Ritorna alla pagina iniziale Ritorna alla pagina iniziale

Indice

 

 
IL CASO LYSENKO
I rapporti dialettici della natura e della società

La situazione degli anni ‘20 in URSS

In Unione Sovietica a cavallo tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta, i dibattiti di carattere scientifico e filosofico che si svolsero, furono condizionati in maniera sensibile, sia nel loro sviluppo, sia negli esiti che ebbero, dai problemi di carattere economico-sociale e politico di fronte ai quali il paese si trovava. Tra questi problemi quelli legati alla necessità di un rapido incremento della produzione agricola acquisirono ben presto un ruolo predominante.

La Russia era un paese agricolo che disponeva però di un’agricoltura eccezionalmente arretrata. L’economia contadina, nei primi anni del governo sovietico si trovava in uno stato di grave carenza e sottosviluppo nei confronti dell’agricoltura dei maggiori paesi europei sia dal punto di vista tecnologico, che di quello organizzativo. Anche i metodi di selezione e la produzione di sementi, ad onta del fatto che diverse antiche varietà locali russe e ucraine di frumento autunnale e resistente, di lino e di altre coltivazioni avevano conquistato fama e diffusione mondiali, erano di un livello molto basso.

Così descrive quella situazione la giornalista nordamericana Anna Louise Strong:


(…) I contadini russi, nel 1928, coltivavano la terra con metodi medioevali che risalivano indietro ai tempi biblici. Vivevano stretti nei loro villaggi e di lì raggiungevano i campi, camminando per molti chilometri. Il podere familiare di due o cinque ettari era spesso frazionato in una dozzina di appezzamenti, a volte dispersi in zone diverse, e per lo più così ridicolmente piccoli da non potervi neanche girare l'erpice. Il venticinque per cento dei contadini non possedeva nemmeno un cavallo; meno del cinquanta per cento disponeva di una pariglia di cavalli o di buoi; così l'aratura avveniva a grandi intervalli, e il vomere grattava appena il suolo: era ancora in uso il vomere di legno, sbozzato dallo stesso contadino e senza una punta di metallo. La semina si faceva a mano, spargendo sulla terra la semente portata in un grembiule; così molta se la prendevano gli uccelli o la portava via il vento. Le macchine agricole erano quasi ignote: il trattore Fordson che avevo portato con me per una colonia di ragazzi sul Volga, divenne celebre come il solo trattore in un raggio di trecento chilometri.

Altrettanto medioevali erano i rapporti sociali. Il vecchio dirigeva la casa. I figli maritati portavano le mogli nella casa patriarcale e lavoravano nella fattoria che il padre continuava a dirigere. Così i metodi di coltivazione rimanevano quelli antichi, né le vedute dei giovani potevano mutarli. Gran parte di questi metodi venivano determinati dalla religione. Le festività religiose indicavano i giorni di semina, le processioni spargevano i campi di acqua santa per assicurarne la fertilità, la pioggia veniva auspicata mediante processioni e preghiere. I più osservanti consideravano i trattori "macchine infernali", e vi furono dei preti che guidavano i contadini a lapidarli. Qualsiasi battaglia per un'agricoltura moderna diveniva così una battaglia "contro la religione. (…)

Nel 1928, le fattorie si erano riprese dalle distruzioni belliche; il raccolto globale uguagliava quello dell'anteguerra. Una quantità molto minore di grano, comunque, giungeva nelle città. La Russia zarista esportava il grano anche se i contadini morivano di fame. I contadini sovietici mangiavano meglio di prima, ma commerciavano poco. L'eccedenza spesso finiva nelle mani dei kulak, quei piccoli capitalisti di campagna che avevano il grano non solo dai loro campi ma anche perché possedevano mulini e perché prestavano denaro in cambio dei raccolti. Essi combattevano lo Stato per via del controllo del grano e per via del sostegno che esso dava ai contadini.

