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RIFLESSIONI SULLA SOLIDARIETA'

I MOVIMENTI DI LIBERAZIONE NAZIONALE
La funzione propulsiva della lotta dei movimenti di liberazione nazionale che ha portato alla fine degli imperi coloniali dopo la seconda Guerra mondiale, è sicuramente uno degli avvenimenti storici di maggior rilievo di questo secolo.
Fin dalla conquista dell’America (tendenziosamente definita scoperta) i popoli che vi abitavano persero la loro indipendenza, la quale fu poi sottratta anche ad Asia e Africa dall’instaurazione del sistema coloniale iniziatosi nei primi anni del XIX secolo e compiutosi tra la fine dello stesso secolo e gli inizi del secolo XX. Alla fine i tre grandi continenti si erano trovati sottomessi alle grandi potenze: sia sotto forma di colonia, con un dominio politico, militare ed economico che annullava ogni traccia nazionale (i francesi e i portoghesi, ad esempio, consideravano le loro colonie “province d’oltremare”); sia sotto forma di semicolonia, ossia possedimenti ai quali si riconosceva il diritto di avere un proprio sovrano (re, o sceicco, o sultano, ecc.), ma che in base a precisi trattati internazionali dipendevano in tutti i sensi dalla potenza imperialista cui facevano capo. La Cina, l’Iran, l’Afganistan, e l’Egitto furono a lungo esempi tipici di semicolonie di questo genere.
Già dal 1917, la Rivoluzione d’Ottobre in Russia apre nuovi orizzonti ai popoli colonizzati e incrina i fondamenti dell’ordine coloniale. I famosi appelli dei giorni d’ottobre sul diritto di autodeterminazione dei popoli e, l’ancor più famoso decreto sulla pace contro le annessioni, trovarono immediata eco, in Cina, in Indocina e nel Medio Oriente.
Insomma, i semi della questione nazionale che germoglieranno dopo la seconda Guerra mondiale, vengono gettati in quegli anni.
Tra le due guerre mondiali sarà tutto un fiorire di partiti, di movimenti, di idee, di iniziative e di scontri, si assiste, in modo convulso, contraddittorio e profondamente diversificato, ad un vero e proprio risorgimento nazionale dei popoli oppressi. La storia (in larga parte ignorata) di questi popoli tra le due guerre mondiali è costellata di lotte, insurrezioni, rivolte, repressioni, spesso guerre di liberazione domate nel sangue, che fanno comprendere meglio le dimensioni assunte dai movimenti di liberazione nazionale nel secondo dopoguerra.
Il primo paese che proclama la sua indipendenza nei giorni stessi della fine della guerra, con la “Rivoluzione d’agosto” del 1945, è l’Indonesia. I colonizzatori olandesi sono lontani e stremati dalla guerra, per cui non sono in grado di rioccupare, come avrebbero voluto, l’arcipelago. Nel frattempo gli Stati Uniti stanno reprimendo l’esercito popolare di liberazione filippino, gli inglesi quello malese. Dal canto loro i francesi reintervengono nel Vietnam. Qui il Fronte di liberazione vietnamita ha cacciato da tutto il paese i giapponesi e il 2 settembre 1945 Ho Chi Minh ha proclamato l’indipendenza del Vietnam e l’avvento della Repubblica Socialista del Vietnam, ma il 22 settembre francesi e inglesi intervengono militarmente e lo rioccupano: ha così inizio la prima e lunga guerra di liberazione vietnamita che si concluderà nel 1954, segnando una svolta decisiva nello sviluppo dei movimenti di liberazione nazionale.
