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Indice

 

 
IL CASO LYSENKO
I rapporti dialettici della natura e della società

La polemica diventa uno scontro durissimo

Tra il 1936 e il 1939 la polemica raggiunse il suo culmine, assumendo aspetti di particolare interesse dal punto di vista del problema che stiamo trattando. Dal 19 al 27 settembre 1936 si svolse la IV sessione dell’Accademia di scienze agrarie Lenin che riunì un gran numero di ricercatori e di esperti in selezione e coltivazione. Le posizioni dei genetisti, in quella occasione, furono difese con particolare vigore da A.S. Serebrovskij e N.P. Dubinin.

Il primo, pur non sottovalutando i successi conseguiti da Lysenko nel corso della sua attività e mostrando di apprezzare soprattutto la stretta connessione, da lui sempre tenuta presente, tra teoria e pratica, dichiarò che, tuttavia,

“bisogna denunciare il fatto che la pur giusta e necessaria critica, che avrebbe dovuto tendere a istituire una corretta organizzazione delle pratiche di selezione e ad aiutarci a trovare la corretta funzione della genetica nell’ambito di tali attività pratiche, nonché a individuare le condizioni necessarie per il suo ulteriore sviluppo, ha spesso assunto forme del tutto inaccettabili e contrarie a ogni logica. Nella nostra agronomia e allevamento ha di nuovo ripreso quota il lamarckismo, tendenza arcaica, obiettivamente retrograda e per questo dannosa. Sotto la copertura di slogan che pretenderebbero di essere rivoluzionari e di combattere “contro la genetica borghese” “per l’autentica genetica sovietica” e “per il ristabilimento della vera teoria darwiniana” noi assistiamo a un furioso attacco contro i maggiori successi della scienza del XX° secolo e al tentativo di proiettarci indietro di almeno mezzo secolo. Per quanto buone e nobili possano eventualmente essere le intenzioni che hanno guidato la maggior parte dei nostri avversari, dobbiamo dire che la loro crociata, indirizzata lungo una via del tutto scorretta, costituisce sotto molti aspetti una semplice campagna scandalistica che sta già arrecando un notevole danno alla nostra economia, se non altro perché disorienta la parte non sufficientemente ferma e ben determinata della nostra gioventù. “

Proseguendo nella sua requisitoria, Serebrovskij osservò ancora che:

“le affermazioni secondo le quali la teoria dei cromosomi è una sciocchezza e il mendelismo un’assurdità non rappresentano affatto una “rivoluzione scientifica” ma sono soltanto il risultato di un’insufficiente conoscenza dei fatti e dell’incapacità di trarre le dovute conclusioni dai dati disponibili. A quelle ampie masse, che non hanno ancora avuto la possibilità di prendere conoscenza di tutti i materiali della genetica, occorre in tutti i modi cercare di spiegare tale teoria. Ma a colui che non si dà la pena di studiare a fondo il ricchissimo materiale accumulato dalla scienza, che è lì pronto per essere consultato e utilizzato, e ciò nonostante si arroga il diritto di considerarlo “controverso e discutibile” occorre ricordare quella rispettabile dama che andava ripetendo: “Astronomia, astronomia, che cosa sia l’astronomia, non è dato di sapere!”. Ma dal fatto che tale nobile dama non sapesse che cosa sia l’astronomia, non discende assolutamente che il movimento della Terra attorno al Sole ed altre conquiste di quella scienza siano controverse e discutibili.“

Dubinin, per parte sua, rilevò che la discussione a cui si stava assistendo non dava l’impressione di una controversia tra posizioni scientifiche contrapposte, ma ugualmente fondate e argomentate, bensì faceva pensare piuttosto al tentativo di «ficcare un berretto da buffone sulla testa di una scienza seria e rispettabile». Certo, occorreva riconoscere che anche alcuni genetisti avevano commesso non trascurabili errori di carattere scientifico o filosofico, che in particolare non pochi di essi avevano peccato di unilateralità. Ma - egli concludeva - non bisogna trarre da questo fatto conclusioni sbagliate.

