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Indice

 

 

IL CASO LYSENKO
I rapporti dialettici della natura e della società

Il dibattito sulla biologia e la genetica

Questa situazione dava fiato agli avversari della teoria genetica raggruppati soprattutto intorno all’Istituto biologico Timirjazev, i quali insistevano sull’indivisibilità dell’organismo, negando in particolare la possibilità di separare con qualsiasi mezzo le influenze ereditarie da quelle ambientali. Da questa posizione scaturiva, ovviamente, la messa in discussione del gene come materiale ereditario: «il conservatorismo della natura degli organismi», cioè il loro patrimonio genetico, secondo i seguaci di questa impostazione, poteva e doveva essere liquidato. Per spiegare il problema dell’eredità e della variazione negli organismi viventi, problema che sta al centro di tutta la biologia, in mancanza di ogni riferimento a eventuali mutazioni di un sistema genetico separato, localizzato nei cromosomi, e trasmissibile da generazione a generazione, ci si appellava a una concezione delle trasformazioni come effetto indiretto delle funzioni di adattamento oppure come risultato dell’azione diretta dei fattori fisici ambientali sugli organismi. Nell’uno e nell’altro caso, comunque per render conto del processo evolutivo veniva sostenuta la cosiddetta trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti, definita lamarckismo dal nome del biologo francese Jean Baptiste de Lamarck (1744-1829) anche se egli non ne fu, in realtà, il primo sostenitore.

La disputa tra gli assertori convinti delle conquiste della teoria genetica e i seguaci dell’ipotesi di Lamarck aveva, del resto, in Unione Sovietica origini lontane. Può essere interessante ricordare come lo stesso Stalin, in una sua opera giovanile intitolata Anarchia o socialismo, composta di una serie di articoli pubblicati nel giugno e luglio 1906 nel «Akhali Tskhovreba», avesse fugacemente fatto riferimento a tale controversia, mostrando già una certa propensione per la posizione dei fautori dell’eredità dei caratteri acquisiti. «La tavola periodica di Mendeleev», egli notava infatti in quell’occasione, «dimostra chiaramente la grande importanza dei cambiamenti qualitativi e quantitativi nella storia della natura. Questo è dimostrato anche in biologia dalla teoria del neolamarckismo, che sta soppiantando il neodarwinismo». Da segnalare altresì la posizione di Anatolij V. Lunaéarskij, commissario del popolo per l’istruzione pubblica, il quale era talmente convinto dell’incompatibilità della genetica con il marxismo-leninismo da fare realizzare un film, di cui egli stesso scrisse il commento, sul naturalista austriaco Kammerer, che aveva creduto di dimostrare l’eredità dei caratteri acquisiti.

Questi (ed altri) primi tentativi di stabilire una forma di contatto tra la dialettica da una parte, e la biologia e la genetica dall’altra, provocarono subito un’ampia discussione, che si concentrò quasi immediatamente attorno alla questione della «riducibilità» della forma biologica di movimento della materia a quella fisica e chimica: questione particolarmente importante e delicata, dal momento che coinvolgeva il problema della natura e dello statuto del metodo dialettico nelle sue relazioni con i metodi specifici di ricerca. Fu su questo problema, appunto, che divampò con accenti particolarmente accaniti quella disputa tra «meccanicisti» e «dialettici». La serrata polemica che i biologi, aderenti al gruppo di Deborin (A. S. Serebrovskij, N. P. Dubinin, S.G. Levit, I. I. Agol, M. L. Levin) condussero contro le «ristrette posizioni dei meccanicisti in fatto di ereditarietà e variazioni» cominciarono ben presto a indirizzarsi contro quella particolare varietà di meccanicismo, battezzata con il curioso termine di «meccanolamarckismo». In un articolo dal titolo Natura e struttura del gene, pubblicato sul n.1 del 1929 dalla rivista «Estestvoznanie i marksizm» Dubinin, ad esempio, prendeva posizione contro tutte quelle impostazioni che riducono l’evoluzione a «diverse combinazioni di sostanze ereditarie perpetuamente immutabili. Un simile punto di vista costituisce un’autentica negazione dell’evoluzione e rappresenta, nella sostanza, un ritorno alla concezione di Linneo sotto la copertura di una terminologia aggiornata».

Sottolineando che l’evoluzione «è, prima di tutto, un processo creativo», l’autore criticava, contemporaneamente, anche quelle idee della variabilità genetica e dell’evoluzione che mettevano in rilievo solo l’aspetto quantitativo, trascurando quello qualitativo. A suo avviso, invece, i due aspetti dovevano venire studiati nella loro reciproca connessione e considerati parte di un’unica totalità sistematica.

