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Testi tratti da: “Come controllare la gente” di Torquato, Bertani Editore

 

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Su questo stesso argomento puoi leggere anche la pagina "Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia" di Friedrich Engels

 

 

La collaborazione sociale nella preistoria umana e la successiva nascita delle classi antagoniste

1) I primi raggruppamenti umani

Al giorno d'oggi, pochi sono i pensatori seri che negheranno che l'uomo(1) discende dal regno animale. Numerose opere di storia naturale, di biologia e di fisiologia, da Darwin in poi, hanno dimostrato che, per quanto riguarda la struttura ossea e muscolare, i sistemi respiratori, digerente, riproduttivo ecc., l'uomo è senza dubbio una parte del regno animale. Comunque a noi interessano non tanto le similarità fra l'uomo e gli altri animali, quanto le differenze.

Possiamo elencare le differenze principali fra l'uomo e il suo parente più prossimo, la scimmia di tipo scimpanzè. Sono: mani più versatili e prensili; gambe lunghe con piedi buoni per camminare e correre in posizione eretta; la capacità di parlare e quindi la comunicazione sociale; la capacità di copulare in qualunque momento dell'anno con virtualmente qualunque membro dell'altro sesso (cioè noi non abbiamo una stagione di «calore», né siamo, come vedremo qui sotto, fisiologicamente monogami); e infine una capacità elevata di attività scientifica, ossia razionale.

Ora, queste caratteristiche possono essere mortificate nella primissima infanzia. Un esempio sarebbe la pratica di legare i piedi alle bambine nella vecchia Cina, il che impediva ai loro piedi di svilupparsi. In pari modo se un bambino viene trattato in una certa maniera crescerà con un tale terrore del sesso da essere incapace di copulare con qualunque membro del sesso opposto in qualunque momento dell'anno. E ci sono stati dei casi di bambini cresciuti nella foresta da animali selvaggi che non svilupparono mai la capacità di parlare.

Sappiamo poco del milione o più di anni in cui l'uomo si evolse dai suoi antenati scimmieschi fino al momento in cui cominciò a lasciare degli scritti. Però sappiamo che il periodo della storia (scritta) è molto, molto breve (5.000 anni, e in molte parti del mondo ancora meno, anche 100 anni) se paragonato al periodo della pre-istoria umana. Se calcoliamo 4 generazioni (in media) al secolo, allora la storia della civiltà propriamente detta copre solo 200 generazioni circa, mentre la preistoria copre almeno 40.000 generazioni. Ora, è importante avere un'idea di ciò che è successo durante la preistoria, se vogliamo individuare come le caratteristiche di fondo dell'animale umano si svilupparono e distinguerle dalle sovrimposizioni culturali. Questo perché in 40.000 generazioni l'uomo subì un cambiamento evolutivo e genetico, che formò i suoi istinti fondamentali così come essi sono oggi; mentre qualunque evoluzione biologica subita durante il periodo di civiltà è, in paragone, trascurabile, primo a causa della estrema brevità di tempo in cui ha potuto operare, e in secondo luogo perché uno degli effetti della civiltà è stato di abbassare il tasso di mortalità e quindi arrestare praticamente il processo di selezione naturale.

Il processo della selezione naturale, per coloro che non hanno familiarità con la teoria di Darwin, è per l'essenziale il seguente: gli individui di una specie non sono assolutamente uniformi, come i manufatti prodotti in serie, ma hanno delle leggere differenze innate che trasmettono ereditariamente. Ora, in seguito a cambiamenti del loro ambiente naturale, ci sarà una tendenza, fra quelli meno capaci di affrontare le nuove condizioni, a morire, e a morire giovani, cioè prima di potersi riprodurre. I sopravvissuti saranno quelli più adatti a sopravvivere nelle nuove condizioni e trasmetteranno le loro caratteristiche ai loro figli.

Però il fatto che una capacità o un potenziale viene in pratica mortificato o represso non significa che non esiste in quanto caratteristica innata. I geni sono sempre là, anche se non hanno la possibilità di fiorire. Possiamo quindi definire le caratteristiche elencate sopra come «innate», poiché ognuna di esse è presente in ogni singolo appartenente alla specie. Fanno parte della nostra natura genetica ed ereditaria, e sono quindi inestirpabili dalla specie in un breve periodo di tempo. Chiaramente si evolsero attraverso migliaia e migliaia di generazioni di selezione naturale, e quindi altrettante generazioni sarebbero necessarie per sradicarle o modificarle significativamente.

