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Indice

  1. Il bombardamento come filosofia
  2. Il Piano Totality
  3. Il messaggio di Hiroshima
  4. Un'idea che veniva da lontano
  5. Mister Baruch e il buon uso dell'Onu
  6. Quando piacerà al presidente
  7. Relatività dell'arma assoluta
  8. Riportateci a casa La rivolta delle truppe Usa
  9. Venti caldi in arrivo dal Sud del mondo
  10. In attesa della terza invasione
  11. Il boomerang rosso

I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.
Altre informazioni riportate provengono da personaggi a vario titolo coinvolti negli avvenimenti o da studiosi che hanno svolto indagini. Quindi nei testi è stato dato ampio spazio alle note che documentano la provenienza delle fonti d'informazione.

La digitalizzazione per l'inserimento in queste pagine è stata prodotta utilizzando un apposito programma di elaborazione e riconoscimento testi che potrebbe avere introdotto alcuni errori nella conversione. I testi digitalizzati sono stati riletti e corretti ma se necessitasse una esatta verifica dei nomi e dei dati più significativi è consigliabile affidarsi al volume originale "Il Secolo Corto" di Filippo Gaja, Maquis Editore.

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La filosofia del bombardamento: la storia da riscrivere

1. Il bombardamento come filosofia

Nelle conversazioni fra Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt dell'agosto 1941 a Terranova per l'elaborazione della Carta Atlantica i due statisti, come abbiamo accennato nell'introduzione, avevano annunciato la creazione di un «più ampio e permanente sistema di sicurezza generale». Quando si trattò di rendere pubblica la dichiarazione relativa al nuovo sistema delle relazioni internazionali, si svolse un dibattito intorno al nome che questo avrebbe dovuto assumere. Ciò accadeva subito dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor e l'entrata in guerra degli Stati Uniti, e la dichiarazione, che riguardava principalmente i piani per il proseguimento della guerra contro le potenze dell'Asse, avrebbe dovuto essere firmata con la dizione "le Potenze Alleate". Roosevelt volle invece che le potenze si autodefinissero "le Nazioni Unite" (1). Churchill ritenne che suonasse bene e accettò. La dichiarazione fu pubblicata il 1° gennaio 1942 con la firma "le Nazioni Unite".

Qualche mese più tardi, Roosevelt spiegò ai suoi collaboratori il proprio schema per una organizzazione mondiale. Ciò risulta da un memorandum della Casa Bianca del 13 novembre 1942. Il testo diceva esattamente: «L'idea centrale implica una situazione in cui dovrebbero esistere quattro gendarmi nel mondo - Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia e Cina - cui sarà attribuita la responsabilità di mantenere la pace. Il resto del mondo dovrebbe disarmarsi (...) Dovrebbero essere organizzate ispezioni da parte dei quattro gendarmi in tutti i paesi (...) Non appena qualcuno degli altri paesi fosse colto nell'atto di armarsi, dovrebbe essere minacciato di quarantena, e se la quarantena non avesse effetto dovrebbe essere bombardato» (2).

Negli ultimi tempi si è detto e scritto molto intorno a ciò che le Nazioni Unite erano destinate ad essere in origine. Rileggendo quanto è stato scritto, si giunge alla conclusione che i commentatori non si sono dati la pena di chiarire, sulla base dei documenti, quali fossero in realtà queste "intenzioni originarie". Dall'analisi dei documenti emerge infatti senza possibilità di smentita che nelle prime intenzioni dei suoi fondatori l'ONU doveva essere un organismo oligarchico, per mezzo del quale un piccolo numero di Stati sovrani posti al di sopra della legge avrebbero controllato il resto del mondo in una sorta di "ordine" etichettato come "legalità internazionale", La Carta delle Nazioni Unite è stata pensata in modo specifico per realizzare questa intenzione. Lo schema tracciato da Roosevelt fu presentato a Inglesi e Sovietici. La logica ispiratrice era scoperta: il principio della "legalità" non figurava in alcuna sua parte e la funzione assegnata all'organizzazione non era neppure lontanamente l'autogoverno dei popoli, ma il governo del mondo da parte dei suoi quattro gendarmi.

