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Indice

  1. Il bombardamento come filosofia
  2. Il Piano Totality
  3. Il messaggio di Hiroshima
  4. Un'idea che veniva da lontano
  5. Mister Baruch e il buon uso dell'Onu
  6. Quando piacerà al presidente
  7. Relatività dell'arma assoluta
  8. Riportateci a casa La rivolta delle truppe Usa
  9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo
  10. In attesa della terza invasione
  11. Il boomerang rosso

I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.
Altre informazioni riportate provengono da personaggi a vario titolo coinvolti negli avvenimenti o da studiosi che hanno svolto indagini. Quindi nei testi è stato dato ampio spazio alle note che documentano la provenienza delle fonti d'informazione.

La digitalizzazione per l'inserimento in queste pagine è stata prodotta utilizzando un apposito programma di elaborazione e riconoscimento testi che potrebbe avere introdotto alcuni errori nella conversione. I testi digitalizzati sono stati riletti e corretti ma se necessitasse una esatta verifica dei nomi e dei dati più significativi è consigliabile affidarsi al volume originale "Il Secolo Corto" di Filippo Gaja, Maquis Editore.

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La filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere

10. In attesa della terza invasione

Lo spionaggio sovietico era riuscito ad avere conoscenza dei piani che i capi dello Stato Maggiore americano stavano mettendo a punto per un attacco nucleare preventivo sull'URSS?

Nessun documento lo prova. Ciò che sappiamo con certezza è che gli alti comandi militari e i dirigenti politici a Mosca cominciarono a regolare le proprie mosse sul metro atomico fin dall'annuncio del primo bombardamento nucleare. Dopo Hiroshima e Nagasaki la grande domanda che ci si poneva al Cremlino era: di quante bombe dispongono gli Americani? Se ne parlava anche nell'anticamera dell'ufficio di Stalin. A mano a mano che le settimane trascorrevano si diffondeva nei circoli dirigenti sovietici la preoccupazione per un attacco diretto contro l'URSS con la nuova arma. Nessuno nutriva dubbi sul fatto che lo scontro fosse fatale. I dubbi riguardavano soltanto quando, come, con quali vettori e con quante bombe gli Americani avrebbero messo in atto la loro offensiva.

L'attacco nucleare non sarebbe stato in ultima analisi che una variante, o una premessa, di una nuova invasione dell'URSS. Questa era già largamente prevista da tempo. Negli alti gradi militari l'ineluttabilità della terza invasione era una sorta di certezza religiosa.

Ilja Erenburg, il più autorevole giornalista sovietico, già amico personale di Lenin e interprete pressoché ufficiale dell'evoluzione del pensiero all'interno della élite dirigente sovietica dal 1918 in poi, aveva ricevuto dal maresciallo Georgij Zhukov nel dicembre del 1944 la confidenza che lo Stato Maggiore aveva disposto la creazione di una sezione per lo studio delle condizioni in cui sarebbe avvenuta «la prossima invasione» (1).

Come sappiamo l'Unione Sovietica aveva già subito due invasioni: la prima da parte degli eserciti occidentali, pochi mesi dopo la nascita dello Stato sovietico. Nel marzo del 1918, cinque mesi soltanto dopo la Rivoluzione d'ottobre, l'incrociatore britannico Glory, il francese Admiral Aube e l'americano Olympia sbarcarono a Murmansk i primi reparti occidentali, mentre i soldati giapponesi prendevano terra a Vladivostok. L'intenzione degli invasori non era soltanto quella di soffocare nella culla il bolscevismo, ma anche quella di spartirsi le ricchezze della Russia. Alla Conferenza di Parigi, alla fine del 1917, era stato raggiunto un accordo segreto secondo il quale il Caucaso era stato definito «sfera di interesse speciale» per la Gran Bretagna, la Francia si era riservata l'Ucraina e la Crimea, mentre la Siberia e la Russia asiatica erano state messe a disposizione degli Stati Uniti e del Giappone. A Parigi, a Londra, a Washington e a Tokio già ci si stava dividendo la pelle dell'orso russo perché nessuno dubitava che l'orso sarebbe stato ucciso. Ma dopo tre anni di una guerra atrocemente sanguinosa l'attacco concentrico allo Stato bolscevico fu respinto. Su questa pagina di storia è calata una voluta coltre di silenzio. Ma come ha scritto lo studioso americano della guerra fredda Fleming, se per gli occidentali la «tragedia cosmica» dell'intervento in Russia non esiste, oppure viene considerata un incidente quasi privo di importanza, «(...) per le popolazioni sovietiche e per i loro dirigenti quel periodo fu un'epoca di sterminio senza fine, di saccheggio e di rapina, di epidemia e di carestia, di sofferenza smisurata per milioni e milioni di persone; un'esperienza impressa nell'anima stessa di una nazione in modo tale che non potrà essere dimenticata per molte generazioni, e probabilmente mai. Per molti anni anche le durezze del regime sovietico hanno potuto essere giustificate con la paura che le potenze capitaliste potessero ritornare a compiere l'opera» (2).

