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RIFLESSIONI SULLA SOLIDARIETA'

UN’ANALISI INELUDIBILE
Ognuno considera vero ciò che lui stesso ritiene tale e considera falso ciò che da lui è creduto tale, ma indubbiamente una valutazione corretta della situazione è un elemento indispensabile. È dunque molto importante sapere in che modo analizzare le tematiche da affrontare al fine di conoscere la verità concreta e rapportarsi correttamente con essa, quindi è necessario porre immediatamente un punto fermo dal quale partire: “la verità è l’accordo del pensiero con la realtà, il criterio di verità deve essere qualcosa che ci permetta di valutare questo rapporto, e questo non può essere che la pratica (prassi) sociale”.
Le premesse sono, innanzi tutto, partendo dalla realtà, raccogliere abbondanti materiali d’informazione, il che non significa scegliere qualche esempio e adattarlo alle proprie convinzioni, alla propria fantasia; significa raccogliere materiali completi e dettagliati. Ritenere di partire dalla realtà perché si è scelto qualche esempio, significa adottare un punto di vista metafisico e unilaterale e per giunta voltare le spalle al punto di partenza. “Nel campo dei problemi sociali non c'è metodo più diffuso e inconsistente dell’isolare singoli fatti senza importanza, speculando sugli esempi. Non costa in genere alcuna fatica scegliere gli esempi, ma in compenso quest'operazione non ha alcun valore, se non puramente negativo.”
Ma avere a propria disposizione una ricca documentazione non è che la fase preliminare del lavoro di analisi concreta. Se si vogliono trarre conclusioni scientifiche conformi alla realtà, è necessario avere una posizione e un metodo corretto. La posizione corretta è quella di classe, il metodo è il materialismo dialettico e storico. Solo considerando i problemi da questa posizione, e secondo questo metodo, è possibile effettuare analisi corrette, e trarne conclusioni corrette.
Ogni fenomeno sociale ha un contenuto di classe; la democrazia, la libertà, la pace sono la democrazia la libertà, la pace per una determinata classe: non esistono al di sopra delle classi. Se eliminiamo il contenuto di classe di queste nozioni, non restano che concetti vuoti. In realtà la democrazia, la libertà, la pace di qualunque società hanno un contenuto concreto. La democrazia, la libertà, la pace di una società capitalistica sono la democrazia, la libertà, la pace per la borghesia, ma per il proletariato e tutto il popolo lavoratore sono oppressione e sfruttamento. Il popolo lavoratore può avere democrazia libertà e pace solo in un sistema socialista; ma un sistema socialista non concede certamente alla borghesia la libertà d’affari tesa al massimo profitto attraverso l’inevitabile sfruttamento dei lavoratori. Così la democrazia, la libertà e la pace, tanto nel regime capitalista che nel sistema socialista non sono nozioni astratte e al di sopra delle classi, ma presentano uno specifico contenuto di classe. Bisogna dunque fare un'analisi di classe; parlare astrattamente, al di fuori di ogni analisi di classe, significa ingannare, oltre sé stessi, anche gli altri.
L’analisi concreta delle realtà concrete e l'analisi di classe dei fenomeni sociali costituiscono il metodo più radicale per la ricerca della verità, e l'unico per raggiungerla, senza incappare nei vizi di metodo più frequenti, come l'unilateralità, la superficialità e il soggettivismo.
Ciò che si conosce, e di cui si è convinti, è l’interpretazione, ovvero il “riflesso soggettivo”, della “realtà oggettiva”, la quale è tale indipendentemente dalle nostre convinzioni che sono condizionate dalla qualità e quantità di strumenti ed elementi di cui disponiamo per analizzarla. Ne consegue che se non è chiara la differenza tra la “realtà oggettiva” e il “riflesso soggettivo” non è possibile compiere analisi corrette di carattere scientifico. La conoscenza è un processo complesso, il cui movimento non è lineare. Se la dialettica è difettosa, questo movimento complesso si semplifica e si scambia la parte per il tutto, l'apparenza per l’essenza, ci si allontana dalla verità e si cade nell’errore.