Il progetto di Roosevelt incontrò però resistenze vivaci a Londra e a Mosca. A Churchill non piaceva lo schema americano di una organizzazione universale che sarebbe stata una sorta di parodia di Stato mondiale. Era favorevole piuttosto a una serie di organizzazioni regionali, ognuna delle quali sarebbe ricaduta inevitabilmente nella sfera di influenza di una delle grandi potenze. Le organizzazioni regionali avrebbero consentito all'Inghilterra di mantenere la propria supremazia in parte dell'Asia e dell'Africa. Churchill finì poi per accettare lo schema americano per le Nazioni Unite, ma solo per ragioni di forza maggiore.

Certamente non erano sfuggiti a Churchill i mutamenti intervenuti dopo l'inizio della guerra in Europa nella direzione e negli orientamenti della politica estera americana. Durante gli anni della Grande Depressione i rapporti fra il grande capitale finanziario americano e l'Amministrazione Roosevelt erano stati gelidi. Con l'adozione delle leggi del New Deal, a partire dal 1933, e l'evoluzione dell'opinione popolare in favore dello "stato assistenziale", il mondo degli affari vide i propri interessi minacciati e creò la American Liberty League, per condurre una "crociata" contro quella che fu subito chiamata "la minaccia rossa" (3). Dimostrandosi infruttuosi gli interventi sul Congresso, la "League" decise di esercitare la sua pressione sui giudici conservatori. Un comitato composto dai 58 più noti avvocati degli Stati Uniti, espressione degli interessi di banche, industrie e gruppi finanziari, intraprese la demolizione giuridica dell'opera di Franklin Delano Roosevelt e fra il 1934 e il 1937 riuscì a ottenere che la Corte Suprema dichiarasse incostituzionali 12 leggi cardine promulgate dal presidente.

Ma il continuo degradarsi della situazione in Europa, dove l'aggressività del nazismo preludeva chiaramente allo scoppio di un conflitto generale, suggerì, verso la fine del 1938, un rovesciamento radicale di posizioni nel capitalismo americano.

Un vento nuovo cominciò a spirare a Wall Street. Banchieri e industriali presero coscienza del fatto che dalle rovine del colonialismo europeo sarebbe emerso un nuovo ordine mondiale. Gli imperi coloniali inglese e francese si avviavano alla disgregazione.

Il dibattito interno al potere economico americano sulle prospettive aperte dall'imminente guerra mondiale prese le mosse fin dallo scoppio della guerra civile in Spagna, e si svolse all'interno della sua istituzione più rappresentativa, il Council on Foreign Relations, un "gruppo di studio" alla cui origine erano i banchieri Rockefeller, e che era andato via via raggruppando il fior fiore della banca, della finanza, dell'industria e del mondo accademico degli Stati Uniti. La sua funzione dichiarata era quella di esercitare una influenza diretta «sugli aspetti internazionali della politica americana, dell'economia e della strategia». Nel corso del 1937 e del 1938 fra i membri del "Council" andò affermandosi la convinzione che stava per presentarsi al capitalismo americano l'irripetibile occasione storica di ereditare le prerogative imperiali che Inglesi, Francesi, Tedeschi e Giapponesi si avviavano inevitabilmente a perdere.

Lasciando da parte ogni pregiudizio, il mondo degli affari rovesciò prontamente le proprie posizioni riguardo a Roosevelt, mirando a utilizzare il grande ascendente che il presidente esercitava sulle masse popolari americane la cui forza sarebbe stata necessaria per conquistare il mondo, e saltò direttamente sul carro dell' Amministrazione Roosevelt. Prima ancora che la guerra avesse inizio in Europa, si produsse silenziosamente, mediante nomine presidenziali, una migrazione di rappresentanti del mondo degli affari da Wall Street alle strutture di comando dell'apparato amministrativo statunitense. Il presidente possedeva all'epoca la facoltà di scegliere circa 1.500 persone da assumere alle dipendenze dirette della Casa Bianca e 1.200 funzionari speciali incaricati di elaborare le grandi linee politiche o di ricoprire compiti di fiducia, senza necessità di approvazione del Senato. Fino al 1939 le attenzioni maggiori del Dipartimento di Stato erano state rivolte quasi esclusivamente al continente americano. Il ministero degli Esteri degli Stati Uniti era carente di organico, di specialisti e di esperienza quanto al resto del mondo. Vi era perciò molto spazio per i "tecnici" di Wall Street.

