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Indice

 

 
IL CASO LYSENKO
I rapporti dialettici della natura e della società

La dialettica subì la medesima deformazione della genetica

Fin dall’inizio il materialismo dialettico aveva cercato di proporsi come lo strumento teorico volto ad assecondare il movimento di contraddizioni e le tensioni che inevitabilmente sorgono all’interno delle diverse pratiche e nei loro rapporti reciproci, allo scopo di trarre da essi tutte le dovute lezioni e prenderne lo spunto per dare il via a nuove analisi. Nato come uno strumento volto a mantenere la tensione fra le pratiche sociali e teoriche esistenti, la loro critica e le prospettive nuove, esso doveva subire l’amara sorte di venire utilizzato come mezzo per spegnere ogni tensione e, con essa, ogni contributo critico, ogni dibattito libero e aperto.

Deformazione, come si vede, così radicale e profonda nei confronti del materialismo dialettico, così come la violenza del tutto analoga a quella che subì la genetica e che subirono altre scienze.

Solitamente la lotta senza quartiere condotta in Unione Sovietica contro la genetica viene fatta risalire alla sottovalutazione, ch’essa avrebbe operato, dell’influsso dell’ambiente esterno sullo sviluppo degli organismi. Questa sottovalutazione sarebbe da considerare rovinosa per la teoria marxista in quanto, come osserva in proposito Eugène Faucher,

“il progetto marxista‑leninista mira a creare un Uomo Nuovo, spontaneamente altruista e disinteressato: ma questo progetto diviene plausibile solo se può basarsi sul postulato dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, perché soltanto in questo caso un ambiente socialista può favorire l’apparizione dell’uomo socialista. Se ci si muove nell’ambito del mendelismo, al contrario, l’uomo di Stato può nutrire soltanto l’ambizione, assai più modesta, di mobilitare determinate riserve genetiche mantenute in letargo dall’ineguaglianza sociale.“

Se questa fosse la spiegazione sarebbe poi difficile arrivare a capire i motivi della lotta, ugualmente aspra anche se, indubbiamente, con conseguenze meno tragiche, condotta contro la teoria della relatività, la meccanica quantistica e altre teorie scientifiche lontane da una diretta relazione con il problema del rapporto uomo-ambiente. La verità, come ci mostrano piuttosto chiaramente i passi di Lysenko citati, è invece un’altra: quello che non soddisfa e spaventa, nella genetica, è piuttosto il ruolo che in essa assumono il caso e le leggi statiche. Così si spiega perché una condanna, operata a partire da questa motivazione, doveva poi finire fatalmente per coinvolgere anche le ultime acquisizioni della fisica, contrassegnate dalla medesima linea di sviluppo. Il nemico da battere, l’elemento «estraneo» che bisognava eliminare dalla ricerca scientifica era la casualità.

Indubbiamente un’impostazione di questo tipo, come del resto traspare chiaramente dalle stesse parole di Lysenko, era in parte dovuta alle esigenze concrete di disporre di una teoria dagli aspetti applicativi immediati, che orientasse e guidasse la pratica di fronte ai tremendi compiti che i bisogni sociali imponevano. In essa svolgeva quindi un ruolo importante quella concezione prettamente strumentalistica della scienza, su cui si è già avuto modo di attirare l’attenzione.

Ma c’era poi anche un’altra ragione, di carattere più squisitamente politico. Come si è detto, in quel periodo, il materialismo dialettico, da strumento volto ad assecondare lo sviluppo delle tensioni e contraddizioni emergenti dalla sfera della pratica, allo scopo di costruire un nuovo equilibrio meglio rispondente ai bisogni del momento, si era gradualmente trasformato in un mezzo di controllo di quelle stesse contraddizioni e tensioni. Ora è chiaro che per svolgere questa funzione in maniera realmente efficace esso doveva riuscire a proporsi come metodo atto a favorire una autentica, cioè rigorosa e «ordinata», programmazione del futuro.

Da concetto scientifico, avente una sua precisa validità in un ambito ben determinato e circoscritto, la «programmazione» si veniva così pian piano trasformando in categoria filosofica generale, tesa a postulare la possibilità, anzi, la necessità di una irreggimentazione e di un controllo dei fatti e delle spinte sociali. A partire da qui si può forse cercare di spiegare i motivi dell’accanimento, della violenza con cui si combatteva l’introduzione del concetto di «caso» nella scienza: la paura dell’«imprevisto», del «nuovo», del «diverso» insomma spingeva a combinare insieme, in un intreccio difficilmente risolubile, lotta politica e battaglia contro istanze scientifiche che apparivano eccessivamente «critiche», portatrici di una pericolosa dose di «fluidità».

