Ritorna alla pagina iniziale Ritorna alla pagina iniziale

Indice

 

 
IL CASO LYSENKO
I rapporti dialettici della natura e della società

Il ruolo globale del materialismo dialettico nella scienza Sovietica

Oltre a non avere nessun fondamento la tesi secondo la quale il materialismo dialettico avrebbe soffocato la ricerca scientifica in URSS, essa addirittura stravolge completamente i fatti, perché non vi è alcun dubbio sul progresso senza precedenti nella cultura, nell’istruzione e nella scienza in Unione Sovietica (nonché nella produzione), che divenne punto di riferimento non solo per il movimento operaio internazionale, ma per i migliori intellettuali e scienziati occidentali.

Stephen Jay Gould, che ha fornito un importante contributo alla teoria dell’evoluzione corrente, è uno dei pochi scienziati dell’occidente che hanno apertamente riconosciuto il parallelo tra la sua teoria degli “equilibri punteggiati” e il materialismo dialettico.

Nel suo libro Il pollice del panda, ha scritto quanto segue:

“Se il gradualismo rappresenta un prodotto della cultura occidentale, piuttosto che un fatto di natura, allora dovremo cercare una nuova filosofia del cambiamento per allargare il nostro orizzonte oltre i confini del pregiudizio. In Unione Sovietica, ad esempio, gli scienziati si basano su di una teoria del cambiamento completamente diversa: le cosiddette leggi della dialettica riformulate da Engels sulla filosofia di Hegel. Le leggi della dialettica hanno molto in comune con il concetto di equilibrio per punti. Esse parlano ad esempio della «trasformazione di quantità in qualità». Questo potrebbe apparire confuso, ma suggerisce che i cambiamenti avvengono attraverso grandi salti in seguito ad una lenta accumulazione di sforzi a cui il sistema oppone la sua resistenza fino a che non ha raggiunto il punto di rottura. Scaldate l’acqua e alla fine essa bollirà; opprimete i lavoratori e dai e dai scoppierà una rivoluzione. Eldredge ed io siamo rimasti affascinati dalla scoperta che molti paleontologi sovietici sostengono un modello molto simile ai nostri equilibri punteggiati.”

Paleontologia e antropologia sono, dopo tutto, separate solo da una sottile parete dalle scienze storiche e sociali, e questo ha implicazioni politiche potenzialmente pericolose per i difensori dello status quo. Come osservò Engels, più ci si avvicina alle scienze sociali, meno obiettivi e più reazionari essi diventano. È dunque un buon segno che Stephen Gould si sia avvicinato così tanto a un punto di vista dialettico, nonostante la sua ovvia cautela.

Il biologo russo Aleksandr Ivanovic Oparin nel 1924 scrisse il saggio scientifico Origine della vita. L’opuscolo fu il primo tentativo di approccio moderno all’argomento, che aprì un nuovo capitolo sulla comprensione della vita. Non fu un caso che, come materialista dialettico, Oparin studiò il problema da una prospettiva originale. Era un inizio coraggioso, all’alba della biochimica e della biologia molecolare.

Dello studio di Oparin, Isaac Asimov scrive:

(...) in esso il problema dell’origine della vita per la prima volta veniva considerato dettagliatamente da un punto di vista completamente materialista. [Poiché l’Unione Sovietica non è ostacolata dagli scrupoli religiosi ai quali l’Occidente si sente vincolato, questo, forse, non ci deve sorprendere.]
(la parte fra parentesi quadre si trova nell’edizione inglese del testo di Asimov, ma non nella versione italiana! Che in un paese cattolico come l’Italia non si possa ammettere che l’ateismo in Unione Sovietica abbia contribuito allo sviluppo della scienza?)

Ma vediamo nell’ambito della pedagogia, l’approccio del materialismo dialettico in URSS e poi confrontiamolo con quello sviluppatosi negli USA.

Il grande pedagogo sovietico Vygotsky non credeva affatto che l’insegnante dovesse operare un rigido controllo su cosa esattamente i bambini stessero imparando. Come Piaget, egli considerava l’attività svolta dai bambini la parte centrale della loro educazione. Invece di “incatenare” i bambini ai banchi, dove essi meccanicamente cercano di imparare cose che per loro non hanno nessun senso, Vygotsky sottolineava il bisogno di un autentico sviluppo intellettuale. Ma questo non può essere concepito in un vuoto sociale. In una società autenticamente socialista, l’istruzione verrebbe legata all’attività creativa pratica sin dall’inizio, rompendo così le avvilenti barriere tra lavoro intellettuale e manuale. In molti modi, Vygotsky era in anticipo sul proprio tempo. I suoi metodi educativi mostravano una grande immaginazione, per esempio, nel permettere ai bambini di imparare l’uno dall’altro: Vygotsky dichiarava di usare un bambino più avanzato per insegnare a un bambino rimasto indietro. Per molto tempo questo venne usato come base di un’istruzione marxista egalitaria nell’Unione Sovietica. Il principio socialista era che tutti i bambini lavoravano insieme per il bene di tutti, invece di quello capitalista in cui ogni bambino tenta di avere più benefici possibili dalla scuola senza contribuire per nulla. Il bambino più brillante aiuta la società aiutando il bambino meno brillante, dato che quest’ultimo sarà più utile alla società avendo imparato a leggere e scrivere piuttosto che diventando un adulto analfabeta. Vygotsky sosteneva che questo atto non presuppone un sacrificio da parte del bambino più avanzato; spiegando e aiutando altri bambini, anche lui poteva arrivare a una comprensione molto più profonda del suo proprio sapere, su linee metacognitive. E insegnando un argomento, consolidava il proprio sapere.