La verità consiste in pensieri che riflettono correttamente la realtà oggettiva. Ma come possiamo sapere se il nostro pensiero la riflette correttamente? Per giudicarlo è necessario determinare un criterio per distinguere la verità dall'errore.
È necessario premettere che la verità è dialettica, quindi relativa: ciò che è vero oggi può non esserlo domani. Dunque la verità raggiungibile è comunque sempre parziale e mai definitiva in quanto la realtà che essa vuole riflettere è in continuo movimento ed il metodo scientifico per analizzarla trova la propria straordinarietà, non nella pretesa assurda di poterla raggiungere senza confrontarsi continuamente con essa, ma nel proprio irrinunciabile metodo basato esclusivamente sulla verifica e riproducibilità delle proprie affermazioni che rimangono vere fino a che non si contraddicono, trasformando così la propria debolezza e fallibilità nella propria forza che accetta la nuova realtà oggettivamente, ponendosi inequivocabilmente in antitesi con il dogmatismo, l’idealismo, il soggettivismo.

Le diverse realtà
C’è chi ritiene che la verità non sia altro che “il consenso comune”, “l'accordo di molti” o “ciò che è riconosciuto da tutti”. A prima vista, può anche sembrare che questo criterio non sia di ordine soggettivo, poiché non è basato su una soggettività individuale, ma sull'accordo di tutti, in realtà è completamente sbagliato considerare soggettivo qualcosa che indichi solamente questa o quella soggettività individuale. “Soggettivo” si applica ugualmente bene sia all'individuo che a più persone. Siccome l'anzidetto criterio di verità è di ordine soggettivo, “ciò che è riconosciuto da tutti”, “l'accordo di molti” non potrebbe garantire una giusta e chiara distinzione tra l'errore e la verità. Secondo questo criterio, ogni pensiero può essere proclamato vero, purché abbia “l'accordo di tutti”, che rifletta correttamente o no la realtà oggettiva: ed è qui la sostanza della questione. La vita presenta spesso delle circostanze in cui un piccolo numero di persone sbaglia, ma anche situazioni in cui un grande numero di persone sbaglia. Si arriva al punto che errori radicali siano considerati da tutti come verità intoccabili e che proprio la verità sia considerata ufficialmente come errore.
Se consideriamo la storia delle scienze, salta agli occhi che la verità inizialmente è scoperta solo da qualcuno e all'inizio la maggioranza delle persone non la capisce e arriva addirittura a negarla e a combatterla. L’elaborazione di Copernico ne è un esempio. Prima che avesse formulata la sua teoria, si riteneva che il globo terrestre fosse immobile, tutti credevano che fosse il sole a girare attorno alla terra. Copernico fu, nel suo tempo, il solo uomo a sostenere il contrario, e per molto tempo, anche dopo che le sue teorie furono pubblicate, ben lungi dall'essere condivise dalla maggioranza, continuarono a subire ogni sorta di attacco. Le concezioni della maggioranza erano false. Secondo il criterio del comune assenso, Copernico aveva torto! È chiaro che seguendo questo criterio di verità, non si può in nessun modo distinguere giustamente il vero dall'errore; ma, al contrario, si crea una grande confusione, fino a far passare il falso per il vero, il bianco per il nero.
Nella vita reale, una nuova concezione, prima di essere progressivamente acquisita dalla maggioranza, è molto spesso portata avanti da una minoranza; e all'inizio, prima di arrivare ad “essere riconosciuta da tutti”, entra spesso in conflitto con l'opinione generale “l'accordo di molti”. La stessa cosa accade quasi sempre per le innovazioni scientifiche e tecniche. Se si adottasse il criterio dell'“accordo di molti”, bisognerebbe respingere o soffocare le idee nuove e ostacolare le innovazioni e lo sviluppo scientifico e tecnico. E ciò apporterebbe il più grande danno allo sviluppo dell’umanità!