“La scienza, ovviamente, è fatta dagli uomini, ma essa non si identifica con gli uomini. Il fatto che alcuni eminenti genetisti abbiano commesso e magari continuino a commettere degli errori non significa affatto che i fondamenti della genetica in qualche modo, siano viziosi e da rigettare... Noi dobbiamo certamente depurare la genetica da diverse posizioni erronee... In particolare è necessario condurre una seria lotta per l’affermazione delle concezioni e dei princìpi del materialismo dialettico nella teoria e nella pratica della genetica. Occorre, altresì, lottare per un darwinismo conseguente, di cui l’odierna genetica costituisca una delle parti integranti.“

Nel 1939 si ebbero due tappe importanti del dibattito: la seduta dell’ufficio regionale della sezione del lavoro scientifico del VIRV, tenutasi in marzo, e la discussione sui problemi della genetica, organizzata dalla rivista «Pod znameniem marksizma», che si svolse invece dal 7 al 14 ottobre. Nel corso della riunione al VIRV Vavilov tenne un discorso che offre lo spunto per diverse considerazioni:

“Un grave difetto specifico della nostra situazione è la discordia che si verifica attualmente nella scienza. Si tratta di una questione complessa. Noi siamo una istituzione molto ampia, che abbraccia l’immensità della scienza, il problema dei prodotti della coltivazione, la loro distribuzione, la loro introduzione nella pratica, la preparazione del terreno alla produzione agronomica, eccetera. La questione non riguarda tutta questa enorme quantità di cose, riguarda solo la genetica; ma questo è ora un argomento d’attualità, dato che i nostri concetti si sono ampliati di molto. Naturalmente, come sempre accade nella scienza, la soluzione ci verrà dalla sperimentazione diretta, dai fatti, ma questa è una operazione a lungo termine, specialmente nel nostro campo della coltivazione delle piante... Occorre dire che questo contrasto è molto serio. Io non posso entrare nei dettagli qui; dirò semplicemente che esistono due posizioni, quella dell’Istituto di Odessa e quella del VIRV. Si deve osservare che la posizione del VIRV è anche quella della scienza contemporanea mondiale, e che indubbiamente è stata sviluppata non dai fascisti, ma da comuni lavoratori progressisti... E se noi avessimo qui un uditorio composto dai più eminenti coltivatori, pratici e teorici, io sono certo che essi avrebbero votato con il vostro obbediente servitore, e non con l’Istituto di Odessa. Questo è un argomento complesso: e non può essere risolto con un decreto, neppure se venisse emanato dal Commissariato per l’agricoltura. Noi andremo al rogo, moriremo bruciati, ma non rinunceremo alle nostre convinzioni. Io vi dico, con tutta franchezza, che credevo, e credo ancora, e insisto sul fatto che quello che credo è giusto, e non solo credo ‑ perché nella scienza fare delle cose un articolo di fede è una sciocchezza ‑ ma dico anche quello che so sulla base di una vasta esperienza. Qui si tratta di un fatto, e ritrarsene semplicemente perché lo desidera qualcuno che occupa posizioni elevate è impossibile... La situazione è tale che, qualunque libro straniero prendiate, esso si pronuncia in senso contrario ai precetti dell’Istituto di Odessa. Ordinerete voi che questi libri vengano bruciati? Noi non lo tollereremo. Con tutte le nostre forze noi seguiremo quello che accade nella scienza progressista mondiale. Noi ci consideriamo sinceri darwinisti, perché il problema di conquistare le ricchezze del mondo, le risorse agrarie mondiali create dall’umanità, può essere risolto soltanto da questo punto di vista, e non ci lasceremo turbare dalle ingiurie di persone irresponsabili.“