La destra dei partito comunista sosteneva che bisognava permettere ai kulak di arricchirsi e che il socialismo aveva la possibilità di vincere attraverso la proprietà collettiva statale delle industrie. La sinistra era per una rapida collettivizzazione forzata sotto il controllo dello Stato. Per parecchi anni la politica del Partito ondeggiò sotto la spinta dei diversi gruppi. Infine la linea adottata fu quella di attirare i contadini nelle fattorie collettive offrendo crediti statali e trattori, di bloccare i kulak ai margini di questo processo mediante l'applicazione di alte imposte, e, più tardi, di «distruggerli come classe». L'appartenenza alle fattorie collettive era in teoria volontaria, in pratica talvolta furono esercitate pressioni che giunsero all'eccesso.

In America si scrive spesso del sistema delle fattorie collettive come di una costrizione voluta da Stalin, arrivando a dire che egli fece morire di fame deliberatamente milioni di contadini per far sì che tutti entrassero nelle fattorie collettive. Tutto questo è semplicemente falso. Io viaggiai lungamente per le campagne sovietiche in tutto quel periodo, e ho visto coi miei occhi come si svolsero le cose. Certamente, Stalin appoggiò la trasformazione e le fece da guida. Ma la tendenza alla collettivizzazione si sviluppò tanto più rapidamente di quel che Stalin aveva calcolato, che ben presto non ci furono abbastanza macchine per le nuove fattorie, né quadri amministrativi e tecnici in numero sufficiente. Le pie speranze in cui si consolava la vecchia inefficienza contadina, unite all'ondata di panico promossa dai kulak, che determinò un massacro in massa del bestiame, e a due annate successive di siccità, portarono alle gravi difficoltà alimentari del 1932. Due anni dopo le pretese costrizioni di Stalin, Mosca fece superare il passo al paese con un razionamento rigidissimo introdotto su scala nazionale.

Ho visto la collettivizzazione piombare come una tempesta sul basso Volga nell'autunno del 1929. Era una rivoluzione che provocava mutamenti più profondi di quelli della rivoluzione del 1917, della quale, del resto, era il frutto ormai maturo. I braccianti e i contadini poveri prendevano l'iniziativa, sperando di migliorare il loro stato con l'aiuto del Governo. I kulak combattevano il movimento aspramente, con tutti i mezzi, che arrivavano fino all'incendio e all'assassinio. I contadini medi, la vera spina dorsale dell'agricoltura, erano combattuti tra la speranza di divenire kulak e il desiderio di ottenere le macchine dello Stato. Ma ormai che il piano quinquennale prometteva i trattori, questa grande massa di contadini cominciava a muoversi, a interi villaggi, a intere circoscrizioni, a intere regioni, per entrare nelle fattorie collettive. (…)

Nel mezzo di queste discussioni s'inserivano gli organizzatori del Partito; talvolta esperti di agricoltura che davano dei consigli, altre volte lavoratori digiuni di agricoltura ma ardenti di zelo collettivistico. (…) Ci si accalorava nelle discussioni e si litigava. Più tardi, Mosca doveva denunciare la «malattia dei gigantismo». Ma sulle prime gli entusiasti definivano ogni cautela «controrivoluzione». La questione divideva le famiglie: i giovani seguivano gli entusiasti, desiderosi di attuare finalmente nuovi metodi. I vecchi esitavano: comprendevano che, insieme al piccolo podere personale, se ne andava il vecchio dominio patriarcale della famiglia. Le donne si preoccupavano della sorte dei loro animali che avevano sostentato la famiglia, la vacca, il pollame: quali animali dovevano diventare proprietà collettiva non era ancora del tutto chiaro, e c'erano svariate forme di collettivo.