Intanto veniva maturando la “questione indiana”. Contrariamente a un luogo comune largamente diffuso, l’India non arrivò all’indipendenza pacificamente. Già nel corso della guerra il governo britannico aveva proceduto a rigorose repressioni del movimento nazionale, nonostante quest’ultimo si fosse risolutamente schierato contro il nazifascismo. Il 9 agosto del 1942 il Partito del Congresso di Gandhi e di Nehru era stato posto fuori legge, e i suoi dirigenti e militanti arrestati (60.000 arresti, circa 1.000 morti e 2.000 feriti). Per due anni si continuerà a lottare con scioperi e insurrezioni (famosa quella dei marinai indiani di Bombay), e da parte inglese a ordire intrighi e operare profonde divisioni etnicoreligiose, ponendo indù contro musulmani, per impedire l’accesso all’indipendenza. Sono due anni tumultuosi, nei quali i conflitti religiosi, divenuti in breve vera e propria guerra civile, favoriscono il permanere dell’influenza inglese nella vita indiana, ma fanno anche precipitare l’intera regione nel caos e nella ingovernabilità. È solo a questo punto che Londra decide di “concedere” l’indipendenza, spartendo l’ex-colonia in due aggregati nazionali a base religiosa: il Pakistan su basi musulmane, l’Unione indiana su basi indù. Milioni e milioni di uomini, donne, bambini verranno spostati da una regione all’altra, e in questo sommovimento vanno ricercate le cause della successiva crisi pakistana e della guerra di scissione del Bangla Desh. In realtà è sullo sfondo di una vera tragedia che l’India giunge all’indipendenza il 15 agosto del 1947.
Mentre nasceva l’Unione indiana, l’indipendenza indonesiana era stata rimessa interamente in questione. Già immediatamente dopo l’iniziativa di Sukarno dell’agosto 1945, gli inglesi erano intervenuti su richiesta degli olandesi, obbligando i nazionalisti indonesiani a un faticoso e difficile negoziato. Ma il 21 settembre del 1947 è l’esercito olandese a rioccupare l’Indonesia nel tentativo di abbattere la giovane repubblica. A mostrare quanto fosse cambiato il mondo, l’opinione pubblica mondiale reagì con particolare sdegno a questa impresa coloniale, e gli olandesi furono a loro volta obbligati a trattare con Sukarno. Ingannevolmente, poiché il 19 dicembre del 1948, dopo un bombardamento di Giacarta, un commando di paracadutisti olandesi fece prigioniero il leader indonesiano e lo deportò in una località sconosciuta. Fu questa una mossa però che sortì l’effetto contrario: tutto il popolo indonesiano insorse, la guerriglia prese dimensioni enormi, gli scioperi dilagarono. Nel giro di due anni gli olandesi furono obbligati a lasciare sconfitti l’Indonesia, che riconquistò intera la sua sovranità nel dicembre 1949.
In Medio Oriente, in quegli anni, l’unica novità di rilievo (ma già densa di gravi conseguenze) era la nascita dello Stato di Israele, che provocava immediatamente la prima delle quattro guerre arabo-israeliane scoppiate nel giro di venti anni. In sede politica, il problema era nato il 2 novembre 1917, quando il governo inglese si era impegnato, con una dichiarazione di Arthur James Balfour, a favorire l’instaurazione di un “focolare nazionale” per il popolo ebraico in Palestina. Dal 1920 in avanti l’Inghilterra resse la Palestina come mandato, ma il paese fu scosso da gravi scontri arabo-ebraici nel 1921, nel 1929, nel 1933 e nel 1936, fino a che nel 1939 gli inglesi presentarono un piano che prevedeva uno Stato palestinese con partecipazione tanto araba che ebrea. Ma nel dopoguerra il Congresso sionista chiese uno Stato ebraico, e alla fine del mandato inglese, il 14 maggio 1948 venne proclamato lo Stato di Israele, che immediatamente si scontrò con la Lega araba.
Ma la vera svolta, lo scoppio del movimento di liberazione anticolonialista, il suo dilagare nel mondo come un processo inarrestabile, in effetti avviene tra il 1949 e il 1955, avendo come esempi due avvenimenti di prima grandezza: l’esito vittorioso della Rivoluzione cinese nel 1949 e la vittoria dei vietnamiti sulla Francia nel 1954. Quando il 7 maggio del 1954 la guarnigione francese di Dien Bien Phu si arrese alle truppe del generale Giap, avvenne un fatto storico: per la prima volta un popolo oppresso, male armato, sconfiggeva sul campo l’esercito coloniale di una grande potenza, con alle spalle gli aiuti dell’intera coalizione dei paesi imperialisti. Fu il segno, questo, più preciso della fine reale e visibile degli imperi coloniali, della loro disfatta. Grande fu anche la funzione di stimolo determinata dalla lotta del popolo coreano che portò alla nascita della Repubblica Popolare di Corea.
