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RIFLESSIONI SULLA SOLIDARIETA'

LA SOCIETÀ CAPITALISTA
“La società in cui viviamo, partita due secoli orsono dalle premesse e promesse di libertà, fratellanza e uguaglianza, nell’illusione empirica che la libertà, da sola, avrebbe condotto inevitabilmente agli altri due obbiettivi della trilogia, si è trasformata nella tragica caricatura di sé stessa, divoratrice dei propositi che le diedero la nascita. In realtà non si può essere fratelli senza essere uguali e non si può essere uguali senza essere ugualmente liberi dal bisogno e dall’oppressione”.
La società borghese “identifica la libertà degli affari con la libertà delle persone”, la quale, indipendentemente dalla volontà dei suoi operatori, è finalizzata all’arricchimento illimitato di pochi, in una lotta scientificamente spietata di ognuno contro tutti, assolutamente non preposta alla soluzione dei problemi sociali che affliggono miliardi di persone. Mente sapendo di mentire quando dice di voler risolvere i problemi sociali: ogni produzione, ogni servizio, ogni sviluppo si ferma se manca il profitto e ognuno può consumare solo in ragione del denaro che possiede, sino a morire abbandonato come un cane se non ne ha. Nella parte industrializzata del globo (definito eufemisticamente “civilizzato”) i consumi vengono indotti e imposti dalla persuasione pubblicitaria che invade e colonizza la mente con la benevola protezione delle istituzioni, ed i cittadini vengono così utilizzati come bestie da ingrasso, dominati dall’ipocrisia, dal denaro, dalla convenienza. Chi paga con un supplizio spietato e quotidiano, senza la speranza di un domani, sono i popoli definiti ipocritamente in via di sviluppo, in realtà schiavi dell’impero del denaro, delle sue leggi di mercato e delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
In ogni situazione “l’operaio salariato ha il permesso di lavorare per la sua propria vita, cioè di vivere, solo in quanto lavora, per un certo tempo, gratuitamente, per il capitalista (e quindi anche per quelli che insieme col capitalista consumano il plusvalore); che tutto il sistema di produzione capitalistico si aggira attorno al problema di prolungare questo lavoro gratuito prolungando la giornata di lavoro o sviluppando la produttività cioè con una maggiore tensione della forza-lavoro, ecc,; che dunque il sistema del lavoro salariato è un sistema di schiavitù, e di una schiavitù che diventa sempre più dura nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro, tanto se l’operaio è pagato meglio, quanto se è pagato peggio.”
Questo stato di cose può essere imposto e mantenuto solo attraverso la più spietata violenza (come accade nel cosiddetto Terzo Mondo) oppure con una parcellizzazione tale del lavoro e del sapere che, anche onesti intellettuali e scienziati, specialisti di una piccola parte della conoscenza, perdono la visione generale delle cose e non riescono a vedere che, convinti di lavorare per la ricerca e lo sviluppo, di fatto sono al servizio dell’interesse dittatoriale e totalizzante del denaro che vi sta dietro.
Paradossalmente: il “Nord ricco” detiene il monopolio dell’alimentazione del “Sud povero” che, a sua volta, perseguitato dallo spettro della fame è costretto a produrre il superfluo per i Paesi ricchi.
Di fatto, il “Sud povero” paga l’opulenza e lo spreco del “Nord ricco”.