C’è chi considera che il criterio fondamentale per riconoscere la verità sia “la chiarezza” e “la distinzione delle idee”. Questo criterio non è meno ingannevole di quello del “consenso comune”. È evidente che quando si parla di chiarezza o di confusione, di distinzione o di mancanza di distinzione, è sempre a proposito di concetti e di conoscenze; nello stesso tempo, “chiarezza” e “distinzione” non sono realtà determinate. Ciò che è chiaro e distinto per uno può non esserlo per un altro; ciò che non è chiaro oggi può esserlo domani. È molto “chiaro e distinto”, per esempio, in teoria e nella numerazione decimale, che “4 x 5 = 20”, chi potrebbe negarlo? Come si potrebbe dubitare della giustezza e della sicurezza di questo criterio? E tuttavia nulla è meno sicuro. Basta riflettere un poco per scoprire che se “4 x 5 = 20” è una verità chiara e distinta per l'uomo di oggi, al contrario, nei tempi primitivi, quando gli uomini non sapevano contare, era per essi estremamente difficile capire che “4 x 5 = 20”. Allora per essi non era affatto una cosa chiara e distinta, lo stesso vale per un bambino che non sa contare, e per ciò che riguarda le conoscenze scientifiche specialistiche si deve temere che questo criterio sia ancora più problematico. Molte di queste conoscenze sono molto spesso relativamente chiare e distinte solo per qualcuno; spesso, la maggior parte delle persone non ha che qualche nozione corrente e generica e a volte molto limitata. La teoria atomica ne è un esempio; tolto qualche specialista, la gente non ha affatto una conoscenza chiara e distinta della struttura interna dell'atomo e delle leggi del suo movimento. E si deve ritenere, anzi, che la maggior parte delle persone non ne abbia nozione alcuna.
Se ci si basa su questo criterio per determinare e valutare la verità, non si può arrivare che a questo risultato: una stessa questione sarà verità per quelli che avranno un'idea chiara e distinta, sarà un errore per quelli che non ne avranno; per chi non ha le idee chiare e distinte oggi, ma può averle domani, l'errore diventerà verità. Ciò significherebbe che la verità non sarebbe più oggettiva, ma seguirebbe il movimento dell'apparizione delle idee chiare e distinte nella soggettività delle persone. Nello stesso tempo, ciascuno potrebbe affermare come verità le più perfette assurdità che gli apparissero in modo chiaro e distinto, quali il carattere inviolabile del sistema della proprietà privata, la perennità del sistema capitalistico ecc. Ci sono alcuni fenomeni “lampanti”, come il fatto che il sole sorge ad est, tramonta ad ovest e gira intorno alla terra: è ciò che ciascuno può vedere tutti i giorni, ma è un errore di interpretazione.
Nella società divisa in classi, per la contraddizione che deriva dalle posizioni e dagli interessi di classe, ogni classe ha il suo proprio modo di valutare la chiarezza e la distinzione. Ciò che è chiaro e distinto per la borghesia non lo è per il proletariato. È perfettamente chiaro e distinto per il proletariato che la classe dei capitalisti esiste solo per lo sfruttamento che esercita su di esso, ma i capitalisti non riconoscono questa verità e giudicano, al contrario, che è la borghesia a far vivere il proletariato. Ecco perché se si adotta il criterio delle idee chiare e distinte, ci si allontanerà dalla verità oggettiva e si creerà confusione tra il vero e il falso. In effetti questo criterio è il meno chiaro e il meno distinto.
La premessa essenziale di ogni verità è l'oggettività. La chiarezza e la distinzione sono elementi indispensabili per la verità dei concetti; esse danno maggiore rilievo alla verità oggettiva, ma non sono istanze determinanti. Ciò che è determinante è considerare se riflettono fedelmente la realtà oggettiva.
Il criterio delI'“utilità” e delI'“efficacia” gira attorno all'“lo”. In altri termini, tutto ciò che mi è “utile” o “efficace” è verità, tutto ciò che mi è “inutile” o “inefficace” è errore. E così, secondo questo criterio, i desideri e i bisogni soggettivi dell'individuo sono l’unica misura della verità. Ogni individuo ha bisogni e desideri diversi e perciò ciascuno ha il suo criterio particolare di verità. L'assurdità del criterio utilitaristico è evidente a prima vista: una qualsiasi fantasia può essere qualificata verità e una qualsiasi teoria scientifica può essere qualificata un'assurdità.
