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RIFLESSIONI SULLA SOLIDARIETA'

LA SOLIDARIETÀ OGGI
Fino a poco tempo fa la solidarietà aveva un significato univoco, anche quando si esprimeva in forme diverse. La solidarietà veniva intesa e interpretata in un unico modo. Alcuni dissero che era “la tenerezza fra i popoli” e certamente, nella sua massima espressione, è una forma straordinaria di gemellaggio fra i popoli.
Da un punto di vista politico, rifacendoci al suo originale e stretto significato, essa era praticata nell’ambito dell’identificazione politica con un progetto internazionalista ma, senza dubbio, oggi se ne possono osservare nuove e diverse interpretazioni degenerative.
Il termine solidarietà si usa indiscriminatamente e tramite esso, molte volte si nascondono obiettivi molto distanti da ciò che il termine realmente significa. Oggi la solidarietà si utilizza come argomento pretestuoso da parte di Stati oppressori: campagne pubblicitarie di aziende commerciali mascherano con questa parola l’incremento delle proprie vendite, autentiche invasioni militari sono giustificate da intenti di solidarietà... e, a poco a poco, si è modificato e mascherato il senso di ciò che significa “essere solidale” o, per lo meno, sembra che ora esistano molteplici forme per esprimere e praticare la solidarietà verso gli altri popoli.
Se qualcosa contraddistingue l’imperialismo nelle tecniche di infiltrazione, è precisamente l’impiego tendenzioso dei termini lessicali, ovvero il modo disinvolto di servirsi di quei concetti che in realtà intende opprimere alterandone e viziandone il significato più profondo, proponendoli come impegni di principio della propria ideologia. Da parte nostra non sempre facciamo lo sforzo necessario per definirci inequivocabilmente... non sempre ci sentiamo sicuri delle basi delle nostre convinzioni e del nostro impegno sociale e politico. Questo ci porta, in molti casi, a lottare superficialmente, a batterci senza conoscere a fondo la realtà, l’intensità della battaglia e come possiamo vincerla. In queste condizioni diventa molto più probabile perderla.
Questo non vuole dire che dobbiamo collocarci in posizioni intransigenti, consideriamo che oggi è necessario il compromesso e l’unità fra chi, onestamente, è impegnato nell’ambito solidaristico, ma è altrettanto necessaria la chiarezza e ridare alla parola “solidarietà” il suo reale significato: “l’essere solidale dividendo con altri le idee, i propositi, le responsabilità”.
Una persona, una organizzazione, è veramente solidale, nel senso più vero del termine, se volontariamente si sente legata ad altri per una comunanza di idee, di propositi e di responsabilità, assumendo la causa di questi come propria. Da qui sorge il grande potenziale degli atti di solidarietà: non solo il popolo che la riceve ne ha un utile, ma anche chi la esercita eleva se stesso infrangendo le frontiere materiali e sub culturali imposte ai popoli da secoli di sottocultura determinata da società basate sul privilegio e sulla lotta competitiva, che elevano a comportamento “civile” la lotta animale per la sopravvivenza, mentre solo la solidarietà e la collaborazione sono i presupposti inalienabili per un futuro dignitoso raggiungibile da tutti.
L’impegno solidaristico ha due aspetti fondamentali, uno di ordine morale e politico e l’altro di ordine materiale. Fino a non molti anni addietro il primo di essi era il più significativo, arrivando perfino ad assumere aspetti eroici, come quando internazionalisti difesero con la propria vita la volontà di libertà di altri popoli in varie parti del mondo. Parlare di solidarietà era, soprattutto, contribuire alla costruzione della storia di un altro popolo. Naturalmente non era esclusa l’altra componente, l’aiuto materiale, complemento necessario dell’impegno assunto.
Da quanto detto appare la indeterminatezza e la difficoltà di capire ciò che effettivamente si intende oggi quando ci si riferisce in modo semplice alla solidarietà. Essa non è più nemmeno patrimonio esclusivo delle organizzazioni popolari. Oggi appaiono altri soggetti, altri strumenti, altre pratiche e contenuti che allargano il contesto nel quale, con frequenza, si usa ed abusa del termine. L’impegno solidaristico degli aiuti, oltre a prendere il sopravvento sull’aspetto politico, è utilizzato sempre più spesso come meccanismo di legittimazione di interventi interessati e, nella migliore delle ipotesi, di natura caritatevole che nulla ha a che fare con la solidarietà. In questo modo si va distruggendo il contenuto reale della solidarietà concependola solo nella sua accezione economica, svilendone così il suo significato più grande ed elementare: fare solidarietà non significa più impegnarsi con una causa, né con una realtà differente che possa confrontarsi con la propria. In definitiva, si distrugge la maturità ed il potenziale rivoluzionario in essa contenuto ed acquisito dal popolo che la esercita, in definitiva, il ritorno ai disvalori della sottocultura dominante che pone in antagonismo i popoli.
