere ben poche difficoltà a sommergere completamente Germania, Danimarca, Belgio, Olanda, Francia e Italia. L'Inghilterra potrebbe resistere ai Sovietici per un certo periodo di tempo, ma in Asia la Corea cadrebbe. Con battaglie campali gli USA potrebbero probabilmente fermare i Sovietici in Spagna e in Palestina. Gli alleati si coalizzerebbero infine e stabilizzerebbero la linea difensiva in Inghilterra, in Italia, in India e in Cina» (1).

James Forrestal e i generali del Pentagono avevano preso atto della realtà: l'Unione Sovietica non avrebbe mai, di sua spontanea volontà, iniziato una guerra in Europa. Ma qualora fosse stata costretta a subire un attacco atomico sul proprio territorio l'Armata Rossa avrebbe avuto la possibilità di eseguire un contrattacco generalizzato occupando tutta l'Europa. Il piano Pincher giungeva alla conclusione che «i Sovietici avrebbero alla fine sopraffatto la maggior parte -se non la totalità- dell'Europa Occidentale e parti del Medio Oriente e della zona mediterranea» (2).

Tradotto in un linguaggio meno ermetico, i dirigenti politici e i Capi di Stato Maggiore americani consideravano prevedibile che il contrattacco terrestre dell'URSS avrebbe condotto a una trasformazione socialista dell'Europa occidentale. Il fuoco atomico avrebbe potuto distruggere il bolscevismo in URSS, ma per contropartita si sarebbe potuto formare sul vecchio continente un blocco di una quindicina di nuove repubbliche socialiste comprendente Finlandia, Svezia, Norvegia, Germania, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Francia, Spagna, Italia, Austria, Jugoslavia, Albania e Grecia, non tenendo conto di Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Cecoslovacchia, che l'Armata Rossa già presidiava. Sarebbe stato il boomerang rosso.

Fin dal 1945 l'aviazione degli Stati Uniti intraprese una sistematica attività di sorvolo di tutto il territorio sovietico o controllato dai Sovietici. Di questo aspetto caldo della guerra fredda è trapelato finora poco o nulla (3). A terra, lungo migliaia di chilometri di confine tra un mondo e l'altro, si è mantenuta una permanente situazione di attrito, punteggiata da migliaia di micro combattimenti, sempre a rischio di degenerare in confrontazioni di maggiore intensità, evitate all'ultimo momento per mutua convenienza. La reciproca attività sovversiva e spionistica, promossa dalle avverse reti di servizi e organismi segreti che sono andate via via sviluppandosi e ramificandosi fino a dimensioni inaudite, si è tradotta in una infinita serie di sabotaggi, attentati, uccisioni, stragi ed episodi oscuri il cui senso reale è rimasto indecifrabile alla coscienza delle popolazioni coinvolte.

In termini strategici generali, le due potenze si paralizzavano reciprocamente. La capacità sovietica di condurre un'offensiva terrestre e una guerra aerea convenzionale per occupare l'Europa occidentale neutralizzava la potenza atomica americana. Fino a quando tale capacità fosse rimasta effettiva il bombardamento atomico del territorio sovietico sarebbe stato di fatto inattuabile. Nel campo opposto, l'Unione Sovietica aveva margini di manovra limitatissimi e non avrebbe potuto commettere "errori di calcolo" capaci di spingere gli Stati Uniti al passo estremo.

Pur nell'ambito di questa logica, era inevitabile che l'Unione Sovietica si assicurasse le basi di partenza per l'offensiva di ritorsione. Doveva cioè mettere l'Armata Rossa al coperto da possibili attacchi atomici. Esistevano sei paesi alla periferia europea dell'Unione Sovietica su cui era ragionevole pensare che gli Stati Uniti non avrebbero osato sganciare bombe atomiche: la parte orientale della Germania, la Polonia, l'Ungheria, la Cecoslovacchia, la Romania e, verosimilmente, ma non sicuramente, la Bulgaria, paesi in linea generale tradizionalmente più vicini all'Occidente capitalista che all'Oriente socialista. Tutta la propaganda americana diretta a ottenere il consenso dell'opinione pubblica era basata sull'idea di liberare "le nazioni prigioniere" del comunismo nell'est europeo. Sarebbe stato perciò inconcepibile che potessero essere anch'esse obiettivo di attacchi nucleari. Il calcolo militare induceva perciò i Sovietici a considerare che in questi paesi l'Armata Rossa sarebbe stata protetta e che dalle basi situate in questa cintura avrebbe potuto iniziare il movimento in avanti verso l'Atlantico e il Mediterraneo nel caso gli Americani avessero attuato l'attacco sull'Unione Sovietica.