Ora, le scimmie, e presumibilmente i nostri antenati, vissero sugli alberi. Per sfuggire agli animali feroci più grandi e più forti di loro, svilupparono la capacità di arrampicarsi rapidamente di ramo in ramo. Ciò significa che le loro zampe anteriori (e anche posteriori) diventarono sempre più capaci di curvarsi per meglio afferrare il ramo. Inoltre vissero in tribù con una rudimentale organizzazione sociale.

Circa uno o due milioni di anni fa i nostri antenati dovevano trovarsi davanti al fatto, dovuto forse a una delle epoche glaciali, che gli alberi stavano diventando sempre più scarsi: dovettero scendere a terra. E qui, essendo più lenti, più deboli e meno equipaggiati di zanne e unghie, si trovarono in serio svantaggio rispetto ai loro nemici - i grandi carnivori dell'epoca. Su che cosa si potevano appoggiare? Sul numero, e sulle loro mani maldestre. Se fossero stati animali solitari si sarebbero sicuramente estinti.

Ora, quando uno dei loro nemici -forse una tigre dai denti a sciabola- attaccava una tribù di scimmie costretta da poco a scendere dagli alberi, il primo impulso di queste era probabilmente quello di fuggire. Ma in questo modo il grande felino, essendo più veloce, ne catturava facilmente una, e la facilità della sua vittoria lo induceva a tornare di nuovo, fino a quando non aveva sterminato tutta la tribù. Quindi le tribù che avevano come unica tattica difensiva quella della fuga venivano eliminate. Sopravvivevano quelle che lanciavano degli oggetti contro il nemico, e non singolarmente (probabilmente avrebbero mancato il bersaglio) ma tutti insieme. Forse anziché lanciare degli oggetti si servivano di bastoni o di grandi ossa come estensioni per le loro mani deboli; comunque due cose sono certe: sopravvivevano quelle tribù che: a) usavano le mani per afferrare degli oggetti da usare come arma, e b) si difendevano non singolarmente ma come gruppo.

Una delle differenze fra le scimmie e gli uomini è che gli uomini posseggono un pollice che permette loro di maneggiare gli oggetti con una grande precisione, perché il pollice umano può essere contrapposto a ciascuna delle quattro dita; il pollice della scimmia non ha questa capacità.

Quindi la prensilità della mano, che una volta era servita per arrampicarsi di ramo in ramo, si sviluppò ora nella direzione di poter meglio afferrare e maneggiare gli oggetti. Quelle tribù che avevano questa capacità più sviluppata sopravvivevano più facilmente di quelle che l'avevano meno sviluppata. Questo deve essere, per l'essenziale, il modo in cui la mano umana arrivò a prendere la sua forma attuale.

Anche se un uomo moderno, equipaggiato con una mazza e delle pietre, potrebbe forse respingere una tigre o una bestia simile, un uomo scimmiesco appena sceso dagli alberi non avrebbe avuto nessuna possibilità da solo. Venti o trenta uomini scimmieschi, però, che picchiassero la tigre, seppur maldestramente, con i loro bastoni, o che la accogliessero con una grandine di pietre, seppure poco centrate, avrebbero avuto una possibilità molto migliore.

Quindi l'uomo si sviluppò come un animale sociale, co-operativo. Sviluppò L'ISTINTO DI SOCIALITÀ. Quegli uomini che avessero avuto delle tendenze solitarie venivano eliminati dalla selezione naturale. E l'istinto di socialità si manifestò come un senso d'angoscia negli individui ogniqualvolta si trovassero separati dai loro simili, angoscia che li spingeva a cercarli per riunirsi a loro, perché di fatto in quella situazione l'isolamento significava prima o poi la morte. Sopravvivevano solo quelli con un forte istinto solidale.

Questa circostanza, unitamente al bisogno di fare delle cose complicate insieme, portò allo sviluppo e al raffinamento dei grugniti scimmieschi, fino a diventare un sistema di comunicazione sempre più complesso - la parola. (E quindi di riflesso il pensiero, che altro non è se non una riflessione comunicabile della realtà nella mente del pensante).

Il secondo istinto che voglio esaminare è l'istinto sessuale, e le forze evolutive che possono aver contribuito a formarlo. Cioè dobbiamo vedere la probabilità se l'uomo preistorico era monogamo o meno, e quindi se si può dire che la monogamia sia un comportamento direttamente istintivo, e la gelosia sessuale altrettanto, oppure no.

