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RIFLESSIONI SULLA SOLIDARIETA'

LA NECESSITÀ DELLA CONOSCENZA
È vero che l’uomo (inteso come specie) è il costruttore del proprio futuro, è altresì vero che gli aspetti economici e di classe sono determinanti ma fortemente influenzati dalla cultura e dal suo livello, l’uomo diviene costruttore attivo della propria liberazione e del proprio futuro quando acquisisce la consapevolezza del suo ruolo, diversamente è il prodotto della società in cui vive ed ognuno, nella società borghese, può ritenersi ciò che vuole ma inconsciamente ne subisce il condizionamento che lo domina fino al punto di fargli assumere come valori di libertà e democrazia rispettivamente la concorrenza al profitto e la concorrenza al potere. L’unica possibilità per uscire da questo circolo vizioso è, per l’uomo, uscire dall’età dell’adolescenza in cui si trova per entrare nella fase adulta, ovvero nell’età matura della sua esistenza e lo può fare solo scientificamente, non improvvisando.
Ernesto Che Guevara riteneva che: “la liberazione dell’uomo non significa solo realizzare la giustizia sociale, non significa solo sconfiggere l’ignoranza, non significa solo sopprimere la disoccupazione... Questo è solo un aspetto della liberazione dell’uomo, ma fino a che non sarà sconfitto l’egoismo, non avremo ancora compiuto la liberazione dell’uomo; e fino a che non avremo compiuto la liberazione dell’uomo, non avremo realizzato i nostri sogni rivoluzionari... La costruzione del socialismo e del comunismo non è solo un problema di distribuzione della ricchezza, ma è anche una questione di educazione e di coscienza... Per costruire il comunismo, contemporaneamente alla base materiale bisogna fare l’uomo nuovo...”. L’elaborazione del concetto di “uomo nuovo” di Guevara, così come dell’”intellettuale collettivo” di Gramsci sono due modi di definire un unico pensiero: l’uomo ha bisogno di assumere nuovi e reali valori; quelli impostigli da secoli di schiavitù fisica e culturale non gli appartengono; sono propri di quelle classi che fondano i loro privilegi sulla sopraffazione, che sottraggono ricchezze alla collettività; coperte dall’impunità delle proprie leggi, che si creano alibi definendo impropriamente “mafia” quella parte di loro che, nei suoi aspetti più spettacolari, senza inutile ed ipocrita demagogia, utilizza la violenza apertamente per raggiungere come unico obbiettivo finale il “solito” massimo profitto e le sue collaterali depravazioni: la ricchezza ed il potere personale politico ed economico.
In questo contesto c’è chi, irresponsabilmente, si permette di credere alla possibilità di una collaborazione “fraterna e amichevole” fra tutti; cedendo a concetti e termini seduttori e mistificanti come “politica a misura d’uomo”, “capitalismo dal volto umano”, che non sono altro che fumo demagogico; diventano convinti propugnatori dell’inconsistenza dell’analisi di classe, ritenuta superata e sono incapaci di capire che invece è una esigenza indispensabile e l’unica che si pone costantemente l’obbiettivo di far leva sulla maturazione, sullo stimolo e partecipazione dei militanti per spingere in avanti il livello di conoscenza; si pongono in posizioni mediatorie e centriste (inconsapevoli che politicamente, il centro è un eufemismo della destra) e, loro malgrado, mossi da una inevitabile volontà di mediazione, che di fatto la conducono esclusivamente solo nei confronti di chi sta alla loro destra; con una altrettanto settaria intransigenza verso chi si trova alla loro sinistra, che liquidano come estremista.
È questo il continuo e lineare comportamento di quei dirigenti politici (presunti o pentiti comunisti) che pur vedendo i devastanti risultati di una loro prolungata condotta egocentrica, fondata su convinzioni e approssimazioni empiriche, contaminazioni culturali funzionali al sistema borghese; in un totale abbandono del materialismo e della dialettica, continuano inesorabilmente, dopo constatazioni retorico-formali della necessità di cambiamento (di autocritica sono assolutamente incapaci), ad autoriproporsi tali e quali, con la incrollabile convinzione di essere il centro dell’universo, mentre in realtà, precipitati nel più profondo squallore culturale e politico, soddisfano solo bisogni propri di protagonismo in un irresponsabile gioco integrato perfettamente nelle regole che dovrebbero e dicono di combattere.