Le conseguenze di queste vittorie si può dire che furono immediate. Tra il 1949 e il 1955 la sconfitta del colonialismo tradizionale si delinea rapidamente in tutta la sua portata. È infatti in quegli anni che cominciano a crescere o nascere e ad operare i partiti nazionalisti dell’Africa. L’abbattimento della corrotta monarchia egiziana è del 1952, segue, nel 1954, l’avvento di un nuovo protagonista del nazionalismo arabo: il colonnello Gamal Abdel Nasser. Il mondo arabo si apre così ad una nuova dinamica, più avanzata e più aperta, che sblocca la situazione di apparente tranquillità semicoloniale riscontrabile fino a quel momento. Sempre nel mondo arabo è del 1954 l’inizio della guerra di liberazione algerina che segnerà un altro momento cruciale della decolonizzazione, mentre proprio in quegli anni Tunisia e Marocco si muovono speditamente verso l’indipendenza. Nel 1953 il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq scuote il dominio combinato delle compagnie petrolifere straniere e dello scià Reza Pahlevi: le prime sono nazionalizzate, il secondo è costretto a fuggire. Solo un colpo di Stato militare farà arretrare questo tentativo del popolo iraniano di riappropriarsi delle proprie ricchezze nazionali.
L’imperialismo aveva compreso che non avrebbe più potuto arrestare la decolonizzazione e che, anzi, ostacolandola ne avrebbe radicalizzato le implicazioni rivoluzionarie. Dal 1955 al 1960 si ebbe perciò in Africa una vera pioggia di indipendenza, e nel decennio 1955-65 tutto il continente africano divenne indipendente, tranne che per le colonie portoghesi (Angola, Mozambico, Guinea Bissau), per l’Africa del Sud e la Rhodesia, governate da minoranze razziste bianche, più qualche altro piccolo territorio coloniale.
Alcune conquistate (come quelle del Ghana, della Guinea, del Kenya), altre concesse (grazie a un contesto mondiale che rendeva impossibile il permanere delle vecchie forme coloniali) e quindi negoziate con interlocutori indigeni.
Nell’America Centrale è stata costituita nel 1958 la Federazione delle Indie occidentali nella quale sono confluite le ex colonie britanniche: l’isola di Barbados, le isole Sottovento e Sopravvento (a eccezione delle isole Vergini), le isole di Trinidad, Tobago e Giamaica.
Il I° gennaio 1959 a Cuba vince la rivoluzione guidata da Fidel, Che Guevara, Camilo Cienguegos e, significativamente, l’isola verrà definita “el primer teritorio libre de America” (il primo territorio libero d’America).
Gli anni sessanta segnano la fine formale del vecchio assetto coloniale. L’indipendenza politica è conquistata (o concessa) e sancisce la nascita dei nuovi Stati nazionali. Una fase storica insomma si chiude. Ma purtroppo la conquista dell’indipendenza non esaurisce il travaglio di quei popoli che si trovano ad affrontare nuove e ben più pesanti difficoltà.
L’imperialismo, è cosa nota, non è stato solo dominio politico-militare, è stato ed è soprattutto una forma di dominio economico volto al prelievo forzoso (ovvero saccheggio) delle materie prime, delle grandi ricchezze presenti nel Terzo mondo. Il dominio politico-militare, ossia la soppressione dell’indipendenza, è stato lo strumento di quella rapina, condotta ai danni delle risorse appartenenti ai popoli oppressi. A questo punto, nel 1960 circa, lo strumento risulta in disuso e rischia anzi di portare a rivolgimenti radicali anche nel settore economico. È per questo che l’imperialismo prende atto della realtà e vi si adegua, cercando però di dominarla in modo da preservare i propri privilegi economici. Si delinea così una duplice tendenza. Prima: concedere una indipendenza negoziata a gruppi dirigenti che non si mettano contro gli interessi economici dell’imperialismo; seconda: stroncare ogni sviluppo rivoluzionario reale che contrasti appunto con quegli interessi.