I kulak e i preti offuscavano i nuovi orizzonti mettendo in giro delle voci, giocando sul sesso e sulla paura. Dovunque sentii parlare di «una grande coperta» sotto la quale gli uomini e le donne delle fattorie collettive avrebbero dormito tutti insieme! Dovunque, le voci dicevano che i bambini sarebbero stati «socializzati». In alcuni posti i kulak entravano nelle fattorie collettive per dominarle o rovinarle. Altrove essi venivano espulsi dai collettivi come indesiderabili. Alcune fattorie collettive accettarono i cavalli dei kulak ma non i kulak, secondo quanto era stato fatto nella rivoluzione con l'attrezzatura dei latifondisti. I kulak rispondevano bruciando i granai collettivi e persino con l'assassinio. Un processo a dodici kulak per l'assassinio di un segretario del Partito si stava chiudendo ad Atkarsk. «Egli è morto per tutti noi» dichiarò il Pubblico Ministero; il pubblico di contadini pianse. La tempesta della collettivizzazione dilagò di più quando le fattorie furono intitolate ai martiri.

Quando lasciai la zona. chiesi a un funzionario locale che cosa dicesse Mosca di questo o quello. Egli rispose frettolosamente ma con orgoglio: «Non possiamo aspettare ciò che dice Mosca; Mosca fa i suoi piani secondo quello che facciamo noi».

Mosca stava facendo i suoi piani, lo appresi quando vi feci ritorno. Le notizie da tutte le zone granarie fondamentali venivano coordinate nei piani del centro. Il piano quinquennale aveva fissato l'obiettivo della collettivizzazione al venti per cento per il 1933: la grande ondata fece sì che si raggiungesse in alcune zone il sessanta per cento già nel 1930. Né la produzione dei trattori, né quella di altro macchinario era stata pianificata in modo da far fronte a cose di questo genere. Così Mosca ridusse all'osso l'importazione di cotone grezzo condannando la gente ad altri anni di stracci. Mosca annullò un'ordinazione di caffè brasiliano a prezzi d'occasione e si fece nemico il Brasile. Mosca aumentò l'importazione di macchine agricole e in breve si fece amico Henry Ford. (…)

L'inverno del 1929-30 fu un periodo di caos considerevole. Non era ancora chiaro quale dovesse essere esattamente la forma delle fattorie collettive. Stalin, che anche lui faceva i suoi piani traendoli dall'azione dei contadini, affermò il 27 dicembre 1929 che era venuto il tempo di «abolire i kulak come classe». Ciò autorizzava semplicemente quello che i contadini poveri stavano già facendo, ma, avuta l'autorizzazione, essi cominciarono a fare di più. Cominciarono a giungere crudeli storie di case di kulak scoperchiate, di deportazioni caotiche. Intanto, gli organizzatori, lanciati sulla via dei records, forzavano i contadini a costituire le fattorie collettive minacciandoli di deportarli come kulak, mettevano in comune le vacche, le oche, i polli, perfino i piatti e la biancheria. I kulak esageravano enormemente questi eccessi e incitavano i contadini a uccidere le scorte vive e a mangiarle, e a entrare nudi nelle fattorie collettive, «dove lo Stato vi mantiene tutti».

«Perché Stalin non mette un freno a tutto questo? - chiesi a un amico comunista - un kulak non ha diritti? Questo è il caos!». « In realtà c'è troppa anarchia - egli rispose - deriva dalle divisioni che esistono nel Partito; la colpa è di noi comunisti. Stalin ha stabilito la linea: abolire i kulak come classe. Gli elementi di destra, che controllano l'apparato del Governo, (sapevo che alludeva a Rykov) ritardano la traduzione di questa linea in leggi. Intanto, gli elementi di sinistra fra in nostri dirigenti locali, non avendo nessuna legge a guidarli, fanno ciò che è giusto ai loro occhi e agli occhi dei braccianti e dei contadini poveri. Questa è anarchia. Speriamo che i decreti governativi vengano al più presto: allora ci sarà più ordine».

Il primo decreto fu emanato il 5 febbraio 1930: autorizzava la deportazione dei kulak nelle zone dove la collettivizzazione era ormai totale e dove le assemblee dei contadini chiedevano la deportazione di una determinata persona, dopo un'inchiesta. La lista doveva poi essere controllata dalle autorità provinciali, e bisognava organizzare l'insediamento nelle zone dove i kulak erano destinati ad andare. In genere, essi venivano mandati in cantieri o in terre vergini in Siberia. Dopo il decreto l'anarchia diminuì, ma pareva che ci fossero ancora molti errori ed eccessi. Perché Stalin non prese in mano la situazione?