Una verità oggettiva è che il socialismo deve necessariamente sostituirsi al capitalismo, ma con il criterio della filosofia utilitaristica, si può negare questa verità perché non è “utile” a tutti; la borghesia, per esempio, la considera inutile. Poiché non serve i “miei interessi”, non è una verità! Al contrario, ogni imbroglio o ogni assurdo sofisma che mi è utile, può essere una verità. Il criterio utilitaristico non è dunque un criterio di verità; è proprio il criterio della confusione, inversione di vero e falso, di bianco e nero e negazione della verità.
La filosofia utilitaristica è una filosofia “utile” all'imperialismo nordamericano, attraverso la cui legittimazione, ritiene suo diritto lo sfruttamento dei popoli, l’aggressione ad altri Paesi.

La verità oggettiva
La verità oggettiva è una e non possono esserci più verità, secondo le diverse classi sociali.
Affermare il carattere di classe della verità significa riconoscere che essa riguarda una collettività, non un singolo individuo, in altri termini la ricerca della verità è senza dubbio condizionata dalle strutture sociali in cui ci si trova; ma ciò non incide in alcun modo sul carattere oggettivo della verità stessa. Il protagonista della ricerca non è, a rigore, l'individuo ma la società a cui egli appartiene. Non ha quindi senso, per esempio, incolpare Galileo o Newton, di essersi lasciati condizionare, nelle proprie ricerche, dall'ambiente in cui vivevano; di avere indirizzato la ricerca scientifica in una direzione anziché in un'altra, a vantaggio di un gruppo ristretto di persone anziché delle masse. Per gli stessi motivi gli scultori ed i pittori del Medio Evo scolpivano e dipingevano esclusivamente soggetti sacri, in funzione del dominio clericale di allora; così come oggi tutto è in funzione del capitale. L’origine comportamentale va ricercata nella classe che domina la società in quel determinato momento.
In altri termini: proprio perché la ricerca della verità è un fenomeno essenzialmente sociale, occorre anzitutto rivoluzionare la società per ottenere quei cambiamenti che erroneamente vengono ritenuti di competenza delle idee, le quali in realtà non sono altro che il prodotto della società che le genera.
Tutte le cose sono costituite da rapporti di tempo e di luogo, nonché dalle condizioni in cui tali cose avvengono. Ne consegue che il voler capire le cose al di fuori del tempo, del luogo e delle condizioni specifiche è un’operazione astratta che conduce inevitabilmente a parecchi travisamenti della realtà.
Tutte le cose sono legate reciprocamente e dialetticamente fra loro e la concezione materialistica della verità oggettiva non teme di essere verificata nella pratica.
Affermare che la verità è una verità di classe, significa riconoscere che la classe reazionaria è, in ultima istanza, la vera colpevole dei limiti che vennero e vengono imposti alla ricerca della verità e conseguentemente il freno per il pieno sviluppo della civiltà umana. Significa riconoscere che questa ricerca può essere veramente libera e responsabile solo in una società che abbia realizzato la piena vittoria sulla competizione in favore della più ampia collaborazione.
Dal tipo di ricerca effettuata derivano le convinzioni da cui parte e si sviluppa un modo (o l’altro) di intendere e di realizzare la solidarietà. Al di fuori di queste nostre analisi (che per alcuni, ovviamente, saranno settarie) non vi sono, come si potrebbe credere, maggiore tolleranza e più aggregazione, ma nient’altro che volontarismo cieco con i rischi terribilmente reazionari che esso comporta. La solidarietà apolitica e deideologizzata è un assurdo, ma non possiamo fare a meno di constatare che questa “scorciatoia” volontaristica in cui culminano spontaneità, semplificazione e mancanza di elaborazione intellettuale, purtroppo trionfa frequentemente. Il cambiamento della cultura “non si produce automaticamente nella coscienza, come non avviene spontaneamente nell’economia. Le variazioni sono lente e non seguono un ritmo; ci sono periodi di accelerazione, altri di rallentamento, e anche, talvolta, di regresso”, oggi, indubbiamente, ci troviamo in quest’ultima situazione, perciò diventa inevitabile capire, aldilà delle intenzioni, da quale parte si è collocati e, per chi è già cosciente è doveroso estenderla a chi gli è vicino.

 


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