Lo svolgersi degli avvenimenti infatti è dirompente. L’esperienza cinese e vietnamita naturalmente, ma anche altre esperienze dei giovani Stati indipendenti, sia pure sviluppatesi su basi puramente nazionaliste, cominciano a mettere in discussione i rapporti economici con quei paesi dell’Occidente che usano le risorse del Terzo mondo. Da Nasser a Sukarno il nazionalismo comincia a svilupparsi in senso anche economico e sociale. E in più in America Latina un fatto nuovo scuote una situazione fondata appunto sulla doppia regola dell’indipendenza politica e del dominio economico: la rivoluzione cubana che vittoriosamente infrange il dominio statunitense sull’isola.
Oltre agli aspetti fino ad ora accennati, l'imperialismo ha comportato la distruzione di tutte le civiltà autoctone e l'annientamento di ogni capacità di sviluppo autonomo, ha mortificato la cultura e distrutto la fiducia in sè stessi nei popoli oppressi, rendendoli schivi intellettualmente, oltre che fisicamente. Senonchè, nel corso della seconda guerra mondiale, le potenze imperialiste hanno avuto la necessità di integrare i propri eserciti con truppe provenienti dai Paesi coloniali, creando con questo una situazione nuova e inaspettata.
I soldati coloniali chiamati a partecipare alla guerra antinazista proclamata come guerra per la libertà, a guerra finita rappresentarono una potente spinta alla rivolta. Avevano combattuto per la libertà e volevano la libertà.
Per contrastare il totale silenzio calato sull'importanza assunta dalla partecipazione di truppe reclutate nelle colonie alla guerra mondiale diventa indispensabile una pur breve analisi.
Di per sé le cifre sono impressionanti.
Nel marzo del 1940 la Francia aveva alle armi 340.000 soldati nordafricani e 110.000 nelle altre colonie. Alla guerra sul suolo francese parteciparono 8 divisioni di truppe coloniali. Dopo il 1940 per continuare la lotta nelle colonie i francesi reclutarono altri 60.000 uomini nell'Africa orientale (Senegal, Oubangui, Cameroun) e nell'Africa equatoriale francese che furono poi impiegati sul fronte atlantico, in Provenza, in Alsazia ecc. Nella famosa divisione Leclerc i soldati coloniali erano in maggioranza rispetto agli europei. Solo nella fase iniziale della guerra, fino al momento dell'armistizio nel 1940, 24.270 soldati coloniali e 4.350 malgasci erano caduti sul campo.
L'Inghilterra fece un ricorso ancora maggiore della Francia alle truppe coloniali. Per mettere insieme un esercito per combattere contro gli italiani in Etiopia, Eritrea e Somalia, i britannici reclutarono truppe in Tanganika, in Kenia, in Uganda, nel Nyassaland e in Rhodesia. Gli africani arruolati dagli Inglesi furono 372.000. I reggimenti coloniali esistenti nel 1939 furono rafforzati costituendo nuove unità: 3 brigate di truppe nigeriane; 2 brigate della Costa D'Avorio; 1 brigata della Sierra Leone; 1 brigata del Gambia. Nel 1943 queste brigate formarono la ottantunesima divisione e la ottantaduesima divisione. Dopo essere state impiegate in Africa Orientale italiana queste truppe furono impiegate su altri fronti: in Africa del nord, in Italia, poi sui fronti asiatici, in particolare in Birmania. Se poco si sa sull'insieme del problema delle truppe africane, meno ancora si sa sulle perdite che subirono.