Roosevelt usò largamente del suo potere discrezionale di nomina per favorire l'ingresso dell'élite economico-finanziaria nelle stanze del potere politico, il che prova che l'operazione si svolse sulla base di un preciso accordo fra il presidente e i suoi antichi detrattori. Alla fine del 1939 tale accordo assunse tutte le caratteristiche di un vero e proprio contratto, stipulato fra Cordell Rull, Segretario di Stato in carica, e Walter Mallory, direttore esecutivo del Council on Foreign Relations (4). Sulla base di tale patto il "Council" mise a disposizione del Dipartimento di Stato un gruppo di analisti del massimo livello al fine di elaborare i piani strategici a lungo termine della politica estera americana in vista di un intervento degli Stati Uniti nel conflitto. Alcuni fra i principali banchieri di investimento e presidenti di importanti società lasciarono le poltrone di comando dell'industria e della finanza privata a New York per insediarsi nelle posizioni chiave del ministero degli Esteri e della Difesa a Washington. Vennero istituiti quattro gruppi separati di pianificazione strategica: uno per sicurezza ed armamenti, uno per economia e finanza, uno politico e uno territoriale. Con ciò i programmi dell'alta finanza divennero di fatto la linea politica ufficiale degli Stati Uniti.

Da più d'un documento si può dedurre con esattezza in che cosa il grande capitale americano identificasse gli interessi degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Wall Street intravedeva la possibilità, o per meglio dire coltivava la certezza, che al termine del conflitto gli USA avrebbero "ereditato" l'impero inglese. Nelle riunioni segrete tra il Dipartimento di Stato e il Council on Foreign Relations a partire dal 1939 si programmava dettagliatamente e esplicitamente il ruolo degli Stati Uniti come sostituti dell'Inghilterra nel dominio del mondo.

Gli appunti del Sottocomitato per la Sicurezza del Comitato del "Council" per la politica estera definivano i probabili parametri della politica estera post-bellica degli Stati Uniti nei seguenti termini: «(...) L'impero inglese così come lo abbiamo conosciuto nel passato non riapparirà mai più (...) Gli Stati Uniti potrebbero dover prendere il suo posto». più avanti lo stesso testo ribadiva: «Gli USA devono coltivare la visione di una regolamentazione del mondo, dopo questa guerra, che ci permetta di imporre le nostre condizioni, consistenti forse in una Pax Americana» (5).

Nel 1942, il direttore del "Council", Isaiah Bowen, scriveva: «La misura della nostra vittoria corrisponderà alla misura del nostro dominio» preconizzando che gli Stati Uniti mettessero sotto il proprio controllo tutte le aree strategicamente importanti per dominare l'orbe terracqueo (6). Al di là della retorica sulla liquidazione del nazismo e del fascismo, gli Stati Uniti iniziarono la seconda guerra mondiale con un preciso programma imperiale. Se tale programma era lontano dallo spirito delle masse americane, era chiarissimo in quello della classe dirigente statunitense.

Oggi si sa dai documenti che fra il 1940 e il 1946 si sono tenute 362 riunioni fra i membri del "Council" e il Dipartimento di Stato o il ministero della Difesa, divenuto ministero della Guerra. Lukas J. Anthony ha rivelato in uno studio apparso sul New York Times Magazine del 21 novembre 1971 intitolato "Il Council on Foreign Relations è un club? un seminario? un presidium? un governo invisibile?", che «(...) a partire dal 1942 i gruppi del "Council" furono praticamente assorbiti all'interno del Dipartimento di Stato e lo inondarono con 682 "memorandum"» (7).

I verbali delle riunioni segrete, oggi divenuti di pubblico dominio, mostrano che gli uomini d'affari del "Council" consideravano la forza militare come il fattore essenziale per una futura espansione della potenza statunitense. Il giornalista Joseph Kraft, anch'egli membro del "Council", ricorda che Henry Stimson andò a Washington per assumere il ministero della Guerra portando con sé un piccolo nucleo di uomini allora poco conosciuti, divenuti celebri in seguito, che crearono le strutture della macchina bellica americana per la conquista del mondo. Lo stesso presidente del "Council" John McCloy, presidente anche della Chase Bank, assunse accanto a Stimson il ruolo di responsabile del personale del ministero della Guerra. Quando Stimson e McCloy avevano bisogno di un uomo scorrevano la lista dei membri del "Council" e facevano una telefonata a New York (8).