In un altro articolo, pubblicato nel numero 3 della stessa rivista, ancora Dubinin sottolineava come «tra lamarckismo e morganismo (dal nome di Thomas Hunt Morgan, primo genetista insignito del premio Nobel) non fosse possibile alcuna sintesi, dal momento che le principali concezioni della genetica si contrappongono in modo inequivoco al lamarckismo. Il morganismo e il lamarckismo sono concezioni del mondo tra loro contrapposte, ogni tentativo di combinarle può approdare solo a una forma di eclettismo. Per questo la lotta tra di esse dovrà essere condotta sino alla fine, cioè sino al momento in cui una delle due posizioni riuscirà ad avere ragione dell’altra: e occorre augurarsi che a spuntarla non sia il lamarckismo».

Commentando questa prima fase della discussione sulla genetica Ivan T. Frolov, in un’opera del 1968, intitolata Genetica i dialektika (Genetica e dialettica) osserva:

“Fra tutto il complesso di problemi che si trovavano in quel momento in primo piano, il significato e l’importanza di gran lunga maggiore lo ebbero non le questioni di carattere propriamente teorico, o filosofico generale, bensì quelle strettamente legate ai compiti pratici che si ponevano di fronte alla società sovietica. Dalla genetica ci si aspettavano direttive per lo sviluppo dell’agricoltura del paese, per il miglioramento del lavoro di selezione e di coltivazione delle sementi. Le crescenti esigenze del paese, che si ponevano in relazione con la necessità di costruire il socialismo, e le possibilità di un loro soddisfacimento, che si aprivano con l’avvio della politica di collettivizzazione, richiedevano con urgenza una revisione dell’attività di molte istituzioni scientifiche, un loro maggiore avvicinamento alla pratica. Questa necessità, di cui si aveva piena coscienza, finì col creare un nuovo tipo di situazione nelle discussione attorno alla genetica. E, se si fa astrazione da tutti gli altri elementi c’è un fattore che può essere sottolineato in modo particolare: non soltanto e non in forza di moventi soggettivi di vario genere, ma bensì anche obiettivamente la genetica nello stadio di sviluppo che aveva allora raggiunto non era pronta in misura completa a porsi come fondamento per la selezione. Ciò spiega il motivo per cui, sia in base a considerazioni di carattere teorico, sia (e soprattutto) in base a esigenze di carattere pratico (necessità di avvicinare la scienza alla pratica dell’agricoltura e dell’allevamento socialisti), fu fornito particolare appoggio all’attività di molti esperti nella selezione, che spesso assumevano spontaneamente posizioni diverse da quelle dominanti nella teoria genetica. Quest’ultima, soprattutto grazie all’attività di Vavilov e Serebrovskij, aveva fatto importanti passi avanti sulla via di un soddisfacimento delle esigenze pratiche sopra ricordate, ma non era tuttavia ancora riuscita a produrre effetti stabili e sensibili proprio in seguito allo stato di elaborazione in cui si trovava.

Per questo appariva chiaro che la necessità di porre la genetica a fondamento della selezione era un compito rivolto in gran parte verso il futuro, che richiedeva importanti mutamenti nelle basi sperimentali e teoriche di quella scienza, che per la verità, già attorno alla metà degli anni trenta si era sviluppata in modo intensivo.

Il nuovo tipo di discussioni sulla genetica e sulla sua relazione dialettica, che si accese con particolare asprezza nella seconda metà degli anni trenta, non potrebbe essere compreso senza riferirsi alle cause sopra accennate. Così come, senza appellarsi a queste ultime, non potrebbero essere capite le ragioni del successo delle posizioni teoriche di Lysenko e dei suoi sostenitori, che inizialmente si fecero avanti con una critica invero assai moderata della genetica, rivolta soprattutto contro alcune sue effettive insufficienze e debolezze (in particolare, la sottovalutazione del ruolo dei fattori esterni, a cui veniva contrapposta l’esigenza di un approccio di tipo complessivo allo studio dello sviluppo e delle variazioni degli organismi)…

I propositi di fondare una nuova “genetica basata sulle idee di Micurin”, che potesse pretendere di esercitare il suo monopolio sul materialismo dialettico, stavano evidentemente soltanto germogliando: quali poi siano stati gli effetti di questo tentativo, una volta che esso prese corpo, è ormai a tutti noto. Esso nella sostanza costituì una distorsione del materialismo dialettico e una sua deformazione in senso meccanicistico (meccanolamarckismo) in seguito alla quale la dialettica venne trasformata in un suo surrogato volgarizzato e banalizzato. “

 


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