Con i nuovi concetti di solidarietà le lotte per la giustizia, l’uguaglianza, migliori condizioni di vita, la rivendicazione di una realtà diversa, si dissolvono appiattendo ed omogeneizzando tutte le situazioni. Sotto questo nuovo aspetto, oggi si presenta come unico obiettivo della solidarietà l’intento di sopperire (momentaneamente) alle carenze alimentari. In questo senso diventa indifferente solidarizzare con Haiti, la Somalia, la Russia... o con Cuba; non si considerano come realtà distinte, bensì solo gli aspetti più evidenti (non importa da cosa causati, tantomeno se ne fossimo, direttamente o indirettamente i responsabili). L’unico impegno sarebbe inviare cose “per che i bambini non soffrano la fame” o “per contenere le epidemie”. Dedicarsi esclusivamente a questo tipo d’azione, anche se a volte meritevole (e molto spesso strumentale), è molto distante da ciò che realmente implica la solidarietà.
I cambiamenti di contenuti stanno sminuendo e svilendo le pratiche solidaristiche in modo che, con questi nuovi concetti, la “solidarietà” la esercita non chi desidera farlo e si identifica con gli obiettivi del destinatario, ma chi detiene il denaro per poterlo fare. Da questo punto di vista il bilancio appare chiaro: a maggior capacità economica corrisponde una maggiore “solidarietà”.
Ponendo in pratica questo modello, gli organismi internazionali, i governi e le grandi istituzioni finanziarie eleggono i Paesi con i quali si farà “solidarietà” e viene demandato a “tecnici specializzati” il compito di tradurre nella pratica l’aiuto stanziato. Capovolgendo il senso della solidarietà, si arriva al punto di esigere alcune condizioni speciali per poter essere il destinatario dell’aiuto economico. Questa forma di intervento pone i popoli destinatari sul terreno della competizione per la conquista della “solidarietà”. E’ facile indovinare che i Paesi che dimostreranno un atteggiamento di maggior attenzione e adeguamento alle condizioni fissate dai donanti, avranno maggiori aiuti!
I termini della solidarietà sono dunque invertiti, oggi chi ottiene maggiore solidarietà sono coloro che assumono come propri i valori dei donanti. E’ evidente che l’esercizio di questo tipo di solidarietà “neutra, apolitica, deideologizzata”, non è altro che la pratica interessata, di una politica al servizio del grande capitale e che sta permettendo ai governi e alle organizzazioni più potenti di determinare azioni ed interventi economici, ideologici e, sempre con maggior frequenza, militari. La necessità di aiuti per affrontare situazioni d’emergenza è, in queste condizioni, la giustificazione idonea per legittimare gli interventi con qualunque mezzo e, come sempre più spesso avviene, perfino bombardamenti e uccisioni di massa vengono giustificati con pretesti umanitari.
E’ prassi corrente che pratiche mercantili vengano attuate con la copertura di propositi e di aiuti umanitari. Così, con la tutela di istituzioni umanitarie si attuano, in molte occasioni, copiosi affari, “donando” ai Paesi del Terzo Mondo eccedenze agricole, industriali e prodotti tecnologici ormai svalorizzati nei Paesi sviluppati. I beni che non hanno mercato, si distruggono o si destinano alla “solidarietà” in quei Paesi che hanno dimostrato di esserne “degni”.
Risulta chiaro da quanto esposto fino ad ora che un intervento di “solidarietà” di tipo esclusivamente economicistico può essere assunto senza difficoltà anche da quelle forze che si pongono in condizioni critiche, di disapprovazione, o addirittura che sono chiaramente reazionarie le quali, disponendo di maggiori mezzi da destinare agli aiuti, finiscono con il diventare i protagonisti maggiori in un cartello unitario di solidarietà, imponendo ovviamente le proprie condizioni e provocando, a volte, la condizione per la quale i settori più direttamente impegnati con la causa solidaristica si ritrovino esclusi o emarginati per la loro limitata capacità economica e di coinvolgimento culturalmente cosciente o, se non politicamente attenti, indotti ad accettare condizioni mortificanti.
Cuba non si trova fuori da questo processo, anzi, in questo momento è il punto di attenzione prioritario. I primi passi di intenti attuati dalla Comunità Europea per togliere il blocco, si sono tradotti nella realtà con l’invio di aiuti umanitari per i danni provocati dal tifone più grande del secolo che ha colpito l’isola nell’anno ‘93; e per la neurite ottica apparsa in concomitanza. Questi aiuti materiali, non sono estranei alla pratica di interventi politici ed economici nel quadro del nuovo ordine che non disdegna di utilizzarli in un secondo tempo come arma di ricatto.