L'ondata migratoria dei personaggi di Wall Street entrati nell'Amministrazione Roosevelt, che comprendeva uomini come James Forrestal, A verell Harriman, Robert Lovett, John Foster Dulles, Allen Dulles, Paul Nitze, arrivò a un centinaio di elementi. Costituirono un circolo "di vecchi amici" che ha dominato la politica estera, quella militare e la diplomazia segreta americana per tutta la guerra e per i due decenni successivi. Con poche eccezioni, avevano idee di estrema destra ed erano inclini alla utilizzazione integrale e senza remore della potenza che avevano contribuito a creare. L'istituzione delle Nazioni Unite è entrata nella strategia dettata da questo comitato d'affari installato alla guida della politica americana per il trionfo della "vocazione imperiale" degli Stati Uniti.

Chi desidera spiegarsi l'origine della politica americana deve forzatamente far riferimento a questo periodo nel quale si realizzò la completa compenetrazione fra potere politico e potere economico negli Stati Uniti. Nel 1941 il governo americano decise di non creare un complesso industriale di Stato per la produzione degli armamenti necessari alla guerra, e di rimettersi invece all'industria privata per fabbricare aerei, navi, carri armati, cannoni e la stessa bomba atomica. Ciò segnò l'atto di nascita del complesso militare-industriale che ha dominato la politica americana fino ai nostri giorni. In pratica il governo degli Stati Uniti cadde sotto la tutela degli interessi industriali. La scelta di un particolare indirizzo strategico e dei conseguenti strumenti bellici di attuazione, comportando una gigantesca mole di commesse industriali e di profitti, divenne oggetto di feroci battaglie di corridoio, prima ancora di dar luogo a scontri politici in Congresso e in Senato. Qualche cifra può illustrare la dimensione del fenomeno. Nel 1941 la produzione bellica americana ammontava a soli 8.400 milioni di dollari; nel 1942 salì a 30.200 milioni, ma i contratti stipulati con l'industria privata quell'anno ammontarono a 100.000 milioni di dollari. Nel 1939 si producevano negli Stati Uniti 5.865 aerei; nel 1944 se ne produssero 93.369, tutti da parte dell'industria privata. In tutto il periodo bellico furono venduti da privati al governo 274.941 apparecchi. Le costruzioni del solo naviglio mercantile che nel 1940 toccavano appena il milione di tonnellate crebbero durante il conflitto fino a superare i 55 milioni di tonnellate. Per tale produzione occorsero colossali quantitativi di materie prime interamente forniti dall'industria privata. Il trasferimento di ricchezza dalle casse pubbliche a quelle private si misura nel bilancio federale, che dalla media di 8 miliardi di dollari l'anno nel decennio 1930-1939, salì al livello dei 98 miliardi e 303 milioni di dollari del 1945. La spesa totale del governo degli Stati Uniti per la guerra fu, ufficialmente, di 321 miliardi di dollari, più del doppio di quanto il governo federale aveva speso nei 152 anni fra il 1789 e il 1941 (9).

La bomba atomica fu una invenzione essenzialmente militare realizzata dall'Army's Manhattan District Corps of Engineers, denominazione convenzionale di un reparto militare segretissimo al comando del generale Leslie Richard Groves sotto la cui autorità agivano gli scienziati incorporati nel cosiddetto "Progetto Manhattan". L'industria e la finanza americane si trovarono alla fine nelle mani come grazioso dono dello Stato americano quello che a buon titolo potrebbe essere definito "l'affare del secolo": lo sfruttamento dell'energia nucleare, sia a scopi bellici che a scopi pacifici.