Tutto ciò che è accaduto nei dodici anni decisivi del nostro secolo, fra il 1945 e il 1957, si è svolto all'interno di questa sfida mortale. Ogni avvenimento politico, militare ed economico di questo periodo deve essere inevitabilmente rianalizzato e ricollocato nella logica delle due opposte strategie. Tale rilettura sarà meglio possibile quando tutti i documenti saranno disponibili. È un compito degli studiosi del futuro. Ma alcune considerazioni delineano fin d'ora una nuova verità politica, relativamente agli anni terribili che abbiamo trascorso. Taluni dei concetti dati fin qui per scontati, come ad esempio quello di "minaccia sovietica" ne vengono rovesciati.

In quali condizioni si sarebbe svolta l'offensiva dell'Armata Rossa in Europa?

L'esercito sovietico aveva condotto l'assalto finale contro il nazismo sul fronte tedesco con 6.425.000 uomini, 92.500 cannoni e mortai, 7.750 carri armati e 13.400 aerei. In parte queste forze erano rientrate in patria ed erano state smobilitate. Già dall'estate del 1945 restava tuttavia un dispiegamento ingente di unità scelte pronte al combattimento nei paesi occupati dell'Europa orientale. Quale che fosse stata l'ampiezza, la profondità e il successo del primo colpo atomico americano sul territorio dell'URSS, questo non avrebbe mai potuto annientare la parte preponderante della capacità offensiva convenzionale sovietica dislocata in Europa. L'attacco atomico non avrebbe nemmeno potuto "decapitare" l'Unione Sovietica dal punto di vista della capacità di direzione, e ciò data la profonda unità ideologica fra le sue strutture politiche e militari. Gli Stati Maggiori delle unità sovietiche presenti nelle diverse nazioni europee occupate erano in grado di sviluppare una iniziativa politico strategica autonoma, indipendentemente da quella che avrebbe potuto essere studiata a Mosca. A causa della selezione ideologica gli alti gradi militari sovietici erano nello stesso tempo quadri politici di livello elevato. La distruzione del Cremlino non avrebbe quindi paralizzato l'Armata Rossa.

Quando la storia potrà uscire dalla sua attuale soggezione filo occidentale, storici liberi da condizionamenti avranno molto lavoro da fare per ricostruire le ragioni per cui l'URSS, rovesciando totalmente la politica che aveva seguito durante il conflitto mondiale e nei primi mesi dopo la fine della guerra, fu indotta alla creazione di regimi satelliti nei paesi detti della "cortina di ferro". Che questo rovesciamento di politica sia da mettere in relazione con le esigenze della strategia militare difensiva sovietica è da considerare ovvio. La cronologia degli avvenimenti che hanno portato al potere i comunisti nei paesi dell'Europa dell'est, rivela chiaramente il rapporto di dipendenza diretta delle decisioni politiche dalle cause militari.

Tra le due guerre, il marxismo non era stato una forza rivoluzionaria effettiva in nessuno dei paesi dell'Europa orientale. Nei primi anni Venti i comunisti avevano ottenuto qualche successo nelle elezioni municipali in Jugoslavia e in Polonia ma subito erano stati ridotti alla clandestinità. In Ungheria durante l'estate del 1919 c'era stato, per un tempo brevissimo, un fugace regime bolscevico sotto Béla Kun; in Bulgaria, nel 1923, si era avuta un'insurrezione fallita. Quasi tutte le università nell'Europa dell'est avevano cellule clandestine di studenti marxisti, ma il solo gruppo parlamentare comunista di una certa consistenza l'aveva avuto la Cecoslovacchia, dove il partito comunista aveva raccolto un milione di voti nel 1925 e aveva conservato l'appoggio del 10 per cento circa dell'elettorato fra il 1929 e il 1935. Il contrasto tra il relativo successo comunista nei territori cechi e gli insuccessi generali negli altri paesi non può sorprendere: negli anni Venti, i due terzi della popolazione cecoslovacca vivevano dell'industria e del commercio, mentre negli altri sei paesi i due terzi della popolazione vivevano di agricoltura. Mancavano le basi per la rivoluzione del proletariato industriale. Quando la seconda guerra mondiale ebbe inizio, nel settembre del 1939, Mosca impartì a tutti i partiti comunisti la direttiva di mantenere una stretta neutralità nella "guerra fasulla" dell'imperialismo e di non intraprendere alcuna azione che potesse risultare utile alle potenze capitaliste impegnate nella loro reciproca distruzione. Ogni appoggio allo sforzo bellico della Gran Bretagna e della Germania fu sconfessato, e si scoraggiarono perfino atti di resistenza nei paesi occupati dalle armate tedesche, cioè la Polonia, la Cecoslovacchia, e, più tardi, il Belgio e l'Olanda. Si trattava di fare in modo che i Tedeschi, sentendosi rassicurati, potessero concentrare tutte le loro forze contro il capitalismo inglese e francese. L'obiettivo finale era far guadagnare tempo all'Unione Sovietica.