La creazione dei partiti comunisti a partire dal 1918 (entro la fine di quell'anno si formarono i primi otto, in Germania, Austria, Ungheria, Polonia, Grecia, Olanda, Finlandia e Argentina; nel marzo del 1919, alla prima riunione del Comintern a Mosca erano già trenta), fu una conseguenza diretta dell'invasione. La separazione organizzativa dei settori più conseguenti e più combattivi del proletariato mondiale da quelli moderati sottoposti all'influenza borghese, ebbe come scopo preciso quello di ostacolare, e se possibile impedire, la mobilitazione delle masse dei paesi occidentali per schiacciare lo Stato sovietico. Dopo il ritiro degli invasori, Lenin era convinto che la partita non fosse chiusa definitivamente, ma solo rinviata. Partendo dalla considerazione che durante la prima guerra mondiale gli Inglesi erano riusciti a far combattere per i loro interessi 1.500.000 Indiani e che i Francesi avevano usato sul fronte europeo centinaia di migliaia di combattenti africani, temeva che l'Occidente potesse tentare di arruolare nei paesi coloniali una più grande massa umana per rinnovare il tentativo di schiacciare il bolscevismo.

Chiusa la parentesi della prima invasione ebbe inizio subito l'attesa della seconda. Questa sensazione angosciosa di vivere in una fortezza assediata doveva caratterizzare la vita dei popoli sovietici per molti decenni a venire. I problemi della strategia difensiva hanno condizionato il dibattito politico nel mondo intellettuale russo e al vertice dello Stato sovietico fra il 1921 e il 1938. Julio Alvarez del Vayo, che fu in URSS prima come membro della Commissione Nansen che negoziò per conto della Società delle Nazioni il rimpatrio dei prigionieri nel 1919, e successivamente come ambasciatore di Spagna presso il governo sovietico, ricordava lunghe e appassionate discussioni sull'argomento con Vladimir Majakovskij e Anatolij Lunacharskij. Gli intellettuali comunisti russi erano pessimisti rispetto alla possibilità che lo Stato bolscevico potesse resistere a un nuovo urto. Alvarez del Vayo ricordava che nei vari incontri avuti con Stalin il problema del «prossimo attacco capitalista» era affiorato ripetutamente. Il rafforzamento dell'URSS condizionò tutte le scelte di politica estera, della ricostruzione, dell'industrializzazione e dell'organizzazione delle forze armate, e rappresentò il terreno principale dello scontro fra le varie tendenze presenti nei vertici politici e militari dell'URSS. In particolare la disputa fra due diverse concezioni della strategia militare difensiva fu quella che condusse alle famose "purghe" nel corpo ufficiali culminate con la fucilazione del maresciallo Tuchacevskij. Alla fine del 1936, dopo lo scoppio della guerra civile in Spagna, quando Alvarez del Vayo aveva assunto l'incarico di Commissario Generale per l'Esercito della Repubblica spagnola, Stalin gli fece pervenire attraverso Erenburg un messaggio personale: gli ricordava, riferendosi allo scambio di opinioni intervenuto a suo tempo a Mosca, che «egli stesso e il governo sovietico consideravano ciò che stava accadendo in Spagna la premessa che avrebbe condotto a un nuovo attacco capitalista generalizzato contro l'Unione Sovietica». Nel messaggio Stalin usava solo il termine "capitalista". Non vi comparivano neppure una volta le definizioni di "nazista" e "fascista"; da ciò Alvarez del Vayo deduceva che il massimo dirigente sovietico prendeva in considerazione la Germania di Hitler e l'Italia di Mussolini secondo la loro natura di paesi borghesi, tenendo nazismo, fascismo e falangismo in conto di semplici varianti del liberalismo (3).

Per Erenburg la seconda invasione dell'URSS, quella tedesca del 1941, non colse affatto di sorpresa l'Unione Sovietica come molti storici militari hanno preteso. L'attacco della Wehrmacht colse però l'Armata Rossa in una fase di riorganizzazione del suo dispositivo di battaglia e di sostituzione dei materiali da combattimento, dopo che le tesi della "difesa in avanti" di Tuchacevskij erano state eliminate dalla dottrina difensiva sovietica e sostituite da una strategia russo-storica di logoramento dell'invasore. Il lettore comprenderà meglio l'importanza di queste annotazioni nel corso della lettura.