Già nel periodo bellico, tutte le fasi essenziali della produzione dell'arma atomica, ivi comprese le ricerche, la lavorazione dell'uranio, la costruzione degli impianti di separazione, vennero affidate per contratto ai vari monopoli. Il momento iniziale fu la costruzione presso la Du Pont de Nemours, a Hanford, di tre pile a grafite capaci di produrre plutonio. L'unico mutamento che si ebbe dopo la fine della guerra riguardò semplicemente l'influenza relativa dei diversi monopoli. La GeneraI Electric Corporation assunse quella posizione dominante che il trust chimico Du Pont aveva avuto nella fase iniziale del progetto (10). Vi parteciparono altre potenti industrie degli Stati Uniti, fra le quali i complessi Kellex, Westinghouse, Monsanto Chemical, Dow Chemical e Carbide e Chemicals. Una volta che la "Missione di bombardamento speciale n. 13", cioè la distruzione della città giapponese di Hiroshima, ebbe dimostrato l'efficacia dell'arma, e dopo che le relazioni scientifiche ebbero segnalato le possibilità di sfruttamento economico dell'energia nucleare, la questione atomica divenne un pozzo di San Patrizio in cui tutta l'industria e la finanza vollero mettere le mani. Il comitato tecnico che preparò la "relazione Lilienthal" sul controllo internazionale dell'energia atomica aveva fra i suoi componenti Chester R. Barnard, presidente della società New York Bell Telephone, Charles A. Thomas, vicepresidente della Monsanto Chemical, e Harold A. Winne, vicepresidente della General Electric. La prima delegazione americana nella Commissione per l'energia atomica dell'ONU, di cui ci occuperemo più diffusamente in un prossimo capitolo, era presieduta da Bernard Baruch, agente di Borsa di Wall Street, e comprendeva John Hancock, cointeressato nella compagnia di investimenti bancari Lehman Bros., Ferdinand Eberstadt, legato alla banca di investimenti Dillon and Read, e Fred Searls Jr., presidente della Newmont Mining, del gruppo Morgan. Inoltre, la delegazione americana aveva come consulenti, come informava il New York Times del 19 maggio 1946, «quei dirigenti dell'industria statunitense che hanno realizzato con successo il programma atomico». L'estrazione dei minerali di uranio fu affidata interamente a società private, la West Rand Consolidated, la Blycoruitzicht Gold, la Daggafontein Mines e la Western Reefs (11). La fonte dell'uranio fu inizialmente il Sud Africa, allora sotto controllo inglese, e questa fu la vera ragione per la quale gli Stati Uniti furono obbligati ad associare fin dall'inizio gli Inglesi alle ricerche e allo sviluppo dell'energia atomica. Se si considerano gli enormi interessi privati che erano direttamente rappresentati nello sfruttamento dell'atomo, appare evidente che l'Atomic Energy Commission, Commissione per l'Energia Atomica, creata dal governo degli Stati Uniti teoricamente per il controllo statale dell'energia atomica, fu praticamente il mezzo con cui i monopoli privati controllarono l'industria nucleare degli Stati Uniti fin dai suoi albori.

Così come negli affari esteri, nella marina, nell'aviazione, nell'esercito, e nella produzione bellica, il mondo degli affari introdusse i suoi uomini nei servizi segreti. William Donovan, il capo dell'Office of Secret Services (OSS), prima della guerra faceva l'avvocato e proveniva dalla ricca borghesia newyorkese, e riempì il servizio dei più bei nomi della buona società e di Wall Street. Eccone un campione significativo: Theodore Ryan (maggior azionista di Equitable Life Insurance), Henry Ringling North (proprietario del Ringling Circus), John Haskell (vice presidente del New York Stock Exchange, la Borsa di New York), James Hugh Angleton (azionista della National Cash Register), William Davis Junior (banchiere di Filadelfia), Paul Mellon ( della famiglia Mellon), Clifton Carter (della famiglia Carter), David Bruce (multimilionario), Junius ed Henry Morgan (delle banche Morgan), William Vanderbilt (della famiglia Vanderbilt), Alfred Du Pont (della famiglia Du Pont), John Arcibold (Standard Oil), William Suhling (grande produttore di tabacco), Allen Dulles (avvocato del potente studio Sullivan & Cromwell rappresentante degli interessi delle grandi "corporations", ed egli stesso banchiere) (12).