Più tardi, dopo che i Tedeschi nel giugno del 1941 ebbero invaso l'URSS, il governo di Mosca si ritrovò alleato con il governo della Gran Bretagna e automaticamente anche con i governi e con i comitati nazionali in esilio dei paesi occupati dai Tedeschi e che erano stati tutti riconosciuti ufficialmente dal governo inglese come i futuri rappresentanti, nel dopoguerra, di un'Europa liberata. Alcune settimane dopo l'inizio delle ostilità il ministero degli Esteri sovietico decise di seguire l'esempio della Gran Bretagna e di riconoscere i rappresentanti in esilio dei paesi occupati dai Tedeschi, tutti di orientamento conservatore, quando non dichiaratamente reazionario, come l'autorità rappresentativa delle rispettive nazioni. Ciò corrispondeva alla constatazione che i partiti comunisti, e in genere le sinistre, non potevano che avere un ruolo limitato nell'evoluzione politica dell'Europa orientale. Mosca diede anche formale e pubblica adesione alla costruzione di un vasto fronte nazionale patriottico in tutti i paesi occupati dal nemico. Nella misura in cui fu possibile, i capi comunisti locali ricevettero istruzioni segrete che sottolineavano la necessità di salvaguardare a tutti i costi l'unità, evitando di creare organizzazioni di resistenza controllate da soli comunisti.

La direttiva di base era contenuta nella prima circolare inviata dal Comintern a tutti i comitati centrali dei partiti comunisti dei vari paesi dell'Europa occupata con i quali Mosca era in contatto via radio o per il tramite di emissari. «È di vitale necessità -vi si sosteneva tra l'altro- sviluppare un movimento sotto la parola d'ordine del fronte nazionale unitario per la difesa del popolo soggiogato dal fascismo. Nella fase attuale -indicava specificamente la direttiva- è in causa la liberazione dal giogo fascista, non la rivoluzione socialista» (4).

Il 22 maggio 1943 venne resa pubblica una risoluzione del Presidium del Comintern che annunciava senza spiegarne i motivi lo scioglimento formale dello stesso organismo. Un ulteriore comunicato dichiarava che erano stati consultati i partiti comunisti di trenta paesi, e che questi partiti erano unanimemente d'accordo. Stalin stesso riassunse le motivazioni ufficiali dello scioglimento del Comintern nel corso di un'intervista all'agenzia Reuter: l'abolizione dell'Internazionale Comunista doveva porre fine alle dicerie secondo cui Mosca voleva interferire negli affari interni di altri paesi e secondo cui tutti i comunisti del mondo obbedivano alle istruzioni del Cremlino. Con lo scioglimento del Comintern, tutti i patrioti avrebbero ora potuto unirsi alle forze progressiste nei loro rispettivi paesi per creare un fronte comune di liberazione nazionale. Questo avrebbe gettato le fondamenta di una futura collaborazione tra tutte le nazioni su di un piano di assoluta parità.

Le scelte del governo sovietico furono eseguite alla lettera in tutta Europa, meno che in Jugoslavia, in Albania e in Grecia, dove il movimento partigiano si sviluppò sotto la direzione egemonica dei comunisti. In tutto il resto dell'Europa i comunisti, pur continuando a sviluppare le proprie organizzazioni di massa, in nessun caso tentarono di egemonizzare la resistenza antitedesca, neppure nei casi in cui la partecipazione comunista alla lotta era evidentemente maggioritaria, come in Italia e in Francia.

Il fantasma della rivoluzione mondiale fu esorcizzato a vantaggio della grande alleanza democratica di Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica contro Hitler. L'URSS tendeva dunque a dare di sé l'immagine di una grande nazione intenta a una guerra patriottica di difesa, che non nutriva mire nascoste di sovversione internazionale.

