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IL CASO LYSENKO
I rapporti dialettici della natura e della società

Il razzismo è un concetto classista

La diversità tra gli individui è tale da rendere privo di significato il concetto di razza a livello genetico. Non esiste alcun «fondamento scientifico» per le teorie che attestano la superiorità genetica di un qualsiasi popolo su di un altro. Quelle che noi vediamo come differenze razziali, tra africani ed europei, per esempio, sono soprattutto adattamenti alle diverse condizioni climatiche, avvenuti mano a mano che gli uomini si spostavano da un continente all’altro. Inoltre, il luogo di nascita dell’umanità è l’Africa, che fu il punto di partenza delle prime migrazioni umane, e ciò dimostra che la separazione dal ramo africano è la più antica nell’albero genealogico dell’umanità. L’uso di teorie di provenienza biologica o genetica per dare copertura scientifica a politiche reazionarie non è un fenomeno nuovo, e tuttavia da una decina d’anni questo fenomeno ha avuto un’ampia diffusione, grazie alla tendenza generale dei governi occidentali di smantellare lo stato sociale e tutte le altre conquiste della classe lavoratrice. La legge del mercato - ovvero la legge della giungla - è tornata di moda. Ovviamente ciò vale anche per le università, che abbondano di personaggi sempre disposti a nuotare secondo la direzione prevalente della corrente, il che poi non arreca alcun danno alle loro carriere. Ci sono comunque molti accademici onesti che cercano di accostarsi ai loro studi con atteggiamento distaccato, oggettivo, ma sarebbe sicuramente ingenuo pensare che una persona, solo perché plurilaureata, sia immune dalle pressioni della società nella quale vive, che sia cosciente di questo o no.

La ricerca scientifica in tema di genetica ha dato la possibilità di identificare disfunzioni genetiche responsabili, ad esempio, del morbo di Huntington, della distrofia muscolare di Duchenne o di altre malattie determinate da fattori genetici; ciò non giustifica le frequenti dichiarazioni che in qualche misura attribuiscono ai geni la responsabilità di ogni sorta di comportamenti o della criminalità. Il determinismo genetico trova la causa di tutti i problemi sociali a livello della genetica.

Nel febbraio del 1995 si tenne a Londra una conferenza sul tema Genetica dei comportamenti criminali e antisociali. Dieci tra i tredici oratori provenivano dagli Stati Uniti dove, tre anni prima, il progetto di una conferenza dello stesso tipo, dai toni spiccatamente razzistici, non si era realizzato per le pressioni dell’opinione pubblica. Se da un lato il presidente del convegno, Sir Michael Rutter del London Institute of Psychiatry, aveva dichiarato che “non può esistere nulla di simile ad un gene della criminalità”, altri partecipanti, come il dott. Gregor Carey dell’Istituto di Genetica del Comportamento dell’Università del Colorado, sostennero pubblicamente l’opinione che fattori genetici, complessivamente, sarebbero responsabili del 40-50% degli atti di violenza criminale. Sebbene questi ammettesse l’impraticabilità di “trattare” la criminalità per mezzo dell’ingegneria genetica, altri si dicevano sicuri dell’esistenza di buone prospettive per lo sviluppo della ricerca su farmaci che potessero controllare l’eccessiva aggressività, una volta individuati i geni responsabili. Carey, ad ogni modo, suggerì che si mettesse in conto la possibilità di ricorrere all’aborto nei casi in cui test prenatali sul feto dimostrino l’attitudine genetica del neonato alla violenza e al comportamento antisociale.

È significativo sentire parlare disinvoltamente di comportamenti antisociali in una società che, basando la sua spinta propulsiva sulla ricerca del massimo profitto, pone gli uni contro gli altri in una incessante lotta alla sopravvivenza, incalzando l’aggressività competitiva e l’egoismo all’esasperazione, giustificando che tali attitudini sono parte geneticamente condizionata della “natura umana”! Nel dare una risposta a questa idiozia, ricordiamoci che il capitalismo e i valori che esprime si sono affermati da circa 200 anni, ma la storia dell’uomo documentata dalla scrittura ne abbraccia oltre cinquemila e lo sviluppo umano ha coperto un arco di centomila anni. La società umana, nella quasi totalità della sua esistenza, si è fondata sul principio della collaborazione. Infatti gli esseri umani non avrebbero potuto elevarsi sopra il livello delle bestie senza sviluppare tale capacità. Dunque la competizione, lungi dall’essere una componente essenziale della psiche umana, è un fenomeno relativamente recente nello sviluppo dell’umanità, reso possibile dalla sua suddivisione in classi e sviluppatosi quale riflesso di una società orientata alla produzione di merci, tale da stravolgere e pervertire la natura umana secondo linee di comportamento che nel passato sarebbero state screditate in quanto innaturali.

È fin troppo facile addossare la responsabilità della morale egocentrica del mercato ad un qualche fenomeno misterioso, quale i “nostri geni”. Le differenze culturali non sono causate da geni diversi, ma dalla storia sociale.

Il problema non è di natura “zoologica”, ma di classe!

I capitalisti competono tra loro e non esitano davanti a nulla pur di liquidare un concorrente: mentire, ingannare, speculare, ricorrere allo spionaggio industriale, all’insider trading (comprare titoli disponendo di informazioni riservate di un’azienda) e alle rapaci scalate in borsa, tutte azioni considerate normali nella pratica commerciale. Dal punto di vista della classe operaia le cose sono invece molto diverse; qui non si tratta più di morale individuale, ma di sopravvivenza sociale l’equivalente sociologico della formula della “sopravvivenza del più adatto”, dal momento che l’unica forza che la classe operaia può contrapporre ai padroni è quella dell’unità, cioè la forza della collaborazione.

Priva di organizzazione, la classe operaia non è altro che materia grezza da sfruttare. La necessità che i lavoratori hanno di unirsi per difendere i loro interessi è una lezione che deve essere appresa ripetutamente. L’egoismo o l’individualismo nel senso borghese del termine, è per la classe operaia autolesionismo. Ogni crumiro viene presentato dalla stampa borghese come un difensore della “libertà individuale”, proprio perché è preciso interesse dei padroni quello di atomizzare la classe operaia, ridurla alle sue singole unità costitutive e porle alla mercé del capitale. In questo caso, soprattutto, trova applicazione la legge dialettica secondo cui il tutto è superiore alla semplice somma delle parti. In modo consapevole o meno, chi presenta l’egoismo come un ideale o, in ultima analisi, come parte essenziale della “natura umana” ha preso una posizione ben definita nella lotta tra lavoro salariato e capitale, e non può lamentarsi se viene criticato perché porta acqua al mulino delle peggiori correnti conservatrici.

 


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