Mentre andava elaborando il progetto per le Nazioni Unite Roosevelt si trovava, largamente convinto e consenziente, nella posizione di esponente della strategia dettata da questo comitato d'affari installato alla guida della politica americana. La creazione dell'ONU doveva perciò corrispondere alla "vocazione imperiale" del vero gruppo dirigente degli Stati Uniti.

Certamente tutto questo doveva essere noto a Winston Churchill e al governo di guerra inglese. Ma già nel corso della prima fase del conflitto mondiale gli Stati Uniti avevano acquisito una posizione di forza nelle relazioni anglo-americane. La stessa sopravvivenza della popolazione delle isole britanniche era assicurata essenzialmente dai rifornimenti americani. Gli Inglesi erano quindi troppo deboli nel 1942 per puntare i piedi di fronte all'alleato.

I gendarmi del mondo non avrebbero potuto in quel momento essere che tre: Stati Uniti, Inghilterra e Unione Sovietica. Cina e Francia non esistevano come Stati reali in quel momento: la Francia era occupata dai Tedeschi e la Cina dai Giapponesi. Ma con grande irritazione di Churchill, Roosevelt insistette per includere fra i gendarmi sovrani anche la Cina, dando per scontato che questa sarebbe rimasta nella sfera di influenza degli Stati Uniti nel mondo post-bellico. L'ipotesi di una vittoria delle forze rivoluzionarie guidate da Mao Tse-tung non era neppure presa in considerazione da Roosevelt. Per contropartita Churchill insistette perché anche la Francia divenisse uno degli Stati sovrani che avrebbero dominato le Nazioni Unite. Voleva -disse - "un cuscinetto" fra Inghilterra e URSS. Così i "gendarmi" furono cinque. Churchill si allineò infine sulle posizioni americane e collaborò con Roosevelt per far accettare lo schema delle Nazioni Unite anche ai Sovietici.

Gli argomenti usati da Roosevelt e da Churchill per persuadere Stalin a partecipare alla costruzione delle Nazioni Unite rendono lampante quali fossero le intenzioni originarie poi concretizzate nelle strutture dell'ONU.

Durante la Conferenza di Yalta, nel dicembre 1944, Stalin faceva mostra esplicitamente di diffidare della proposta americana per una organizzazione universale. Churchill gli spiegò perché le Nazioni Unite progettate da Roosevelt non avrebbero rappresentato alcun pericolo per gli interessi sovietici. Nel volume IV della Storia della Seconda Guerra Mondiale scritta da Churchill, si legge: «Io dissi che, per come avevo inteso la questione, i poteri dell'Organizzazione Mondiale non avrebbero potuto essere usati contro la Gran Bretagna se lei non fosse stata convinta e avesse rifiutato di acconsentire. Stalin domandò se era davvero così, e io gli assicurai di sì (...) "I miei compagni a Mosca", disse Stalin, "non possono dimenticare quello che è successo nel dicembre 1939, durante la guerra russo-finlandese, quando Inglesi e Francesi usarono la Società delle Nazioni contro di noi e riuscirono ad isolare ed espellerne l'URSS e come più tardi si mobilitarono contro di noi e parlarono di crociata contro la Russia. Possiamo avere qualche garanzia che questo genere di cose non potrà più accadere?" Eden, [ministro degli Esteri inglese] fece rilevare che la proposta americana lo rendeva impossibile. Io dissi che erano state formulate speciali clausole sull'unanimità delle Grandi Potenze (...) Stalin promise allora di studiare il piano» (13).

Qui è la prova inconfutabile che tanto Washington, che Mosca e Londra erano fermamente decise a rimanere al di sopra dell'organismo internazionale che stavano costruendo.

La Conferenza di San Francisco si aprì il 25 aprile 1945, tredici giorni dopo la morte di Roosevelt, con la partecipazione di 50 Stati, e procedette a gettare le basi per l'edificazione delle Nazioni Unite. Al fine di accelerare i lavori gli Americani tennero un atteggiamento conciliante nei confronti dell'URSS.