Inseguendo gli eserciti nazisti in ritirata, l'Armata Rossa giunse a occupare l'est europeo in fasi successive, dalla seconda metà del 1944 fino alla primavera del 1945. L'arrivo dei soldati sovietici fu accolto ovunque, nell'Europa orientale, con sollievo, in quanto metteva fine alla guerra, ma senza particolare giubilo. Romania e Ungheria avevano partecipato, con il consenso di una parte maggioritaria della popolazione, alla coalizione nazista. I loro governi avevano dichiarato guerra all'Unione Sovietica e le loro truppe avevano invaso l'URSS assieme a quelle tedesche. Polacchi e Rumeni, per ragioni storiche, erano quelli che mostravano minor entusiasmo per la presenza sovietica, e ancora meno simpatizzavano per il comunismo. Nelle province ceche l'Armata Rossa fu accolta come uno strumento di salvezza e rigenerazione nazionale, anche perché il governo in esilio del presidente Edvard Benes arrivò a Praga solo cinque giorni dopo che le truppe del maresciallo Koniev avevano liberato dai Tedeschi la capitale cecoslovacca. Il solo paese dell'est europeo in cui i Sovietici disponevano di una base di simpatia popolare era la Bulgaria, che non aveva mai dichiarato guerra all'Unione Sovietica e il cui popolo aveva una tradizione filorussa.

I partiti comunisti non assunsero il controllo esclusivo del governo in nessuno dei paesi dell'est europeo salvo che in Albania, dove il ritiro dei Tedeschi, nell'ottobre del 1944, lasciò un vuoto politico totale colmato dal Fronte di Liberazione diretto da Henver Hoxha, e in Jugoslavia. In tutti gli altri paesi si formarono dei governi di coalizione in cui i comunisti erano in minoranza e condividevano il potere con altri partiti, progressisti, democratici e perfino anticomunisti. Non vi sarebbe stato motivo per l'Unione Sovietica di imporre ai paesi occupati, fondamentalmente ostili, regimi che avrebbero dovuto essere sostenuti forzosamente e a un costo estremamente elevato. Soprattutto, avrebbe dovuto accollarsi il peso della loro ricostruzione economica, cosa che avrebbe portato a sottrarre grandi risorse alla sua ricostruzione e a sacrificare enormi quantità di materie prime.

L'obiettivo iniziale della diplomazia sovietica nei confronti dei paesi situati alla periferia occidentale era quello di circondarsi di una serie di paesi neutrali e inoffensivi, legati con patti sicuri, con i quali mantenere proficui rapporti di scambio. Soltanto la mutazione intervenuta nella logica dei rapporti di forze militari, introdotta dall'avvento delle armi nucleari, dal monopolio atomico americano e dalla minaccia di un attacco statunitense, giustificò il cambiamento di politica operato dai Sovietici verso i paesi occupati dell'Europa orientale.

Ma la somma delle informazioni recate dai servizi segreti sui tavoli dello Stato Maggiore sovietico non lasciava dubbi. Gli Americani stavano mettendo in atto un programma di dura repressione dei comunisti e dei loro alleati in tutta Europa, andavano riciclando nazisti e fascisti in tutto il vecchio continente, coprivano tutti i paesi occidentali di una fitta rete di organismi spionistici a ogni livello, costruivano una catena di basi aeree che circondavano l'Unione Sovietica da ogni parte, e negli Stati Uniti intensificavano la produzione di plutonio e di bombe atomiche. Il progressivo aumento di violenza della campagna propagandistica anticomunista negli Stati Uniti aveva permesso a Mosca di dare una interpretazione precisa al trasferimento di Winston Churchill a Washington.

Il punto di partenza del mutamento di rotta nella politica estera sovietica rispetto ai paesi confinanti fu il discorso elettorale tenuto da Stalin al teatro Bolscioi di Mosca il 6 febbraio 1946, con cui mise le carte in tavola: ammise che l'URSS si sentiva sotto la minaccia di un attacco nucleare. Non nascose neppure che il rapporto di forze tra Unione Sovietica e Stati Uniti, e più in generale fra mondo capitalista e mondo comunista, era nettamente sfavorevole a quest'ultimo, ma, in tono calcolatamente solenne, ammonì Americani e Inglesi a non far conto sull'arrendevolezza dei Russi e dei comunisti.