La seconda invasione fallì come era fallita la prima. Ma anche l'attesa della terza cominciò quando la seconda non era ancora del tutto terminata. Abbiamo già appreso da Erenburg che lo Stato Maggiore sovietico studiava le condizioni in cui si sarebbe verificato il nuovo assalto già dal dicembre 1944. L'arma atomica non era ancora comparsa e si prendeva in esame una guerra combattuta con armi convenzionali che avrebbe potuto avere inizio in tempi molto brevi. Ciò derivava dalla convinzione dell'alto comando sovietico che la strategia adottata dai Tedeschi, di concentrare tutto lo sforzo difensivo sul fronte orientale, nascondeva trattative segrete con Americani, Inglesi e Francesi per un rovesciamento di fronte e per la creazione di una nuova coalizione occidentale in funzione antisovietica, comprendente la stessa Germania. Il grosso della Wehrmacht era infatti rimasto schierato contro i Sovietici durante tutta la guerra: 179 divisioni tedesche, 16 divisioni ungheresi, la "Divisione azzurra" spagnola, e altre truppe rumene, in tutto più di tre milioni di uomini con 28.000 cannoni, mentre contro Inglesi e Americani i Tedeschi schieravano soltanto 107 divisioni.

Tale convinzione di Zhukov e dello Stato Maggiore sovietico non era senza fondamento. È ormai storia che almeno due anni prima che la guerra finisse molti alti ufficiali della Wehrmacht erano convinti che il solo modo di salvare la Germania dal disastro totale fosse arrestare immediatamente le ostilità contro Americani e Inglesi, ritirare rapidamente tutte le truppe dai paesi occupati, Balcani e Italia, e compiere un supremo sforzo per contenere l'avanzata sovietica, con l'obiettivo di dar tempo a Inglesi e Americani di occupare la maggior porzione possibile del territorio tedesco. La coalizione anglo-americano-tedesca si sarebbe in tal modo costituita nei fatti. Anche l'apparentemente insensata difesa a oltranza di Berlino (nel cui settore i Tedeschi avevano concentrato un milione di uomini con 10.400 cannoni e mortai), condotta casa per casa, barricata per barricata, buca per buca, sulla base della parola d'ordine «la battaglia per Berlino può decidere l'esito finale della guerra», aveva come presupposto l'attesa di un capovolgimento di fronte dell'ultimo momento. Erenburg avanzava una propria ipotesi: che i militari tedeschi avrebbero potuto probabilmente liberarsi di Hitler già nelle prime settimane del 1945, senza aspettare che si suicidasse, ma l'attesa del rovesciamento delle alleanze esigeva che restasse al suo posto. La sua presenza consentiva infatti di sfruttare il fanatismo dei nazisti per prolungare la resistenza in attesa che gli angloamericani si decidessero ad accettare il compromesso. Se Hitler fosse stato messo da parte in modo traumatico, si sarebbe inevitabilmente verificato un crollo psicologico in Germania. Perciò, a detta di Erenburg, non era stato Hitler, o non solo Hitler, a volere l'ultima battaglia fino all'ultimo bunker. I generali tedeschi avevano bisogno di tempo e usarono Hitler per guadagnarlo, probabilmente in accordo o in tacito accordo con gli occidentali.

I tre comandanti dell'Armata Rossa sul fronte europeo, Zhukov, Koniev e Rokossowski -ricordava Erenburg- interpretavano le lentezze dell'avanzata anglo-americana sul fronte occidentale come una tattica deliberata per dar modo ai Tedeschi di infliggere la quantità maggiore possibile di perdite in uomini e materiali all'Armata Rossa per indebolirla. Tanto a Mosca che nei comandi militari sul fronte regnava la convinzione che, battuti ormai i Tedeschi, i dirigenti occidentali considerassero già l'Unione Sovietica come il vero nemico e si preparassero ad attaccarla. I servizi segreti sovietici ricevettero l'ordine di ricercare prove concrete suffraganti tale tesi. Oggi sappiamo che non erano fantasie campate in aria. L'ipotesi di un rovesciamento in extremis delle alleanze dominò tutta la fase finale del conflitto. La morte di Roosevelt, il 12 aprile 1945, rinverdì nei generali tedeschi la speranza di poter giungere a un armistizio separato con Americani e Inglesi, in quanto era noto l'anticomunismo radicale del suo successore Harry Truman, e contemporaneamente accentuò le preoccupazioni dell'alto comando dell'Armata Rossa.