I Sovietici non frapposero ostacoli e il 26 giugno 1945 la Carta dell'ONU fu approvata e sottoscritta da tutto il mondo politicamente reale in quel momento, escluse Germania e Italia. La "Carta" si presentava soprattutto come una formidabile costruzione di parole, formulata in modo abbastanza vago e ambiguo da poter consentire le interpretazioni più diverse e occultare le intenzioni più inconfessate. Sarebbero stati i rapporti di forze reali tra i gendarmi a dare un contenuto concreto agli articoli della "Carta" e alle sue enunciazioni astratte. E i fattori variabili o imponderabili si annunciavano molteplici, quali il peso che avrebbe avuto l'URSS nel mondo post-bellico e la dinamica che avrebbe assunto il movimento di emancipazione dei popoli coloniali.

La "Carta" abbracciava questa grande materia in poche parole. L'articolo 1 rispondeva all'aspirazione più universale, dopo la carneficina della seconda guerra mondiale, bandendo l'uso della violenza bellica come metodo per regolare i contrasti fra Stati, e attribuiva alle Nazioni Unite il compito di mantenere la pace. L'articolo 2 corrispondeva al naturale desiderio di uguaglianza di tutti i popoli che avevano partecipato al conflitto con il miraggio della libertà dal bisogno, proclamando le Nazioni Unite come fondate sul principio della parità sovrana dei suoi membri, presenti e futuri.

Ma se è difficile leggere nell'animo umano, ancora più difficile è leggere nei piani segreti della diplomazia. Una lettura più realistica della "Carta" forniva un quadro diverso del futuro. Si sarebbe avuta sì una "pace mondiale", ma attraverso leggi elaborate dagli Stati Uniti, dettate dalle Nazioni Unite e applicate dal Consiglio di Sicurezza. I paesi che avessero tentato di armarsi e di sottrarsi alle regole imposte dagli USA, sarebbero stati bombardati. Prodotto della diplomazia americana, 1'ONU sarebbe stata anche lo strumento della supremazia americana nel mondo, con il correttivo dell'associazione al potere di controllo del mondo di altri quattro "gendarmi": Inghilterra, Francia, Cina, Unione Sovietica, vale a dire quei paesi che dopo la scomparsa di Germania, Italia e Giappone come potenze militari, non sarebbero stati, a causa della loro dimensione e della loro forza, puramente e semplicemente dominabili da parte degli Stati Uniti. Il modo in cui gli Americani avevano convinto i quattro "gendarmi" ad associarsi nel dominio del mondo era stato la concessione del diritto di veto nell'organo esecutivo, il Consiglio di Sicurezza. L'uso del veto garantiva che il Consiglio di Sicurezza non avrebbe potuto agire in maniera contraria agli interessi di una qualsiasi delle cinque potenze.

NOTE

1. Brendan Clifford, Law and the New World Order, Londra, 1991, pag. 19.

2. The Roosevelt Letters, Londra, 1950, vol. III, pag. 445.

3. Fredrick Rudolph «American Liberty League, 1934-1940», in American Historical Review, vol. 56, Ottobre 1950, pagg. 19-33.

4. W. Isaacson e E. Thomas, The Wise Men, New York, 1986; vedi anche Laurence H. Shoup e William Minter, Imperial Brain Trust, New York, 1977.

5. Minutes S-3 of the Security Subcommittee, Advisory Committee on Postwar Foreign Policy, 6 maggio 1942, Notter File, Box 77, R.G. 59, citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 64. Vedi anche L. H. Shoup e W. Minter, Op. cit., pag. 164.

6. Bowman to Armstrong, 15 dicembre 1941, Bowman Papers, Armstrong File, John Hopkins University Library, Baltimora, citato in M. Kaku e D. Axelrod, Op. cit., pag. 64.

7. L. H. Shoupe W. Minter, Op. cit., (in M. KakueD. Axelrod, Op. cit., pag. 39).

8. Joseph Kraft, Harper's, Luglio 1958, pagg. 64-67.

9. Clark R. Mollenhoff, Il Pentagono, Roma, 1968, pagg. 80-81.

10. E. H. S. Burhop, L'energia atomica, Milano, 1953, pagg. 114-115.

11. Ibid., pagg. 119-120.

12. Roberto Faenza e Marco Fini, Gli americani in Italia, Milano, 1976, pagg. 3-4.

13. Winston Churchill, The Second World War, vol. IV, «The Hinge of Fate», Londra, 1955, pagg. 271-2.


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