Uno dei rari dati conosciuti fa riflettere: le due divisioni composte di soldati africani impiegate in Birmania ebbero, in 5 mesi di campagna 494 morti, 1.417 feriti e 56 dispersi. Soltanto in India gli Inglesi reclutarono e armarono 2 milioni di uomini. Gli indiani alla data dell'agosto 1945 avevano subito 180.000 fra morti e feriti. Gli indiani furono impiegati dappertutto, in Europa, in Medio Oriente,in Africa, in Asia. La quarta divisione indiana, fu impiegata in Eritrea, in Siria, in Libia, in Tunisia, in Italia e in Grecia. Nelle varie campagne perdette 25.000 uomini. In Italia 6.000 soldati indiani furono uccisi nei combattimenti contro i tedeschi. In una sola battaglia nel sud est asiatico morirono 32.000 soldati indiani.
Si può comprendere come i combattenti coloniali siano tornati con delle nuove idee alle loro case a guerra finita. Erano stati chiamati a combattere contro tedeschi, italiani e giapponesi in nome della libertà e a guerra finita i popoli coloniali cominciarono a esigere la libertà. Non si può comprendere appieno la situazione concretizzatasi nel 1945 se non si sottolineano alcune caratteristiche.
A differenza di ogni precedente occasione di rivolta, gli oppressi erano bene armati. Avevano recuperato armi nel corso della guerra in grandi quantità; erano addestrati al combattimento moderno poiché questo addestramento gli era stato impartito dagli stessi dominatori; in più avevano acquisito per la prima volta da 450 anni esperienza di guerra e di guerriglia. Infine la cosa più importante: la lotta era ad armi pari.
Nell'insegnamento della storia, si omette in generale di mettere in evidenza che la facilità con cui gli europei si sono impadroniti del mondo nel corso dei quattro secoli e mezzo fra il 1492 e il 1945 si è basata sulla superiorità tecnologica militare: i conquistadores in America Latina avevano polvere da sparo, cannoni, archibugi, cavalli, corazze e cani da combattimento, contro cui gli indigeni erano impotenti. Oltre alle armi e al materiale bellico, l'organizzazione, l'inquadramento e la tattica hanno mantenuto la superiorità militare degli europei sugli "indigeni" per vari secoli. L'invenzione della mitragliatrice, arma divenuta operativa nel 1884 con l'ordigno messo a punto dall'inglese Hiram Maxim seguita dalla mitragliatrice di William Browning nel 1892, moltiplicò questa superiorità. Nella pratica bellica occidentale la mitragliatrice ha fatto la sua comparsa in grande stile solo nel 1914 all'inizio della prima guerra mondiale. Ma per decenni era stata usata prima sui popoli coloniali in particolare in Africa, dove i colonizzatori si sono trovati a dovere fronteggiare grandi masse. La mitragliatrice è stata l'arma che ha permesso a un numero ridotto di conquistatori di sottomettere i popoli africani. Gli Zulu, i Dervisci, gli Hereros, i Matabele e molti altri popoli subirono la superiorità delle mitragliatrici, senza le quali la British South Africa Company non avrebbe mai potuto mantenere il possesso della Rhodesia (attuale Zimbabwe) e i tedeschi del Tanganika, gli inglesi dell'Uganda ecc. Occorre ribadire il concetto che la superiorità tecnologica militare è stata per quattro secoli e mezzo l'elemento decisivo del dominio europeo del mondo. Ma nel 1945 la situazione si è trovata radicalmente cambiata.
Colonizzati in rivolta e colonialisti repressori si sono trovati con le stesse armi in mano, fucili, mitragliatrici, batzooka, bombe a mano, mine, artiglieria. Senza la conoscenza di questi elementi determinanti non sarebbero spiegabili le successive lotte di liberazione scoppiate contemporaneamente in tutti i continenti.
Proseguendo si può dire che, finita la lotta per l’indipendenza nazionale e la conquista della sovranità politica, inizia quella per l’indipendenza economica, ossia per uscire dalla morsa della arretratezza e del sottosviluppo. Ed è a questo punto che i movimenti di liberazione si imbattono nel neocolonialismo.

 


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