«Non possiamo attaccare i nostri dirigenti locali finché il seme collettivizzato non sarà nei granai collettivi, e la semina assicurata - disse il mio amico comunista. - Altrimenti potrebbe dilagare la carestia». Egli voleva dire che i contadini, i quali già avevano mangiato le scorte vive e aspettavano ora che lo Stato li nutrisse, potevano mangiare anche il grano destinato alla semina. «Siamo come uno sciatore su un ripido pendio - aggiunse, - non possiamo fermarci né controllare la velocità o la distanza. Possiamo soltanto dirigere i nostri salti e cercare di arrivare fino in fondo in piedi. Se non ci riusciamo, allora tutto è finito».

Sapevo ciò che questo voleva dire, perché quando ero andata a Riga a rinnovare il mio passaporto - a quel tempo Washington non aveva ancora un'ambasciata nell'U.R.S.S. - avevo trovato delle persone nel consolato americano che impiegavano tutto il loro tempo a raccogliere dati sulla collettivizzazione sovietica attraverso le statistiche dei giornali locali sovietici. Poi mandarono al Dipartimento di Stato un rapporto di mille pagine. Gli stranieri predicevano il collasso dell'Unione Sovietica attraverso la carestia, e da più di uno Stato confinante giungeva notizia che gli eserciti venivano preparati per esser pronti a marciare.

Il 2 marzo 1930, quando le zone agrarie fondamentali ebbero compiuto la loro raccolta di sementi, Stalin fece la sua famosa dichiarazione sulla «Vertigine dei successo». Disse che la rapidità con la quale i contadini entravano nelle fattorie collettive aveva «dato le vertigini ad alcuni compagni». Ricordò a tutti che la partecipazione ai collettivi era volontaria e che la forma di fattoria collettiva raccomandata per quel periodo prevedeva solo la socializzazione della terra, degli animali da tiro e del macchinario di maggior mole, mentre rimanevano proprietà personale gli animali domestici come le mucche, le pecore, i porci, le galline. La dichiarazione fu riprodotta integralmente in tutti i giornali del paese, e milioni di copie ne circolarono in opuscolo. I contadini andavano in città e pagavano alti prezzi per l'ultima copia rimasta, per poterla sventolare in faccia agli organizzatori locali come la carta della loro libertà. Di colpo, Stalin divenne l'eroe di milioni di contadini, il loro difensore contro gli eccessi compiuti localmente. Stalin frenò rapidamente questa sorta di idolatria pubblicando le "Risposte ai compagni colcosiani", nelle quali si diceva: «Alcuni parlano come se Stalin da solo avesse fatto quella dichiarazione. Il Comitato centrale non permette... azioni simili da parte di un solo individuo. La dichiarazione era… del Comitato Centrale».


Fu in quelle condizioni, rese ancora più drammatiche dalla lunga guerra e dalle devastazioni che avevano quasi completamente annullato i pochi successi conseguiti nella coltivazione delle piante negli anni precedenti, che il governo sovietico decise di dare l’avvio a un grandioso programma volto a colmare il ritardo dell’agricoltura allo scopo, anche, di disporre delle risorse indispensabili a un intenso sviluppo industriale.

La realizzazione di questo programma fu affidata a Nikolaj Ivanovic Vavilov, fondatore della VASCHNIL (Accademia Pansovietica di Scienze Agrarie Lenin), nonché direttore dell’Istituto di Genetica dell’Accademia delle scienze dell’URSS e del VIRV (Istituto Pansovietico di Coltivazione delle Piante), una istituzione scientifica unica nel suo genere, che acquisì presto una fama mondiale. Vavilov si mise al lavoro sin dall’inizio degli anni venti e propose un ardito piano per la radicale riorganizzazione delle risorse dell’agricoltura sovietica, i cui punti fondamentali erano il miglioramento del livello della selezione e della produzione di sementi e il ricorso a tutte le conquiste della scienza e della pratica mondiale nell’attività di coltivazione delle piante. La base teorica di questo piano era costituita dall’idea, fondata sugli sviluppi della teoria di Mendel, che il patrimonio genetico di un organismo fornisca il meccanismo per la trasmissione di caratteristiche da generazione a generazione per mezzo dei geni.