Zhukov, Koniev e Rokossowski, intuendo il pericolo -riferiamo sempre l'opinione di Ilja Erenburg- strinsero i tempi. Il 16 aprile, quattro giorni dopo la morte di Roosevelt, benché la preparazione non fosse ancora completata, i Sovietici sferrarono l'attacco finale su Berlino. La notte del 21 aprile entrarono nella periferia della capitale tedesca e il 25 aprile ne completarono l'accerchiamento, chiudendo ogni possibile contatto fra il comando della Wehrmacht e il fronte occidentale. Il 1° maggio 1945 la bandiera rossa sventolava sul Reichstag. L'8 maggio infine i plenipotenziari dell'alto comando tedesco capeggiati dal generale Keitel firmarono l'atto di resa incondizionata davanti ai rappresentanti dell'Unione Sovietica, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Il rovesciamento formale delle alleanze non si era verificato, o forse non c'era stato il tempo per attuarlo.

A idea di Erenburg, vi fu in realtà un solo motivo per cui i calcoli tedeschi sul rovesciamento di fronte andarono delusi: ed è che gli Americani erano già sicuri di poter disporre entro breve tempo dell'arma nucleare. La "bomba" avrebbe reso inutile qualsiasi concessione alla borghesia tedesca. Era l'arma assoluta capace di mettere gli Stati Uniti nella condizione di dominare l'orbe terracqueo da soli, senza dividere la supremazia con chicchessia.

L'ammissione dell'errore di calcolo compiuto dal gruppo dirigente militare tedesco si coglie nell'atteggiamento tenuto dal maresciallo Hermann Goering prima di uccidersi in carcere dopo la condanna a morte inflittagli dal Tribunale di Norimberga. Prima di suicidarsi diede un'intervista al giornale Evening Standard di Londra. Voleva forse lasciare un messaggio ai Tedeschi. «Che cosa ne pensa della bomba atomica?», gli chiese il giornalista. «Il possesso dell'atomica -rispose Goering- deciderà le sorti del mondo. Se gli Stati Uniti non ne conserveranno il controllo sarà la fine dell'universo» (4).

L'unità di intenti fra generali nazisti e generali americani era nella natura delle cose. La letteratura del dopoguerra ha fornito abbondanti prove del fatto che numerosi alti ufficiali americani erano pronti a fare la guerra contro l'Unione Sovietica con l'aiuto dei Tedeschi. Il diplomatico statunitense Robert Murphy in Diplomat among Warriors ha raccontato che il mitico generale Patton pensò seriamente di riarmare due divisioni di Waffen SS per incorporarle alla IIIa Armata sotto il suo comando, al fine di «scagliarle contro i rossi» se, come egli auspicava, si fosse passati rapidamente ai fatti contro i Sovietici. Patton aveva presentato molto seriamente questo progetto al generale McNarney, governatore militare americano in Germania. Quest'ultimo aveva già ricevuto dal maresciallo Zhukov una protesta ufficiale contro la IIIa Armata americana, operante nel settore bavarese. I Sovietici la giudicavano «inspiegabilmente lenta nel disperdere le unità tedesche e nel farle prigioniere». «Che cosa ve ne fotte di quel che dicono i dannati bolscevichi», contestò nervosamente Patton a McNarney che gli esponeva la contestazione sovietica, «presto o tardi bisognerà battersi contro di loro. E perché non adesso che le nostre forze sono intatte e possiamo respingerli fino in Russia? Con i miei Tedeschi possiamo farlo. Loro detestano questi bastardi rossi». Il generale McNarney riferì l'episodio a Robert Murphy, consigliere politico del governo militare americano, che convocò a rapporto il comandante della IIIa Armata. Senza esitazioni Patton ribadì il suo punto di vista: con l'apporto dei resti dell'esercito tedesco gli alleati occidentali avrebbero potuto arrivare a Mosca in trenta giorni. Questa fu la vera ragione per cui Eisenhower sollevò Patton dal comando il 2 ottobre 1945. Qualche settimana più tardi il generale morì in un "incidente d'auto" (5).

NOTE

1. Dalle note relative alle conversazioni dell'autore con Ilja Erenburg a Parigi negli anni 1964e 1965.

2. D. F. Fleming, «The Western Intervention in the Soviet Union, 1918-1920», New York Review, Autunno 1967; vedi anche D. F. Fleming, Op. cit.. pagg. 16-35. per il primo resoconto di questo autore sull'intervento.

3. Da una conversazione dell'autore con Julio Alvarez del Vayo.

4. Alberto Macchiavello. «La lettura della sentenza», Storia Illustrata, Novembre 1970, pag. 126.

5. E. H. Cookridge. L' Espion du siècle: Reinhard Gehlen. Parigi. 1973. pag. 169.


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