Le coincidenze sono parlanti: il 6 febbraio Stalin pronunciò pubblicamente il suo «non ci arrendiamo e non ci arrenderemo». Meno di un mese dopo, il 5 marzo 1946, Winston Churchill pronunciò il famoso discorso di Fulton con cui lanciò la guerra fredda. Invitato a tenere una conferenza al Westminster College di Fulton, una cittadina del Missouri, Churchill era arrivato a Washington in gennaio e aveva passato due mesi a elaborare il suo discorso assieme al presidente Truman, al ministro degli Esteri Byrnes e all'ammiraglio Leahy, principale consigliere militare del presidente degli Stati Uniti. Il discorso di Fulton non fu quindi un'iniziativa personale di Winston Churchill ma una mossa concordata. Truman, Byrnes e Leahy continuarono a perfezionare il discorso con Churchill fino all'ultimo momento sul treno che li condusse nel Missouri. A Fulton, Churchill pronunciò la famosa frase: «Da Stettino nel Baltico, a Trieste nell' Adriatico, una cortina di ferro si è abbattuta sull'Europa». È difficile credere che Churchill non sapesse che questa espressione era già stata usata dal ministro della propaganda nazista Goebbels in un suo articolo apparso sul giornale Das Reich nel febbraio del 1945 (5). Anche il Times di Londra l'aveva riportata. Utilizzandola nel suo discorso di Fulton, Churchill sembrava rivolgere un appello implicito a tutti gli ex nazisti. La conferenza dello statista inglese ebbe il tono di una dichiarazione di guerra. Evocava l'orda mongola pronta a galoppare dalle steppe all'Atlantico e la libertà delle democrazie industriali minacciata dal totalitarismo.

Fino a quel momento nessun regime comunista era stato ancora insediato nell'est europeo. Il suo discorso scatenò un tale allarme, nell'Europa dell'est e in Unione Sovietica, che Stalin rilasciò -fatto eccezionalissimo- due interviste in dieci giorni. La frase contenuta nel discorso di Churchill «solo le nazioni di lingua inglese sono nazioni superiori» gli ricordava le idee di Hitler sulla superiorità del popolo tedesco. Nell'interpretazione sovietica, le parole dell'inglese Churchill contenevano una minaccia americana, ed era una minaccia atomica. Scrutando l'avvenire ora i Sovietici sapevano ciò che potevano aspettarsi.

Nella situazione che si venne a creare, le esigenze difensive dell'Unione Sovietica presero necessariamente il sopravvento su qualsiasi altra considerazione. La prima di queste esigenze era il consolidamento delle basi di partenza dell'Armata Rossa per l'eventuale "offensiva della disperazione" in direzione ovest.

La rapida trasformazione dei paesi dell'est europeo in Stati satelliti dell'Unione Sovietica fu la risposta a questa esigenza strategica. Tutti i regimi comunisti dell'Europa orientale sono stati insediati nel periodo del monopolio atomico degli Stati Uniti, e dopo il fatidico discorso di Churchill a Fulton. La Bulgaria divenne una repubblica popolare il 15 settembre 1946; in Polonia i comunisti presero il potere nel gennaio del 1947; in Ungheria nel febbraio dello stesso anno, e in Cecoslovacchia nel febbraio del 1948. Il processo di satellizzazione dei paesi della cintura difensiva sovietica nell'Europa orientale si completò giusto alla vigilia della crisi di Berlino. Gli storici avranno il loro daffare, nei decenni a venire, per dare una risposta alla domanda: vi sarebbero stati regimi comunisti artificiali nell'est europeo se non fosse esistita una minaccia nucleare americana incombente sull'URSS?

L'occupazione dell'Europa da parte dell'Armata Rossa non si è verificata. Poiché la storia non ammette i se, non prenderemo in esame la situazione del continente fra il 1945 e il 1957 con l'intenzione di stabilire quali probabilità avrebbero potuto esserci per l'Armata Rossa di riuscire a insediare altrettanti Stati socialisti di modello sovietico nei paesi europei occidentali e a tenerli in piedi. Ci limiteremo a prendere in esame alcuni dati di fatto certi.

Solo i lettori che oggi hanno più di sessant'anni possono dire di avere avuto esperienza diretta di quei drammatici momenti. Ogni rapporto con la situazione attuale è impossibile. È perciò utile tracciare, sia pure a grandi linee, un quadro della situazione reale in cui si trovava il continente nel momento in cui ebbero inizio gli interventi americani destinati a vanificare la strategia difensiva sovietica e a rendere infine possibile il bombardamento atomico sull'URSS.