Solitamente si minimizzano questi aspetti e si dà per scontato che chi manifesta solidarietà verso gli altri lo fa con piena convinzione, onestà e buon senso, ritenendo erroneamente che, quand’anche ciò fosse vero, possa essere sufficiente per poterla esprimere positivamente, anteponendo innanzitutto l’aspetto umano/emotivo mediatorio teso all’unitarietà e attraverso il quale, di fatto, si è indotti ad accettare l’ipotesi che attenuando o evitando di pronunciarsi sugli aspetti politici nei confronti della solidarietà, si ottiene una maggiore aggregazione, ottenendo così un ampliamento della solidarietà stessa. Ad evitare che si possa pensare che oggi la solidarietà con Cuba è vasta solo grazie all’apporto di ogni forma di adesione, conviene ricordare che il suo carattere popolare ha trovato e trova la sua più grande argomentazione per il suo significato rivoluzionario e non per la sua attuale situazione di necessità materiale. Basti ricordare l’esplosione di solidarietà che suscitò il trionfo della Rivoluzione Sandinista in Nicaragua e la battuta d’arresto determinata dal decadere della sua spinta rivoluzionaria, anche se la penuria e le necessità del popolo nicaraguense sono enormemente aumentate.
In ogni modo non dobbiamo dimenticare che in questo momento Cuba ha necessità urgenti che incidono direttamente e gravemente sulle condizioni di vita della sua popolazione, perciò non esiste una argomentazione che possa proporre un freno ad aiuti che permettono di alleviare questa situazione. In queste circostanze si è obbligati a cercare un equilibrio fra le motivazioni che muovono la solidarietà e le reali condizioni determinate dal periodo speciale. In secondo luogo i fattori che concorrono sono tali che impongono l’accettazione di un certo livello di contraddizioni.
In questo contesto e con questo criterio dobbiamo affrontare il nostro lavoro, il che non implica che dobbiamo ignorare o fingere di non vedere che certe azioni avviliscono la solidarietà. E’ nostro compito lavorare per ridurre o eliminare le contraddizioni, mantenendo la chiarezza e la coerenza con il progetto rivoluzionario cubano e cercando, partendo da questo, il livello più alto accettabile politico e materiale. Nascondere ciò che ci spinge non è un’azione dignitosa e, se veramente siamo convinti che il nostro sentimento di solidarietà si pone più in alto di quella umanitaria non incolpiamo gli altri di non capire questa insufficienza, tutt’al più è, per loro, un’occasione mancata, ai quali comunque, dobbiamo chiarezza.
Quando si manifesta solidarietà esprimendola fondamentalmente attraverso l’apporto di materiali, è necessario ricordare il pericolo che il resto del problema, contenente l’aspetto politico, non viene automaticamente assimilato e non si diffonde massivamente senza un lavoro ed un impegno costante nel combattere e smascherare le disinformazioni e le calunnie dei tromboni del regime ed informare correttamente, argomentando i reali termini del problema.
In definitiva, utilizzare il metodo scientifico-dialettico di cui molto spesso si parla senza poi tradurlo nella pratica.
Per questo è necessario essere coscienti dei vari aspetti e delle variabili che ogni giorno si presentano e che necessitano un approccio di carattere scientifico e non emotivo, come sarebbe più facile. Per chiarezza: il compito è di fare ciò che è necessario, non ciò che si vorrebbe o che ci appagherebbe; vedendo ed analizzando il problema nei suoi aspetti microscopici come in quelli macroscopici, entrando nello specifico delle cose senza perdere la complessità del tutto, non in modo statico bensì dinamico, ovvero dialettico.
È estremamente complesso combattere contro la dittatura della semplificazione, le idee, spesso più cocciute dei fatti, resistono all’evidenza dei dati e delle prove, ogni certezza soggettiva è ritenuta realtà oggettiva, chi è vittima della “cultura” borghese, ne utilizza gli strumenti per analizzare altre culture e altre società e, nel medesimo tempo si trova completamente disarmato per analizzare la “cultura” che lo opprime. In queste condizioni l’unica possibilità di elaborazione indipendente è di poter accedere alla cultura umanistica, ma non a quella scientifica. Per questo il sentimento “umanitario” è più sviluppato: sembra basarsi sulla “ragione” e sull’evidenza, in verità, convinti di vedere il reale, si riesce a vedere solo la sua ombra; oltretutto ciò non richiede di acquisire grandi conoscenze.
“Vi sono cose che si possono fare senza il bisogno di apprenderle, ad esempio si può mangiare senza conoscere le leggi della digestione, respirare senza conoscere le leggi della respirazione, pensare senza conoscere le leggi e la natura del pensiero, conoscere senza conoscere la conoscenza. Ma, mentre l’asfissia e l’intossicazione si fanno immediatamente sentire in quanto tali nella respirazione e nella digestione, l’errore e l’illusione hanno questo di caratteristico, che non si manifestano appunto come errore e illusione. L’errore consiste semplicemente nel fatto che non sembra essere tale”.

 


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