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Indice

 

IL CASO LYSENKO
I rapporti dialettici della natura e della società

Evoluzione biologica, cultura e genetica

Alla luce di quanto appena accennato e dalla lettura delle pagine seguenti, dovrebbe apparire evidente che le posizioni conservatrici e reazionarie del capitale, pur se intrise di pseudo scientificità non sono il frutto di errori o di casualità avulse dal sistema sociale nel quale avvengono, ma ne sono le colonne portanti necessarie per riprodursi. Sono modelli culturali e comportamentali divulgati con ogni mezzo (naturalmente tutti nelle mani dei più potenti) così come è stato diffuso il razzismo, che non è affatto un sentimento “innato” nell’uomo come si vuol far credere (e molti, infatti, credono), ma è una necessità “culturale” vitale per una società che deve crearsi un consenso fra i propri cittadini per poter effettuare impunemente anche il più bieco sfruttamento (o sterminio, secondo necessità) di altri popoli. Una cosa è certa: nessuno dei crimini che andremo a descrivere nelle prossime pagine può essere attribuito al materialismo dialettico, neppure per errore! Altro che “il caso Lysenko”!

Un indubbio esempio di uso reazionario della scienza è dato da chi sostiene che il comportamento degli esseri umani è determinato dai geni posseduti da ogni individuo e che, di conseguenza, l’intera società umana è governata dal risultato della somma dei comportamenti degli individui che la compongono. Questa sorta di guida genetica della vita umana è equivalente alle vecchie idee che si facevano scudo dell’espressione “natura umana”. Ancora una volta gli scienziati possono contestare che questa interpretazione non corrisponde a quello che essi vorrebbero esprimere, ma è un fatto che le loro dichiarazioni pubbliche traboccano di idee deterministiche e di geni “entità fisse inalterabili” tutti concetti ripresi molto volentieri dai peggiori reazionari. Per questi ultimi, infatti, le disuguaglianze sociali non sono belle, certo, ma purtroppo sono innate ed inalterabili; ad esse non si può ovviare con l’intervento sociale, poiché sarebbe quasi come “andare contro natura”! Un’idea del genere è stata perfino sostenuta da parte di Richard Dawkins nel suo libro The Selfish Gene (Il gene egoista), adottato come testo di studio nelle università nordamericane.

In realtà, il meccanismo evolutivo è condizionato dall’interrelazione dialettica tra i geni e l’ambiente, l’evoluzione umana ha sia una propria “natura”, che una propria “storia”, la materia prima, genetica, è posta in relazione dinamica (dialettica) con l’ambiente sociale, economico e culturale, ed è impossibile comprendere il processo evolutivo considerando isolatamente l’aspetto “biologico” o quello “culturale”, poiché esiste una stretta interrelazione tra di essi.

È stato dimostrato in modo esauriente che le caratteristiche acquisite (derivate dall’ambiente) non vengono trasmesse per via biologica. La tradizione culturale è trasmessa da una generazione all’altra solo per mezzo dell’esempio e dell’insegnamento. È proprio questa una delle caratteristiche fondamentali che distinguono qualitativamente la società umana dal resto degli animali, anche se alcuni elementi di tale processo sono riscontrabili anche nei primati superiori. Negare il ruolo dei geni nello sviluppo umano è impossibile, e ciò non è affatto in contraddizione con il materialismo. Ne conseguirebbe, dunque, che “tutto è nei geni”? A questo proposito citiamo le parole del noto genetista Theodore Dobzhansky:

“La maggior parte degli evoluzionisti contemporanei sono dell’opinione che l’adattamento di una specie al suo ambiente sia l’agente principale che sospinge e dirige l’evoluzione biologica (…). La cultura è tuttavia uno strumento di adattamento molto più efficace dei processi biologici che condussero al suo sorgere e al suo progredire; più efficiente fra l’altro, perché più rapido. I geni mutati si trasmettono solo ai discendenti diretti degli individui in cui apparvero per primi e, per sostituire i geni vecchi, i portatori dei nuovi debbono gradualmente superare per numero e soppiantare gli altri; il cambiamento di cultura, invece, può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dalla parentela biologica, o essere prese tal quale da altri popoli.“

I biologi distinguono le caratteristiche dell’organismo in due categorie: il genotipo, cioè il corredo genetico, e il fenotipo, ovvero le caratteristiche quali appaiono. Si tratta di un errore diffuso il considerare la relazione tra tali categorie come una relazione semplice di causa-effetto. Il genotipo, si dice, viene prima del fenotipo, perciò costituisce l’elemento cardine nell’equazione. Nasciamo con un determinato corredo genetico immodificabile e ciò decide il nostro destino in modo tanto certo quanto la posizione dei pianeti in astrologia. In realtà il genotipo, ovvero i geni che si trovano nel nucleo di ogni cellula, è più o meno fisso, se trascuriamo qualche mutazione casuale. Invece il fenotipo, ovvero l’insieme complessivo delle proprietà morfologiche, fisiologiche e comportamentali dell’individuo, non è fisso, bensì cambia costantemente nel corso dell’esistenza a causa dell’interazione tra il genotipo e l’ambiente e del fenotipo stesso con l’ambiente: in altri termini, è il prodotto dell’interazione dialettica tra l’organismo e l’ambiente. Se Albert Einstein fosse nato in un sobborgo povero di New York o in un misero villaggio dell’India, non c’è dubbio che il suo potenziale genetico avrebbe contato molto poco.

Gli studi di genetica forniscono la risposta conclusiva all’idealismo. Nessun organismo può esistere senza un genotipo e nessun genotipo può esistere al di fuori di un continuum spazio temporale, ovvero un ambiente. I geni interagiscono con l’ambiente nel dar vita al processo di sviluppo umano. Senza alcun dubbio se l’ereditarietà genetica fosse perfetta, non potrebbe esistere evoluzione, poiché l’ereditarietà è una forza conservatrice, un semplice meccanismo di autoriproduzione dell’esistente. Esiste, però, una contraddizione insita nei geni, nel caso in cui venga prodotta occasionalmente una copia imperfetta, cioè una mutazione. Tali casualità possono essere infinite, e la maggior parte di queste possono essere non solo inutili, ma addirittura dannose per l’organismo.

Una singola mutazione non può trasformare una specie in un’altra. Le informazioni contenute in ogni gene non restano lì isolate, ma entrano in contatto con il mondo fisico, nel quale vengono provate, elaborate, articolate e modificate. Se una particolare variante fornisce una proteina migliore di un’altra, in un dato ambiente, essa prospererà soppiantando le altre. Ad un determinato stadio dell’evoluzione, variazioni anche di minima entità raggiungono un livello qualitativamente significativo, così da creare una nuova specie.

Il ruolo dei codice genetico è cruciale nello stabilire la “struttura” dell’essere umano, mentre l’ambiente agisce nella formazione del comportamento e della personalità; i processi non sono isolati, ma si completano dialetticamente per produrre l’individuo con le sue caratteristiche peculiari. Non possono esistere due persone identiche.

 

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