Vygotsky, attraverso l’interpretazione del materialismo dialettico applicato alla pedagogia sosteneva che:

“Il processo di crescita non è una progressione lineare dall’incapacità alla capacità; perché un neonato possa sopravvivere, deve essere capace di farlo come neonato, non come versione, ridotta nella taglia, dell’adulto che diventerà. Lo sviluppo non è un processo meramente quantitativo, ma un qualcosa di più complesso in cui si hanno trasformazioni qualitative: dal succhiare al masticare cibi solidi, per esempio, o dal comportamento sensomotorio a quello cognitivo.“

Solo gradualmente, dopo un periodo lungo e difficile di correzione e apprendimento, il bambino smette di essere una matassa di sensazioni e di ciechi appetiti, un essere indifeso, acquista coscienza e si emancipa. È proprio questa aspra lotta per passare dall’inconscio al conscio, dalla completa dipendenza dall’ambiente al dominio su di esso, a suggerirci l’idea dell’evidente parallelismo esistente tra lo sviluppo del singolo bambino e quello della razza umana. Sarebbe sbagliato, naturalmente, pensare che il parallelismo individuabile sia strettissimo, dato che ogni analogia è valida solo entro limiti definiti. Ma è difficile negare la conclusione che tali parallelismi nei fatti esistano, almeno riguardo taluni aspetti: dal più basso al più alto, dal semplice al complicato, dall’inconscio al conscio sono infatti movimenti che ricorrono continuamente nello sviluppo della vita.

Forse che soltanto pochi di noi sono in grado d’imparare a muoversi oltre i confini del senso comune, e ad agire con successo in tale direzione? Io ne dubito. Mentre può avere un certo senso il supporre che ognuno di noi possieda un certo «potenziale intellettuale» geneticamente determinato (e in tal caso gli individui sarebbero sicuramente diversi sotto questo aspetto come in altre cose), non c’è motivo di credere che la maggior parte di noi - o ognuno di noi, se vogliamo - non riesca ad avvicinarsi all’attuazione di quanto noi siamo capaci di fare. E non è nemmeno certo che abbia molto senso il ragionare nei termini di limiti massimi. Infatti, come fa osservare Jerome Bruner, vi sono strumenti della mente, come strumenti delle mani, e in entrambi i casi lo sviluppo di un nuovo strumento potente comporta la possibilità di liberarsi dalle vecchie limitazioni. Secondo una linea di pensiero simile, David Olson dice: «L’intelligenza non è qualcosa che noi abbiamo, ed è immutabile; è qualcosa che noi coltiviamo agendo per mezzo di una tecnologia, o qualcosa che noi creiamo inventando una nuova tecnologia».

E in questa categoria di strumenti oggi vi rientrano anche i prodotti della cosiddetta realtà virtuale, che purtroppo, molto spesso, sono solo sofisticati (e a volte frivoli e dannosi) giocattoli, ma che hanno un potenziale incredibile, non solo per la produzione e la progettazione, ma anche per l’istruzione. Tutto dipende da chi ne detiene la gestione.

Dunque, se il socialismo può sbagliare (e ciò è certamente vero e non ne avevamo alcun dubbio), l’errore, per quanto grave, avviene nell’ambito dialettico delle contraddizioni che muovono le cose: esso non è voluto dalla filosofia del materialismo dialettico! E dagli esempi sopra descritti emerge l’innegabile evidenza di questo. Diversa è la situazione che si presenta nella realtà capitalista, retta da una filosofia completamente diversa, dalla quale discendono proprie leggi e regole che travalicano l’eventuale volontà dei suoi operatori: il capitalista che sfrutta il lavoro salariato, vi è “costretto” come tale (indipendentemente dalla sua personale volontà) dalle leggi spietate della concorrenza. Non può effettuare una “libera” scelta al di fuori o al di sopra del contesto in cui opera, altrimenti come capitalista verrebbe sopraffatto e quindi per la propria sopravvivenza (come singolo, come classe, e per il potere economico e politico che la sua società gli promette), si trova costretto-disposto all’accettazione delle imprescindibili regole che arrivano perfino, quando ciò diventa necessario, ad imporgli di perpetrare ogni genere di infamia contro l’umanità e ad organizzare “scientificamente”, pur tra molte contraddizioni, tutta l’impalcatura ideologica, filosofica e pseudoscientifica necessarie per la perpetuazione della sua oppressione di classe al resto dell’umanità.

In definitiva, se esiste la possibilità che il materialismo dialettico possa essere utilizzato in modo strumentale e quindi contro gli interessi dell’umanità che dovrebbe tutelare, questo avviene nell’ambito delle possibilità come un errore; il capitalismo invece, attraverso le proprie regole di competitività e individualismo, finalizzate all’accumulo illimitato di potere e ricchezza personali, è di per sé stesso criminogeno, ovvero generatore di criminalità! Ma torneremo su questi aspetti in un altro documento.

 


Puoi stampare la presente pagina facendo click sulla stampante

[testo contenuto nel sito http://www.homosapiensplus.altervista.org]