Appellandosi a questa convinzione Vavilov proponeva di utilizzare, nella coltivazione delle specie vegetali, l’ampia varietà di caratteri e di forme delle piante coltivate e modificate dall’uomo e delle loro antenate, cioè sia i risultati del lavoro di innumerevoli generazioni di uomini, sia quelli che costituivano un dono naturale. Ne risultava la necessità di una ampia scelta di materiale di base, allo scopo di dotare lo studioso di coltivazione delle piante della necessaria opportunità di selezione creativa. Proprio in riferimento a questa esigenza Zores A. Medvedev ricorda:

Vavilov con un gruppo di collaboratori, si accinse ad attuare il progetto di raccogliere nell’URSS una grande quantità di materiale base per una selezione preparatoria che avrebbe dovuto riflettere la diversità tra le varie piante in tutto il mondo. Egli non mirava unicamente a mettere insieme questo materiale, ma a ordinarlo sistematicamente e a studiarlo in modo ampio dai vari punti di vista della fisiologia, della biochimica, della botanica, della genetica e dell’agronomia, per metterlo poi a disposizione di tutte le stazioni agronomiche e di tutti i coltivatori del nostro paese. Nello stesso tempo egli aveva intenzione di mettere a dimora varietà adatte di foraggi, di ortaggi e frutta tratti da questa ampia raccolta per introdurli e sperimentarli immediatamente, con la prospettiva di vantaggi economici rapidi e immediati. Per realizzare questo intento, venne creato, per iniziativa dello stesso Vavilov, un Istituto chiamato in seguito VIRV, con una rete di stazioni sperimentali distribuite su un’ampia estensione geografica. Fu per portare avanti questo lavoro che Vavilov iniziò verso il 1925 le sue famose spedizioni in tutti i più remoti angoli dell’Unione Sovietica, e poi in tutti i principali centri dell’agricoltura mondiale. In un breve periodo di tempo furono organizzate circa 200 spedizioni: i loro membri studiarono l’agricoltura e le risorse agricole di 65 paesi, portando nell’Unione Sovietica oltre 150.000 varietà, forme e tipi di piante, tutta la ricchezza creata nel campo della coltivazione delle piante dall’umanità nella sua storia secolare. Venne creata così la raccolta di tutte le piante coltivate nel mondo.

Lo sforzo che il governo sovietico fece per assecondare questo piano e garantirne la riuscita fu imponente: nel 1932-33 esistevano in URSS circa 1.300 istituzioni scientifiche attinenti alla scienza agricola, dalle piccole stazioni sperimentali sino ai grandi istituti: gli specialisti impiegati raggiungevano il numero di 26.000. Ma, come rileva lo storico David Joravsky del Centro di ricerche sulla Russia dell’università di Harvard in una sua opera intitolata The Lyssenko affair, questo imponente spiegamento di mezzi ebbe un effetto imprevisto «il fossato esistente tra la situazione arretrata dell’agricoltura russa e le raccomandazioni progressiste della scienza, si approfondì ancora di più». In effetti i risultati, sul piano dell’incremento della produzione agricola di questa concentrazione di mezzi e di risorse davvero imponente per un paese che risentiva ancora degli effetti della guerra civile, non potevano che essere considerati deludenti, se misurati con le speranze e le aspettative dei dirigenti politici al momento del varo del programma.

E questa discrepanza tra ampiezza dell’impegno teorico e risultanze pratiche non poteva non avere ripercussioni significative in un momento in cui cominciava a prevalere la tendenza a valutare la correttezza delle ipotesi scientifiche sulla base del successo delle applicazioni immediate a cui esse erano in grado di condurre.

 


Puoi stampare la presente pagina facendo click sulla stampante

[testo contenuto nel sito http://www.homosapiensplus.altervista.org]