Da come si presentava l'Europa occidentale all'inizio del 1946, gli Stati Maggiori americani non potevano ricavare alcuna certezza che i popoli del vecchio continente si sarebbero spontaneamente e unanimemente opposti all'avanzata dell'Armata Rossa e che avrebbero rifiutato il suo socialismo. Anche là dove i governi avevano una impronta conservatrice, ed erano sostenuti da una maggioranza ancorata a una sicura fede nel capitalismo, esistevano motivi di profonda instabilità e incertezza, determinati dalla crisi economica e sociale e dalle conseguenze della dominazione tedesca e della guerra da poco terminata. Dappertutto in Europa esistevano forze politiche e paramilitari organizzate che avrebbero potuto assumere un ruolo catalizzatore sotto la protezione dell'Armata Rossa, partiti comunisti in espansione, e partiti socialisti nei quali la tradizionale tendenza moderata era stata travolta nel corso della resistenza antitedesca. La guerra aveva naturalmente promosso una generalizzata radicalizzazione nella sinistra europea.

Dal punto di vista puramente militare gli eserciti europei non avrebbero potuto opporre alcuna significativa resistenza all'avanzata dell'Armata Rossa. La Germania vinta non aveva più esercito. Le forze armate di Belgio e Olanda costituivano praticamente delle entità nominali. La Francia stava già impiegando oltremare parte delle già scarse forze, impegnata a cercare di salvare il salvabile dell'impero coloniale in Libano, in Algeria, in Marocco e in Vietnam. L'Austria era già parzialmente occupata dai Sovietici, schierati sulla linea del Danubio, alle porte di Vienna. II solo ostacolo reale, in senso militare, all'occupazione sovietica in Europa sarebbe stato costituito dalle truppe di occupazione inglesi e americane in Germania e in Italia, e dal corpo di spedizione britannico in Grecia. I comandi americani e inglesi prevedevano realisticamente che le divisioni occidentali stanziate in Europa sarebbero state rapidamente sopraffatte.

L'esercito sovietico era uscito dal conflitto come una macchina da guerra irresistibile dotata di vari motivi di superiorità, dovuti in parte alle sue tradizioni, in parte alla sua organizzazione, in parte al suo armamento. Innanzitutto una superiorità tattica di comando a tutti i livelli: dal comandante di carro armato, di plotone, al comandante di battaglione e di reggimento, gli ufficiali erano addestrati a sviluppare al massimo l'iniziativa in autonomia, applicando ogni tipo di manovra sul terreno. A ciò era da aggiungere una superiorità di addestramento: le unità sovietiche erano già addestrate al combattimento notturno senza ausilio di ottica agli infrarossi; e il personale era intercambiabile nei vari compiti perché tutti i militari erano istruiti all'uso di tutte le armi in dotazione, e anche di alcune in dotazione al nemico. Schiacciante sarebbe stata la superiorità in volume di fuoco, dato che le divisioni sovietiche di artiglieria erano armate di oltre 200 cannoni ciascuna, così come la superiorità in potenza d'urto delle unità corazzate, dotate di un gran numero di carri armati. L'Unione Sovietica avrebbe potuto lanciare nell'offensiva molte divisioni corazzate e meccanizzate, fra le 100 e le 150, tutte dotate di una vasta gamma di sistemi d'arma. Nulla le avrebbe arrestate. Militarmente l'Armata Rossa non avrebbe incontrato ostacoli insormontabili nella conquista dell'Europa. Presumibilmente avrebbe incontrato i maggiori problemi in campo logistico. L'offensiva delle truppe corazzate sovietiche nell'est europeo e in Germania nella fase finale della guerra era stata sostenuta con oleodotti leggeri provvisori che il genio sovietico posava alle spalle delle truppe avanzanti, allungandoli di giorno in giorno a seconda del bisogno. Data la vastità del territorio da occupare in una eventuale invasione dell'Europa, questo metodo di rifornimento non avrebbe potuto avere che un impiego limitato, in particolare per la difficoltà di difendere gli oleodotti dal sabotaggio. L'Armata Rossa avrebbe dovuto perciò assicurarsi il controllo della produzione petrolifera europea, dei depositi e delle raffinerie nei sei paesi europei obiettivo dell'offensiva. In Austria i Sovietici avrebbero avuto a portata di mano i pozzi di Zisterdorf, da cui usciva all'epoca un terzo della produzione europea. La forza aerea d'attacco sovietica venne ridispiegata in qualcosa come 2.000 aeroporti lungo tutta la linea del fronte europeo, dal Mar Baltico al Mar Nero. Alla metà del 1946 l'Armata Rossa era solidamente installata nelle sue basi di partenza, in condizione di poter operare una efficace "offensiva della disperazione", in caso di necessità (6).