Tutto ciò ci aiuta a capire, nella sua paradossalità, l’amaro destino che la ricerca scientifica ebbe nella società sovietica di quegli anni. Inizialmente, come abbiamo visto a proposito dei dibattiti sulla pianificazione economica, la «scienza» venne criticata in quanto portatrice di esigenze di eccessiva rigidità, di una troppo docile sottomissione ai «fatti», di un troppo marcato rispetto delle norme, di una troppo disciplinata adesione a «leggi» che pretendevano di avere un significato e una validità assoluti. Queste sue presunte caratteristiche mal si conciliavano con la spinta rivoluzionaria, con la tendenza ad assecondare quegli impulsi volontaristici che si riteneva potessero e dovessero essere in grado di piegare la tirannia della cosiddetta forza delle cose.

Poi, proprio mentre la scienza, attraverso nuovi processi in corso, ad esempio in genetica e nella fisica delle particelle subatomiche, acquisiva una dimensione più critica, si liberava sempre più di quelle incrostazioni positivistiche che avevano portato a vedere nelle sue leggi qualcosa di intangibile, un prototipo di conoscenza perfetta che avrebbe potuto subire ritocchi solo nel senso dell’estensione quantitativa, ma non in direzione di un approfondimento capace, magari, di ristrutturare i termini delle questioni già affrontate e «risolte», le spinte rivoluzionarie e gli impulsi volontaristici, nella società sovietica, venivano a perdere il loro potere di suggestione. Le esigenze della ricostruzione imponevano di affidarsi a strumenti meno duttili di quelli che tali impulsi potevano consentire e, d’altra parte, la volontà politica di controllare e disciplinare le spinte sociali induceva a orientarsi verso una difesa senza concessioni dell’oggettività e della piena capacità produttiva delle leggi scientifiche.

Queste preoccupazioni ed esigenze di controllo dei fenomeni della vita sociale spingevano verso una concezione della scienza e delle sue leggi di certo assai più vicina alle posizioni del materialismo meccanicistico che non a quelle del materialismo dialettico. La circostanza, del resto, era stata giustamente messa in rilievo da B. M. Zavadovskij nel corso della sessione della VASHNIL del 1948:

“Nelle opere di Lysenko si possono rilevare diversi passaggi dove egli afferma esplicitamente e in tutta chiarezza di non accettare la categoria di caso come una forma di legge riconosciuta dalla dialettica materialistica... Come bisogna intendere tale fatto? Perché, in fin dei conti, noi desidereremmo venir convinti onestamente che Lysenko non vuole obbligarci a mutare da cima a fondo il nostro modo di concepire la dialettica materialistica. Nei suoi interventi ci imbattiamo in una completa negazione della casualità. Ora noi impariamo l’a b c del marxismo nelle opere dei classici del marxismo‑leninismo, i quali ci insegnano a ragione, a considerare il caso come una forma di manifestazione delle leggi naturali. Tutti questi elementi fanno emergere contraddizioni inconciliabili e provocano un’accentuata confusione nella società sovietica: e tali difficoltà non possono essere risolte ricorrendo a mezzi d’intervento del tipo di quelli che si sono registrati qui. Esse esigono un esame più serio e approfondito e un aiuto fraterno nei confronti di coloro che stanno seguendo una falsa strada.“

Sulla legittimità e pertinenza di queste osservazioni di Zavadovskij sarebbe estremamente difficile nutrire dubbi: per farlo bisognerebbe proprio chiudere gli occhi di fronte a diversi passi particolarmente espliciti, del tipo di questo, ad esempio, tratto dalla Dialettica della natura, in cui Engels scrive:

“Un’altra opposizione in cui è impigliata la metafisica è quella di casualità e necessità. Che cosa può esser in contraddizione più acuta di queste due determinazioni del pensiero? Com’è possibile che l’una e l’altra si identifichino, che il casuale sia necessario e il necessario a sua volta casuale? Il senso comune, e con esso la grande maggioranza degli scienziati, tratta necessità e casualità come due determinazioni che si escludono l’un l’altra una volta per tutte. Una cosa, un rapporto, un processo, o è casuale o è necessario, ma non l’una e l’altra cosa insieme. Ambedue sussistono quindi l’una accanto all’altra nella natura; essa contiene ogni sorta di oggetti e di processi, dei quali gli uni sono casuali, gli altri necessari; il problema è soltanto quello di non confondere i due tipi tra di loro. E dopo di ciò si dichiara che unicamente il necessario ha interesse scientifico, e che il casuale è indifferente alla scienza... Cioè, tutto ciò che si può ricondurre a leggi generali passa per necessario, e ciò che non sì può, per casuale. Ognuno vede che questa è scienza della stessa specie di quella che spaccia per naturale ciò che riesce a spiegare e si libera di ciò che per essa è inspiegabile attribuendolo a cause soprannaturali; rimane completamente indifferente per la sostanza della cosa il fatto che io chiami caso la causa dell’inspiegabile o che la chiami Dio. Tutt’e due le espressioni sono un modo di dire: io non so, e non appartengono perciò alla scienza. Quest’ultima cessa, là dove viene a mancare il nesso necessario.“

 


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