Il 16 settembre del ‘93 il Parlamento Europeo approvò una risoluzione contro il blocco a Cuba e contro l’inasprimento del medesimo, prodotto dalla “Legge Torricelli”. Nel suo intervento, durante il dibattito, il commissario Pedraig Flynn si riferì alla preparazione di un programma di azione immediata verso Cuba per: “appoggiare la popolazione cubana attraverso le organizzazioni non governative e produrre informazioni e formazioni per familiarizzare la popolazione con il funzionamento dell’economia di mercato”. Non si può essere più espliciti di così!
La manipolazione della solidarietà è arrivata a trasformarsi sempre più spesso in una pratica di interventi e di ingerenze, la solidarietà così intesa si è convertita in uno strumento di oppressione. Interventi militari, embarghi economici e commerciali, blocchi o la politica di cooperazione (controllo mediante aiuti e programmi di cooperazione), si stanno a poco a poco convertendo nei nuovi mezzi di esercitare solidarietà o di concedere aiuti umanitari a Paesi bisognosi. Uno di questi mezzi di aiuto merita una speciale attenzione per la sua sottigliezza e conseguente apparenza inoffensiva: gli aiuti umanitari d’emergenza.
Apparentemente inattaccabili, esempio della “buona volontà” di uno Stato, questi aiuti presentano in non poche occasioni seri inconvenienti per chi le riceve: in primo luogo nessuno consulta preventivamente lo Stato ricevente il quale si vede, per necessità, obbligato ad accettare ciò che arriva. Aggiungendo a questo anche la mancanza di una seria programmazione e di controlli reali nel paese donante, le strade ad ogni manipolazione sono aperte. Conosciamo bene come in molte occasioni siano state inviate eccedenze o merci avariate, delle quali a volte non ne esisteva nemmeno la necessità, ma presentate pubblicamente come la panacea per risolvere quella situazione d’emergenza, acquisendo così il consenso della propria ignara popolazione, e l’amara consapevolezza del Paese destinatario che gli spetta solamente il ruolo di mendicante con la mano tesa ad accettare ogni cosa data, mostrando inequivocabilmente riconoscenza e devozione.
Vale la pena segnalare un esempio della politica di intromissione dell’occidente in questo “Nuovo Ordine Mondiale”. Nel luglio del ‘91, durante il Convegno Iberoamericano di Guadalajara, un punto richiesto da Cuba per essere incluso nella dichiarazione finale fu rifiutato dalle altre delegazioni. Qualificato come il punto della discordia diceva: “riconoscere il diritto sovrano di ogni popolo di costruire, nella pace e nella stabilità, il sistema politico e sociale secondo le propria volontà, i propri valori e sentimenti”. Un simile ed elementare proposito figurava come principio inalienabile nella Dichiarazione dell’ONU sul Nuovo Ordine Economico Internazionale.
Per completare il quadro di tutte le azioni intraprese per imporre i nuovi (dis)valori, è doveroso collocare nella giusta posizione il ruolo svolto dagli organi di informazione (leggi manipolazione) di massa, protesi nell’appoggio incondizionato ad ogni intervento, usando la più squallida ed evidente demagogia, sacrificando i fatti alle valutazioni e, se queste arrivano ad essere nettamente in contrapposizione con i primi, ebbene: tanto peggio per i fatti.
Nel concreto, l’immagine che con martellante precisione, i mezzi di comunicazione di massa dei Paesi occidentali danno di Cuba (offendendo la dignità di chi subisce simili manipolazioni), è di un Paese desolato per le necessità causate da un opprimente sistema sociale. Secondo queste valutazioni, le carenze dell’isola sono il risultato logico ed inevitabile del suo modello politico ed economico e, quest’immagine, ripetuta alla saturazione, diviene “realtà”.
Quand’anche l’intento denigratorio non è volutamente parte di una chiara progettualità, ovvero nel migliore dei casi, contiene sempre una idea egocentrica comune: “bisogna aiutare il popolo cubano perché ha molte necessità causate dai suoi governanti che rifiutano la nostra democrazia ed il nostro modello economico”.
In generale, i destinatari di tali (dis) informazioni non hanno nessuno strumento che li ponga in grado di contrastarle, non posseggono elementi per mettere in dubbio l’unica versione che gli arriva dai differenti, ma uguali negli intenti, mezzi di comunicazione di massa. Non esiste una versione diversa della “realtà”. L’informazione di eventuali “aiuti”, non si ferma ai medesimi ma è necessariamente completata con la valutazione del fallimento del modello economico e della mancanza di democrazia. Si scodellano le valutazioni già preconfezionate, onde evitare che, qualcuno, di propria volontà, possa arrivare a proprie conclusioni. E’ comunque chiaro che in questo modo si intendono raggiungere due scopi: condizionare gli aiuti al Paese bisognoso alla capacità di questo di ricezione del messaggio politico e, nel medesimo momento, impaurire i cittadini del Paese donante verso qualsiasi ipotesi di cambiamento del modello esistente.

 


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