Politicamente la situazione si presentava meno rosea. Tuttavia non mancavano i fattori che rendevano ipotizzabile una trasformazione socialista delle nazioni europee, sia pure sostenuta artificiosamente dalla presenza militare. Occorre tener presente che i Sovietici avrebbero agito in stato di legittima difesa e che tutti i settori della società civile europea sarebbero venuti a trovarsi in una condizione di forte demoralizzazione. Le armi atomiche sono in se stesse odiose per la loro natura di cieco strumento di distruzione indiscriminata. Anche i piani del Pentagono, come s'è detto, prevedevano un impatto psicologico negativo del bombardamento sulla stessa opinione pubblica americana. A maggior ragione l'impatto negativo si sarebbe avuto su quella europea. A quella parte della popolazione che avrebbe offerto spontaneamente solidarietà ai soldati dell'Armata Rossa, si sarebbe presumibilmente contrapposto un atteggiamento passivo degli strati sociali che, pur nutrendo un provato anticomunismo, sarebbero stati paralizzati da un senso di complicità in un immane olocausto. Gli eserciti nazionali dei paesi investiti dall'offensiva dell'Armata Rossa sovietica avrebbero avuto da parte loro scarse motivazioni per battersi.

Il quadro economico-sociale offerto dall'Europa nel 1946 era, peraltro, desolante. Il sistema di comunicazioni era quello che aveva subito i danni più pesanti, a causa dei combattimenti, dei bombardamenti e dei sabotaggi. Moltissimi europei erano senza casa. Milioni di abitazioni erano andate distrutte: l'8 per cento in Olanda e in Francia, il 6 per cento in Belgio, il 5 per cento in Italia, più del 20 per cento in Grecia. In tutti i paesi la produzione agricola e industriale era scesa al di sotto dei bisogni, e vi era penuria di tutto. La smobilitazione e il rientro dei prigionieri avevano riportato a casa decine di milioni di ex combattenti che erano andati ad ingrossare le file dei disoccupati mantenuti in vita con sussidi da fame. Ovunque fiorivano il mercato nero e la criminalità. Nelle città gran parte della popolazione sofferente si alimentava alle mense pubbliche. Alle prese con problemi giganteschi, governi instabili si succedevano l'uno dopo l'altro senza riuscire a prendere misure risolutive. La ripresa dell'economia procedeva a ritmo lentissimo, fra incessanti agitazioni sociali e manifestazioni di senza lavoro, di senza tetto e di senza reddito.

Gli Stati Maggiori americani non potevano dunque avere alcuna certezza che i popoli del vecchio continente avrebbero sopperito alla debolezza delle difese militari dando vita di propria spontanea iniziativa a una resistenza popolare contro l'Armata Rossa sovietica. Il suo socialismo avrebbe potuto rappresentare una via d'uscita alla drammatica situazione anche per alcuni strati della popolazione normalmente refrattari alle ideologie ugualitarie. Sull'atteggiamento che avrebbero potuto assumere nella nuova situazione le forze partigiane che si erano battute contro i Tedeschi non poteva, complessivamente, esservi incertezza. Alla metà del 1945, i reparti armati dei partigiani europei erano stati ovunque sciolti e smobilitati, fatta eccezione per la Jugoslavia e l'Albania dove i partigiani si erano trasformati negli eserciti nazionali e avevano assunto il potere. Ma vi erano tuttavia milioni di armi individuali, di mitragliatrici e di mortai, e perfino qualche pezzo d'artiglieria e qualche carro armato, ancora nascosti.

Sulla natura della resistenza antitedesca in Europa occidentale come fenomeno politico vi sono le più disparate opinioni, ma su un elemento almeno vi è unanimità assoluta: si è trattato di un movimento con radici popolari. La sola Europa mai esistita che abbia veramente unito i popoli e non soltanto i governi è stata quella delle resistenze popolari antitedesche. Una breve riflessione su tale natura spontanea della resistenza in Europa può aiutare la comprensione della situazione postbellica. Tra il settembre del 1939 e l'aprile del 1941 i Tedeschi avevano messo sotto il loro tallone tutta l'Europa e ne avevano fatto una fortezza. Non accadeva da duecento anni. Il punto di partenza della riflessione deve essere il fatto che nel 1939 tutti gli europei erano abituati a ragionare in termini di acceso nazionalismo. La "fortezza Europa" minacciava di essere assorbita dal "nuovo ordine" germanico che via via si estendeva, distruggendo la struttura delle nazioni in esso comprese, fossero repubbliche o monarchie, e i partiti politici, le classi sociali e i loro dirigenti, i sindacati e ogni altra organizzazione di massa, insomma tutte le componenti di uno Stato tradizionalmente indipendente. Fu proprio contro questo tipo di Europa occupata dai nazisti che si andò sviluppando, tra grandi incertezze e in mille forme, una reazione alla quale si applicò in seguito l'appellativo di "Resistenza". Questa si caratterizzò subito come un movimento spontaneo e popolare e si sviluppò di pari passo con il progressivo estendersi delle operazioni militari da parte della Wehrmacht tedesca. La resistenza nacque dalla distruzione che gli occupanti attuavano delle società tradizionali e divenne, nello spirito degli uomini che erano soggetti all'occupazione da parte di un comune nemico, una realtà unitaria. I legami che univano gli individui agli Stati furono spezzati dall'invasione e i regimi e i partiti politici sconvolti nelle loro strutture fisiche. L'idea stessa di nazione come organismo collettivo subì un duro colpo. Una delle principali motivazioni della resistenza fu la salvaguardia dei miti nazionali e patriottici, e l'esaltazione di questi valori nella coscienza popolare.