È indispensabile lottare contro ciò che appare ovvio e razionale per riappropriarsi della cultura persa, per abbattere la barriera che divide i popoli, divenendo costruttori consapevoli che le iniziative politiche ed economiche che quotidianamente vengono intraprese dai “Paesi ricchi” nei confronti del “Sud del mondo” non sono eque né solidali, difficilmente possono essere utili ad entrambi (questa remota probabilità è comunque determinata solo dalla capacità contrattuale, ovvero la capacità di lotta dei popoli), la logica capitalista del profitto poggia la propria ricchezza sulla creazione e lo sfruttamento della povertà degli altri, ed ogni sua azione non può prescindere da questo; inevitabilmente, anche quando si dice mossa da sentimenti di solidarietà. Le leggi del “libero mercato” prevaricano gli eventuali propositi o sentimenti di reale libertà, uguaglianza e fratellanza che, necessariamente, strumentalizzano e stravolgono. Letteralmente un “mercato libero” è tale quando è libero da regolamentazioni, dal controllo dei cittadini o dagli stessi Stati che, nella realtà, ne sono l’espressione politica.
A testimonianza di ciò basti riflettere sulla fine del GATT e sulla conseguente nascita (in pompa magna e fra solenni dichiarazioni), al vertice di Marrakesh in Marocco il 14 aprile del 1994, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO): un accordo nel quale la protezione ambientale è considerata un ostacolo al libero commercio e perciò messa sotto accusa; un accordo che impone un aumento della competizione tra i Paesi del Terzo Mondo; un accordo nel quale, i Paesi industrializzati detentori della tecnologia, impongono al resto del mondo il cosiddetto “trade-related intellectual property rights” più semplicemente la “proprietà intellettuale” e il brevetto di tutte le forme di vita sui generis: in definitiva, in agricoltura (ma non solo) significa la possibilità di brevettare sementi ottenute attraverso l’ingegneria genetica, il che vuol dire dare alle aziende multinazionali il monopolio sulla produzione di sementi definite “ad alto rendimento”. Questo è il naturale sviluppo di una politica che si protrae da decenni e che iniziò negli anni ‘60 nel programma denominato impropriamente e tendenziosamente come “rivoluzione verde”. Queste sementi “ad alto rendimento” rispondono bene solo con un massiccio uso di fertilizzanti e pesticidi, con la conseguenza di accelerare il degrado ambientale, la salinizzazione dei suoli, l’inquinamento delle fonti d’acqua e la dipendenza dei contadini sia dalle forniture di sementi (controllate appunto dalle multinazionali), sia dai sussidi per fertilizzanti e pesticidi.
L’Ufficio Brevetti Europeo ha già brevettato la soja geneticamente modificata a favore della multinazionale nordamericana Agracetus e tra le altre cose, sono in prossimità di brevetto il riso e il mais: alimenti irrinunciabili dei due terzi della popolazione mondiale. E’ chiaro l’obiettivo finale di ottenere il controllo dell’alimentazione di tutta l’umanità da parte di poche multinazionali, le quali, se non vi sarà una forte opposizione, determineranno in modo sempre più preciso chi dovrà consumare le sempre più scarse risorse del pianeta. In questo quadro diventa evidente che in un prossimo futuro, la coltivazione che oggi è attuata nei Paesi industrializzati, in terreni sempre più ristretti e sfruttati, a costi sempre più alti, potrà essere spostata nei Paesi del Terzo Mondo con la totale sicurezza dell’impossibilità di questi di ottenere l’autosufficienza in quanto i prodotti ottenuti dalle sementi “ad alto rendimento” hanno la caratteristica di essere volutamente ibridi, quindi non riutilizzabili per la semina.
Dobbiamo riconoscere che la ricchezza dei nostri Paesi è la conseguenza del più grande e barbaro sistema scientifico di oppressione e di sfruttamento dei due terzi dell’umanità; dove le decisioni, formalmente di molti, in realtà sono solo di pochi; viviamo in una situazione di spietata guerra economica che avviene sopra le nostre teste; nel perenne pericolo di cadere anche noi nella medesima situazione in cui abbiamo costretto quelli; viviamo in un sistema economico e politico responsabile di crimini contro l’umanità di cui mai nessuno prima d’ora si era macchiato in quantità così elevata ed estesa, ed il riscatto da questa situazione può avvenire solo attraverso la solidarietà fra tutti i popoli.

 


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