Si trattava, come si può ben vedere, di un estremo, appassionato tentativo di ripristinare la linea indicata da Lenin. Alla base di esso stava la profonda consapevolezza che nessuna questione scientifica può venir risolta a colpi di «decreti comunisti», per quanto dall’alto essi provengano. Ma l’aspetto più importante della posizione qui espressa da Vavilov sta nella netta coscienza dell’impossibilità di giudicare la bontà delle teorie scientifiche sulla base dei risultati delle loro applicazioni immediate. La scienza è qualcosa di più della tecnologia, é qualcosa di più delle risultanze pratiche a cui conduce, la scienza è conoscenza della natura, «presa sulla realtà», elaborazione teorica capace di fornirci la sola attendibile immagine del mondo in cui viviamo: per questo essa fornisce spiegazioni la cui valutazione è, e non può che essere, un’operazione a lungo termine, un paziente lavoro di vaglio delle informazioni che esse forniscono di parziali rettifiche, di continui aggiustamenti tesi a una sempre maggiore approssimazione allo stato effettivo dei fenomeni indagati. Pretendere di sciogliere d’incanto questi nodi non è un atteggiamento scientifico, è voler fare della magia, innestare una corrente di acritico volontarismo nello studio di fatti che esigono rigore, stretta adesione a metodi ben precisati in tutte le loro componenti. La posta in gioco non è il semplice destino di una teoria, sia pure importante, come la genetica: la posta in gioco è la sorte della ricerca scientifica nel suo complesso. Se si fa della scienza un articolo di fede, se si abbandona quel minimo di «professionalità», di «specialismo» di «conoscenza dei termini di un problema» che, solo, può autorizzare a prendere posizione nell’ambito di essa e a giudicare della correttezza o meno delle sue acquisizioni, si finisce con l’appiattire ogni differenza fra scienza e ideologia, fra scienza e religione, addirittura fra scienza e ciarlataneria. Basta conoscere anche solo un poco le opere di Marx, quelle di Engels e di Lenin, per rendersi conto che non è certo questa la via da loro indicata. Basta pensare alla coscienziosa applicazione, all’intenso studio dei termini di ogni problema su cui si doveva prende posizione, di cui ciascuno di essi ha dato più di una prova, per capire che dilettantismo, i giudizi avventati, la fretta e l’approssimazione non sono mai state le bandiere sotto le quali il marxismo ha scelto di combattere le proprie battaglie. Così come non è dietro l’equiparazione della scienza a una suppellettile o a una macchina da giudicare sulla base della bontà degli usi che consente, che i classici del marxismo si sono trincerati nel momento in cui dovevano discutere di scienza e valutare la correttezza di un’ipotesi scientifica. Questo non vale solo per Lenin o per Engels, come potrebbe far piacere pensare a qualche fautore della «opportunità» di scindere il materialismo storico da quello dialettico, per non far gravare anche sul primo le «colpe» del secondo. Questo vale anche per Marx, il quale si è sempre curato di sottolineare il carattere sottilmente funzionale alla logica del capitalismo della riduzione della scienza ai suoi aspetti applicativi.

Lysenko, per tutta risposta, fece riferimento, senza mezzi termini, all’idea di una nuova genetica, edificata sulla base delle idee di Micurin, che doveva permettere di superare le posizioni dei «nipotini» di Mendel:

“i mendelisti-morganisti, rappresentanti della genetica “classica” (ma di quale classe si tratti, questo non viene detto), negli ultimi tempi si sono dedicati solo alla speculazione. Essi proclamano che i critici del mendelismo distruggono la genetica: non vogliono riconoscere che la sola, autentica genetica è costituita dalla teoria di Micurin... Bisogna proprio essere in cattiva fede o, perlomeno, non rendersi conto di ciò che si dice, per poter sostenere che Lysenko, Prezent e gli altri, che tengono in così alta considerazione la teoria di Micurin, distruggono la genetica. La verità è che noi, seguaci di Micurin, prendiamo posizione non contro la genetica, ma contro il ciarpame e le falsificazioni nella scienza e rifiutiamo le asserzioni forzate e i princìpi puramente formali del mendelismo-morganismo. La genetica d’indirizzo sovietico, che noi apprezziamo e che decine di migliaia di specialisti e di addetti all’applicazione pratica degli sunti teorici continuano a sviluppare, è la dottrina di Micurin. Quanto magri sono i progressi che questa genetica compie (e per quel che riguarda la scienza io sono un immodesto, e perciò dichiaro con orgoglio, che i successi conseguiti sono tutt’altro che pochi), tanto più difficile diviene per i mendelisti-morganisti mascherarsi sotto la scienza con falsificazioni d’ogni genere.“

E per quanto alla fine del suo discorso Lysenko invitasse i «mendelisti» a cessare la contesa, dichiarando che «tanto, per quante discussioni si facciano, io non mi convertirò mai alle vostre opinioni», da tutto il senso del suo intervento appariva chiaro che egli non intendeva affatto associarsi a quei propositi di «coesistenza», che venivano invece enunciati da Vavilov e dai suoi.