Tuttavia il moto antitedesco non si aggrappò solo ai miti consacrati dalla storia come a un rifugio per la propria dignità personale, ma produsse anche il bisogno estremo di uomini nuovi e di organizzazioni nuove, non necessariamente in senso rivoluzionario, ma sempre con un prepotente desiderio di novità e miglioramento sociale. Qualunque sia stata la sua forma locale, la resistenza europea ebbe un fondamento essenzialmente sociale oltre che politico. Nacque da una moltitudine di iniziative individuali scaturite da radici popolari, e tese a creare una nuova classe e una nuova società. Al termine del conflitto in Europa, resistenza, antifascismo, antinazismo, socialismo, democrazia, comunismo, costituivano concetti affini. La Francia aveva avuto 75.000 fucilati nel corso dell'occupazione, 600.000 deportati politici, e 750.000 lavoratori coatti condotti a forza in Germania. Nel corso della resistenza il partito comunista francese si era sviluppato fino a essere un'organizzazione capillare con due milioni di iscritti. Il sentimento prevalente nella popolazione francese era largamente progressista. In Olanda il numero dei giovani operai e studenti che si erano rifugiati nella clandestinità per sfuggire alla cattura ammontava, nel 1944, a più di 300.000; ma la partecipazione collettiva degli strati popolari all'azione antitedesca era stata generale. Il Belgio aveva una solida tradizione di resistenza all'occupazione, risalente alla prima guerra mondiale, e una forte organizzazione socialista e comunista. Dei lavoratori belgi mobilitati come manodopera civile dai Tedeschi, solo il 10 per cento raggiunse effettivamente le fabbriche in Germania. Indipendentemente dalla percentuale di comunisti presenti nella resistenza antitedesca, questa costituiva indubbiamente una entità globalmente incline a una visione progressista dell'evoluzione della società. Come avrebbe reagito di fronte al bombardamento nucleare dei grandi agglomerati urbani e allo sterminio di milioni di cittadini dell'Unione Sovietica? Giudicando dall'atteggiamento critico che prevaleva all'epoca rispetto all'uso delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki si può pensare ad un'ondata di sdegno che avrebbe spostato a sinistra l'asse degli equilibri politici in Europa, e non solo fra gli ex resistenti. Un fattore a favore dell' Armata Rossa.

NOTE

1. M. Kaku e D. Axelrod, Op cit., pagg. 44-45.

2. Ibid., pag. 47.

3. «Almeno 50 i piloti americani catturati in URSS». Corriere della Sera, Milano, 16 Giugno 1992.

4. La ‘Terza Internazionale’ che riuniva i partiti comunisti di tutto il mondo fu sciolta con deliberazione del proprio comitato centrale esecutivo del 14 maggio, formulata compiutamente il 22 maggio e resa pubblica il 10 giugno 1943.

5. Editoriale di Joseph Goebbels comparso in Das Reich del 25 febbraio 1945, il cui contenuto fu pubblicato in parte dai quotidiani inglesi Times e Manchester Guardian del 23 febbraio 1945 sulla base di anticipazioni dell'agenzia di informazioni tedesca DN. Esattamente Goebbels scriveva: «Se il popolo tedesco dovesse deporre le anni, un accordo tra Roosevelt, Churchill e Stalin consentirebbe ai sovietici di occupare tutta l'Europa orientale e meridionale oltre a una parte notevole del Reich. Una cortina di ferro (ein eiserner Vorhang) scenderebbe di colpo su quest'area che, inclusa l'Unione Sovietica. avrebbe enormi dimensioni».

6. Thomas Powers. Les secrets bien gardés de la CIA. Parigi. 1981. pagg 52-53.


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