Possiamo prendere come punto di partenza per questa indagine (che è per forza un lavoro simile a quello del detective, basato su indizi, vista la mancanza di testimonianze dirette) la domanda seguente: quanti adulti sarebbero necessari per respingere (con pietre e/o bastoni) uno degli animali che vagavano sulla terra in quei tempi? La risposta naturalmente dipenderebbe dalla grandezza del predatore, ma supponendola pressapoco uguale a quella di una tigre, penso che sei o otto adulti non sarebbero una stima troppo bassa. Ciò significa che l'unità di sopravvivenza umana minima sarebbe costituita da tre o quattro uomini, altrettante donne e relativi bambini. Probabilmente era più numerosa -dieci o venti o anche di più- e in ogni caso l'unità di sopravvivenza massima sarebbe costituita dal numero di persone capaci di vivere con ciò che il territorio offriva di nutrimento. Ciò che occorre dire, però, è che l'unità base non poteva assolutamente essere costituita dalla famiglia moderna di due soli adulti e relativi figli (e magari i nonni).

Ora, qualunque divisione interna al gruppo avrebbe indubbiamente indebolito la sua capacità di sopravvivenza e di resistenza. Esistono delle specie di animali in cui i maschi si danno battaglia fra di loro per il «possesso» delle femmine. Era questo il caso dell'uomo? In altre parole, la gelosia e la possessività sessuali sono delle caratteristiche innate oppure acquisite tramite la cultura?

Penso che possiamo escludere che siano innate, poiché nei tempi della preistoria non possono essere state di alcuna utilità ai fini della sopravvivenza - anzi avrebbero senz'altro contribuito a dividere ed a indebolire il gruppo se i maschi fossero stati periodicamente propensi a darsi battaglia fra di loro per il possesso delle femmine. Combattere le altre bestie più grandi e più forti richiedeva -con le misere armi allora disponibili- una tale coesione sociale da escludere qualunque rancore o odio o gelosia interna. Ora, la monogamia presuppone l'esclusività sessuale e quindi la gelosia, la competizione per le femmine più desiderabili, il risentimento e il rancore fra gli esclusi etc. Possiamo dunque desumere che la promiscuità e non la monogamia, era l'abitudine per tutto il periodo della preistoria, e che la monogamia è un fatto culturale e molto, ma molto più recente. Infatti è probabile che le attività sessuali comuni servissero a saldare l'unità del gruppo -cioè che ci fosse quello che oggi chiameremmo «amore» fra tutti i suoi membri. Visto che poi il tasso di mortalità era abbastanza alto, e considerata la lunghezza del tempo necessario perché il bambino raggiungesse la maturità, è inoltre probabile che i bambini venissero educati in comune da tutti i loro padri e madri.

Questa ipotesi è confortata dal fatto che alcune testimonianze su popoli primitivi esistenti in uno stato preistorico la confermano (Giulio Cesare sulla forma di famiglia presso gli antichi britanni, le ricerche del Morgan sui pellerossa, la famiglia «punalua» delle isole Sandwich, i costumi dei giliaki delle isole Sachalin alla fine dell'Ottocento, e altri(2). Inoltre, l'istinto possessivo presente in altre specie (ad es. i trichechi) può essere spiegato come possesso del territorio, e non della femmina in quanto tale. Cioè quando vi è una tendenza alla sovrappopolazione di una specie (e ciò non era il caso dell'uomo, poiché comporterebbe la mancanza del bisogno di combattere contro delle altre specie nemiche e potenti), allora la selezione naturale diventa interna alla specie e sopravvivono quegli individui che riescono a procurarsi il territorio necessario per vivere. Ora, il bisogno di territorio è più acuto nella stagione degli accoppiamenti e quando le femmine partoriscono, ed ecco perché in quella stagione assistiamo alle battaglie fra i maschi, con le femmine come apparente «premio» ai vincitori.

In altre parole, la conflittualità interna a qualunque specie è un lusso che si può permettere solo una specie dominante o una specie che ha sviluppato un metodo sicuro per sfuggire ai suoi predatori. L'uomo invece stava combattendo contro l'estinzione, e fino al momento in cui riusciva a costruirsi delle armi di sicura difesa contro i predatori, non godeva di quella sicurezza, né lo si poteva definire una specie dominante. Per più di un milione di anni, ripetiamo, la sua unica difesa era quella di restare unito con i suoi compagni e compagne.

Ricapitolando: l'uomo ha sviluppato due istinti, cioè tendenze innate, impresse nella sua genetica, che ci interesseranno d'ora innanzi:

a) l'istinto sessuale, ovvero la capacità fisiologica di eccitarsi sessualmente con quasi qualunque membro del sesso opposto in qualunque stagione dell'anno;

b) l'istinto di socialità, che si manifesta in un bisogno di essere accettati in qualche modo dalla società dei nostri simili.

 



Note

(l) A scanso di equivoci, uso questo termine per comprendere, ovviamente, anche la donna (ed i bambini).

(2) Si veda anche il capitolo seguente.

 

 

 


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