Il dato più rilevante e interessante di questo intervento di Lysenko è il costante richiamo agli «specialisti» e agli «addetti all’applicazione pratica degli assunti teorici». Questo appello a uno strato sociale assai particolare, quello dei quadri della produzione agricola nelle fattorie statali, nei kolkos modello, nell’apparato della pianificazione, nella burocrazia ministeriale, evidenzia un elemento assai importante per capire le ragioni dell’affermazione del lysenkismo.

Dominique Lecourt nell’opera intitolata Lyssenko. Histoire d’une science prolètarienne, pubblicata nel 1976 aggiunge:

“È Kislovskij a dichiarare, nel corso della sessione del 1948 della VASHNIL: “In che cosa consiste la forza di Lysenko? La forza di Lysenko sta nel fatto che egli è divenuto il capo ideologico dei lavoratori dell’agricoltura socialista”. E i “nuovi accademici” gli fanno eco precisando: la teoria micuriniana è quella di cui hanno bisogno i nostri migliori esperti, i “kolkosiani d’assalto” (Mihalevic): solo la dottrina di Micurin può “dare la fede nel comunismo” (Dmitriev).

Tutte queste formule sono rituali, repliche stereotipate della retorica ufficiale. Senza dubbio. Ma si avrebbe torto a ritenerle insignificanti. Esse sono al contrario di grande interesse perché convertono in termini di propaganda un fatto che è di primaria importanza per l’interpretazione del lysenkismo, il fatto cioè che esso costituiva il cemento ideologico degli elementi “più avanzati” dell’agricoltura socialista. Un termine deve qui attirare la nostra attenzione: quello di “ stacanovisti “ che, nel 1948, è costantemente impiegato per designare i seguaci di Lysenko. Con questo termine venivano originariamente denominati quei lavoratori che, come il minatore Stahanov, appunto, superavano gli standard della produzione e contribuivano al miglioramento della tecnica nella grande industria: ma subito dopo esso venne usato anche per indicare gli operai che avevano il privilegio d’un salario sensibilmente superiore alla media, che possedevano una istruzione tecnica e ricoprivano funzioni d’inquadramento, nell’organizzazione della produzione.

Qualificare i seguaci di Lysenko come “stacanovisti dell’agricoltura” ha dunque un senso preciso: equivale a designare uno strato sociale assai particolare, quello dei quadri della produzione agricola nelle fattorie statali, nelle stazioni di selezione e nei kolkos modello. Dire che Lysenko è il loro capo ideologico, significa dire che la sua teoria rappresenta la forma sistematica dell’ideologia di questo strato sociale…

Sembra che Lysenko abbia compreso perfettamente il vantaggio che poteva trarre da una situazione del genere e ne abbia approfittato, organizzando delle “inchieste” sull’efficacia delle sue tecniche per mezzo di questionari indirizzati direttamente a quei medesimi quadri della produzione che hanno cercato, in tutti i modi, di dissimulare i fallimenti laddove essi si manifestavano. Questi questionari ricevevano le risposte attese e il cerchio si saldava così su una ideologia che si “verificava” cimentando essa medesima l’accordo dello strato sociale che ne traeva profitto.“

Forse il torto maggiore dei genetisti fu quello di non rendersi conto di questo complesso intreccio di motivi anche politici, economici, sociali, e non soltanto teorici, che costituiva la sostanza del «lysenkismo». Essi diedero fino all’ultimo l’impressione di ritenere di trovarsi di fronte a una discussione di natura esclusivamente scientifica, come dimostra il fatto che le loro argomentazioni non fuoriuscirono mai dagli aspetti più propriamente culturali dell’intera vicenda. All’intervento di Lysenko sopra ricordato, a esempio, Dubinin, nel corso dello stesso dibattito del 1939, fornì una risposta chiaramente condizionata dall’illusione che fosse ancora possibile convincere il leader della corrente micuriniana della validità delle posizioni teoriche sostenute dai suoi avversari. Egli infatti dedicò una parte notevole del suo discorso a cercare di dimostrare a Lysenko che «il mendelismo, nella storia della biologia, ha svolto una funzione progressiva».

 


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